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lavoro pubblicato lunedì 10 ottobre 2005
ultima lettura martedì 23 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

10 gennaio 2058

di astrasius. Letto 1891 volte. Dallo scaffale Fantascienza

é una storia ambientata nel futuro in una società repressiva e ingannatrice. Per chi ama la fantascienza filosofica.Per motivi di lunghezza lo pubblicherò in 2 puntate....

Quando abbandonai definitivamente il Centro di Controllo Medico ebbi subito l’ impressione che qualcosa non andasse. Forse era quel maledetto chip che teneva in vita quel mio cuore mezzo malandato… dovevo abituarmi a quelle lievi aritmie e i dottori, del resto, mi avevano avvertito . Mi sedetti su una panchina e aspettai qualche minuto, cercando di riprendere fiato . Per fortuna avevo con me una pasticca di calmante e ne sciolsi una in bocca….l’ hangar era vicino, un centinaio di metri a piedi e sarei arrivato. Strana sensazione essere una specie di androide. Ormai quasi l’ 80% del mio corpo era stato completamente ricostruito. Ricordo ancora con sgomento quando persi le gambe. Fu nel ’32. Chrystelle era mancata 6 anni prima e per un po’ di tempo ero andato a vivere con mia figlia Isabel. Mi accudiva con amore, quasi le fossi figlio e non padre. Quelle attenzioni, unite al clima meraviglioso della Lunigiana, mi avevano lentamente ritemprato. Così, giorno dopo giorno in quel piccolo paradiso mi era persino tornata la voglia di scrivere poesie. Finchè una mattina le chiesi il radiocomando del suo Anphybion . Le dissi che dovevo scendere in paese per alcune commissioni in banca. L’ Anphybion all’ epoca era considerato un autentico gioiello nel campo della tecnologia mobilistica a reazione . Fu il primo veicolo in grado sia di camminare su strada che di volare e Isabel era riuscita ad acquistarne un esemplare grazie anche al mio particolare interessamento presso il Dipartimento della Circolazione. Non era difficile pilotarlo, tutt’ altro, neanche per uno come me che non ha mai amato i motori. Spinsi il pulsante dell’ accensione e innestai la guida automatica. Tutto filò liscio per qualche chilometro, poi quella maledetta curva….Il computer di bordo non fece in tempo a scannerizzare la giusta traiettoria e finii per sfracellarmi contro un albero. Nemmeno gli ingegneri di costruzione del veicolo seppero mai spiegare perché il calcolatore di bordo avesse fallito quella coordinata . Non si era mai verificato alcun caso simile fino ad allora, mai nessun problema di malfunzionamento o anomalie di produzione . Fatto sta che nel pomeriggio del 23 giugno mi vennero amputati entrambi gli arti inferiori dopo quasi una settimana di indicibili sofferenze. E pensare che ormai era trascorso più di un quarto di secolo da quella tragedia……ricordo ancora che dopo l’ operazione , prima di coricarmi, mi capitava di osservarle a lungo quelle mie finte gambe. Lo facevo come sospinto, da un lato, da un moto di ammirazione verso quel prodigio tecnologico che mi teneva in piedi…..dall’ altro dall’ inquietante presa di coscienza che una parte del mio corpo non era più umana, ma artificiale. Era solo l’ inizio. Successive malattie e disfunzioni mi avevano costretto nel corso degli anni a numerosi interventi chirurgici necessari alla mia salute . Persino il cervello, progressivamente, era divenuto sintetico. Farmene una ragione non mi fu facile all’ inizio poi , per qualche tempo, cominciai a considerare con favore i vantaggi di un corpo incorruttibile, pieno di energie e chimicamente ancora pronto. Ma il vuoto lasciatomi dentro da mia moglie divenne pian piano incolmabile. Ero arrivato fino a 93 anni ancora sano e robusto nell’ aspetto ma irrimediabilmente debilitato nello spirito. Mentre mi avvicinavo all’ hangar pensai a tutto questo e al disagio interiore che covava in me. Presi a riflettere sulla vita e sulla morte e a come un tempo quest’ ultima simboleggiasse ancora il termine ineluttabile della vita di un uomo . Le guerre, disseminate ad arte un po’ qua un po’ là, le gravi malattie, i batteri , l’ alimentazione, i reati….c’ era soltanto l’ imbarazzo della scelta. Poi arrivò l’ esplosione nucleare del ‘ 25 in Pakistan e da quel momento le cose cambiarono. Una moratoria internazionale arrivò a proibire definitivamente l’ uso dell’ atomica in tutto il pianeta; il progresso medico e scientifico cominciò ad intraprendere passi da gigante, gli ordinamenti statali debellarono poco a poco qualsiasi forma di crimine violento e si giunse addirittura ad estirpare da ognuno di noi, grazie alla bio- ingegneria , il gene ritenuto responsabile della volontà suicida. In poche parole si stava cercando di debellare la morte fino a creare una società di immortali , analgesica, anestetizzata. . Intorno a me, nell’ hangar, i negozi ridondavano di volti felici e spensierati…mamme a spasso con figli, ragazzi e ragazze mano nella mano tronfi degli acquisti appena fatti , ologrammi parlanti all’ ingresso del Mc Donald ‘s, mentre un enorme display a cristalli pubblicizzava l’ ennesimo altisonante pacchetto- vacanze verso l’ ennesima altisonante colonia interstellare. Tutto era così dannatamente finto e irreale… i leaders della Confederazione erano riusciti subdolamente nell’ impresa di comprarsi il silenzio di tutti noi offrendoci, in cambio, una sorta di specchio per le allodole. Mentre mi avvicinavo alla piattaforma 17 mi squillò l’ otofono. Una voce registrata mi disse di restare in attesa. “ Si eccomi….chi è?” “ Parlo con il signor Gabriele De Wister ? “ “ Si….per l’ appunto ! “ “ Gabriele….mi riconosci…? Sono Mary…!” Trasecolai, ma subito pensai che no, non potesse essere Mary. Non ne avevo avuto più notizie da almeno vent’ anni e, oltretutto, come era riuscita a contattarmi? Forse tramite il Centralino Nazionale? Ma il mio numero era riservato e poi…..la password di accesso era direttamente collegata al mio data- brain…..non riuscivo a capire…. “ Mary ?….no, non sei tu, lo sai benissimo….se è uno scherzo, chiunque tu sia, è di pessimo gusto…” Pensai persino ad una riproduzione digitale della sua voce….in fondo sarebbero bastati un comunissimo software e un hacker in gamba. “ E se ti dicessi….Venezia, il Ponte dei Sospiri, il concerto cibernetico dei Radical Feelings….fu nel 2015 o sbaglio? Lo sai bene che sarebbe un’ impresa disperata per chiunque volesse farti uno scherzo ricostruire una memoria neuronica così lontana nel tempo….ti fidi adesso? “ Non sapevo cosa rispondere…quel poco di cuore umano che ancora conservavo ebbe un fulmineo, travolgente sussulto. “ Mary…ma allora sei davvero tu….o mio Dio quanto tempo è passato…..la tua voce è intatta…com’ è possibile?” “ Non spaventarti….sono corde vocali in fibra di carbonio…tra le più costose in circolazione, sai, quei problemi di cui ti dissi tanti anni fa….. ma non perdiamoci in chiacchiere, ho voglia di rivederti vecchio mio ! In fondo non ho fatto altro che rincorrerti per tutta questa interminabile vita, come il gatto con il topo…..scommetto che come sempre ora ti inventerai la solita scusa per evitarmi….ah già dimenticavo, i tuoi famosi spazi, la tua libertà…. la tua proverbiale contezza…. Sapèssi quante cose avrei da raccontarti ! ” “ Non è più come un tempo, sai? Sono cambiato….oh si se sono cambiato…che motivo avrei ormai per fare il fuggitivo ? Anzi, quasi quasi rinuncio alla mia cena robotica del mercoledì e ti faccio una bella sorpresa….che ne dici? A proposito, dove vivi adesso? “ “ Non lo crederesti mai caro mio , ma da una decina d’ anni mi sono trasferita a Milano…..sai non ne potevo più di Roma e della sua insopportabile aria pulita….qui perlomeno ogni tanto i depuratori vanno in tilt….va bene per le 21.30? Mi trovi al n. 16 di Largo Cairoli….ti aspetto con ansia! “ “ Ah, a proposito…se ti serve…non so…..lo vorresti un piccolo cyborg da cucina? Sai, di quelli che ti preparano la colazione e te la portano pure a letto….ne ho visto uno bellissimo che secondo me ti piacerebbe ! “ “ Oh basta con i robot! Ne ho già la casa piena….porta te stesso, del resto non mi interessa ! Ti aspetto , vecchio mio ! “ Mary. Ci conoscevamo da una vita. I mitici ragazzi del ‘ 66…..il liceo insieme, poi lei si era laureata mentre io iniziavo inesorabilmente a perdermi nel vuoto cosmico di me stesso, fatto di donne mai amate, di amici di cui non mi sono mai fidato, di illusioni vane e fragili come le speranze che, una dopo l’ altra, erano tutte morte sul nascere. Era stata per me un approdo sicuro, come il porto che d’ incanto appare all’ orizzonte evitando così, alla nave travolta dalla procella, il prevedibile naufragio. Dopo la morte di mia moglie mi aveva persino salvato dalla depressione. Per lei, da sempre, ero “ il conte “: uno spirito aristocratico, incapace di adeguarsi alla banalità delle cose e di piegarsi a quegli schemi prestabiliti che, come lei , non ero mai riuscito ad accettare . Controllai gli orari di partenza per Milano: c’ era uno shuttle alle 20.50. Orario perfetto.


Commenti

pubblicato il 11/10/2005 18.33.48
Astfelia, ha scritto: Davvero un bel racconto, ben scritto e originale. Inoltre fa pensare... Complimenti!

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