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lavoro pubblicato martedì 18 ottobre 2005
ultima lettura domenica 10 febbraio 2019

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Les Amants Réguliers- analisi

di Bokalov. Letto 1936 volte. Dallo scaffale Cinema

“Les Amants Réguliers “ Il cinema francese, almeno quello in qualche modo “indipendente” , esce dal Festival di Venezia appagato e anche vincitore....

“Les Amants Réguliers “ Il cinema francese, almeno quello in qualche modo “indipendente” , esce dal Festival di Venezia appagato e anche vincitore. Se il Leone d’Oro è andato a “ Brokeback Mountain” del maestro giapponese Ang Lee, Philippe Garrel con il suo « Les Amants Réguliers » viene premiato come miglior regia e suscita applausi e successi di critica ma anche controverse interpretazioni. « Les Amants Réguliers » tocca un tema ancora oggi scottante, che brucia di ricordi mai spenti. E’ quindi quasi inevitabile che si alzino polveroni mediatici. La storia e’ bellissima, quasi poetica, adatta per nostalgici e non. Si fa un tuffo nel passato recente, ritornando con gli occhi lucidi e la mente sgombra e il cuore ancori lì al 1968. Forse anche con un po’ di delusione, di presa d’atto di una sconfitta, purtroppo. Si torna al Maggio francese, a quei tempi leggendari dove nell’aria c’era il vento di un cambiamento, “The time are changin “ cantava Bob Dylan. Si ricorda la contestazione studentesca e la loro insaziabile voglia di fare. Una rimembranza di vita e rivolta, di gioia e rivoluzione che riaffiorano. Una sensazione di piombo, di botte, di sassi, ma anche di voglia di pace, libertà, anche per chi non ha vissuto quei giorni. Ma prima di tutto “ Les Amants Réguliers “ è un film d’amore. Solo che le storie d’amore acquistano risonanze diverse a seconda del contesto in cui sono calate. Il film ci porta nella Parigi ardente di attivismo politico, in una Parigi che sogna pace, amore e cultura (e contro-cultura) per tutti. La storia segue l’iniziazione ideologica e amorosa di un giovane romantico poeta. La pellicola è divisa in tre grandi capitoli, ma solamente nel primo si rintracciano in modo diretto i sintomi del ’68: la militanza, le barricate, la repressione e la violenza. E’ lì, in questo tempo perduto tra le nebbie della memoria, ma sempre vivo e pronto a riemergere che nasce l’amore fra i protagonisti. Lui poeta squattrinato e perso nelle sua condizione morale e economica, lei invece aspirante scultrice. E’ l’arte nelle sue diverse forme che in qualche modo unisce i due, e’ quel fottuto mondo che scoppia di tormento e orrori, quello contro cui si lotta. Poi, nelle due successive ore (in tutto tre, secche.) la giovane coppia si barrica in casa, si chiude sia interiormente che esteriormente nella deriva e nella perdizione d’animo che quel tempo, quei giorni imponevano. Si vogliono fermare. Stop. Come fosse una reazione diversa a qualcosa che non andava. Un alienazione ribelle. E allora tra interminabili fumate d’oppio ed estenuanti discussioni filosofiche la storia d’amore procede, finchè la ragazza, chiusa in quella sua profonda ricerca esistenziale, in quella sorta di comune sessantottina ristretta, decide di seguire a New York un affermato pittore. Questo gli promette di lanciarla nel mondo dell’arte, quello tanto desiderato. Il giovane, interpretato da Louis Garrel (figlio del regista), sprofonda nella solitudine e, disperato, medita il suicidio: la malinconia e il senso incombente della fine coprono la memoria della ribellione. Philippe Garrel, l’ex allievo di Truffaut e Godard, confeziona un buon film, appropriato e pungente al punto giusto. Fa rivivere sugli schermi “ le joli mai”, in tutte le sue contraddizioni. Il film sembra piu’ che altro un canto di morte alla memoria dei ragazzi che sognarono in quei giorni la rivoluzione e poi pagarono sulla propria pelle la colpa di aver chiesto l’impossibile. Stilisticamente è ottimo, e legittimo è il premio assegnato al regista. Les Amants Réguliers si deve interpretare uniformemente nel suo fascino estraniante, nella sua globalità, anche se diviso in capitoli. Il film è lungo e coinvolgente, in bianco e nero, effetto che da allo spettatore quel gusto un po’ cinefilo un po’ da flashback che ci vuole. E’ girato in una coerenza stilistica rigorosa, dura e impostata ma a tratti anche anarchica e illuminante. E’ la regia di un Garrel emozionante, d’assimilare in un tutt’uno: e’ un ritratto d’ambiente ironico, dolente, forse anche un po’ lento o noioso, ma sprigiona comunque il suo essere per tutta la durata. La sua essenza di ricordo velato da una patina di critica e serietà. La realtà è lontana, forse incomprensibile: in questo “Les Amants Réguliers” sembra una risposta affettuosa e pessimista a “The Dreamers”. E’ senz’altro un omaggio al regista del ’68 Bernardo Bertolucci, nel film infatti Clotilde Hesme, la protagonista femminile, chiede ai suoi amici se hanno visto “Prima della Rivoluzione”, un cult del regista italiano. Come dicevo però, si intravede anche uno spirito di critica, di analisi lucida su quel che furono quei ragazzi dai sogni chimerici. E quindi il pensiero e la dedica va subito a Pier Paolo Pasolini, alla sua figura di testimone e narratore di fatti, di grande poeta e scrittore e regista. Proprio alla sua famosa poesia sugli studenti e la polizia si sofferma Garrel, su quella visione, quel pensiero per cui i poliziotti sono figli di operai, di contadini, sono l’immaginario dei poveracci, e loro “voi cari studenti” sono quei figli di papa’ intelletual-borghesi. Di quella borghesia tanto odiata. Quelli a cui rimanevano pochi mesi. Pasolini disse “sto con la polizia”. Ma il film non e’ una critica a quella generazione, né entra nel dettaglio sulle sfaccettature ideologiche (che sono soggettive e personali) di quei ragazzi, sugli episodi, né tanto meno sulle ragioni di Pasolini che scrisse quella poesia all’indomani della battaglia di Valle Giulia. Non mi sembra legittimo leggere “Les Amants Réguliers” come una condanna politica del ’68, e neanche come un apoteosi di contrarietà. “Les Amants Réguliers” e’ invece un intreccio tra passione politica, cinematografica e sentimentale inestricabile, e’ un ode alla bellezza delle utopie giovanile perdute del Sessantotto: libertà, ribellione. Ricerca di se stessi colma di promesse. “Les Amants Réguliers” e’ il mito dei vent’anni, della giovinezza, di quei piccoli grandi parigini “ingenui e perversi”, sfaccendati e un po’ cafoni tra vertici di raffinatezza e qualche abisso di noia. E’ però una storia reale, vera. E’ vita.


Commenti

pubblicato il 18/10/2005 20.38.37
The bad bastard, ha scritto: Caro bokalov,ogni volta riesci a sorprendermi sempre di più.Stilisticamente perfetto,la tua recensione è riuscita ad appassionarmi nonostante non avessi mai sentito questo film.COMPLIMENTI!Continua così e il posto da direttore del giornaletto scolastico non te lo leva nessuno(così cacci l'asceta;scusa ma almeno una cazzata la dovevo dire)Continua così!!
pubblicato il 24/10/2005 17.24.47
Dav89, ha scritto: Scusa, bad bastard, chi deve cacciare?! Grande Bokalov, continua così!
pubblicato il 25/11/2005 13.33.31
joey90, ha scritto: All'anima........

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