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lavoro pubblicato venerdì 23 settembre 2005
ultima lettura sabato 1 novembre 2014

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Anime Oscure

di Guido Borsetto. Letto 1652 volte. Dallo scaffale Horror

1 Urlava dal dolore. Voleva solo che finisse. Non ce la faceva più, erano ore che andava avanti. Si era già pentita da tempo di non essere andata in ...

1 Urlava dal dolore. Voleva solo che finisse. Non ce la faceva più, erano ore che andava avanti. Si era già pentita da tempo di non essere andata in ospedale, e sentiva che le cose non stavano andando nel modo giusto. Era Agosto, la mezzanotte stava per arrivare, e a Luca mancava poco per uscire. Doveva mancargli poco, per forza. Non avrebbe retto ancora molto. “Coraggio, spinga forte ora.” Le diceva la levatrice, ma quasi non la sentiva. Lei stava spingendo! Dio solo sapeva quanto, e quanto male facesse. Quella stupida non sapeva nulla, aveva al più venticinque anni e nessun figlio. Se non avesse avuto problemi economici così gravi se ne sarebbe potuta permettere perlomeno una con più esperienza, se proprio non fosse arrivata a coprire le spese ospedaliere. Ma il caso non aveva voluto così. C’era stato un problema con Dio, quel giorno, e sentiva che ce ne sarebbero stati altri. Sperava almeno che non se ne fosse andato in pensione. La testa stava uscendo, e faceva un male tremendo. Neanche poi così tanto. Pensavo peggio. È solo che… Era solo che si sentiva debole. Stava guardando quello che accadeva, ma era come vederlo da fuori, una sensazione strana, le dava le vertigini. La levatrice aveva un’aria preoccupata, guardava ora il nascente ora la madre, come ad accertarsi che fosse sveglia. Un senso di spossatezza la invase, non riusciva più a spingere. Vedeva sé stessa mentre le palpebre si chiudevano, e la vista si offuscava. Sentì un urlo, una serie di pianti, ma aveva gli occhi chiusi e non vide nulla. D’un tratto la luce saltò in tutto il quartiere. Quando il black out terminò, dopo pochi minuti, lei non se ne accorse: era morta. Un lago di sangue ricopriva il letto e scendeva a rivoli verso il pavimento. Luca era nato, ma non avrebbe mai conosciuto sua madre. 2 “Cosa fai, piccola stupida?” disse. “Apri questa porta, o giuro che ti ammazzo appena esco.” C’era riuscita. Non aveva afferrato bene il come, ma c’era riuscita. Lo avrebbe lasciato uscire solo quando si fosse calmato, non prima. Troppe le volte in cui tornava in quelle condizioni pietose, troppe le volte in cui le picchiava. Non era mai successo, prima che cambiasse lavoro. Aveva bisogno di riflettere su quello che stava facendo a lei e alla mamma. Ecco perché quella sera, complice l’assenza di sua madre e le allucinazioni di suo padre, lo aveva chiuso nello sgabuzzino. Lei ci era finita dentro una sola volta, per aver ammazzato il gatto. Non avrebbe voluto, solo che lui non si faceva mai prendere, per cui, l’unica volta in cui riuscì ad afferrarlo, lo infilò nella lavatrice e la fece partire. Il gatto era morto, e lei si ritrovò nello sgabuzzino. Era buio e stretto, a fatica si riusciva a girarsi. La terrorizzava, più della sedia con i vestiti la notte, quando era a letto. “Devi pensare a quello che hai fatto.” Le dissero prima di girare la chiave. Pianse molto, poi si pentì e la fecero uscire per mandarla a letto. Anche suo padre si era comportato molto male, e anche lui doveva pensare. Per questo lo aveva chiuso nello sgabuzzino. Ci era entrato da solo, in preda a chissà quale nuova allucinazione. Lei aveva solo chiuso. Rimase davanti alla porta per venti minuti, e lui non smetteva di urlare. Si alzò per andarsene, ma lui la chiamò con un tono di supplica e di disperazione, con un sottofondo di paura. Sua madre le aveva detto che, quando era in quelle condizioni, non doveva ascoltarlo. Lei disobbedì. “Ti prego, gira la chiave. Per favore.” “No papà. Devi pensare a quello che fai quando sei così. Sei cattivo, io e la mamma abbiamo paura di te.” La voce le tremava. “Ti scongiuro, piccolina. Ti prometto che cambierà tutto, però apri questa porta.” “Più tardi ti aprirò, adesso vado nella mia cameretta.” “C’è qualcosa qui dentro.” Fu solo un bisbiglio, ma riuscì a sentirlo. “Ho paura, ci sono le anime oscure.” Lei non rispose, e lui non disse più nulla. Fece per andarsene, non poteva esserci niente. O forse no? Dallo sgabuzzino uscì un urlo straziato. “Aprimi subito! aiutami!” Non aveva mai sentito gridare in quel modo. Voleva aprire la porta, ma era paralizzata dal terrore. “Aiuto. Andate via. Schifose creature. Andatevene anime maledette, lasciatemi in pace.” Urlò per tanto tempo. Forse per una vita intera o forse per pochi secondi, Nicoletta non avrebbe saputo. Quando tornò a casa, Loredana trovò sua figlia davanti allo sgabuzzino chiuso, con le lacrime che le scorrevano lente sul volto, e con gli occhi persi nel vuoto. Si sarebbe ripresa dopo un paio di settimane. Ma Francesco Mufato, chiuso nello sgabuzzino, non sarebbe più tornato in vita. Ci vollero tempo e terapie per riuscire a convincere Nicoletta del fatto che suo padre si era ucciso da solo in preda alle allucinazioni prodotte dall’LSD e che le anime oscure non solo non c’entravano, ma nemmeno esistevano. Si riprese, ma non sarebbe più entrata in un luogo angusto. La chiamano claustrofobia, ma questa parola a dieci anni è difficile da imparare. 3 “Papà, com’è morta la mamma?” “Vedi, la mamma… Al diavolo, ormai hai undici anni Luca, è giusto che ti dica la verità.” Disse “È stato il buio a portarcela via.” “Ma tu mi hai detto che il buio non è pericoloso.” “Di solito no, amore, ma quella volta lo è stato. Eccome.” “È stato l’Uomo Nero, vero?” “No, l’Uomo Nero non esiste. È stato il diavolo a portarla via. Era arrabbiato con noi, e ha mandato qualcuno a prenderla.” Secondo i medici era morta per un’emorragia dovuta al parto. Loro potevano anche crederci, ma lui no. La levatrice gli aveva ben spiegato com’erano andate le cose, e prima del buio quel sangue non c’era, nessuna emorragia. Provò a dirlo ai medici, ma gli risposero che non era possibile, che la levatrice aveva mentito per evitare di essere accusata di omicidio. Non era colpa sua, non aveva i mezzi per aiutarla. Capita durante i parti in casa, ma lei si sentiva colpevole comunque. Lui preferiva credere alla levatrice. L’aveva vista in faccia. Aveva gli occhi spalancati, con le pupille dilatate. Sembravano due uova all’occhio di bue. Si capiva bene che era spaventata. “Ma perché la mamma è stata punita?” “Perché il Signore sa essere bastardo, figliolo. Diffida sempre di lui. Comunque tu comportati bene e non ti succederà niente. Non temere il buio, ti proteggerò sempre, anche quando non ci sarò più. È una promessa.” Lui cercò di comportarsi bene, ma non riuscì mai a stare al buio. Dormiva con almeno una piccola luce di posizione accesa. Aveva risolto il problema evitandolo, ma gli faceva una paura infernale comunque. 4 Si sedette sul letto e si strinse la testa con le mani. Si era laureato il psicologia per aiutare le persone, e per lo stesso motivo era diventato prete. Ma dopo aver militato per dieci anni nell’Esercito di Sua Santità il Signore Onnipotente si era reso conto di non avere il requisito fondamentale richiesto dal suo Generale. Aveva fede, l’aveva sempre avuta, ma questo non bastava per essere un prete. Per quello ci voleva la vocazione. Teneva la radio sempre accesa, ma sentiva solo scariche elettriche e un ronzio di fondo. Dall’altra parte nessuno aveva qualcosa da dirgli. Gli altri preti ricevevano una dolce melodia, ed un deejay angelico parlava loro con amore, l’aveva sentito, ma lui doveva aver sbagliato frequenza. Si alzò e raggiunse il frigorifero, dal quale prelevò una lattina di tè freddo al limone. Sorseggiò. Gli erano sempre piaciuti i gusti aspri, si sentivano forti in bocca. Era il momento per lui di dire basta. Non era un vero prete, né lo sarebbe mai stato. sarebbe tornato alla sua passione iniziale. “Come psicologo sarò molto meglio, quant’è vero che mi chiamo Franco Zago.” 5 In città c’erano due biblioteche, e a sedici anni già le aveva controllate entrambe da cima a fondo. Sulle anime oscure non aveva trovato nulla, se non qualche inutile racconto di autori in erba che nemmeno si degnava di prendere in considerazione. La vita è brutta di per sé, perché renderla ancor più terrificante con racconti horror? No, grazie. Meglio i racconti d’amore, melensi a non finire ma piacevoli. L’amore è l’unico sentimento in grado di nobilitare l’uomo, anche se porta alla sofferenza. La paura serve solo a rendere l’uomo un animale, sveglia gli istinti primordiali e li esaspera, fino a portare l’autoconservazione oltre la sopravvivenza di tante altre persone. Per la paura una sola persona potrebbe sacrificare l’intero genere umano. Si può avere paura anche nell’amore, paura di soffrire, di essere abbandonati o di non essere all’altezza, ma sono sentimenti diversi dalle paure animali. Non si considerava una ragazza romantica, ma pretendeva molto e si ritrovava sempre sola. Nessuno le concedeva più di una notte, e lei rifiutava con fermezza una tale esperienza animale. Non si considerava nemmeno una persona importante o superiore, no di certo, ma riteneva esistesse un motivo se era nata donna e non un qualsiasi animale selvaggio. Nicoletta non sapeva più dove sbattere la testa per trovare qualcosa che le potesse spiegare com’erano andate davvero le cose nello sgabuzzino di casa sua. Era solo un ripostiglio con alcuni vestiti, una scopa e alcuni panni per spolverare i mobili, per il resto non c’era altro che detersivi. Inoltre aveva visto e sentito suo padre nei suoi vaneggiamenti da drogato molte volte, e le sue visioni erano spesso assurde e fuori dalla realtà. D’altro canto lei non credeva che stesse vaneggiando, in quel momento, e credeva che nel ripostiglio lui non fosse solo. Anche lei aveva avvertito delle presenze, la volta in cui era stata rinchiusa a scontare il suo castigo familiare. Sapeva che c’era qualcosa. Ma quello che sa una bambina molte volte si rivela stupido o sbagliato agli occhi degli adulti. Ancora non era adulta, ma quel giorno, a cinque anni di distanza, lei ci credeva ancora, e non riteneva che due anni le avrebbero fatto cambiare idea. Per questo avrebbe perseguito nella sua ricerca finché non avesse trovato qualcosa. E questo qualcosa lo trovò in internet. Grazie ad una sua amica, appassionata di computer ed hackeraggio, riuscì ad entrare in un’area protetta e nascosta del sito del Vaticano. In quella pagina venivano scritte le comunicazioni non ufficializzabili sulle manifestazioni del maligno. In pratica veniva scritto tutto quello che la Chiesa riconosceva riguardo al lato oscuro della religione ma che non poteva rendere noto ai fedeli. Rio de Janeiro, 20 Marzo 1954 Una donna è stata trovata morta nello spogliatoio di una spiaggia poco distante dal centro. Non riporterò l’articolo per intero perché poco interessante ed evasivo. Sembra che la donna abbia avuto un collasso cerebrale, ma la polizia non riesce a capire come e perché. Il marito sostiene di averla sentita urlare, e di averla trovata morta dopo essere riuscito a scardinare la porta. Secondo il medico legale il cervello della donna ha semplicemente detto basta e si è spento. Non era la prima volta, ha detto, solo che di solito il cervello spegne le funzioni raziocinanti e mantiene attive quelle motorie e vitali. Secondo lui il fatto non ha nulla che vada oltre i confini della scienza. È avvenuto a notte inoltrata, e questo ha stimolato la mia curiosità. Indagherò a fondo sul fatto, essendo io convinto che si tratti di fenomeni demoniaci. Invio la presente chiedendo che ogni accadimento simile venga segnalato e posto alla mia attenzione. Esaminerò gli avvenimenti e Vi aggiornerò ad ogni nuova scoperta, cosicché abbiate anche Voi una visione d’insieme e possiate collaborare alle ricerche con i vostri mezzi molto più profondi. La lettera era firmata Padre Romero. Sotto, una nota informava di come la lettera fosse stata inserita perché era stata la prima riguardante le “Anime Oscure”. Seguiva una descrizione accurata delle Anime Oscure, identificate come gli spiriti degli assassini più efferati che, trovatisi alle porte dell’inferno, vennero rifiutati da Satana stesso. Anime maledette dal demonio. Nicoletta lesse con attenzione, poi spense il computer. Vaneggiamenti ecclesiastici, nulla più. Sperava di trovare qualcosa di più realistico, di plausibile. A quanto sembrava Francesco Mufato aveva solo avuto un’allucinazione tutta sua. Un favoloso viaggio mortale offerto dall’LSD. Una nuova frontiera nel parco divertimenti più costoso al mondo: un’avventura unica e definitiva, una giostra fantastica e realistica al tempo stesso. 6 Il giorno del suo sedicesimo compleanno suo padre organizzò una festa. Non era ancora maggiorenne, ma l’indomani si sarebbe potuto iscrivere al corso per la patente, e di lì ad un mese avrebbe potuto girare con un bel 125 in tutta libertà. Forse un Honda, se se lo fosse meritato. E se lo era meritato. Era lì che aspettava in garage, con i lucidi tasselli delle gomme che chiedevano solo di poter mordere qualcosa. Il motore scintillava come se fosse cromato riflettendo la luce che entrava dalla finestra. Ma lui non lo poteva vedere, era troppo impegnato nell’intrattenimento dei suoi amici. Avrebbe preferito una festa di notte, con tanto di musica e luci, ma per quella bisognava attendere il fine settimana. Si sarebbe accontentato del pranzo, per il momento. La grigliata riuscì bene, e fu contento più per quello che per i regali che aveva ricevuto. Non c’era per lui soddisfazione maggiore di vedere gli amici felici. Quella sera Luca cenò con suo padre a lume di candela. Erano molto legati, da qualche tempo, e si facevano forza a vicenda per il vuoto lacerante che aveva lasciato la madre nel darlo al mondo. La loro famiglia erano loro due, e non avrebbero voluto ridurla. Suo padre non si era più innamorato e non si sarebbe più innamorato. Dal canto suo, Luca aveva paura di legarsi, di soffrire come suo padre. “Non mi hai ancora chiesto di vedere il mio regalo.” “Pensavo che il regalo fosse la grigliata, papà.” “Anche, è vero. Ti sarebbe bastato?” “Altroché, è venuta proprio bene.” “Già. Avrei potuto risparmiare dei soldi, allora. Vorrà dire che lo porterò indietro.” “D’altronde sarebbe un peccato… ho ancora del posto libero in camera. Sai, sarebbe vuota e triste, altrimenti.” Si alzò e frugò per qualche secondo nel cassetto della cucina, dove teneva gli ingredienti per i dolci. “Auguri, figliuolo.” Disse porgendogli un piccolo pacchetto. Luca lo scartò e celò come meglio poté la sua delusione quando vide un modellino in scala miniaturizzata di una moto da fuoristrada. “B… bello!” disse senza guardarlo in faccia. Il divertimento di suo padre rimase nascosto a fatica sotto i lunghi baffi scomposti. “Un pensierino per la mensola sul tuo letto.” Seguirono alcuni minuti di silenzio. “Posso dirti una cosa papà?” “Avanti.” Ormai stentava a trattenersi. Quel silenzio non lo aveva aiutato. “Non credo che tu abbia rinunciato a molto decidendo di non riportarlo indietro.” Lo guardò dubbioso, timido, ma poi sorrise. A quel punto risero entrambi. “So quanto desideri questa moto. Ho pensato che, intanto, il modellino ti sarebbe potuto bastare.” “Senza dubbio. A proposito, ho trovato un lavoro come cameriere durante i fine settimana, comincerò il mese prossimo. Dovrei riuscire a mettere via abbastanza soldi, in un anno, per potermela comprare a rate.” “Certo, certo. Me lo aspettavo, a dirti la verità, e sono fiero di te. Ma io credo che tu ci tenga più di così.” Si fece serio. “Cosa intendi dire?” “Potresti affrontare il buio per lei. O no?” Un’espressione interrogativa gli invase il volto e un filo di speranza vi si insinuò. “Papà…” Era preoccupato, si tirò indietro e si rannicchiò facendosi il più piccolo possibile. “Papà, non so… I-il buio… P-Perché pensarci, no? Non c’è motivo. Io… forse… Ma perché dovrei farlo? Lavorerò, e non ne avrò bisogno.” “Calmati, Luca.” Si alzò e lo spostò con la sedia, inginocchiandosi davanti a lui. Gli prese le mani e lo guardò fisso negli occhi. “È stato un mio errore, mi dispiace averti raccontato quella storia, ma voglio rimediare. Non puoi rimanere con la paura del buio per tutta la vita. Te ne rendi conto?” “Non… non acceleriamo i tempi, è ancora presto. Mi passerà, stai tranquillo. Ma passerà da solo, con il tempo.” “Nessun tempo, è ora di finirla.” “Va bene, pa’. Quando comprerò la moto affronterò il buio, prima di ritirarla.” “Me lo prometti?” “Te lo prometto. Ora, però, cambiamo discorso.” “Fallo per tua madre, amore. Lei non avrebbe voluto vederti così.” Era sul punto di scoppiare a piangere. “Lo farò per chi vuoi, ma cambiamo discorso.” Fece per alzarsi, ma suo padre lo bloccò. “Cosa c’è ancora?” “Lo hai promesso.” “Stai diventando vecchio?” “È ora di tenere fede a quello che hai appena detto. Provaci almeno, ma con tutte le tue forze. Fai il primo passo.” “Di cosa parli? Manca almeno un anno.” Si alzò e raccolse il modellino dalla tavola. “Mettilo giù.” “È mio.” “In garage ti aspetto quello in scala 1:1. Devi solo prenderlo.” “Scherzi?” “Corri.” Scattò verso la porta che dava al salotto, uscì dalla casa e attraversò il giardino a grandi balzi. Rallentò e si fermò in mezzo all’erba. Le luci esterne erano spente, e la speranza che suo padre avesse acceso quelle in garage era stata spazzata via da un tornado bello grosso. Niente di niente. Era proprio buio. Senti, ciccio, è il momento. Guardati in giro. Non ci sono luci, e nemmeno torce abbandonate per terra né accendini. Ora voltati e, piano piano, senza farti notare, torna sui tuoi passi. Non si mosse. Che c’è, socio, non ti sembra una buona idea? “Sai quanto desidero quella moto. È forse il più bel fuoristrada che abbiano mai costruito, e di sicuro il più bello sul mercato ad oggi.” Capisco, ma non vale la pena. La voce nella sua testa cominciava ad agitarsi. Sembrava volesse piangere, ma rimaneva forte e sicura, per il momento. “Devo entrare.” Avanzò di due passi. Porca puttana! Potresti almeno tornare indietro a prendere una torcia. Ne hai un mucchio in camera tua. “Non avrei più il coraggio di tornare.” Frena, frena. Vuoi dirmi che se entrassi in casa torneresti in te e rinunceresti? Che aspettiamo? “Senti, socio, non so chi tu sia, ma lo devo fare.” Io sono te, la tua parte razionale. “Razionale un paio di palle.” Avanzò ancora. Si fermò dopo pochi passi oppresso da una sensazione di pesantezza e di pericolo. Non era solo. Qualcosa lo stava guardando dal garage, ansioso del momento in cui si sarebbe chiuso la porta dietro le spalle. L’hai sentito, vero? Non sei proprio idiota allora. Torniamo indietro, mi sembra meglio. “Non posso” avanzò. “Lo devo fare per mia madre.” Socio, mi dispiace darti questa brutta notizia, ma tua madre è morta sedici anni fa’ dandoti alla luce. “Mi sta guardando da lassù.” Fece un cenno con la testa verso le stelle, coperte dalle nuvole. Ecco, questa è una notizia nuova. Tua madre si è trasferita su Saturno. Puoi ancora andare a trovarla. Corriamo alla Nasa, magari ci aiutano. Non rispose alla provocazione, e continuò a mettere un piede davanti all’altro. Va bene, ho esagerato, ma se anche il paradiso fosse lassù, e tua madre non fosse laggiù, ci sono le nubi e non ti vedrebbe. La voce si fece tremolante. “Ti stai rassegnando.” La voce non rispose. La sua parte razionale si era spenta. Era andata a chiudersi in un posto sicuro fino a cessato allarme. In un modo o nell’altro. Si fece forza e coprì la distanza che mancava. Afferrò la maniglia e aspettò. Il vento salì d’intensità fischiando tra le assi di legno del garage. Un tremore lo attraversò per tutta la schiena, e la sensazione di essere spiato aumentò. Sentiva lo stomaco richiudersi in sé stesso. I suoi occhi saettarono da tutte le parti, cercando qualcosa, sperando che non ci fosse nulla. Vide l’oscurità attorno a lui, le sagome dei lettini e la griglia ormai fredda, e tutto sembrava muoversi verso di lui, sembrava volerlo stringere nella sua gelida morsa. Il cuore gli batteva forte nel petto e la testa creava vortici intorno a lui. La vocina piangeva nel suo flebile nascondiglio. Non entrare, per favore. Non farlo. “Per mia madre, per mio padre, e per dimostrarti che sei stupido.” Aveva intenzione di girare la maniglia, ma il suo braccio si stava ribellando, non rispondeva più al suo controllo. Non una sola molecola del suo corpo gli obbediva. Tremava come trema un picchetto della tenda alla prima martellata. Il campeggiatore martellava veloce, ma il terreno era duro, e un sasso fermava il picchetto. Luca tremava come in preda a brividi di freddo e stava sudando. Stringeva forte la maniglia con la mano rossa e bagnata. Il campeggiatore alzò il braccio e calò un colpo forte e mirato. Luca si voltò verso la casa. Suo padre lo stava guardando dalla finestra. Poteva immaginare il suo sguardo deluso ma ancora speranzoso a pochi centimetri dal vetro. Il sasso cedette e il picchetto affondò rapido nel terreno. Non sarebbe più uscito. Luca girò la maniglia, tirò la porta verso di sé ed entrò. La fioca luce che lo seguì attraverso la porta gli concesse una fugace visione della moto. Era lì, proprio davanti a lui. Non restava che prenderla e spingerla per pochi metri. Sarebbe stato facile se… SBAM! La porta si chiuse con violenza dietro le sue spalle. A quel punto era proprio tutto nero. Nessuna macchia indistinta, nessun appiglio. Solo vuoto e… E una presenza. Si, non aveva dubbi, qualcuno c’era e lo stava guardando famelico. Aveva ripreso a tremare e girava per il garage con le braccia tese cercando la porta. Trovò la moto, ma quello ormai era l’ultimo dei suoi pensieri. La porta! Trova quella cazzo di porta. CORRI! Era il panico. “Lo sto facendo.” Più veloce, cazzo. Più veloce! “Stai zitto, porca puttana. Più di così non posso.” Si fermò. Cos’era? Una volta aveva avuto una verruca, ed era guarito con la crioterapia. Ma quella cosa era più fredda. “Non lo so.” Fu un sussurro, ma gli sembrò un urlo. Qualcosa gli era passato accanto. Qualcosa di gelido, di pericoloso. Luca si girò di scatto in tutte le direzioni, uno spostamento d’aria alla sua destra. Si mise a correre e sbatté contro uno scaffale facendo cadere gli attrezzi da meccanico che c’erano appoggiati. Un martello gli cadde sul piede. Urlò per la sorpresa e si chinò a massaggiarlo. Avanti, idiota. Scappa! Si alzò, ma non riuscì a scappare. Delle mani viscide con unghie affilate lo strinsero e gli lacerarono la pelle sul collo e sotto gli occhi. “Aiuto! Aiuto! AIUTO!” Una mano gli tappò la bocca e gli strappò un centimetro di pelle sotto il naso. Altre due mani gli incisero il tessuto dietro alle orecchie. Provò a gridare, ma la mano premeva forte sulla sua bocca e non aveva intenzione di mollare la presa. Cercò di divincolarsi in tutti i modi, riuscendo solo a strapparsi i vestiti e a procurarsi altre ferite. Il suo corpo bruciava e non riusciva a reagire. Altre due mani gli presero i capelli e gli tirarono indietro la testa con forza. Si liberò la bocca mordendo e urlò, ma venne subito zittito da una forte pressione sullo stomaco, come se qualcuno si divertisse a prenderlo a testate sul basso ventre. Ma non vedeva nessuno. D’un tratto ci fu luce, e non c’era più nessuno. Suo padre lo aveva sentito gridare, ed era accorso con una torcia elettrica. Lo trovò seduto sul pavimento, la schiena appoggiata alla moto e la faccia insanguinata. Aveva anche degli ematomi sulla pancia, che si intravedeva attraverso la camicia strappata. Ebbe la sua moto, ma non sarebbe mai più stato al buio, mai più. 7 Digione, 26 Agosto 1966 Ci sono ulteriori sviluppi riguardo le ‘anime oscure’. Sembra che si tratti di anime talmente assetate di sangue e di vendetta da riuscire a prendere consistenza nel nostro Mondo, e in grado di ferire anche il corpo della vittima, non solo la sua anima. Non temono il Signore Onnipotente ma perdono materialità con la luce e non riescono a raggiungerla in ambienti vasti. In entrambi i casi – luce e spazi ampi – non sono pericolose. Il loro campo d’azione è perciò ristretto, ma quando riescono ad agire portano la vittima ad una sofferenza al di là di ogni possibile immaginazione. È l’anima stessa a soffrire nel momento in cui viene estirpata dal corpo. Sono certo che ci sia una sola cosa in grado di eliminare tali esseri ignobili: un’anima lucente. È una soluzione alla quale sono giunto attraverso logiche deduzioni. Solo la luce dell’anima può essere abbastanza forte da sovrastare la loro malvagità. Questa lucentezza viene raggiunta nel momento di massima vicinanza a nostro Signore. Non basta, pertanto, avere fede, ed una fede cieca, ma occorre essergli vicino. Padre Arnauld Roma, 11 Febbraio 2000 Padre Fabio Rinaldi, uno dei migliori padri esorcisti del nostro tempo, ha provato ad affrontare le anime oscure. Ha perso la sua vita insieme alla sua anima. Speriamo che il Signore abbia pietà di lui e che riesca a redimerlo. Se addirittura Padre Rinaldi non è riuscito nel suo intento proprio non posso immaginare che sia in grado di tanto. Sappiamo che gli esorcisti sono il braccio destro del Signore. Che Dio ci assista in quest’epoca tetra. Padre Osvaldo 8 “La sua paura radicata nei confronti del buio ha quindi avuto inizio con la morte di sua madre nel partorirla e si è poi sviluppata nel tempo per mezzo di accadimenti poco chiari. Con questo direi che la mia analisi è completa.” Luca lo guardò dubbioso. “Non si preoccupi, non ho in mente di essermi guadagnato il soldo con una deduzione così ovvia.” Sorrise. “ In verità ho idea che sia deluso dalle numerose sedute che hanno avuto come unico scopo quello di giungere a tale risultato, ma le assicuro che molte volte mi è capitato di trovare nelle soluzioni più evidenti delle deduzioni affrettate. Non è il suo caso, comunque.” “Mi fa piacere. Non ero venuto qui per avere queste risposte, ma per risolvere il mio problema.” “Capire la causa della sua nictofobia non ci ha portato vicini a risolverla. Questo perché nessuno può riportare in vita sua madre, né comunicare in alcun modo con lei, e suo padre le ha raccontato una storia per la quale lei non crederà più a nient’altro nemmeno di fronte ad un referto medico dettagliato. Non mi fraintenda, lo ha fatto per nobilitare la morte di sua moglie ai vostri occhi, ed è probabile che ci credesse con tutto il cuore.” “Mio padre non mi ha mai raccontato bugie. Sa bene quello che dice, è una persona molto intelligente.” “Ecco di cosa parlavo. Dobbiamo trovare una soluzione alternativa. Ci vorrà del tempo, ma vedrà che ci riusciremo. A questo proposito le chiederei di passare per di qui giovedì. È solo una proposta, si senta libero di declinare. Ho una paziente con una fobia diversa dalla sua ma con vari tratti in comune, e ritengo che ad entrambi potrebbero servire delle sedute insieme. Chiamiamole pure sedute di gruppo, ma ci saremo solo noi tre. Vorrei che aveste l’opportunità di confrontare i punti in comune delle vostre paure.” “Mi imbarazzerei alquanto, dottore.” “Questo non è un no.” Disse il dottor Zago. “Non lo è, ma non sono affatto convinto. Perché dovrebbe essere così importante?” “Perché, vede, credo che abbiate sviluppato la stessa paura attraverso fobie diverse. Lei è nictofobico, mentre l’altra mia paziente è claustrofobia. Questo vi differenzia, ma nel buio o in spazi angusti, entrambi temete delle entità uguali, almeno dalle vostre descrizioni. Non mi so spiegare il motivo, è strano, ma è così. Farò delle ricerche al riguardo, e spero di trovare qualcosa entro giovedì, così potremmo parlarne insieme, ecco tutto.” “Mi farò forza, dottore.” Farsi forza gli sarebbe servito e ci sarebbe riuscito, ma avrebbe avuto occasione di pentirsi presto. Anche Nicoletta Mufato aveva accettato, ma lei non avrebbe avuto occasione di pentirsi. 9 L’imbarazzo regnava sovrano nello studio dello psicologo, quel giovedì. Non erano solo i due pazienti ad esserne soggetti, ma anche Franco Zago. Durante i due giorni precedenti aveva svolto approfondite ricerche sulle paure dei due, e quello che aveva scoperto, per quanto improbabile fosse, andava pur sempre riferito. Il problema era come. Fuori il vento spazzava rumorosamente le strade, e riecheggiava possente nei vicoli, mentre la pioggia che picchiava violenta contro la finestra risuonava cupa nel silenzio innaturale della stanza. Tutti e tre si guardavano le mani giocherellando con le dita, chi per l’imbarazzo di dover esternare le proprie paure ad un perfetto sconosciuto, chi per l’indecisione sul da farsi. Fu lo psicologo a prendere la parola per primo, sospirando e rassegnandosi all’idea che in ogni caso quella cosa andava fatta. Via il dente, via il dolore. “Come promesso ho dato un’occhiata in giro per vedere di capire cosa vi attanagli e non vi consenta di vivere una vita spensierata. Prima di raccontarvi quello che ho trovato mi sento di dovervi fare una premessa fondamentale. Negli anni passati sono stato un prete. Ho lasciato la Chiesa non per mancanza di fede ma perché non ho mai ricevuto la Chiamata. In poche parole mi mancava qualcosa per poter essere più di un credente professante. Per questo ho deciso di appendere la tonaca al muro, ma rimango comunque un forte credente. “Detto questo arrivo al dunque. Non c’erano informazioni al riguardo in nessun manuale di medicina, di psicologia o psichiatria, e niente nemmeno in internet. Nessun libro di sorta se non un paio di racconti di narrativa, cosa che esula dal mio campo. Una sola cosa ho trovato: un sito internet nascosto del Vaticano. Ho potuto accedervi grazie al fatto che sono stato prete. Quello che ho trovato non vi piacerà, però.” “Lettere di preti e vescovi da tutto il mondo.” Disse Nicoletta. “Esatto.” Disse. Fece per continuare, ma si insospettì. “Come fa a saperlo?” “Ho fatto ricerche anch’io alcuni anni fa. Un’amica mi ha dato una mano per le faccende più… per il computer, insomma. Ci sono solo vaneggiamenti clericali riguardo a sottospecie di fantasmi e bla, bla, bla…” Agitò la mano annoiata. “Senza offesa dottore. Ma non ci sono riscontri reali.” “Si dà il caso che io sia andato più a fondo. Ho letto gli articoli che riguardavano i casi descritti, e abbia trovato analogie interessanti. Per questo motivo ho chiamato in vaticano e mi sono fatto spiegare la faccenda. Raccontò loro di come la Chiesa avesse scoperto queste presenze e del motivo per cui i giornali ed i vari manuali non riportassero nulla al riguardo. Le anime oscure sembrava colpissero subito la vittima, senza lasciarle via di fuga, senza prima farle assaporare la paura, la consapevolezza della loro morte. Per questo nessuno ne è a conoscenza. Le morti sono imputabili a cause spiegabili attraverso la scienza, ma solo per gli effetti provocati dall’asportazione dell’anima da parte delle anime oscure. Luca rimase scosso da quelle rivelazioni, perché aveva vissuto in prima persona le esperienze descritte dal dottore, sapeva esattamente la sensazione che si provava. Quelle voci sussurrate, quel freddo improvviso, il tocco di quelle mani viscide, quei movimenti d’aria e quel dolore lancinante di lacerazioni e di strappi, la pelle che si spacca, le convulsioni che ti attanagliano d’improvviso… Nicoletta vide le sue convinzioni crollare. Non era più sicura che i vaneggiamenti clericali fossero effettivamente vaneggiamenti. Forse una verità c’era. D’altronde era questo che aveva sempre creduto. Non poteva essere altrimenti. Suo padre l’aveva avvertita, le aveva detto a chiare lettere che qualcosa c’era con lui nello sgabuzzino, e guarda caso lo sgabuzzino era una camera piccola, ma anche buia. Forse le anime oscure esistevano davvero. Ma se così fosse stato… “Perché io sono qui?” Luca si riprese di colpo. Prima era tutto chiaro, in fondo era come se tutte quelle cosa già le sapesse. “Perché sono sopravvissuto?” “Non lo so. Forse c’è qualcosa che ti lega profondamente con il nostro mondo, qualcosa che ti protegge, che impedisce alle anime di trascinarti via con loro. Può essere tuo padre, visto il rapporto che avete, o magari il ricordo di tua madre, di una madre che conosci dai racconti, alla quale ti sei legato nel profondo, ma che non hai mai conosciuto. Io proprio non lo so.” Fu una seduta particolare. Per quasi tutto il tempo parlò solo il dottore. I due pazienti lasciarono lo studio insieme, afflitti e preoccupati. Le loro più grandi paure si erano dimostrate reali. Non potevano essere curate, non erano solo creazioni di una mente troppo fervida. Erano creazioni di un dio troppo sadico. Luca chiamò l’ascensore ed entrarono insieme. Era un vecchio ascensore aperto in ferro battuto con la lancetta per segnare il piano sopra la porta, del tipo utilizzato nei vecchi alberghi degli anni quaranta o cinquanta, riproposti in molti film horror. Metteva i brividi. Quando i pazienti furono usciti il dottore si accasciò sulla sedia e si portò le mani sul volto. Signore aiutami tu. Quei ragazzi sono consapevoli di una realtà della quale non dovrebbero sapere nulla, sono entrati in uno stato di coscienza superiore a quello che possono sopportare. Aiutami ad aiutarli, Signore. Luca, soprattutto, è già entrato in contatto più di una volta con quelle creature. Temo che si rifaranno vive con lui. Non so come abbia fatto a sopravvivere fino ad adesso, ma non credo che potrà resistere per molto ancora. La luce si spense. Si alzò dalla sedia e trattenne il fiato. Sentì un grido. Poi un secondo. Corse verso la porta. L’ascensore era bloccato a metà strada, tra il terzo ed il quarto piano. Nicoletta entrò per prima. Luca schiacciò il pulsante per scendere al piano terra. Si guardarono negli occhi per un attimo, e si scambiarono un faticoso sorriso di circostanza. Complici nella stessa malaugurata sorte, nella stessa sofferenza. Una sofferenza che non avrebbero mai potuto condividere con nessuno. Si ritrovarono a fissare avidamente le due lampade sul soffitto dell’ascensore, per loro ormai fonte primaria di sopravvivenza. “Non per cattiveria, ma mi farebbe piacere se non ci rivedessimo più.” Nicoletta assentì, d’accordo con lui. Avevano condiviso un segreto troppo grande, e le coincidenze erano state troppo perfette. D’un colpo, senza preavviso, l’ascensore si bloccò. Lo scossone fece perdere l’equilibrio a Nicoletta, che si ritrovò in ginocchio, mentre Luca riuscì a rimanere in piedi aggrappandosi ai lati della cabina. Le due lampadine si spensero, e il buio li avvolse. L’aria si raffreddò intorno a loro, ed un alito di vento cominciò a sussurrare. Sembrava che suonasse un gelido requiem di morte. Il vento si fece più intenso e il requiem aumentò di volume. Nicoletta gridò, ancora in ginocchio. “Cosa succede?” “Qualcosa mi ha sfiorato. Era viscido e freddo. Oddio! Moriremo!” Un secondo grido. Questa volta non erano stati loro. “Cazzo, sono arrivati!” “Moriremo! Non voglio morire. Andatevene via!” “Venite subito fuori di li.” Il dottore non trovò di meglio da dire. Come aiutarli? Cosa poteva fare? “Non possiamo uscire, vada a cercare una torcia!” Luca prese in mano la situazione. Ma non c’erano torce. Un vortice aveva circondato la cabina, e girava a velocità crescente intorno a loro. Ma non era aria. Si intravedevano dei volti. Le anime si stavano mostrando prima di ucciderli. Giravano sempre più veloci, sempre più vicini. Attraversarono il ferro battuto senza rallentare e li obbligarono ad avvicinarsi. Siete nostri. La vostra anima ci appartiene, ormai. Il vostro destino è segnato, e nessuno potrà niente per aiutarvi. Nemmeno il vostro dio può. La loro voce cresceva, il requiem continuava incessante. Ma solo loro potevano sentirlo. Le anime si avvicinarono ancora di più, e si fecero più consistenti. Cominciarono a graffiarli. Una mano si posò sulla caviglia di Luca e sprofondò le unghie nella carne, strappandogli un acuto grido di dolore. Nicoletta urlò per il terrore. Due mani le tenevano ferma la testa e la obbligavano a guardare la caviglia di Luca che si lacerava e il sangue che ne usciva. Un essere appoggiò la mano sulla faccia del ragazzo e la fece scorrere lungo il collo, lasciando una bava biancastra frammista a sangue raggrumato. Quando arrivò sul petto penetrò con le unghie sotto la carne e scese fino allo stomaco. Rivoli di sangue uscirono dai quattro solchi. Nicoletta non riusciva a smettere di urlare. Cercava di chiudere gli occhi, ma dita insanguinate le tenevano alzate le palpebre. La mano si spostò come una carezza lungo il fianco e affondò in una natica. Si insinuò tra le sue gambe e gli strinse i testicoli. Stava per perdere coscienza. La mano allentò la presa e gli affondò le unghie nei testicoli. Il grido di Luca squarciò l’aria, non sembrava nemmeno umano. Fu questo a tenerlo sveglio. La mano lasciò la presa e Luca si ritrovò libero. Indietreggiò e si rannicchiò contro la parete, afflosciandosi al suolo svenuto. Il dottore tornò all’ascensore senza aver trovato nessuna torcia. Si sentiva oppresso dalla frustrazione, i suoi pazienti stavano per morire e lui non poteva fare niente. Dio aiutami. Aiutami a reagire, a salvare quelle persone, Signore. “Cosa succede lì sotto?” “Il ragazzo è morto. Credo se ne siano andati, non sento più niente.” Intorno a lei l’aria si era scaldata di nuovo, e non c’era più vento. Sembrava che tutto fosse tornato alla normalità. Ma era troppo calmo. L’aria era più calda di prima, ma non avrebbe dovuto essere così tanto calda. “Cerco di riportarla su, allora.” “Aspetti, c’è qualcosa che non funziona.” Il vento riprese a soffiare, dapprima lento e poi sempre più furioso. “Mi tiri fuori di qui. Subito!” “Non funziona.” Il dottore stava premendo il pulsante di chiamata come un forsennato, e non sapeva cos’altro fare. Si inginocchiò e pianse, tenendosi la faccia tra le mani. “Scusate. Scusate.” Nicoletta fu sopraffatta dal panico per la seconda volta. L’aria turbinava intorno a lei, ma non sembrava più un requiem, sembrava un brano di Marilyn Manson. Era più dissacrante, più cupo. Quasi demoniaco. Un filo diretto con l’inferno. Le sembrava di sentire i dannati urlare. Gridò anche lei quando due mani toccarono le sue ed infilarono le unghie fino a trapassarle la carne per tenerla bloccata al suolo. Lo stesso fu per i piedi. Era inchiodata all fondo della cabina ad aspettare la sua morte. Non riusciva più ad urlare. L’aria era torrida ora, le sembrava di andare a fuoco. Una testa le si avvicinò. Era di uno strano colore, un verde marcio misto a marrone, come una foglia morta da tempo. La bocca si apriva in un ghigno contorto dal quale gocciolavano rivoli di una schiumosa bava bianca. Il putrido risultato era un odore insopportabile di morte vecchia di secoli. Sembrò guardarla dalle profondità delle orbite vuote, piegò la testa per studiarla ed il ghigno si fece prorompente. Dalla bocca spuntavano pochi denti appuntiti. Adesso mi divorerà. Non voglio morire. Provò ad invocare l’aiuto del dottore un’altra volta, ma non riuscì ad emettere nessun suono. La creatura le spalancò la bocca e guardò le altre, aspettando che qualcuna entrasse. “Signore, sono un tuo servo devoto. Accogli la mia supplica, Signore onnipotente. Ti sono sempre stato fedele, ho cercato di servirti nel migliore dei modi. È per te che ho rinunciato alla tonaca. Ti supplico.” Era in ginocchio con le mani giunte. Pregava il signore. Sperava in un’altra possibilità. Una creatura si diresse verso la bocca aperta di Nicoletta, che guardava impotente quello che le stava succedendo, aspettando la sua morte, sperando solo che fosse il meno doloroso possibile. “Mio signore, dammi la forza per combattere queste immonde creature, rifiuti dell’inferno. Concedimi di salvare queste persone.” Appoggiò le mani per terra e pianse. “Dammi la forza, Signore.” Infilò la testa tra le labbra e si lasciò scivolare attraverso l’esofago fino allo stomaco. Lì trovo quello che cercava. L’altra creatura lasciò la presa sulla bocca e Nicoletta gridò fino a rompersi le corde vocali. Nel suo stomaco la creatura le stava sradicando l’anima, le stava strappando la vita nel modo più doloroso, nel modo più inumano. Sentiva il suo stomaco andare in fiamme, lo sentiva rimpicciolirsi e rompersi, lacerarsi sotto la pressione delle unghie della creatura. Vomitò sangue che le si riversò sulle mani. “Dio Onnipotente, perdona i miei peccati e fai di me il tuo servo per questa guerra. Non fare che soffrano in questa maniera. Non permettere un tale abominio. Sono qui per servirti.” Alzò la testa. Vide una luce che squarciava le tenebre. Le anime gridarono. Era un suono agghiacciante capace di ridurre in briciole i timpani di chiunque. Nicoletta spalancò la bocca e vomitò la creatura che si portò via la sua anima urlante. Il dottore si alzò. “Anime immonde, abbandonate questo mondo! Dio ve lo ordina.” Sprigionò una bianchissima luce accecante. La luce di Dio. “Abbandonate questa dimensione. Entrate nel regno del demonio e non tornate più!” La luce si fece più forte. Nicoletta crollò a terra senz’anima, morta nonostante tutto. Le anime buie esplosero invase dalla luce divina. Franco Zago cadde in ginocchio privo di forze. 10 Il dottore lo stava schiaffeggiando. I suoi occhi si schiusero e c’era luce. Cercò di parlare, ma riuscì solo a biascicare qualche sillaba incomprensibile. “Tranquillo. È tutto finito ora.” Luca guardò in direzione dell’ascensore. Delle sirene suonavano lontane. “È morta. Non sono riuscito a salvarla.” “Ha fatto già tanto così.” Aveva la bocca impastata, faticava a parlare. “Credo di si.” “Posso chiamarla Padre, adesso?” Lo guardò negli occhi, accennando un sorriso. Era più simile ad una smorfia, ma Franco lo riconobbe. “Si. Dio mi ha chiamato a sé, ed in quel momento sono stato al suo fianco. Questo le ha permesso di vivere.” Una lacrima di commozione gli bagnò il viso. “Solo una persona vicina a Dio poteva salvarci. Ne vada fiero, Padre. Alla fine sembra che il Santissimo non fosse proprio una mezza tacca come pensavo.” Risero. Per Luca era la prima volta dopo anni, e per Franco forse la prima volta da sempre. Le ambulanze arrivarono, e il dottore le vide portarsi via il ragazzo.


Commenti

pubblicato il 23/09/2005 14.36.12
Chiara83, ha scritto: Complimenti! Mi è davvero piaciuto, l'ho letto tutto di un fiato!
pubblicato il 07/03/2008 18.43.47
Sagana, ha scritto: MA! Ma, ma, ma, l'idea è molto buona (Alone in the dark non ti dice nulla, eh, eh) ma in vari punti è sviluppata con poca convinzione, quasi da film americano, pieno di buonismo e melensità. In certi punti è un po' blasfemo e in altri e fin troppo moralista, un po' strano a mio parere, comunque le idee ci sono, solo, son da rivedere. Le scene "d'azione" chiamiamole così, sono perfette, un po' meno buoni sono gli altri momenti. I pensieri poi, è meglio che li distingui mettendoli in corsivo, così diventano riconoscibili e non si confondono con il racconto. Per il resto va bene e mi è piaciuto. Peccato il finale un po' scontato.

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