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lavoro pubblicato domenica 25 settembre 2005
ultima lettura mercoledì 10 luglio 2019

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Novecento europeo

di Francesco Bove. Letto 1005 volte. Dallo scaffale Sogni

La notte friabile, annuvolata di umido, lascia spazio dolcemente ai primi raggi solari. La prima edicola mette in mostra l’adulto gioco politico, la ...

La notte friabile, annuvolata di umido, lascia spazio dolcemente ai primi raggi solari. La prima edicola mette in mostra l’adulto gioco politico, la cronaca, l’incanto dello sport. Le ultime grida dal fondo di un motel, sospiri, violoncelli incalzanti e dopo l’estasi finita. Ed io, ebbro di immagini, vertigini blu di cinema, cammino in due, solo con me stesso. La prima corsa del tram numero uno, la sua anima è ancora nuda, il buio è lontano un mare. La tenerezza dell’ultimo motel svanita nella sua memoria incantata, lui attraversa le vite degli altri e scappa via col semaforo rosso. E’ la sua dimostrazione di affetto. Stivali e giacca di velluto blu, quasi oro i miei occhi, svogliato di virtù mattutine, macino sotto le mie scarpe la strada di pomice, sorriso lirico ora che la mia anima malinconica se n’è andata a dormire. L’ultimo tram passato, discanto nel vento, e, laggiù nella foschia di diamanti, lei è presente, assenza incontaminata della mia fantasia, parla con una voce ignota, antica, distratta. Senza classicità è questo temporale d’inverno, perciò abbracciami, siamo sensibili alle variazioni dello spirito, angeli perversi, paesi defraudati, ragionieri in affitto. Nel novecento l’esistenza è un tango gridato, è un compendio languido, la gente è frigida, grava su di noi questo paesaggio di guerra, siamo stati illusi di vincere, la mia vita è una maitresse. Perciò di baci coprirei il tuo corpo, astratto erotismo disincantato, noi, alteri fuggiaschi, cerchiamo altrove l’altrove, di pianoforti scordati e dimenticati io ricordo le donne che mi sedevano accanto, io ricordo le storie di amori bruciati suonati su quella morbida tastiera, io ricordo il fumo dei night, i bombardamenti, la siccità. Ed ora è il tardo novecento, mentre le stelle cadono sull’asfalto, io accenno ad un passo ridondante di danza argentina, il primo bar delle sette apre la sua porta ai ragazzi dell’universo caffè. Muliebre cipria nell’aria che sa di maggio, io sento quest’essenza che ha sedotto il mio deserto, sarà il tuo odore di sogno ormai disteso su di me, fuori l’attualità è un arido sorriso, un fiore di campo strappato all’avvenire romantico di café chantant, di teatri pieni ma purtroppo oggi tanto vuoti, io voglio essere il protagonista di questo aromatico oblio, io voglio essere il tuo oblio. Ti ho comperato delle rose, ad esse ho allegato un biglietto con la mia firma, per uscire dall’anonimato, per semplificarti il mio affetto in un’espressione sintomatica. Il tuo silenzio osceno ha emozionato le mie mani, intercetto la tua banda sensoriale, sei qui con me e dici che mi ami. Tremo, è colpa tua se tremo, aspetto la tua rosa da possedere, sarà passione e desiderio il nostro amore, ti farò rosse domande, ansimerai distorta, aspetterai ansiosa la mia competenza, i tuoi pensieri attaccati ad una viziosa onirica lussuria saranno scaduti quando il mio sguardo andrà oltre la tua ambizione, vetusto viaggio su un letto calante. La mia vita sarà polvere d’oro per te. Quest’epoca tinta di nero è il fantasma di una notte mai tramontata, sferro il mio colpo basso alla vita presa in prestito, lascio tutto alle mie spalle, vado via, ritornerò, sì, te l’ ho promesso, ritornerò.


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