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lavoro pubblicato martedì 30 agosto 2005
ultima lettura giovedì 10 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Heleg

di Vivianne. Letto 1147 volte. Dallo scaffale Fantasia

Sono cresciuto nelle terre del Nord, in un piccolo villaggio tra tundra e boschi, dove il mondo è freddo, gelido….dove bisogna imparare presto, troppo...

Sono cresciuto nelle terre del Nord, in un piccolo villaggio tra tundra e boschi, dove il mondo è freddo, gelido….dove bisogna imparare presto, troppo presto, a lottare per sopravvivere… Fin da piccolo partecipavo alle battute di caccia assieme a mio padre e agli altri uomini…e fu durante una di queste che accadde… Senza capire come e perché mi ritrovai solo e perso nel bosco…Non ricordo nulla di quei giorni di ghiaccio e di abbandono, se non quello che mi raccontarono quando ripresi conoscenza: mi avevano cercato ininterrottamente per due giorni e tre notti, senza trovare alcuna traccia di me, per vedermi tornare all’alba del terzo dì sulle mie gambe…Ero lacero, sporco di sangue, i vestiti praticamente inesistenti lasciavano intravedere le orribili ferite che mi deturpavano completamente la schiena…Arrivai barcollando, con gli occhi spenti che spaventavano chiunque mi si avvicinasse per sostenermi… Ricordo vagamente…qualche pensiero, emozione…un’immagine in particolare: molti volti, tra cui quelle dei miei familiari, sopra di me, con espressioni preoccupate e spaventate…la vista offuscata, non so se per lacrime o per cos’altro…Sentimenti indefiniti, quasi d’attesa…si,d’attesa: mi sentivo cambiato, mutato nel profondo, ma non sapevo esattamente come, né il perché di questa trasformazione. Solo Attendevo. Attendevo chiarezza, attendevo di capire…Aspettavo in uno stato di confuso torpore alternato a scatti d’ira violenta. Gli sguardi della gente mi dicevano che tutti si rendevano conto del mio cambiamento…I miei stessi amici impararono ad assecondarmi nei miei scatti, credendomi ormai pazzo. Si, pazzo! Stolti…col loro atteggiamento non facevano che peggiorare la situazione…mi facevano infuriare ancor di più. Finchè giunse quella notte. Oramai ero una creatura solitaria, per scelta e perché ero evitato da tutti. Nel mio isolamento vagavo, irrequieto…come quella notte, quando uscii per vagabondare nel mio tormento ed alzai gli occhi al cielo… Ah! Lo ricordo, come fosse successo questa notte…la luna si stagliava alta e lontana, fredda e luminosa…Era quasi al culmine della sua fase totale. Mentre i miei occhi indugiavano su di Lei, incatenati non so bene da cosa, sentii l’ira che ormai era mia compagna scatenarsi nelle mie viscere, fino ad esplodere in un furore cieco che spaventò persino me… Qui i miei ricordi diventano confusi…rammento solo di essermi d’improvviso svegliato nel cuore della notte, sentendo un lieve rumore estraneo…Mi alzai di scatto dal letto e rimasi stupefatto! I miei piedi! I miei piedi…non c’erano più. Ciò che stavo osservando erano zampe. Si, zampe…pesanti, artigliate… Lunghi peli bianchi mi ricoprivano interamente, artigli affilati e duri come diamanti spuntavano dalle mie dite, lunghe zanne m’impedivano di chiudere completamente la bocca… L’oscurità era ora luminosa, come luce del sole…Ogni più piccolo rumore giungeva chiaro, distinto al mio orecchio… Il panico, il terrore che provai…il disgusto, l’odio verso una parola che mi martellava nell’animo forte quanto il battito scatenato del mio cuore nel petto: mostro. Ero diventato un mostro. Evidentemente urlai…non saprei dire esattamente…perché improvvisamente la gente del villaggio si svegliò ed incominciò ad uscire dalle case… Non so come mi ritrovai nella piazza, terrorizzato, sconvolto, confuso…i miei amici, i miei familiari, la mia gente, tutti mi circondavano. Nei loro volti paura, disgusto, incomprensione, angoscia… E mentre osservavo le loro espressioni avvertii in me una nuova sensazione…Nacque in me, non voluta, non conosciuta…ma necessaria conseguenza, probabilmente. Una fredda lucidità, una limpidezza talmente cristallina da scacciare tutte le altre emozioni, seppur fortissime. Niente più paura. Niente più terrore e confusione. Solo Odio. Mi ritrovai a ringhiare sommessamente mentre attorno a me la gente cominciava ad appellarmi come mostro, il “maledetto del bosco”, la belva…” Uccidiamolo finché siamo in tempo!” a quelle parole persi il controllo. Non so se voi possiate capire…il villaggio dove ero cresciuto…il mio villaggio, per la miseria! Quella era la mia gente! Io avevo corso, lavorato, parlato, scherzato…vissuto con loro!Ed ora la mia…mia gente voleva uccidermi…e per qualcosa che non era dipeso da me, che era avvenuto contro la mia volontà… Una travolgente rabbia selvaggia annullò completamente ogni pensiero d’umana coscienza e mi fece balzare addosso all’uomo che per primo aveva urlato “Uccidiamolo!” Ricordo così nitidamente la sensazione delle zanne che laceravano la carne, dilaniando il poveretto che cercava inutilmente la fuga…ricordo il corpo, infine, straziato, a terra in una pozza di sangue caldo… E solo allora, nel silenzioso terrore che serpeggiando aveva invaso la piazza, mi riebbi. Tornai in me e sconvolto osservai il cadavere e la gente che scappava, cercando di sfuggire alla Morte dal Pelo Bianco, sporca di sangue… Cos’era accaduto? Com’era potuto accadere? Non capivo! Non me ne capacitavo!Era un incubo…un incubo!!! Solo le urla inferocite degli uomini che con coraggio stavano tornando armati verso di me mi fecero muovere: mi difesi con tutta la mia nuova forza, con tutta la mia nuova disperazione…Lottai per sopravvivere. Quando lo scontro, che in realtà dev ’esser stato breve anche se lo ricordo come uno dei momenti più lunghi della mia esistenza, ebbe fine scappai…lasciando una scia di sangue per via di una ferita al petto. Corsi per ore…o forse minuti?Non so…Ho vaghe immagini che turbinano nella mia mente quando chiudo gli occhi…la tundra ostile ed accogliente allo stesso tempo…la solitudine…i paesaggi sconosciuti e selvaggi… E poi incontrai un mio simile. Mi si parò davanti fulmineo e ci osservammo a lungo, immobili…E nel nostro sguardo silenzioso leggemmo l’ uno nell’altro. Eravamo simili…due fuggitivi… E fu lui a farmi conoscere la comunità di “esseri maledetti” che diventò la mia casa per un breve periodo…Breve,si, ma sufficiente perché capissi di non essere un mostro. Lì , tra esuli e fuggiaschi dai volti felini o deturpati, appresi della Maledizione della Luna, ciò che aveva fatto di me un Orso Bianco Mannaro.


Commenti

pubblicato il 28/09/2005 19.06.21
stanley88, ha scritto: Grandissimo... Questo racconto è troppo black metal!!! Un 8 meritatissimo e complimenti sinceri....!
pubblicato il 28/09/2005 19.11.05
Vivianne, ha scritto: Grazie!sono davvero contenta che ti sia piaciuto!^'^

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