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lavoro pubblicato domenica 2 ottobre 2005
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Accattona delle parole

di accatttonadellaparola. Letto 1566 volte. Dallo scaffale Pulp

Elogio alla menzogna? forse dedicato a chi per sopravvivere mette il rossetto sulle guance della verità. Credo che sia la cosa migliore che ho scritto nell'ultimo anno. Pensa tu il resto! Ahahahahah

Accattona delle parole

In un mondo dove tutti mentiamo o la verità viene omessa voglio essere trasgressiva è dirla tutta la Verità!

Da dove comincio?

Allora posso iniziare da questa…no…potrei fare del male a… quest’altra…nemmeno, potrei farmi del male…anche questo non posso dirlo, non è conveniente.

Si questo posso dirlo!!!

No, è più opportuno che taccia….

È difficile dire la verità, tutta la verità. Si, ma potrei distorcerla un po’ a mio favore...certo! E’ sempre verità ma con il rossetto sulle guance!

Potrei sproloquiare sulle mie delusioni.

Perché no?! Così posso dirla tutta la verità, la mia verità, dove due per due non fa necessariamente quattro ma anche otto, così tocco l’infinito.

Bisogna che trovi una verità da indossare, che non mi stia stretta e che non mi lasci traccia addosso. La verità che si può dire, senza pagarne le conseguenze, è quella che passa e si ferma nei miei desideri, una pulsione sessuale, un desiderio erotico, no…nemmeno su questo posso garantire la totale verità. Dovrei stendere, oltre i miei, i panni dei miei amanti così che loro sappiano la verità….Dire la verità sui miei amanti ai miei amanti, sarebbe divertente!

È complicato dire la verità, forse dovrei partire dalla menzogna o meglio dall’innocente bugia o dalla truffa premeditata ai danni della signora Verità.

Avete mai provato ad immaginare i colori della verità? Ed a quelli della menzogna? Si è vero, avete ragione la verità non ha colore, ma la menzogna si!

Immaginiamo di cucire insieme scampoli di mie menzogne alle tue, alla sua, alle loro, triangoli, rettangoli, quadrati, rombi cuciti insieme ed una volta trasformati mostrarli orgogliosa agli amici, ed ai nemici, e...intanto i ritagli ti sfuggono di mano continuando a cucirsi da soli e la coperta diventa più grande man mano che passano i giorni, fino a che non prende a vivere di vita propria.

Allora, torniamo a noi…alla menzogna:

                 1) Ti amo - dico

                 2)Ti desidero - mi dici, mentre il tuo sguardo è fisso sui glutei sodi

                  della ventenne che ci supera con il passo da pantera…ed io bevo la

                  tua menzogna e intanto ripenso allo sguardo tenero del mio collega,

                  mentre mi pulisce la bocca dalle tracce del caffè.

“Accattona di parole” mi ha chiamata …sì, in fondo ha ragione, inutile sbarrare gli occhi di fronte alla verità, passo il mio tempo a rovistare tra la spazzatura delle parole per trovarne alcune e farle mie. A volte sono talmente inzaccherate, di salse e foglie corrotte d’insalata, che sono costretta a prenderle con due dita e pulirle alla meglio per riporle nella sacca che mi porto appresso. L’odore nauseabondo mi s’incolla sulla pelle, ma sono felice perché so che una volta nella sacca si accoppiano!

In fondo, signori miei, tutto nasce da una copula che a volte è soddisfacente, altre sciapita, altre umiliante. Seguitemi un attimo: la copula, come le parole, è l’atto che dà inizio alla creazione, o reazione:

A: si prova piacere in due, Appagamento

B: il piacere lo prova uno solo, quindi nasce il Bisogno, dell’altro.

C: è uno stupro, nascono il Carnefice e la vittima.

D: uno dei due vorrebbe essere in un bar e mangiare un dolce, o nel bagno a lavarsi i denti. Disagio

E: Lasci consumare l’Empietà

Ne segue

A: Amore sono tua, Amore sei mia.

B: Ho Bisogno di scopare per svuotarmi i testicoli/ ovaie (taciuto!!!)

C: Si consuma il Crimine nel silenzio, una mano sulla bocca e l’altra che sbottona la patta, prende il cazzo nell’incavo della mano, va su e giù per dargli un tono e come spada profana il tempio.

D: Rigiri il tuo Disgusto nelle natiche, copuli per un’ora senza avere il coraggio di dire al tuo compare che ha l’alito pesante, o le ascelle che emanano afrori non piacevoli, oppure che i suoi genitali, che si ostina a farti leccare, puzzano di merda! Non hai il coraggio di dirgli che la sua saliva ti provoca lo stesso piacere di un bicchiere di aranciata vecchia di due giorni lasciata fuori dal frigo.

E: Empio è colei o colui che apre lo cosce e accetta o spinge in grotte che non desidera, e si consuma nell’abitudine per timore di perdere il monolocale che hanno comprato in due.

 

Il frutto della copula sono i figli, o gli aborti.

Ma parliamo dei figli.

Scopri di essere incinta e subito dopo aver avuta la notizia ti sbrighi a passarla ad un altro, magari al presunto padre, complice del fatto, come se ti bruciasse tra i denti.

-Sono felice!!!- dici, e allarghi la bocca in un sorriso che ti stira la mascella e lasci vedere i 32 denti, se li hai ancora tutti, che sembrano gli unici inorriditi alla sola idea. E continui a mentire man mano che spargi la notizia, dichiarandoti felice: Una nuova vita…che bello!

Ed intanto senti afferrarti il viso da una paura fottuta che non riesci a tenere a freno. La paura di vedere la tua vita stravolta nei ritmi e nelle necessità. Ed hai paura anche di lui, di quel piccolo mostro che si è insinuati in te, nel tuo ventre e che diventerà padrone non solo del tuo corpo ma anche dei tuoi desideri. Ed hai paura di quanto ti costerà in termini sia economici che di tempo, sì, soprattutto quello è prezioso, quello, il Tempo, che è così poco, quello, di cui non potrai più disporre perché non è più tuo. Sì, ci vorranno anni per ridiventare padrone del tuo Tempo e non lo sarai mai totalmente perchè dovrai dividerlo sempre con lui, con loro, sì questi sconosciuti che non hanno fatto niente ma che sono diventati comproprietari del tuo tempo. Cazzo!

Ma non gli basterà mettere nella valigia il tuo tempo, noooooo…ti chiederanno, e ancora chiederanno, magari in silenzio, oltre il tuo sfinimento, fino alla morte! Sì perché puoi liberarti del pensiero di loro solo con la morte, la tua! E questo solo nella speranza che di là del visibile non ci sia niente, che non sia, come dicono alcuni, che i morti vegliano sui vivi, altrimenti sono cazzi amari!!! Perchè? Ma perchè passerai l’eternità a vegliare su di loro, sui loro figli, sui figli dei loro figli e ancora su….

Sei fottuto, insomma.

Allora torno un attimo all’inizio di questo discorso, alla paura che afferra un uomo ed una donna quando scoprono di essere “incinti”, ma si sentono costretti a trasudare felicità perché è una nuova vita si crea. Menzogna!

Passi nove mesi nell’angoscia leggendo tutto quello che ti passano in libreria, terrorizzata dalle possibili deformazioni o malattie che il tuo piccolo potrebbe avere ed a nulla servono le ecografie e le rassicurazioni del medico che ormai vedi più del tuo compagno, osservi il tuo corpo gonfiare ogni giorno di più, ti muovi sempre con minore agilità e sebbene ti sbatti tra la palestra, il corso di training autogeno e l’acquisto del corredino hai ancora tempo per pensare a te mentre lui ti scalcia dentro.

Nasce il pargoletto che gioia! E menti ancora.

- Sono felice - dice la neo mamma, ed intanto ti brucia la fica e pisci sui punti che ti hanno appena messi per rattopparti quell’intimità che lui, quel piccolo pezzo di carne, ti ha violata, e, diciamola tutta francamente, mentre sorridi come un’ebete cercando le somiglianze e mentendo spudoratamente dicendo che somiglia a tuo marito ma non a tua suocera, e mentre accarezzi i fiori che ti hanno portato per festeggiarti, tu pensi alla tua figa, allargata come un pezzo di plastica sul fornello, e tremi all’idea del cazzo del tuo uomo dentro di te, immagini che ci nuoterà dentro come una papera di gomma nel lago Maggiore. Non mi vorrà più, pensi, crederà si essere un nano nel Panteon. Ma via, via che pensiero! Devi essere felice donna, sei madre cazzo!

Questo batuffolo rugoso è tuo, solo tuo, nessuno te lo potrà togliere, sarà il tuo legame con la vita, il tuo bastone, la tua forza, la realizzazione dei tuoi desideri e poi….Sì, lui ti amerà per sempre perché sei la sua mamma.

Ma via, via …

Ed ecco che parla lui, il neo padre, che con occhi lucidi e sguardo da cane. Ti si avvicina e leccandoti la guancia e lisciandoti i capelli ancora unti di sudore ti dice:

- Dai su, cos’è quella faccetta triste amore mio? Guarda nostro figlio, com’è bello! Sarà la nostra felicità, il nostro bastone, amore ci siamo guadagnati il nostro futuro! Abbiamo realizzato i nostri desideri…siamo una famiglia… saremo felici…. Una bella famiglia…-

- Che pesce lesso!- pensi

E mentre lui guarda con occhi innamorati quel pezzo di carne già vecchio di un’ora e ripete in un ritornello: “Mio figlio, chi lo avrebbe detto, ho un figlio! Mio figlio... ho un figlio...”

È allora che la rabbia monta dentro di te e vorresti urlargli con quanto fiato hai in gola: Come tuo, come nostro? Nostro figlio? Mio, vorrai dire! Che hai fatto tu oltre che sbattermi ed eiaculare e se ben ricordo non mi è piaciuto poi tanto quella volta… come nostro, brutto stronzo..

E’ MIOOOO! Io sono quella che si è lacerata la carne, io quella che ha rinunciato al suo corpo e lo ha piegato alla natura! Come nostro, schifoso egoista è la mia figa che sanguina, è il mio ventre che …che…. Ti prego, figlio mio, ti rivoglio dentro di me, al sicuro. Mio, solo mio, al sicuro. Rientra piccolo mostro ti racconterò le fiabe, ti canterò la ninna nanna che ti piaceva tanto, ti descriverò tutto quello che vedo, ti farò ascoltare la musica che ti incantava, ricordi? Ti sdraiavi nel mio utero e ti dondolavi fino a quando non ti addormentavi sereno. Rientra in me, figlio mio, mi sento sola e svuotata senza di te.

E poi venne il gatto che si mangiò il topo che si mangiò la mela che….

E mentre tu piccolo estraneo già vecchio di un’ora ti attacchi al mio seno e le vene si aprono, lacerandomi il corpo, spalancando la strada al latte che ti nutrirà, ti guardo e leggo sul tuo viso i segni dei miei antenati e quelli di mia suocera, e ti guardo e mi rendo conto che sei quel laccio che mi lega alla vita.

Ed è lì che il piccolo frutto di una copula ti frega. Sei sua per sempre ed inizi a vivere nel terrore: che possano fargli del male, che possa farsi del male, ed è allora che scopri la tua ugola, gridi, sbraiti, canti... per tutto il resto della tua vita…e mentre cresce, etto dopo etto, ti rendi conto che sei ancora donna e che desideri ancora. Allora scopri che la tua natura sa stringersi ancora al piacere e che sa farsi guanto e che lui, lo stronzo, ti desidera ancora e lotta per farsi spazio tra te e tuo, suo, vostro, figlio. Lotta per farsi amare, per non essere messo da parte. È così che impara che un figlio può diventare un’arma contro la donna, contro il suo desiderio di libertà ed indipendenza, contro la necessità di essere individuo e non componente di una coppia, di una famiglia.

Passano gli anni e padre e madre si scoprono complici e alleati nella lotta contro tutto e tutti, anche contro di lui che vuole andare via, che cerca la sua dimensione. E tu madre lo rivuoi dentro di te, parte del tuo corpo, nel tuo utero ormai sterile, al sicuro…tuo, per sempre, così che i tuoi desideri siano i suoi, ed i suoi tuoi.

E poi arriva il giorno in cui lo lasci andare e lo guardi con le spalle curve ed il passo incerto andare verso la vita e gli urli per l’ultima volta di alzare le spalle e guardare avanti e vedi la sua donna prendere la sua mano e lo vedi raddrizzare le spalle e andare con passo sicuro verso il futuro e tu sei consapevole che comunque sarai sempre la sua mamma e lo rivedi brutto e grinzoso batuffolo vecchio di un giorno e attraversi in un lampo la sua e la tua vita e con lo sguardo su di lui tiri un gran respiro e ricominci il tuo cammino, da sola.

Sei alle soglie dell’autunno e riprendi la melagrana che ti hanno messo tra le mani tanto tempo fa e che hai lasciato cadere. Allora la stringi e senti colare il succo, rosso, dolce e aspro tra le tue cosce e ti senti ancora viva, ancora donna e aspetti lui, con il suo sguardo solare, e lo vedi avvicinarsi, e lo vedi sedersi ai tuoi piedi e lentamente bere il sangue del frutto colto e spremuto, che continua a colare tra le tue cosce e si ferma lì, e non va oltre il limite della tua gonna e senti il tuo ventre fremere e spaccarsi nel rinnovato piacere dell’attesa e sorridi perché gli anni e tuo figlio ti hanno insegnato che la pazienza e l’attesa ti portano in dono la gioia ed il piacere della vita.

 



Commenti

pubblicato il 03/10/2005 21.35.28
Raffaele Gazerro, ha scritto: Un racconto che è "pulp", ma pure verità (mio Dio, che termine), in quanto la verità la devi estorcere a te stesso, alle convenzioni sociali, all'istinto familiare, ai guardoni che sul web in qualche modo - più o meno lecito - ti spiano. Qui c'è coraggio, c'è scrittura, c'è sangue e sudore. Poi ci pensa la vita - forzatamente, come nel finale dello scritto - in qualche modo, a farci accontentare...
pubblicato il 22/12/2005 20.31.55
Simone84, ha scritto: bello. mi hai ricordato una cosa ke una volta ho detto nel vano tentativo di difendermi: "io nn dico bugie. io ritaglio la realtà secondo i miei desideri."

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