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lavoro pubblicato giovedì 13 ottobre 2005
ultima lettura sabato 22 giugno 2019

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Eurialo e Niso- parte prima

di astrasius. Letto 2302 volte. Dallo scaffale Fantasia

Mancava solo Michele e poi finalmente avremmo pranzato. Tutti e tre, come spessissimo capitava negli ultimi tempi. Ormai sono passati quasi due...

Mancava solo Michele e poi finalmente avremmo pranzato. Tutti e tre, come spessissimo capitava negli ultimi tempi. Ormai sono passati quasi due anni da quel giorno. Da quando mamma e papà decisero di farla finita con il mondo, scegliendo un’ automobile come rimedio a tutti i loro mali. Suonò il citofono. Era lui, Michele. Tutto era pronto per il grande rito. Noioso, ma necessario. Stefania aveva preparato il pasticcio al forno. Sapeva che mi faceva impazzire. Lei era certo la mia sorella preferita, forse perché la più piccola. Aveva appena 15 anni ma la sua bellezza già risplendeva abbagliante, motivo di invidia tra le dee dell’ Olimpo. Mamma le diceva sempre che da grande avrebbe dovuto fare l’ attrice. Ricordo che un giorno, alla recita scolastica , indossò un vestito a fiori….. un incanto. Credo lo conservi ancora da qualche parte in fondo al suo armadio. Elisabetta, la più grande, era ancora all’ Università. Stava per laurearsi in Economia e Commercio e aveva telefonato che avrebbe ritardato. Purtroppo quelli erano giorni difficili alla “ Sapienza “. I rossi, una settimana prima, avevano attaccato un gruppetto dei nostri all’ ingresso di Scienze Politiche….. poi noi avevamo cercato di reagire, bastonando tre zecche alla fermata del 57……. Michele era il ragazzo di Elisabetta. Si erano conosciuti in vacanza a Paestum, nella valle dei templi. Forse anche per questo mi piaceva Michele. Amava la classicità, anche lui come me. Che fosse di sinistra lo seppi un paio di anni più tardi ma la cosa non mi aveva dato mai veramente fastidio. Anzi, con lui parlavo spesso di politica e riuscivo a confrontarmi e in fondo mi era anche simpatico con quei capelloni lunghi e la barba da filosofo…… Era sempre quieto e di poche parole e comunque ero contento che stesse con Betty. Una mattina non mi partì il motorino e lui mi accompagnò a scuola con la sua 128….mi voleva bene, Michele . Quel 24 maggio del ’75 la ricordo ancora come una giornata caldissima. Mentre Michele e Stefy sparecchiavano io uscii per un poco in terrazza. Guardai verso la strada. C’ era solo un gran silenzio. Poi rientrai e mi misi a parlare con Michele di quel difficile momento….mi disse che qualcosa di terribile stava per accadere. Che forse le BR o chi per loro sarebbero prima o poi riusciti a fare la rivoluzione…..ma io non ero bravo come lui a spiegare il perché delle cose. Mi limitai a controbattergli che anche noi avevamo le palle, e pure dure. Poi gli chiesi : “ E se un giorno tu fossi costretto a uccidere qualcuno, in nome del tuo ideale, lo faresti ? “. Forse non se l’ era aspettata quella domanda. Mi diceva sempre che a volte sembravo un po’ timido. Ma forse l’ avevo spiazzato. Mi rispose : “ Ricordi l’ insegnamento maoista? Colpirne uno per educarne cento….dai, scemo , stavo scherzando ! Sei ancora giovane per queste cose e credimi….meglio che te ne stia alla larga ! “ Se solo avesse saputo, Michele. Forse mi sottovalutava. O forse aveva ragione lui. La maturità. Già, la maturità. Gli esami erano vicini e invece……mi ricordai che dovevo telefonare a Bruno. Noi due eravamo come Eurialo e Niso….ma si, quelli della mitologia che si volevano un gran bene e che vennero tramutati in rami, in modo tale da restare attaccati per sempre…. Bruno era tra i migliori della classe. Certo, non vestiva da fascio, anzi. Mai una giacca, piuttosto jeans e scarpe da tennis. A vederlo non gli avresti dato una cicca. Per questo Bruno era un grande. Possedeva l’elegante leggerezza di un uccello. Un uccello spaurito .Fu subito simpatia tra noi due. Immediata, reciproca. Parlavamo sempre di donne e di calcio, Bruno ed io. Ma mai di politica…chissà perché. Aveva un’ intelligenza completa e forse avvertivo di non essere alla sua altezza . In fin dei conti mi aveva aiutato tantissimo nei primi mesi del ginnasio e se non fosse stato per lui non sarei diventato così bravo in latino e greco….. Forse anche per questo preferivo attingere dalla sua fonte, piuttosto che arrischiarmi in malintesi o dissapori ideologici. I soliti sfottò. E’ più bravo Chinaglia. Ma no, che dici, è più bravo Prati. Rammento ancora quando una volta mi costrinse ad andare a vedere una partita della sua Roma…..un Roma- Juve? Lui ed io insieme, in curva sud….quando segnò Anastasi per poco non mi misi ad urlare di gioia….che risate che ci facemmo quel giorno….Bruno, grande e nobile amico mio. Quando riattaccai la cornetta mi accorsi che si erano fatte le 15.30. “ Sergio…io vado da Monica, ci vediamo stasera. Ciao. Ah….. se puoi dai una sciacquata ai piatti. “ Salutai Stefy che se ne andava a studiare dalla sua amichetta e mi chiusi in camera. Avevo bisogno di pensare, di riflettere a lungo. Sfilai dal cassetto il poster di Almirante. Quello storico, con la scritta in cui Giorgione incitava noi camerati al coraggio delle proprie scelte : “ Morire per un ideale è vivere per sempre “-. Era una frase di D’ Annunzio. Lo custodivo gelosamente quel poster, come un cimelio. Eppure in casa nessuno aveva mai saputo della mia militanza nel Fronte della Gioventù. L’ avevo sempre considerata una scelta troppo personale, intima, sacrale. Dubito che qualcuno avrebbe mai capito. Nemmeno i miei, se fossero stati ancora in vita. La pistola. Non riuscivo a trovarla. Poi mi calmai, feci mente locale e la recuperai. Era lì, come sempre, nel vano dei dischi. Mi ricordai del fazzoletto nero. Quello che spesso indossavo durante le manifestazioni del MSI in caso di scontri con la polizia. Me lo misi in tasca. Avevo ancora il terrore di dimenticarmi qualcosa prima di uscire di casa, poi ogni mio dubbio fu fugato e scesi le scale con Michele. “ Dove vai a far danno stavolta ? “ “ Non so…ho bisogno di fare un giro…forse andrò da Bruno “ “ Salutamelo…..se chiama Elisabetta dille che stasera vado in palestra, ok ? “ “ Ok…ciao Michè !” Si, lo chiamavo affettuosamente Michè….anche se ho sempre odiato parlare in dialetto. Troppo fascista anche in questo. Mentre sistemavo lo zainetto nel motorino, mi venne in mente con angoscia che quella sera sarei tornato a casa , nella migliore delle ipotesi, con un morto sulla coscienza. Come se nulla fosse stato. E mio padre? E mia madre? Se fossero stati ancora vivi con quale coraggio avrei mai potuto guardarli negli occhi? Ma loro non ci sarebbero stati a interrogarmi, a giudicarmi, a vergognarsi di quel loro figlio così educato, così pariolino, così….assassino. Assassino. Che parola terribile. Ma dovevo ritrovare in fretta quel coraggio che, vigliaccamente, mi stava abbandonando. Partii. L’ appuntamento con gli altri era fissato come sempre a Piazza Santiago, di fronte alla gelateria. Sandro avrebbe coordinato l’agguato. Aveva ricevuto una soffiata tre giorni prima e sapeva dove trovarli, quei bastardi. Dovevamo coglierli di sorpresa ad affiggere manifesti in una strada del Nuovo Salario. Un quartiere di merda. Infestato di zecche. Arrivai all’ appuntamento con il cuore in gola. Gli altri se ne accorsero immediatamente


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