ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 27 settembre 2005
ultima lettura domenica 2 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il nuovo universo

di Guido Borsetto. Letto 1320 volte. Dallo scaffale Fantascienza

IL NUOVO UNIVERSO 1 Dalla trasmissione “L’alba di domani” del 13 Agosto 2001 Presentatore. “Ci dica, signor Perry, come intendete colonizzare...

IL NUOVO UNIVERSO 1 Dalla trasmissione “L’alba di domani” del 13 Agosto 2001 Presentatore. “Ci dica, signor Perry, come intendete colonizzare Marte?” “Siamo un gruppo di studiosi, non intendiamo colonizzare nulla. Lo metto in chiaro sin da subito. Abbiamo semplicemente proposto un piano per rendere possibili insediamenti sul pianeta. Il problema della vita su Marte è la mancanza non solo di acqua, ma anche di un’atmosfera, per cui di aria respirabile. Il problema della vita sulla Terra è l’inquinamento prodotto dalle industrie. La semplice risposta ai problemi di entrambi i pianeti è quello di trasferire alcune fabbriche su Marte. Si potrebbe ipotizzare l’estrazione di minerali, presenti in gran quantità sul pianeta rosso. A questo punto, le fabbriche produrranno inquinamento, che porterà ad un riscaldamento, ed alla creazione di un’atmosfera, seppur altamente inquinata. Con il tempo l’aria si pulirà da sola, e cominceranno ad avere luogo i fenomeni atmosferici tipici della terra.” “A quel punto, chi crede che abbia interesse a trasferirsi?” “Io non ci penserei due volte. L’attrattiva principale è quella che ha mosso la colonizzazione di tutto il nostro pianeta. Si creerà un ecosistema completamente differente dal nostro, nuove terre da esplorare, nuove specie animali e vegetali. Certo all’inizio sarà un’avventura, ma con il tempo si costruiranno strutture sempre più affidabili, sino all’edificazione di veri e propri insediamenti stabili, concepiti in maniera differente da quella terrestre.” Dal Corriere della Sera, 24 Gennaio 2015 VIA LIBERA ALL’INDUSTRIALIZZAZIONE MARZIANA Il Governo Americano ha autorizzato l’insediamento a scopi industriali Da La Stampa, 4 Febbraio 2016 METALCO: PIONIERI DA MARTE Mc Ragg apre la prima industria tutta marziana. Agevolazioni per le nuove fabbriche. Dal Mars Express, 2 Marzo 001 RAGG-CITY. INIZIA L’AVVENTURA Edificata la prima città, intitolata al primo insediatore: Stephen Mc Ragg. 2 “Sono ormai secoli, ragazzi, che non siamo più terrestri.” Disse ai suoi allievi. “Da generazioni viviamo su Marte, e ormai non somigliamo più ai nostri genitori. Loro sono bassi, grossi e più robusti. Non riescono a vivere qui come ci riusciamo noi. Ci siamo evoluti, ci siamo adattati al nostro nuovo mondo.” “Maestro. Perché siamo così alti e magri?” “Perché la forza di gravità è maggiore, qui. Per questo siamo alti e snelli, per subire questa forza il meno possibile. Lo capirai meglio quando sarai più grande. Comunque la forza di gravità è quella che ci tiene attaccati al suolo, che non ci permette di volare senza le ali.” Da qualche anno, dopo le lezioni, Elias raggiungeva le rive del lago Otis, dove rimaneva fino a notte calata, a guardare il tramonto e le stelle riflettersi sulla superficie. Era curioso di sapere cosa ci fosse oltre. Aveva visto la Terra più volte, sempre attraverso fotografie o filmati, mai dal vero. Aveva studiato molto sull’argomento. Le relazioni tra i due pianeti, prima molto intense, si facevano sempre più rade. Si tendeva ad ignorarsi il più possibile. I marziani temevano l’inquinamento che portavano i loro vicini. Non volevano arrivare al punto al quale erano arrivati loro. Anche i terrestri, dal canto loro, avevano ormai subito metamorfosi consistenti. Rimaneva in riva al lago da solo per qualche minuto. Aveva un amico che lo raggiungeva ben presto, ed insieme, seduti l’uno al fianco dell’altro, contemplavano la superficie rossa del lago, che si increspava spinta dalla brezza serale che spirava ogni sera tra le colline poco distanti, creando un piacevole vortice rinfrescante. Anche quella sera, anche dopo quella lezione, si recò al lago. Ma il suo piccolo amico dal becco a papera non si presentò. Lo attese per tutta la notte, e lo pianse la mattina. Non poteva pensare che vivesse in eterno, ma lo aveva fatto comunque. Fu in quella mattina, più fresca del solito, che decise di partire, di prendere il suo mezzo e di recarsi alla stazione orbitante, per raggiungere la Terra con il primo navibus che riuscisse a trovare. 3 Si alzò da terra scrollandosi di dosso tutta quella maledetta polvere. In quella zona era così sottile che ci volevano ore per togliersela tutta di dosso. Sembrava quasi dotata di ventose. Si incastrava in ogni piccola imperfezione della pelle o dei vestiti. Ci voleva più di una doccia per lavarsela di dosso. Tossì. “Dannazione.” Disse. “Mi si è incastrata…” tossì “…nelle branchie.” Non riusciva a ricordare che cosa ci facesse, sdraiato per terra in mezzo al nulla, sotto il sole di mezzogiorno. Doveva essere stato ubriaco non poco, per non ricordare come fosse finito nel deserto. Ma anche ipotizzando un’ubriacatura con i fiocchi, di certo non avrebbe potuto camminare fin lì da un centro abitato, nemmeno occupandoci una giornata intera. Era troppo basso per poter correre così veloce. Faceva passi piccoli, come ogni altro umano. Possibile che avesse guidato, ma perché avrebbe nascosto la sua auto a se stesso? Non aveva senso. Rimaneva la possibilità che qualcuno ce lo avesse portato. Forse a morire. Eppure non ricordava di risultare scomodo a nessuno. Si guardò intorno cercando un punto di riferimento, un posto da raggiungere… qualsiasi cosa. Non vide nulla. In compenso cominciò a percepire un vago mal di testa, che cercò di ignorare da subito. “Pensa ad altro, e non sentirai il dolore.” Era solita dirgli sua madre quando era piccolo. Almeno quella volta non funzionò. Si guardò intorno di nuovo, poi decise che una direzione sarebbe valsa un’altra. Da qualche parte sarebbe arrivato. Si incamminò. “Cazzo, i cavalli galoppano.” Lo diceva ogni volta che gli veniva un forte mal di testa. Aveva letto quella metafora in un vecchio libro, di quelli che erano stati salvati dall’esplosione nucleare che per poco non distrusse l’intero pianeta qualche migliaio di anni prima. Era L’incendiaria, di Stephen King. Aveva ritenuto molto azzeccato paragonare i battiti forti e rapidi, tipici dei mal di testa di cui soffriva sin da bambino, al galoppo dei cavalli. Per fortuna portava sempre delle pastiglie con sé, nel caso in cui ne avesse bisogno. Più per abitudine, però, che per necessità. Erano anni che non ne soffriva più. Prese la pillola. Sentì i cavalli rallentare al passo, per poi fermarsi. Camminò per ore, senza mai raggiungere nulla, e senza mai vedere nulla di diverso da dune di sabbia verde come la carta riciclata. Si sedette per riprendere le forze e chiuse gli occhi, il volto rivolto al cielo. Nel silenzio più assoluto qualcosa lo costrinse ad aprire gli occhi di nuovo. Sentiva un fruscio costante, come di un motore ad idrogeno liquido. Vide lontano, sopra la sua testa, un vecchio velivolo che passava. Qualcosa si staccò e cadde al suolo, rallentato da un paracadute, poco distante da lui, forse una o due dune più in là. Vi si diresse, sperando di trovare viveri. Magari anche solo acqua. Sarebbe già stato un gran passo in avanti. 4 Quando arrivò alla stazione orbitante, si recò al centro informazioni, dove gli dissero che il primo navibus per la Terra sarebbe partito dopo due ore. Era stato fortunato, perché ormai ne partiva, quando andava bene, uno ogni settimana o due. Comprò un biglietto e si sedette sulle panchine ad aspettare. Era solo ad attendere, e fu il solo a partire. Le navibus rimaste erano vecchie e malconce, ma Elias si adattò a quello che poteva avere. Era tempo che desiderava andare sulla Terra, non avrebbe certo rinunciato per un po’ di scomodità. Non c’erano finestrini, aboliti agli albori dei viaggi Terra-Marte dopo che un ragazzino lo aprì per gettare la carta di una caramella. Furono abolite anche le pareti trasparenti, per cui non si vedeva altro che il grigio metallo. I sedili erano passabili, non certo avvolgenti, ma abbastanza morbidi da non indolenzire il corpo. La partenza fu brusca, e lo costrinse a stringere i braccioli più forte che poté, per la paura e per non finire schiacciato contro lo schienale. I motori erano molto rumorosi. Riuscì ad addormentarsi nonostante tutto. Quando si risvegliò, era a terra, imbavagliato, con mani e piedi legati tra loro, come fosse stato un sacco. Il copilota sedeva di fronte a lui. Quando si accorse che aveva aperto gli occhi, l’uomo prese dalla tasca un pacchetto di sigarette, batté sul fondo, e se ne lasciò cadere una sul palmo. Rimise il pacchetto al suo posto, e guardò quella che aveva in mano mentre se la rigirava e la batteva per condensare il tabacco. Fissò negli occhi la sua preda con amorevole sfida, come si guarderebbe un cane che punti al cibo sulla tavola. Distolse lo sguardo per infilarsi la sigaretta nell’angolo sinistro della bocca. Estrasse un accendino dalla tasca dei pantaloni e cominciò a fumare. Fece una boccata a pieni polmoni, e gliela rigettò in faccia. “Vedi.” Disse l’uomo. Fece una pausa, come per pensare a cosa dire. “Quello che non capisco di voi marziani è perché decidiate, di tanto in tanto, di andarvene a passeggio sulla Terra. Voglio dire, avete un pianeta tutto per voi, perché non vi accontentate di quello? D’altro canto capisco la vostra curiosità nei confronti di uomini superiori. È evidente che degli individui stupidi e malformati come voi possano provare invidia nei nostri confronti, ma ciò non toglie che ve ne dovreste rimanere a casa, senza tanto rompere i coglioni. Lo dico con gentilezza. Nulla di personale, spero che tu questo riesca a capirlo. Magari fammi un cenno con la testa.” Elias annuì preoccupato, senza nemmeno rendersi conto di averlo fatto. “Quello che sto cercando di spiegarti, è che non può continuare così.” Parlava con voce profonda, seria. Teneva la testa appoggiata alla mano destra, con la sigaretta tra l’indice ed il medio. Sembrava che cercasse di trovare le parole più semplici per esprimere un concetto di per sé molto complicato. “Va tutto bene, se rimanete nei vostri confini, ma non è proprio il caso che vi spingiate oltre. Non trovo che possiate servire a qualcosa, ma nemmeno posso sterminarvi tutti, né mi invoglia l’idea. Il fatto è che non venite buoni nemmeno come schiavi, non siete abbastanza forti e resistenti. Che diavolo, non mi interesserebbe nulla di voi, se non vi avessi tra i coglioni così spesso.” Fece una pausa riflessiva, battendosi il palmo sulla fronte. “Scusa. Ho esagerato, sono stato scortese. Vedo di concludere, così la facciamo finita. Sei stato sfortunato, ragazzone. Non ci sono testimoni da nessuna parte, e farai da esempio per tutti i tuoi simili. Ti abbiamo dato un paracadute, giusto per sistemarci la coscienza, tanto morirai comunque. Ora. Adesso apro il portellone, e te ne saltelli fuori senza che io debba fare nulla, o ti ammazzo di persona. Ti lascerò nel bel mezzo del più grande deserto al mondo. Morirai di stenti, probabilmente per la sete, e soffrirai molto. Però sarà tutto nelle tue mani, ed avrai tempo per pensare. Alla fine capirai che non potevo fare diversamente, che è una questione molto importante per l’universo intero. Capirai che i marziani sono il più grande errore. Adesso ci salutiamo, siamo arrivati a destinazione.” Elias non si mosse. Era impietrito, continuava a guardare il suo aggressore negli occhi, incredulo di quanto che gli stava accadendo. Non riusciva a muoversi, non riusciva a pensare. La sua testa si era completamente svuotata di ogni pensiero, di ogni capacità di raziocinio. L’uomo lo prese per la corda che gli legava le mani, lo trascinò fino al boccaporto, e li lo lanciò. “Morto che vola.” Urlò. “Apri il paracadute, quando ti gira.” Chiuse il boccaporto e si dimenticò l’intera faccenda. 5 “Ragazzone! Svegliati ragazzone.” Queste parole sembravano venire da molto lontano, forse abbastanza lontano da poterle ignorare. Voleva dormire ancora. Si sentì colpire al volto una, due, tre e quattro volte. Allora reagì, allora decise di smettere di dormire. Aprì gli occhi, e vide un uomo molto piccolo. Ricordò tutto in un istante. Fu come un pugno dritto nello stomaco, che gli mozzò il fiato. Solo dopo capì che quell’uomo non era lo stesso che lo aveva lanciato dal velivolo. Vedeva tutto sfuocato, ed imputò il fatto alla caduta. Ma con il tempo non migliorò affatto. “Dove sono?” chiese all’uomo. “Non lo so nemmeno io, mi dispiace.” Il marziano era alto più del doppio di lui, nonostante fosse seduto, ma questo non lo intimoriva affatto. Aveva tanto sperato di trovare delle provviste, dietro quelle dune, ma non ci aveva contato troppo. “Mi chiamo Scnorky. Stavi facendo esercitazioni di volo? Ti ho visto cadere da molto in alto.” “Devo essere svenuto in aria. Ricordo che un uomo mi ha lanciato da un navibus. Ho aperto il paracadute, ma non ricordo l’atterraggio. Comunque io sono Elias.” “Siamo in mezzo ad un deserto, forse è meglio se ci mettiamo in cammino il prima possibile. Riesci ad alzarti? Ti darei una mano, ma non ci arrivo.” “Devo ancora riprendermi, non riesco a vedere bene. È tutto offuscato.” “Mi spiace, ma non credo che la tua vista potrà mai migliorare. Almeno non fintanto che sarai sulla Terra. La nebbia che vedi non è nei tuoi occhi, ma tutta intorno a te. Io non la vedo, ma tu non ci sei abituato sin dalla nascita. È l’inquinamento. Ci siamo immersi da più di un secolo, per cui non lo notiamo più. Per te è una cosa nuova. Migliorerà, con il tempo. Per il momento lascia che ti guidi io.” “Dove andiamo?” disse Elias. “Credo da quella parte, ma non so dove si arrivi. Non conosco questo posto, non posso fare da guida, ma spero proprio che riusciremo a raggiungere qualche cosa. Adesso che ci sei tu, dovrebbe essere più semplice. Alto come sei dovresti vedere più lontano di me, magari riesci a scorgere qualcosa di utile.” “Mi dispiace darti una cattiva notizia, ma non vedo oltre quella collinetta.” “Quale collinetta?” “Quella di fronte a noi. Non ce ne sono molte.” “Intendi dire quella?” Indicò con il dito. “Si, proprio quella.” “Io la chiamerei una grande collina, non una collinetta. Non è poi così bassa.” “Forse mi sbaglio, magari la nebbia distorce le dimensioni. Scopriremo chi aveva ragione quando saremo lì. È giusto una motivazione in più per arrivarci il prima possibile, non trovi?” “Già.” Non disse altro per tutto il tempo, preoccupato com’era di non riuscire a stare al passo con Elias, le cui gambe erano più alte di lui. Impiegarono mezza giornata abbondante per raggiungere il promontorio. Scnorky era affannato, per cui si fermarono alla base per riprendere il fiato. Si dissetarono con le bottigliette d’acqua che Elias portava sempre con sé. “Vedi che avevo ragione io? Non è affatto bassa questa collina.” Disse asciugandosi le labbra con il dorso della mano. “Da dove vengo io, le montagne sono ben più alte di questa. Forse tu non sei abituato alle vette cui sono abituato io. Questa è poca roba, al confronto.” Prese la bottiglia dalle mani del compagno e sorseggiò. “Anche da noi ci sono montagne molto alte. Non qui in zona, è evidente, ma ce ne sono. Che diavolo, guarda qui.” Bevve un altro goccio. “Sarà una lunga scarpinata. Prova a pensare quante volte dovrò mettere un piede davanti all’altro prima di arrivare alla cima.” Alzò la testa e si deterse il sudore dalla fronte, d’istinto. Anche Elias guardò in alto, perplesso. Secondo lui bastavano pochi passi. Che cavolo diceva? Poi abbassò lo sguardo per dirglielo, ma si bloccò. Scnorky lo stava guardando dal basso all’alto. Scoppiarono a ridere. Era evidente che non ritenessero la collina delle stesse dimensioni. “Certo che per te deve essere qualche passo in meno, a guardarla.” “In effetti non ci avevo pensato. Deve sembrarti proprio alta, vista da così in basso. Senza offesa, beninteso.” “Non ti preoccupare, siamo fatti tutti così, in questa parte del pianeta. Sarà una lunga passeggiata, forse è meglio se ci avviamo. Arrivati in cima sapremo se abbiamo camminato nella direzione giusta. Magari, dall’alto si vede più lontano.” Camminarono a lungo, perché Elias era costretto a seguire il passo dell’amico, non potendolo portare sulle spalle. Il suolo era sabbioso, fatto che non aiutava certamente a salire rapidamente. Di tanto in tanto scivolavano con un piede, e si ritrovavano distesi per terra. Raggiunta la sommità, si fermarono a contemplare il paesaggio desertico che si stendeva davanti e dietro di loro. “Vedi nulla, Elias?” “Tanta nebbia. Ma, più che altro, tanta sabbia.” “E quello? Quello lo vedi?” Indicò con il dito un’ombra lontana. “Non vedo niente, a parte la sabbia. Credo che ti sbagli. Non c’è nulla. Forse un miraggio.” “Magari ti sbagli tu.” “Sono più alto di te, e non di poco. Vedo più lontano.” “Vedi altro?” “No, nulla. Cosa facciamo?” “Andiamo dove dico io. Almeno raggiungeremo un miraggio.” Discesero la collina ed affrontarono nuovamente la piana desertica, questa volta più sconfortati. Non c’era dubbio sul fatto che Elias vedesse più lontano. Non poteva essere diversamente. Non sarebbero mai arrivati da nessuna parte. Sarebbero morti in quel territorio deserto, soli al mondo, senza nessuno a piangerli. Ma l’ombra non spariva. Si faceva sempre più imponente. “Mi hai contagiato, con il tuo miraggio. Ora lo vedo anche io.” “Moriremo inseguendo lo stesso sogno. Che romantico.” La mezzanotte era trascorsa da tempo, quando raggiunsero Critana. La città dormiva di gusto, non un solo rumore per la strada, non un solo movimento. Si sedettero sul bordo della fontana, ed attesero l’alba in silenzio. “Non capisco perché tu abbia visto la città prima di me, nonostante la tua altezza.” Disse Elias, d’un tratto. Parlava sottovoce, per paura di disturbare. “La nebbia.” Scnorky era insonnolito, faticava a parlare. “Come dici?” “Tu non sei abituato all’inquinamento della Terra. Vedi ancora tutto annebbiato, vero?” “Già. Ma non capisco. C’è anche per te.” “Io ci sono nato. È più di un secolo che il pianeta è il queste condizioni. Ormai gli occhi umani si sono adattati. Ecco perché vedo più lontano di te: perché ci vedo meglio.” “Per cui, secondo te, i nostri occhi funzionano in modo diverso?” “Certo, è una questione di adattamento ad ambienti differenti. Non ci avevo pensato prima.” Si sedette. “Immagino che Marte abbia poco in comune con il paesaggio che vedi adesso. È più distante dal Sole, quindi la luce vi arriva con angolazioni diverse, con intensità minore, magari. Quello che vediamo è legato alla nostra esperienza. Gli occhi non mostrano nulla di oggettivo, almeno non per tutto l’universo. Non sono le forme a cambiare, ma il nostro modo di percepirle. È per questo che avevamo pareri tanto contrastanti, nonostante parlassimo della stessa cosa. Proviamo un esempio pratico.” Andò alla cabina telefonica all’angolo, strappò un foglio dall’elenco, e lo mostrò ad Elias. “Di che colore è questo foglio?” “Rosso. Perché, tu lo vedi di un altro colore?”


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: