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lavoro pubblicato giovedì 18 agosto 2005
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Fabbrica di angeli cap. 4

di Nosferatu. Letto 1467 volte. Dallo scaffale Pulp

* * * Perché ti ho parlato, Rosi? Che cosa mi hai chiesto? Tu hai chiesto, va bene. Ed io non avrei mai dovuto risponderti. È roba vecchia. Ma me n...

* * * Perché ti ho parlato, Rosi? Che cosa mi hai chiesto? Tu hai chiesto, va bene. Ed io non avrei mai dovuto risponderti. È roba vecchia. Ma me ne hai fatto parlare la sera del funerale di Nero. “Jan, una cosa… tu e…” Rosi, Rosi… Rosalba, piuttosto. È un bellissimo nome. Alex. Alex è morto, io non parlo. Alex… morto… va bene, ho capito, parlerò… E mi aveva costretta a sputare il rospo. Se mi fossi trincerata dietro un “vaffanculo, sono cazzi miei” adesso sarei un’anima pia? Credo proprio di sì. Ma io mi fidavo. E ho parlato. Ho raccontato a Rosi una piccola parte della mia vita privata che non avrei mai confidato a nessuno. Perché l’avevo rimossa. Quella cosa non c’era mai stata. Era finita nella tomba con Alex e lì sarebbe rimasta anche per sempre. Nella tomba di Alex. Avrei potuto fare a meno di una certa cosa per sempre, credo. Grazie ad Alex. *** Era estate. Faceva un caldo massacrante. Avevo otto anni. Solo otto. Ero molto sola. Ma mi sembrava normale. Ero libera di fare quel che volevo, ma sola. In quell’estate di afa sudicia, Alex mi ha fatto una sorpresa. Doveva essere fatto, ma non aveva bevuto. L’ho sentito dall’alito. Una sera è tornato su di giri, è entrato (per sbaglio? Apposta?) in camera mia e “Jan, guarda che è un onore…” “lo faccio perché ti amo…” “ti piacerà”. Lui mi amava. Forse troppo. Comunque ricordo che faceva un male bruciante e basta. Non ho pianto. (ma fa male!!!) Pensavo solo: si sarà sbagliato. Non voleva far questo, ma un’altra cosa. Pensieri disordinati che cadevano come la lama della ghigliottina. La faccenda è continuata. Non esagerava mai, voglio dire, non mi terrorizzava tutta la notte per tutte le notti. Capitava quando voleva lui. Nell’ultimo anno – io andavo alle medie – la cosa succedeva sempre più spesso. Perché stavo crescendo e secondo lui “mi ingraziosivo”. Balle. Ero troppo alta, massiccia, con la grazia dell’Uomo di Latta e tutto il resto. Sicuramente non pensavo di essere una papabile per Miss Italia. Alex era furbo. Mi ha fatta sentire complice di “qualcosa di grande”. Roba per grandi che io, benevolo, trasmetto a una marmocchia come te – anche se la marmocchia è alta uno e settanta e sta ancora crescendo. Se mi avesse presa su, portata in camera sua e violentata a sangue, “Ora non dirlo a nessuno, se no ti ammazzo” sarebbe ancora vivo. Sì, io ho ucciso Alex. Ora me lo ricordo. Giuro!, dal momento stesso in cui, quella sera di tanti anni fa, sono tornata a casa con le braccia doloranti (mi prendo una libertà con le bottiglie del mobile bar, poi buonanotte) e tutta impiastrata di sangue (fortunatamente mi ero vestita di nero) Alex è stato ammazzato da uno sconosciuto figlio di puttana assassino. Io lo credevo come tutti gli altri. Non sapevo più di averlo ucciso io. Non l’avevo mai fatto. Mai. E che Iddio fulmini il bastardo che ha ucciso mio fratello. Ovviamente, l’ho ucciso per quello che mi faceva. Ho avuto uno scatto: quello che mi fa non è un gioco. Mi sta violentando. Questo bastardo mi sta violentando e io mi lascio fare così? Dalla rabbia nascono costruzioni meravigliose. Castelli della lussuria infranti da un po’ di pioggia, purché collerica. Insomma, ci ho pensato su un bel pezzo. Io lo ammazzo. E lo faccio secco con tanta classe che non capiranno mai chi è stato. Per questo ho cominciato a collezionare orrori. Le dodicenni sono cretine per definizione. Chi ascolta i Take That e chi se la tira da dura collezionando robaccia. Ho messo insieme tutti quelli che chiamavo “precedenti” e mi vantavo un sacco: “Oh, adoro questa roba! Io voglio fare il medico legale! Nel sangue fino ai gomiti!” Insomma, ho studiato le mie lezioni, e anche bene. Risatine di Barbara e Alex. Anche Barbara andava a letto con Alex. Aveva solo un anno meno di lui. Probabilmente era consenziente o quasi. Vai a saperlo. Lei era innamorata di Alex. Disperatamente, perché Alex oggi scopava con lei, un’ora dopo con un maschio e poi per una settimana l’ignorava allegramente. Forse, chi lo sa?, l’ho fatto anche per Barbara. Morto Alex, se n’è fatta una ragione. Certo è un po’ puttana anche lei, ma ha una vita più o meno da cristiani. Ha abortito a quindici anni. Il bambino era di Alex. Lei ha parlato di “un amico” che ovviamente include tutti e tutti esclude. Alex, me lo ricordo, commentò a caldo: “Queste sono le tipiche stronzate di Barbara” ma io non lo ricordo bene, avrò avuto otto o nove anni, queste storie me le ha raccontate mia sorella frignando e piangendo. Mi ha chiesto: “Jan, non è che Alex l’hai ucciso tu?” “No, Barbara” algida “io pensavo fossi tu. Per via dell’aborto, potrei pensare. Credevo…” “Credevi male!” è esplosa. Ma adesso sta bene. L’ho salvata. Alex era troppo tutto insieme. Morto è diventato una leggenda. I suoi amici lo commemorano ancora, il giorno della morte. Si sbronzano da qualche parte in onore della buonanima di Alex. L’ho fatto rinascere in un’altra dimensione. Forse ho vinto io. Ero davvero forte. Alla fine, avevo un po’ di potere. E ho ucciso mio fratello. Fratellastro, va be’. Cambia poco. Questo non mi ha impedito di pensare a lui (è il mio eroe) mentre uccidevo per l’ultima volta. Alex era morto comunque. Per mano mia, e allora? Per certi aspetti, era un grande davvero. Non perdeva mai. Ho giocato sporco per farlo perdere, accidenti. Era troppo occupato a strapparsi via i vestiti e anche la pelle, ma io l’ho anticipato. Il coltello è sempre stata una mia specialità “Allora, adesso vuoi scopare!” pum “dimmi, ce l’hai duro adesso? Vuoi farmelo? Me lo fai o no? Me lo fai o no?” Non intendevo sfigurarlo, accipicchia. Era il mio primo omicidio. Ho calcato la mano. Che non si muoia per il semplice contatto con la lama, questo lo sapevo, ma… mi sono ritrovata con le braccia rotte! Un male pazzesco. E l’ho fatto letteralmente a pezzi, nell’auto, scomodissimi e con il rischio che lui magari si mettesse a gridare. Coperta di sangue, che in quel momento non mi dava nessuna sensazione, altro che schifo. Era morto! Morto! Sono libera. L’ho fatto per me, per la bambina di otto anni che ero stata? Per una cretina come Barbara, che ha abortito a bocca chiusa e dopo… be’ era sconvolta? *** Perché diamine ho accoppato un cristiano come una bestia, alla tenera e non perseguibile età di anni dodici e mesi cinque? Perché io sono un’assassina. Ricordate: il mostro è sempre dentro di noi. Fatelo uscire. Non necessariamente vi troverete a scannare gente come ho fatto io, in uno spiazzo deserto di Via dei Colli. Era un posto da coppiette. L’avevo perlustrato personalmente e mi ero lavorata Alex per convincerlo a “portarmi in macchina”. Certi rischi, non se li assumeva proprio. L’avevo addirittura minacciato. Una volta sola. Come se fossi grande. Se fossi la tua fidanzata lo faresti, però. Era un caso che si trattasse del suo compleanno. Qualunque sera era buona, per me. Casa libera. Noi due che partiamo. Gli tirava, alla buonanima di mio fratello, quella sera? Non lo so, sinceramente non lo so. Dovevo solo ammazzarlo. Non avrei mai più scopato con lui e con nessun altro. Me ne sono andata a casa passando per le scalinate. Felice e contenta. Baldanza degli incoscienti. A casa, questo sì, sono rimasta mezz’ora nella vasca a raschiarmi via tutto il sangue. I vestiti, li ho buttati via. Il coltello è finito in un tombino. Mi è dispiaciuto avergli tagliato a metà una guancia: con i punti e il cerone, era uno spettacolo patetico. Più Edward Mani di Forbice che il dio del sesso. Povero Alex. Il mio eroe. E l’ho ucciso. Rosi non si è scandalizzata. E non ha cantato l’ovvia filastrocca: poverina, sei diventata così perché lui era cosà… “Morto, eh” “Assolutamente. L’hanno trovato il pomeriggio dopo. Stecchito. Polmoni pieni di sangue, aorta tranciata, non un organo vitale ancora buono, tutto da buttare” Visto, Rosi? Sono più brava di te. Non ci ha creduto. “Tu Jan non sapevi neanche allacciarti le scarpe senza qualcuno che ti desse ordini. E mi racconti queste balle? Scusa ma non posso crederci. È impossibile” “Perché? Eri presente anche lì? Ne sai qualcosa?” “No, ma conosco la vita. Non avevi neanche il cervello per metter su un omicidio, figurarsi. Mi stai raccontando il delitto perfetto. Ma non è roba tua. Quella faccenda ti ha sconvolta e ti sono venuti degli strani complessi…” “Ma quali complessi! Quali stronzate! Sei invidiosa perché sono stata più furba io? Che ne sai di Alex? Lo conoscevi, forse? Era tuo fratello o il mio?” e sono esplosa. Forse era Alex che parlava con la mia voce. Qualche favore glielo devo. Rosi stavolta mi è corsa dietro: “Se te ne vai, ti metto nei casini” “Stronzate. Avevo dodici anni. Non ti possono dare neanche una bacchettata sulla mano, a dodici anni” “Dimostrami che sei stata tu” “E come” “So io” Due giorni dopo, hanno telefonato dal cimitero per avvisare “chi di dovere” che la tomba di Alex era stata profanata. “Ignoti vandali”. La lapide distrutta, la foto di ceramica spezzata. Avevano addirittura scavato col badile nella terra. Ci vuole la pazzia completa per farlo. Alex doveva già essere a pezzi, là sotto da otto anni. So che è stata Rosi, naturalmente. Non chiedetemi come. Ne sapeva una più del diavolo. Per me, voleva addirittura dissotterrare la bara e magari distruggere una volta per tutte quel che rimaneva del mio defunto fratello. Non so proprio che cosa possa rimanere dopo tanto tempo. Non voglio saperlo. Il mistero della morte deve rimanere tra Alex ed Alex. Dietrich vomitò la colazione quando glielo raccontai. Ero sconvolta anch’io. “Certa gente fa schifo. Se li becco, li ammazzo. È già morto! Una seconda volta devono farlo fuori? Anche una terza?” L’isterismo era tutto vero. Alex morto è buono, è Babbo Natale o il Coniglio di Pasqua. È diventato James Dean e Rodolfo Valentino. È morto. Lasciatelo in pace. Otto anni in terra? Alex ormai era ossa calcinate e quella “roba” che chiamano ceneri. Dicono però che, Rimbaud fosse ancora intatto, molti anni dopo, esumato per far seppellire sua madre accanto a lui. Alex non era Rimbaud. Peccato. Dal punto di vista di Rosi, io rappresentavo il Tradimento nella forma più bieca. Mi ero messa con Dietrich. Il suo killer improvvisato, Nero, era andato a morire come un coglione per un cicchetto di troppo. Ed io l’avevo superata! Lei mi aveva organizzato un videogame in diretta con omicidi autentici e questo era il ringraziamento? Io avevo ucciso prima di lei. Avevo cominciato da sola. Ero più brava di lei. Forse, credeva anche che io ce l’avessi su con Alex per quello che era successo. Dopo tanti anni, la cosa non mi tocca più. La bambina che ero tanti anni fa è morta centomila volte più di Alex. Però Rosi era decisamente fuori controllo. Questione di tempo e mi avrebbe dato una di quelle mazzate che… Rosi era pericolosa. La era sempre stata? La era diventata adesso? Domande senza importanza. Mi è dispiaciuto per Alex. Anzi, la sua tomba fatta a pezzi mi infuocava. Era morto. Buono o cattivo, ma morto. Poteva prendersela con me, ma lasciare in pace lui. I morti sono i testimoni migliori, gli amici più fidati. Sono ombra, polvere e silenzio. C’è un gran bisogno di silenzio. Alex non c’è più. È un fantasma a cui imputare colpe. Ossa e ceneri sono solo oggetti. Alex è un’altra cosa. Rosi gli ha restituito due giorni di pubblicità su La Nazione. Profanata tomba del giovane ucciso… è la stessa mano del misterioso assassino?… la sorella J. (io!) ormai ventenne dichiara: Questa gente dovrebbe vergognarsi. Oggi l’hanno ucciso una seconda volta… le indagini… Pace a te, Alex. Mi dispiace davvero. Dovevo ucciderti, spero tu non abbia sofferto. Se anche hai sofferto, ormai è finita. La morte è comica, però. Tu eri eterno, giusto? Ora sei polvere. Non esisti, forse non sei mai esistito. Pace, fratello, ma non alzare troppo quel mento sfrontato. Ho vinto io, ricordatelo. Ho vinto io. E su te!, sull’invincibile! La vita è una risata cosmica. Per un attimo ho immaginato di essere Alex. Lui non perdeva mai. Sono tornata la bambina di dodici anni che ammazza il fratello e praticamente lo sventra a coltellate. Ammazzare. Che parola rude. Nella morte c’è tutto quello che può venirci in mente. Amore, poesia, tutto quanto. Quella sera, dopo aver ucciso mio fratello, mi sentivo euforica. Volavo o quasi. Avrei potuto fare di tutto. Vita, morte, tutto in mano mia. Così giovane, ma pensa tu! Allora un talento ce l’ho. La vendetta. Allora sono brava davvero. Ted Bundy mi sorrideva dalla parete, sfrontato nella divisa del carcere, mentre un poliziotto gli leggeva i capi d’accusa. Jeffrey Dahmer ghignava esibendo denti da cannibale. Un’auto bianca abbandonata in mezzo ai boschi e una tenda canadese intrisa di sangue: il Mostro di Firenze. Avevo assimilato abbastanza. Lanciai un bacetto ai miei “amici” Ted e Jeff, quella sera. Mi sentii divina. Io sono un dio. Mamma non ha sollevato polemiche inutili. Ha ripagato la lapide, uguale a quella di prima perché nessuno vedesse e ha fatto sotterrare di nuovo lo scempio. Ebbi una visione chiara di “Alex adesso”. Quella stessa sera. Alex raggrinzito, la pelle marcia e scolorita, artigli al posto delle mani, i capelli che cadono a ciocche, l’abito ammuffito. Una mummia, uno zombie. L’avevano imbalsamto per il funerale. Una pallida mummia a base di formalina. Nella tasca della giacca, una foto mia e una di Barbara, tocco pietoso di mia nonna materna, pace all’anima sua, morta anche lei. Credeva davvero che l’avremmo accompagnato “in Paradiso”? Quando Alex è “tornato tra i vivi” il mondo è diventato davvero surreale. Sepolto di nuovo, ed io pensavo a che cosa ci fosse ancora, di mio fratello, in quella scatola di legno. Forse dopotutto, conoscendo il soggetto, era rimasta abbastanza vita in lui? I miracoli e le folli resurrezioni. Forse. La notte sudava. Gocce rosse di ceralacca. Dietrich era abbronzato per l’estate. Tracciavo scarabocchi sui margini del libro di Diritto Privato II e maledivo sottovoce le divinità parallele che portano i nomi di Nero e Rosi e Alex e tutti gli altri. Alex vegliava su tutto, dall’alto. Non avrebbe più perso niente. La buona Mary me l’ha detto, di lasciar perdere Rosi, che era solo una spostata piena di fantasie eccitanti quanto stupide. Che te ne fai? Lei, i serial killer, lei è un genio… a parte i bocchini nello spogliatoio dei maschi, che altro ha realizzato? Prima di parlare con lei, chiedile di sciacquarsi la bocca. Già, sciacquarsi la bocca. Dopo che con Rosi avevo addirittura scopato? Sto perdendo tempo per non ammettere che HO UCCISO DI NUOVO. Quella è stata l’ultima volta, e non perché io sia diventata buona, ma perché non c’erano più pedine da divorare. Mi sono inserita di nuovo nella catena alimentare della gente comune. Avrei tanto voluto avere una pistola. Mi sono un po’ rotta le scatole del coltello, sapete. È pesante. E poi, maledizione, non bastano “due colpetti e la vittima muore”. Se non ti sfianchi e pure di brutto, solitamente campa ancora abbastanza da fare il tuo nome alla polizia. Dietrich ed io andammo al compleanno di Blanky. Ci fermammo a dormire. Io con Dietrich, ma Rosi era ad una parete di distanza. Per tutta la notte sobbalzai, pensando che avrebbe potuto entrare in camera e farci fuori. O almeno Dietrich. Gli saltai sopra e dormii rannicchiata su di lui. Oddio, dormire: appena chiudevo gli occhi, li riaprivo. Rosi non comparve affatto. Ed io mi sentii una valorosa cretina, proprio così. Del resto, ammazzare due fidanzati in casa di amici è sospetto. Non sempre la polizia crede alla tesi del “maniaco venuto da fuori”. Forse erano solo le mie paranoie. Un’intera notte col sudore che mi gocciolava sulla schiena, immobile nel letto perché avevo paura a chiamare Dietrich, cinque centimetri più in là. Ad ogni scricchiolio, ad ogni rumore, non necessariamente vero, sobbalzavo e mi mordevo la lingua, perché “se urli, Jan, lei ti accoppa al cento per cento”. Il buio mi aveva ingoiata e risputata fuori con le ossa distorte. Invocai Dietrich, Alex ed un esorcista, il tutto in silenzio. In rispettoso silenzio. Se Rosi arriva adesso? Adesso? Ti ammazza… ammazza Dietrich… ci ucciderà sicuramente… Il mattino dopo mi sentii reduce da una traversata del deserto. Ormai comunque, camminavo su strade pericolanti. Non potevo fidarmi. Stava per succedere qualcosa di grosso. Un “Alex secondo” mi venne da pensare. Ah, tutti i soliti stupidi “problemi di ogni giorno”. Quanto invidiavo quella valanga di colossali cazzate! Come avrei voluto piangere per Titanic! O meglio: potevo piangerci su, ma con un occhio verso Rosi, casomai avesse deciso in quel momento d’insegnarmi qualcosa… Litigi col fidanzato, esami andati male, genitori divorziati, chili di troppo, tamponamenti in macchina, un portafogli rubato, tre giorni di ritardo, questo e quello…! Potrei prendermene un paio anch’io? Tranne i litigi col fidanzato. Se Dietrich non mi ha diagnosticato una pazzia fulminante allora… forse non l’ha fatto perché siamo innamorati. Chi lo sa? L’amore è delicato, non conviene scavarlo a fondo. Si rompe, si graffia, diventa uno straccio per la polvere, quando va bene. Niente vergogna, per carità. Avrei voluto diventare un’altra, ma un’altra col mio corpo e col mio Dietrich. E con l’auto e tutto il resto. Non avevo più equilibrio, se c’era la paura. E quanta! (… succede? Non succede? Allora quando sarà? Non posso fidarmi. Sta per succedere sta per succedere sta per succedere…) Perciò, aspettai. Ogni secondo durava talmente tanto che mi sembrava di morire di vecchiaia ogni giorno. A proposito: ero ancora bulimica. Forse la sono ancora adesso. Non era facile mangiare-e-vomitare senza uscire di senno, per cui decisi di digiunare quanto più potevo, il resto si vedrà. Dovevo dare l’addio ad un fedelissimo amico della mia triste adolescenza: la bulimia, l’anoressia, il Temibile Disturbo dell’Alimentazione che mi aveva trasformata da palletta di lardo a bellezza. La bulimia è stata una grande amica. Mi dispiace averla lasciata, sapete? Del resto, accidenti, non potevo sputare ogni volta pezzi di stomaco e di anima. Schiantarmi l’anima nel cesso, e per che cosa? Quella porcellana bianca non mi merita. Porcellana bianca. Ogni volta. Quando vomitavo era un delirio. Amaro, dolce, tutto insieme, non respiravo, lo stomaco decollava e si spappolava contro lo sterno. Avevo indice e medio un po’ ruvidi e bruttissimi segni, a metà tra segni di punture e morsi di gatto, sulle nocche della mano sinistra. Era la mia amica. Bulimia. Probabilmente il caro vecchio Disturbo dell’Alimentazione non mi porta automaticamente a commettere omicidi. Solitamente, di anoressia o bulimia muori tu e basta. Io sono ancora viva! Avrei dovuto comunque dimagrire, prima o poi. Meglio farlo in fretta. Io esagero. Anche nell’omicidio, anche nel cibo. In tutto. Esageriamo. Cibo, sesso, morte, un vortice, una baraonda che porta a spaccare chi si affaccia all’orlo del pozzo. O chi – vedi le Vergini Marie – in quel pozzo ci sputa. Non mi considero un’anoressica o una bulimica. La cosa non mi ha mai impedito di vivere, anche se in qualche momento la pressione scendeva a zero e il pavimento mi sfuggiva dai piedi. Immagino che stando a dieta e seguendo tutte le direttive ministeriali sulla Buona Salute e la Sana Alimentazione, adesso avrei un aspetto fiorente, occhi radiosi, salute a volontà e turbe psichiche da internamento. No, io non sono anoressica o bulimica. Non del tutto. Peccato, perché era uno degli hobby di quelle della mia età. Cresciute tra una pubblicità di dolci una vetrina di vestiti così stretti che non entrerebbero ad una bambina nana di dieci anni! Ho ucciso un’ultima volta, poi ho smesso. Per fortuna, dico, perché la prossima volta avrei lasciato sulla scena del delitto portafogli, documenti, sedici impronte digitali e anche le chiavi di casa. E avrei dovuto dire “ciao ciao” al mio hobby favorito. Digiuno di morte! Le mie amiche sono tutte più grosse di me. Non lo dico per cattiveria. Dai quattordici ai sedici anni facevano la fame, si massacravano di palestra, poi appena perdevano un chilo si mettevano a ingurgitare tutto quello che gli passava sottomano perché “adesso posso farlo”. Un disastro. A venti, cellulite e carne molliccia. Angi esibisce sempre minigonne da battona con le gambe che ha. L’ammiro. Non avevo mai avuto tutto questo coraggio. Se non becca Patry così, può sempre attirarne un altro, giusto? È incredibile come sappiano vendersi bene. Povera Angi! La morte è arrivata anche per lei. Non quella fisica. Su “La Nazione”. Titoletto in caratteri clandestini. Una stronzata sul genere “matrimoni & costume”. Patry, baldanzoso come un tacchino che non sa di finire al forno e la sua bella che sembrava appena uscita dal Grande Fratello. Era la sua fiamma dai tempi delle elementari, insomma. Angi ha avuto una crisi isterica, poi ha negato l’evidenza. Quando ha fracassato anche il posacenere ha annunciato: “IO MI CHIUDO IN CONVENTO! IN CONVENTO, E VAFFANCULO A QUEL FIGLIO DI PUTTANA CHE ME LO SBATTE DAPPERTUTTO E POI…!” singhiozzi, pianti. Ne siamo sicuri. Che si chiuderà in convento. Non l’ha ancora fatto! Avrei potuto darle qualche buon consiglio per sbarazzarsi della dolce metà del suo tesoro. Ovviamente sono stata zitta, la cosa non mi divertiva più. Non ero già più onnipotente. Magari avessi ammazzato la mia rivale in amore! E solo lei, eh. Niente carneficina, solo un pulitissimo omicidio per gelosia! Sarebbe molto più logico. E anche scusabile. Se Dietrich mi avesse pianta per una modella svedese ed avessi reagito “con la forza” – ordinaria amministrazione. Anzi mi avrebbero invitata a tutti i talk show per raccontare come ho trasformato la rivale in mezzo chilo di pelle e ossa trite!!! Ovviamente, allora Dietrich non moriva d’amore per me e non mi corteggiava a distanza, anche se sapeva che io ero “quella ragazza eccentrica”. Non che un tempo gli uomini crepassero per Sua Eccentricità Jan, è vero. Dietrich ha avuto qualche passioncella, prima di me, ma nulla di serio. Insomma, non mi avrebbe mai motivata a prendere su e massacrare innocenti. Niente amichette o amanti da sventrare né ex fidanzate con cui lottare all’ultimo sangue. Non ho mai pensato di accoppare le sue amiche di prima. Ero io la ragazza di Dietrich. Ucci ucci, ero “una bella figa”. Devo essere diventata una gran stronza negli ultimi tempi. Avrei dovuto prendere una di queste ragazze sfuggenti e darle una lezione che non avrebbe più dimenticato! Pedinarla, minacciarla, farla morire di terrore e poi… * * * Di Alex non è rimasto nulla. Peccato, perché teneva alle sue cose come un feticista. I suoi vestiti li abbiamo dati alla Caritas. Qualcuno doveva usarli, erano nuovissimi. Chissà cosa se ne faranno di roba firmata. Camera sua è diventata uno studio. Via le foto, via la sua paccottiglia. Ho tenuto quel che potevo come un ricordo. Sarebbe stato peggio erigergli un santuario alla memoria. Possedeva tonnellate di oggetti, ma è incredibile quanto sia facile sbarazzarsene. Così è morto del tutto. Tenere certe cose non aveva senso. La notte era diventata di pietra, dopo che Alex era morto. Prima in casa c’era una permanente baldoria. Gente che andava e veniva, festini, ritrovi, le occasioni si sprecavano. Se Alex fosse vissuto, avrei fatto parte di questo mondo magico, sarei diventata una stellina, avrei avuto appuntamenti dall’età di quattordici anni, vomitato sbronze sonore, fumato chili d’erba e sniffato montagne di cocaina anche prima di andare alle superiori. Mi sarei bruciata entro i diciotto, dopo essermi fatta tutti gli amici fighi di mio fratello, aver avuto un paio di ritardi sinistri, essere stata piantata e insultata, idolatrata e ammirata. A vent’anni sarei già stata rincoglionita di alcool e tranquillanti, avrei abortito e mi sarei sentita di merda per il resto dei miei giorni. Come Barbara. Oddio, la sua vita è stata proprio così. Ha sbavato tutto quanto e non ha mai stretto niente. Alla fine, sì, mi voglio bene. Potevo anche fare di peggio. Più di questo, la mia moralità non si spinge. Qualche sbronza non conta, vero? Ho ammazzato dei cristiani, io. Ma avrei avuto corteggiatori sbarbatelli che mi inondavano di insulsi peluche e Baci Perugina a San Valentino, e come “sorella di Alex” avrei avuto la pubblicità di una velina alla tv. Che qualcuno lassù mi assista e mi perdoni. Ho preso il mio futuro e l’ho rivoltato come un maledetto calzino. Come un vestito vecchio. La terra tremava sotto i miei piedi perché c’era Rosi in giro. Non ero più sicura. Era assassina quanto me. Non so che disturbo avesse, ma le piaceva veder uccidere. Tanto. Lei non uccideva mai. Comunque era abbastanza intelligente da convincerti a fare esattamente quel che voleva. Sorrisi, bronci, musi e gelo: tra una sigaretta e un bacetto, tu diventavi roba sua. E guarda un po’ se non accoppavi anche tua mamma, per far piacere alla Splendida Rosi. Sapevo che avrebbe ucciso Dietrich. Diamine se lo sapevo! E come facevo a impedirlo? Rosi è troppo furba. L’avrebbe fatto, maledizione. L’avrebbe fatto. Sentivo il sapore della paura in bocca. Un sapore ferruginoso e scialbo che ti lega i denti. Ma non Dietrich. Intelligenza ariana o angelo teutone, Dietrich non doveva finire ammazzato. Niente eroismo. Parlo della realtà. Nero poteva morire e infatti è morto. Tutti quanti, ma sì, tanto che me ne frega di questa massa di idioti? Dietrich non sarebbe morto. Ci pensai. Ci ripensai Io amo Dietrich. Forse ho amato Alex in qualche modo, ma l’ho altrettanto odiato. Dietrich no. Dietrich è buono. Lui non uccide. Lo amo per questo. Non avrebbe mai potuto farmi violenza in qualche modo. L’ha ammesso: “Come farei ad essere violento con la donna che amo?” Io ero sinceramente stupita che non avesse trasceso. Mi aspettavo, prima o poi, due schiaffoni, una botta di “scema” o un “tu, puttana”. Invece, nein. Dietrich è un buono. Non è Babbo Natale, ma è buono. Per una stronzetta come me, soprattutto! Non che io desideri veramente essere presa a botte. Ma succede anche questo. E poi, Dietrich non ha ucciso. Un assassino è sufficiente, in una coppia. Bonnie & Clyde? Roba d’altri tempi. Tra l’altro, Clyde era completamente impotente. Omicidi, rapine ed altre piacevolezze erano un surrogato di qualcos’altro. L’onore di essere “il cattivo” spettava a me. E se dovevo essere “cattiva, ma quanto cattiva” un’ultima volta, tanto valeva farlo con una certa classe. Ci pensai. (NON Dietrich!) (Jan + Dietrich = LOVE) (Dietrich: Teodorico. Nome solenne. Guerriero. Naso alto. Dietrich. Suona così perfetto, sibilante. Vento freddo nella notte. Dietrich, un valoroso) (Vedrai che non muori. Ci penso io. Vedrai) * * * Dietrich era bello. Dietrich è bello. Pallido e fine. Biondo. Tedesco. Splendido e superbo, Dietrich. Il suo era l’unico corpo che toccassi senza disgusto, senza imbarazzo. Con Rosi, vabbé, è successa qualche “porcheria” insieme, ma giuro, non riuscivo nemmeno a guardarla. Qualcosa mi si rimescolava dentro, un gran calderone di tabù ancestrali, seghe mentali assortite, complessi e vecchie idee. Il corpo è sempre un po’ sporco e sordido. Dietrich no. Era splendido. Pulitissimo e splendido. Profumato di bagnoschiuma e ben sbarbato. Il suo corpo valeva la pena. Non arrossii neanche una volta. Pensai che era BELLO COSÌ, NUDO E BELLISSIMO, SPLENDIDO. Dietrich era bello nudo perché era solo Dietrich. I vestiti sono un di più. E non mi faceva sensazione spogliarmi nuda davanti a lui. Perché no? Perché no? Non c’erano più corpi sordidi. * * * “Allora, Rosi, hai fatto body-building?” “Body-building?” “Sì. Ti sei divertita a profanare tombe? Ammazzare no, per carità, è così volgare! Alex è già morto, quindi puoi giocarci come con un bambolotto. Sei felice? Tanto, hai pensato, era uno stronzo molestatore di bambini e incestuoso, quindi pigliamo a mazzate la tua tomba!” “Ne valeva la pena” sputò Rosi a denti stretti. “Ne valeva la pena? Ma stai scherzando?” “Sai cosa ti ha fatto. Ti ha distrutta. Ti ha trasformata in…” “Piantala con queste fesserie! Il passato è passato! Io ero una sfigata quando tu facevi pompini come una battona alla stazione, lo sai? Ma sì, ammazziamo Alex, ma sì! Alex è mio. Non è tuo. Non l’hai mai conosciuto. E NON PERMETTERTI DI PARLARE DI ALEX! Gli hai fatto già abbastanza, ed è colpa mia. Mi sono fidata e ti ho raccontato una faccenda che è finita nella tomba insieme a lui. Non dovevo farlo. Te ne sei approfittata. Sei una bastarda. Una vera bastarda assassina, e tale resterai!” Sacrosanto coraggio. Rosi cambiò in un attimo. Il sorrisetto da bambola di porcellana si curvò all’ingiù, la fronte si aggrottò, ecco la Rosi assassina, la Rosi di cui aver paura. “Jan, Jan. L’assassina sei tu! L’hai ammazzato tu, dici? Ma se quando ti ho conosciuta non si capiva nemmeno di che sesso eri. E mi racconti che ti ha violentata… poverino… sai che mi fa più pena di te? Ti ha violentata, dici. Perché, qualcun altro avrebbe mai avuto il coraggio di toccarti?” Le avrei dato uno schiaffo. Uno schiaffo sonoro. Di quelli che fanno male. Gli schiaffi da lite domestica, sapete, quelli che preludono al “marito che impugna la pistola e fa fuoco” o alla “moglie che soffoca la dolce metà nel sonno”. Le avrei spaccato il labbro a sangue. Ho le mani dure. Ho tenuto le mani a posto. “Non hai le palle, Jan? Te la tiri da uomo e non hai le palle” “Ce le ho. E posso mostrarle anche a te” “Ok” “Ti ammazzo una persona sotto gli occhi, va bene? Sangue freddo. Qualcuno di cui non me ne frega niente. E dopo se vuoi la sventro e le frugo dentro a mani nude. Non penserai che collezionassi orrori per niente, eh?” Rosi approvò su tutta la linea. Secondo me, stava semplicemente scompensando. Si credeva onnipotente? Sapevo io. Mi restava una sola cosa da fare. La lettera d’addio. L’avrei scritta davvero. Mi era venuta voglia di scrivere una lettera d’addio. Non volevo certo suicidarmi. Francamente, pensavo a Rosi che mi terminava e mi riduceva in condizioni tali che non mi avrebbero distinta da una bistecca di maiale. Anzi, magari mi avrebbe servita arrosto proprio a Dietrich. Chi può dirlo? Non è facile scrivere preannunciando qualcosa che non deve, non può succedere. E poi c’è qualcosa di terribilmente formale in un “addio”. Non avrei potuto congedarmi su carta intestata, magari scrivendolo al computer. Buttai giù una pagina sbilenca e piena di cancellature. Un foglio protocollo. Scritto con la biro. Niente svolazzi né disegni di cuoricini e angioletti. “Ti amo, eh?”. Poi stracciai il tutto e decisi che non era il caso di esibirmi in pietà da cinque centesimi. Alla peggio, Barbara avrebbe ereditato i miei vestiti e tutti si sarebbero fatti una bevuta colossale con annessa sbronza micidiale, il tutto “a Jan, grande Jan, sei sempre con noi”. Strappai la lettera patetica e mi dedicai alle cose serie. Oddio, come faccio a raccontare il resto? Chiaramente, non sono morta. Ho evocato Alex, anche se solo simbolicamente. Ho immaginato che fosse Alex a menare fendenti come D’Artagnan, ma non c’è verso di negarlo, è tutta opera mia. La vittima designata era Marti. Una delle mie coinquiline all’università. Rosi la trovava “cretina” e “fastidiosamente oppressiva”. Un sacco di cretinate. Marti non si distingueva in bene o in male. E non faceva parte del nostro gruppo. Credeva che Nero fosse stato il mio ragazzo – amore tormentato! – e c’era rimasta più male di me quand’era morto. Trovava Dietrich “sensazionale” ma mi assicurava “non ho mire su di lui”. Insomma… Perché dovevo uccidere proprio Marti? Comodità, immagino. E poi l’appartamento dell’università è al primo piano e la finestra della cucina, che dà proprio sulla strada, non chiude bene. Due botte e si apre. La padrona di casa dovrebbe farla sistemare, ma ormai non è più il problema principale! Marti, la vittima di comodo. Se riuscivo ad accoppare una persona così inutile, allora ero il genio del male incontrastato e magari Belzebù doveva inchinarsi a me. Sicuramente, Rosi si sarebbe inchinata. Pensava che non avrei retto cinque secondi, che mi fossi solo un po’ esaltata. Rosi credeva di aver fatto di me un giocattolo assassino. Una bambola a grandezza naturale che canta, balla e ammazza. Pile incluse, immagino. Il patto era: vado a dare l’esame di Diritto Privato II. Poi cazzeggiamo in giro. Ad una cert’ora torniamo a casa. Ammazzo Marti nel sonno. E Rosi mi lascia in pace fino alla fine dei tempi. E Dietrich pure. Nessuno avrebbe toccato la mia intelligenza ariana. Tutto è andato come da copione. Avevo il CD-player in borsa, insieme ai libri. Mi sono sparata David Bowie fino all’ultimo. Andy Warhol. Ho telefonato due volte a Dietrich. Temporeggio, adesso come allora, per non raccontare l’ovvio. Ziggy Stardust. Cambiai idea almeno dieci volte. Vado a casa, non ci vado, resto, me la batto… un supplizio. Chiariamoci: ormai ero sazia di sangue. Volevo smettere. Non purificarmi. Volevo solo piantarla di uccidere. Su commissione non gratifica. Non si uccide per dimostrare dei principi. Accidenti. Si uccide seriamente oppure non si comincia nemmeno, perché sono faccende delicate e c’è sempre la possibilità di essere pescati e allora ciao. Ho ucciso. Basta! Stavolta era l’ultima, chiuso, finito. Dopo, non avrei mai più pensato alla vecchia Jan sfigata o a tutte le altre Jan. Quand’è troppo, è troppo. Togli la pietra dello scandalo. Mi sarei divertita o mi sarei disperata a seconda dei giorni. Ma via Alex, via le repliche sbiadite di me stessa in lacrime con i polsi tagliuzzati e il culo grosso che vomitavo nel bagno degli ospiti, via le ragazzine piangenti ai funerali, Nero e il Doktor_Morte, via tutto questo! Ho visto me stessa in giro per bar, a fare shopping ai saldi, seduta in un’aula di tribunale con la toga da pubblico ministero: Vostro Onore, è uno scandalo!, me stessa a bere caffè forte con Dietrich che mi portava i libri in biblioteca, automobili in corsa e alla guida c’ero io… Mi sono vista laureare, avere un paio di figli tedeschi, chiamare Vostro (assassina!) Onore e ho deciso che (assassina? Non più! Ora sto facendo giustizia) l’avrei fatto. A qualunque costo. Non posso essere La Migliore Del Mondo, ma nel mio piccolo… per le mie stupide amichette… magari avrei potuto fare la dura con loro, dopo (sapete, ragazze, altro che sangue per scandalizzarmi…) Comunque, ho ucciso. Eccome se ho ucciso! Adesso non ci crederete ma ho colpito come una bestia in esaltazione. Il mio sorriso tragico macchiato di sangue. Niente lacrime nere, solo colpire, colpire! Coltello, coltello! Rosi ha gridato davvero “ammazzala, ammazzala”. Alex buonanima urlava alle sue spalle. Io ho raccolto Rosi, ho raccolto Alex e le ho piantato il coltello nella pancia. Ho piantato il coltello nella pancia di Rosi. Meno male che sono alta e forte! Uno-e-due! Uno-e-due! Rigida e tedesca come Dietrich, guarda come sono brava, guarda! Ehi, ehi! Allora so cosa fare. Botte da orbi. Il coltello ha penetrato indecentemente quella carne morbida. Un segreto c’è: Marti non era in casa. Non so dove fosse. Probabilmente si è fermata a dormire dal suo ragazzo o che so io. Fatto sta che si è presentata dopo, con Veronica e me. Non le farà piacere sapere di essere lei la vittima designata. Mi è piuttosto indifferente. Forse aveva qualche scazzo con Rosi, che ne so? Sono un maledettissimo genio del crimine, io. Ho messo su una scena perfetta. Finestra forzata, casino dappertutto, il coltello simpaticamente conficcato nel corpo della Povera Vittima, lei stessa opportunamente nuda, preservativi in vista, cassetti rovistati… la sua vecchia fama di zoccola l’ha fregata fino alla fine, eh! Ma la ragazza era di facili costumi, Vostro Onore. E se n’è ripassati tanti. Oddio, ultimamente era ridotta a fare servizi da prostituta più che da fidanzata o amichetta. Grazie Rosi. Se tu fossi stata una suorina, avrei avuto qualche grana in più. Ho mutilato il cadavere come avrebbero fatto i miei “amici” serial killer. Ok, ecco il maniaco che la polizia ha sempre desiderato. E me ne sono fregata per il resto del tempo. E ho sbagliato, porco giuda! È qui che salta un tassello del mosaico, anche se non capisco quale. Perché Veronica non ha trovato un “cadavere orrendamente seviziato” ma solo sangue. Tanto, tanto sangue! E niente cadavere. Su questo punto dovrò rodermi tutta la vita. E vivere comunque nel terrore. Rosi non c’era più. Non era lì. Era morta, accidenti. Era stramorta. L’avevo quasi decapitata. Le pareti erano riverniciate di rosso! Era morta, lo so. Eppure, il corpo non era lì. Quando sono tornata sulla scena del delitto, c’era solo sangue. Era tutto come mi ricordavo. La camera doppia, un letto sfatto e uno rifatto. Ma niente cadavere! “Che roba è?” ho chiesto. “Un accoltellamento, sembrerebbe. Ma non c’è nessun cadavere” Nessunissimo cadavere. Neanche una traccia. Io non so. Non ho la più pallida idea di che cosa possa fare un cadavere dissanguato, a tarda notte. E devo anche ammettere che questa faccenda mi mette nei casini un’altra volta. Come fa una morta ad alzarsi e andarsene? Chi sposta i morti? Non credo ai fantasmi. Credo più ai genitori di Rosi, angosciati e peggio, che denunziavano la scomparsa della figlia. Insomma, Rosi è davvero sparita. Non è qui. Eppure dovrebbe esserci. Invece non c’è. Non c’è e basta. “Non è possibile che sia sparita e si sia lasciata quel macello dietro” ha commentato Marghe fumando quindici sigarette e annegando i denti in un bombolone col gelato “qui c’è dietro qualche assassino, qualche vero maiale che l’ha fatta a pezzi e l’ha buttata nell’Arno… o chissà dove… un maniaco, eh… di quelli che girano con l’arnese ritto…” Marghe ha guardato tutte le repliche di Blu Notte e C.S.I. e adesso gioca alla criminologa dilettante. “Oddio, per la troietta che era… un cliente deluso?” Dietrich. “Che belle amiche ti fai! Ha scannato un cliente in casa e se n’è andata!” Barbara. “Boh, un rapimento alieno, forse… che ne so io? Era così strana, eh. Sai Jan, una volta mi ha quasi convinta a far fuori quel coglione di Patry… ed io non le credo?! Ero esaltata come una furia! Poi dico, ehi no, mai più, ammazzare la gente, scherziamo? Tanto adesso c’è Nico che è molto meglio di Patry…” Angi, rivelazione sconvolgente. Servirebbe una morale? Non credo di averne una. Ho fatto una scelta e basta. Solo non capisco come facciano i cadaveri a camminare… e a volte di notte mi domando: sei matematicamente sicura, Jan, di non aver avuto un altro vuoto di memoria? Un buco nero in cui è caduta la Fine Misteriosa di Rosi l’Assassina e magari anche la Profanazione della Tomba. A questo punto, credo che non lo saprò mai. Pazienza. Io ho scelto. Amo Dietrich. Amo me stessa. Amo persino le mie stupide amiche, i loro bomboloni col gelato, il loro inondarsi di profumo dei tester, ma sì, anche questo. Finirò per amare i loro jeans stinti ad arte con la candeggina, di questo passo! Mi dispiace solo per Alex. Ormai non chiedo più scusa. Crepa tu che vivo io. Però, certo, non mi guasta evocare Alex che risorge dalla tomba, putrido e putrescente, e dà a Rosi l’ultima trombata. È stata anche colpa di Alex, sapete. Ha dato il “la” a tutto quanto, in quella sera soffocante di tantissimi anni fa. Da allora, morti a pioggia. E per colpa mia. O per merito mio. Dopotutto, non ero così sfigata e mostruosa. Certo non potrò vantarmene con nessuno, ma pazienza. Dovrò guardarmi alle spalle tutta la vita, accidenti. Che cosa posso fare? Rosi sarà anche morta, era morta, ma… dov’è? Non sono gli anni dei ladri di cadaveri, questi. Rosi è in tutti noi. Oddio, non riesco a ricordarmi la sua faccia. Compariamo insieme in un mucchio di foto, ma non mi ricordo più come fosse averla accanto e pensare sarà pazza, ma è un’amica… Rosi è in tutti noi. Non me la vedevo davvero a fare una morte così cretina, soprattutto per mano mia. Mi scoccia pensare che è la mia “ex”. E l’ho fatta fuori! Delitti per sesso e delitti passionali, per vendetta, per quello che ti pare. Potrei vendere omicidi. Sono un’assassina me sono pericolosa, ma non saprete mai che faccia ho. Potrei essere dietro di voi col coltellaccio in mano e… e voi non lo saprete mai. Attenzione, dunque. E ti amo, Dietrich. Ti amo. Ecco lo shock: le mie mani grondano sangue, ma riesco benissimo ad amare qualcuno. E non gli torcerei un capello. Né a lui né ai nostri futuri figli. Anzi… sarò un modello di perfezione. Sono spaventosa e nessuno lo sa. Magari girerò vestita da nazista, cantando Lilì Marlene a squarciagola e battezzerò i miei figli con nomi ariani tipo Volker, Gunther e Siglinde. O diventerò una hippie e proclamerò pace e amore che assolutamente non ho dispensato nei miei primi vent’anni, ma si può sempre cominciare, The answer is blowin’ in the wind, lo sai. Magari ucciderò altre sedici persone. Magari mia madre arriverà a chiedermi confidenzialmente – una sera che non sono fuori con Dietrich: “Dì, Jan, non è che hai combinato qualche disastro? Hai per caso ucciso qualcuno?” Magari diventerò un principe del foro e sterminerò giudice e pubblico ministero, farò fioccare condanne e bene sarà, perché di delitti ho esperienza, non vi pare? Magari… magari sono una persona più o meno normale che ha dato voce alla cosina scura e informe che si agita dentro a tutti noi, rotolando su e giù e chiedendo “fammi aprire, sono il vaso di Pandora”. Chissà? È il mio piccolo segreto. FINE


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