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lavoro pubblicato martedì 11 ottobre 2005
ultima lettura lunedì 13 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

souvenirs di vagabonda

di barbara alberghini. Letto 1271 volte. Dallo scaffale Viaggi

Spingere sullo zaino sperando che la tela regga anche questa volta, mettere in tasca un po’ di soldi di carta, guardarsi allo specchio l’ultima volta ...

Spingere sullo zaino sperando che la tela regga anche questa volta, mettere in tasca un po’ di soldi di carta, guardarsi allo specchio l’ultima volta prima di chissà quanto, caricarsi a fatica i venti kg sulle spalle e chiudere la porta. A volte con un sorriso che nasconde un grazie e a volte con tutta la voglia di scappare senza neanche salutare per la troppa puzza annusata in un’intera notte. E partire. Partire senza la pretesa di compiere chissà quale avventura. Partire per partire. Per ascoltarsi respirare dentro a immagini che a guardarle in un quattro terzi non è uguale. Partire ed esser certi di venire cullati da qualche treno sporco o da un pullman con mille fronzoli. Così da bangkok a luang prabang e ritorno. Semplicemente in gita su di una linea quasi retta che va da qui a li. Thailandia e laos. Da sola certo, ma solo per sentirne meglio l’odore. Senza appuntamenti o capi gruppo, senza nulla di organizzato, sola a dare spintoni alla gente che si ammassa agli sportelli di questa o quella stazione, senza nessuno che ti aspetta in nessun posto. La fatica più grande non è adattarsi a fare la pipì su di una strada assieme a donne che non hanno vergogna di quel gesto, bensì spiegare ai propri compagni d’autunno il perché di quella voglia di oriente, di diverso, di colorato, di sporco e di apparentemente difficile. La gente non ci pensa ma scegliere se mettersi ai piedi i sandali di prada o gli stivaletti di cavalli, per brillare di sé all’aperitivo sulla croisette, è ben più complicato che dover viaggiare in economy dentro ad un treno in compagnia di un signore con le ciccatrici sulla faccia che ti racconta, in un’iglese senza erre e mai finito, che a milano lui, una volta c’è stato. Attraversando il nulla dipinto di verde, non si può non riflettere sulla bizzarria di questo popolo così carica di ironia. Il creatore da quelle parti ha fatto un bel casino con la clorofilla, ha mescolato alberi giganteschi, ricci, bassi, lisci, grassi, magri, belli e brutti in un’esplosione caotica di stili diversi. Come si fa a crescere con tutto questo e restarne indifferenti? Non si può infatti. Solo dopo aver visto quelle montagne ho capito come si poteva concepire un pullman rosso con i sedili lilla e le tendine arricciate arancioni, con le pensiline piene di gatti di plastica che a pile fanno andare il braccio su e giù in un continuo gesto di buona sorte. Arrivare a luang prabang può essere scioccante se ci si entusiasma troppo per quelloi che si vede prima. L’Unesco ha detto che questa è una delle città più belle al mondo. Vero. Il problema è che lo ha detto a tutti. Un tutti troppo grosso, volati fin lì a zero fatica. Anche se a ben guardare non son poi diversa da questa banda di raccatta souvenirs. Però io mi porto a casa il colore della faccia della vecchina che vorrebbe vendermi un ratto alla griglia e mi porto le mani delle ragazze che tra un gniiiiii e uno gnuuuu di quella meravigliosa lingua fatta di suono, spellano i pipistrelli per farne una zuppa e poi i sorrisi a labbra piene di queste dolcissime femmine che miagolando si accattivano le simpatie degli uomini. Porto a casa le risate spontanee di una gente che saluta come se fossi io una ragione di festa. E poi il cibo buono e l’eccessiva secrezione salivare ottenuta dopo un bicchiere di vino di riso. La puzza della muffa e l’assiugamano che non si assiuga mai. Il sapone che metto sui capelli perché il mio gel fissante occidentale non regge a questa umidità che mi gonfia anche i pensieri. E mi porto l’ amico del negozio di fotografia che mi ha offerto una bottiglia di birlao facendomi ubriacare come un’alpino a Vientiane. Mi porto il Mekong che denso come la cioccolata trasporta la terra da una parte all’altra in un ininterrotto e frenetico lavorare. E gli uccellini che vengono catturati al mattino per essere poi venduti la sera, davanti a una pagoda, nella speranza di alleggerire il carico karmico di qualcuno. Ecco quello che mi porto. Semplici souvenirs da vagabonda.


Commenti

pubblicato il 11/10/2005 16.40.45
Nigel Mansell, ha scritto: No non puo invecchiare sola se scrivi così! Io vorrei andare nell'India del Sud a dicembre, che ne dici?
pubblicato il 15/10/2005 23.14.29
bocus, ha scritto: Bello, ispirato e onesto! Uno stile secco, asciutto, irrituale ma capace di emozionare con pochi ma intensi tratti.Trabocca amore: per la gente, per la vita, per la pulsante capacità di perdersi nelle ragioni e nelle regioni di un altrove degno quanto noi, vivo più di noi.Voglio continuare a leggerti, dammene modo. Grazie!
pubblicato il 16/11/2005 16.05.44
EllisSoffuso, ha scritto: bello. purtroppo il laos che tu hai visto è volubile e veloce. purtroppo il laos che io conosco e dove ho abitato per molti mesi è fatto di troppi yenkee con lo zaino, corruzzione, ragazzotti arroganti dell'occidente eccetera eccetera. comunque il racconto non è male
pubblicato il 28/04/2010 17.52.39
uomopigiama, ha scritto: gna gna gna

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