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lavoro pubblicato giovedì 18 agosto 2005
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Fabbrica di angeli cap. 1

di Nosferatu. Letto 1512 volte. Dallo scaffale Pulp

FABBRICA DI ANGELI Avevo bisogno di un eroe. Un eroe. Non ne ho mai avuto uno. Adesso però mi serviva. Dovevo fare qualcosa di definitivo. E per qu...

FABBRICA DI ANGELI Avevo bisogno di un eroe. Un eroe. Non ne ho mai avuto uno. Adesso però mi serviva. Dovevo fare qualcosa di definitivo. E per questo dovevo aggrapparmi a “qualcosa o qualcuno” che valesse la pena. Io non ho mai avuto eroi. Non “eroi” tanto forti da evocarli mentre scannavo qualcuno. Pensai ad Alex. Era così morto, così esplicitamente morto, come se non fosse mai esistito. Sette, otto anni, tanto tempo anche per uno come lui. Alex non esisteva più, ma io lo evocai di nuovo. Avevo il cutter in mano. Pensai ad Alex. Morto. Ero lì per commettere un omicidio e Alex era morto. La sera del suo compleanno. Vent’anni spesi bene, complimenti! Una scopata ti costa la vita. Titoli allegri del film sulla sua Giovane Vita Sprecata. L’autopsia aveva detto altro, veramente. Se fossi stata così fredda come speravo! Alex, pateticamente morto, umiliato dalla giacca scura e dalla cravatta, mi compariva davanti come uno spettro da poco prezzo. Avevo il cutter. Dovevo uccidere. La voce della mia amica non perdeva forza: “Cosa aspetti? Falla fuori!” Lei non sarebbe intervenuta, dovevo uccidere io. Accese la torcia, era tutto l’aiuto che mi avrebbe dato. Buio o luce, ma ammazza. Colpisci duro. “Avanti, ammazzala questa bastarda” ma con tono glaciale. La carne è morbida. Quella dei giovani, almeno. Pensate al Silenzio degli Innocenti. Mi sa che nel mio piccolo ho provato certe sensazioni un po’ estreme alla Buffalo Bill. Oddio. Io sono un’assassina. Comunque ho tirato cinquanta coltellate e anche più – non stavo a contare – mentre pensavo ad “A-lex, A-lex” e ripetevo il suo nome. Una benevola filastrocca. Due sillabe. Una sillaba, una coltellata. Venticinque Alex, cinquanta botte. Sangue, il sangue! (Ammazzala! Ammazzala! Ammazzala!) Quanto! Non me lo sarei proprio aspettata. Troppo sangue! Ce n’era dappertutto. Rosso e denso – denso in un modo vergognoso! – che colava ovunque. Sangue in bocca e nei capelli. In faccia, sulle mani, un vero schifo. Uccidi e spargi sangue: grandissima verità. Soprattutto, spargi sangue. La torcia illuminava il set di un film dell’orrore: io quasi impazzita lottavo come una pazza con quella “cosa” sanguinante che si dimenava e scalciava. Ricordo solo vagamente le grida strozzate. L’avevo imbavagliata. Però lottava di brutto. I miei vestiti erano rigidi di sangue. Avrei preferito che fosse sperma! Avrei preferito essere puttana, zozza e lurida, ma non il sangue. Perché l’odore del sangue morto fa vomitare. Volevo solo lavarmi. Tornare a casa e lavarmi. Infierisci senza pietà, Jan, mi dicevo, così la finisci e te ne vai. Ammazzala, Jan! Sta soffrendo troppo, tu devi ammazzarla! Finiscila! Accidenti, dopo venti coltellate, non era finita neanche a metà. Si contorceva. Era disgustoso ma faceva anche ridere, non so spiegarlo. Era ancora viva! E ho menato colpi come un’ossessa. (Ammazzala! Ammazzala! Ammazzala!) La carne, ho detto, è tenera e fa un rumore di risucchio a pugnalarla. La pelle tenera dei giovani. Mentre la colpivo, squash!, squash!, non sentivo nulla. Ripetevo il nome di Alex. Sempre omicidi sono. L’assassino di Alex, comunque, l’aveva fatta franca. Mai saputo chi fosse. Alex non aveva nemici. Anzi. Erano tutti suoi amici e qualcosa di più. Forse il problema era questo. Era drogato di sesso. Si era portato a letto, e questo per anni, amici e nemici. In macchina, assieme al cadavere, c’erano “reperti organici” di qualcosa come venti tra ragazze e ragazzi. Anche Alex aveva addosso “tracce organiche” di due donne e un uomo mai identificati. Evviva la sincerità! Alex era, per caso, mio fratello. Fratellastro, veramente. Siamo figli di padri diversi. Alex aveva gusti particolari, eh. Ma neanche un fratello erotomane e bisessuale può spiegare una sorella minore assassina. Se l’avesse saputo, non avrebbe approvato. O magari sì. Alex non era un tipo facile o prevedibile. Gli unici schemi che seguiva, erano i suoi. Quali? Perversi. Indecifrabili. E si è portato nella tomba un sacco di storie, purtroppo. La mia storia, Vostro Onore, prosegue con la sottoscritta che, commesso un delitto “vomitevole” prende su e va in giro per il resto della sera. Si ferma a dormire da un’amica. La mattina dopo torna a casa e passa il week-end col fidanzato. I mostri fanno questo e peggio. Senza rimorso, per carità. Il mio ragazzo è tedesco. Nato in Germania e trapiantato lontano. Ha un accento “metallico” come se affilasse leggermente le parole con i denti. È molto tedesco, esattamente il tipo del perfetto gentiluomo teutonico che ci si aspetta. Alto magro e affilato. Sensualmente splendido. Il mio amore. Tedesco mi suonava duro in ogni sua parola. E magari anche un po’ nazista. Lo adoravo. Lo adoro. Credo che farei qualsiasi cosa per lui. Infatti… La mattina dopo non mi sentivo falsa o “mostro”. Niente stronzate. Ero convinta che le cose andassero così come doveva essere. Ieri sera un omicidio, oggi una Bella Giornata Felice. E domani, chi lo sa? Potrebbero arrestarmi. Potrebbe esplodermi un aneurisma nel cervello. Potrebbe… Un sabato normalissimo e ancor più normale la domenica. Mi sono presa lo sfizio di mandare un bel sms alla mia Povera Vittima Innocente. Roba da amichette. Fino a quando non fosse venuto qualcun altro a raccontarmelo, per me lei era viva e vegeta. COM’È? FAMMI SAP. EXAM OK TE LO DICEVO KE ERA UNA CAZZATA. AL PROX APPELLO VAI E FATTI VALERE. KIAMAMI QUANDO TORNI SU, SMACK! Il week-end tipico della coppietta anonima che si sbaciucchia in spiaggia, ok? E che va a spasso mano-nella-mano, tutti e due carini e puliti. Il mio amore era bellissimo. Aveva un profilo duro. Poteva essere indifferente un assassino gentiluomo o un angelo. Un angelo in uniforme da nazista. Un angelo col coltellaccio in mano. Non ero un’assassina. Gli assassini non esistono. Lei non era più vera. Non aveva diritto di cittadinanza in un mondo dove esisteva Dietrich. Be’ tanto l’avevo già cancellata io. Gli omicidi sono una faccenda semplicissima. Io probabilmente sono pazza, ma questo non toglie che tutta la faccenda – e non era nemmeno la mia prima volta! – fosse assurdamente semplice. Troppo, maledizione. Inutile impazzire dietro alle puntate di C.S.I. e Derrick, se volete il mio parere. Ammazzate e vedete. Io ho commesso il delitto perfetto. Fortunatamente non mi è toccato scoprire io stessa il delitto, sarebbe stato troppo. E poi, d’estate, col caldo, dopo un giorno e mezzo, con l’afa, i cadaveri puzzano. Scusatemi, non sono proprio una pazza necrofila. E come cazzo mi comportavo, voglio vedere, a scoprire un omicidio creato e coreografato da me stessa? Ci pensò Veronica. Un’altra ragazza che abitava con noi. Che sollievo. Non mi perdonerebbe mai, se sapesse che è opera mia! Lei odia il sangue, odia i cadaveri e quando è entrata in casa, nervosissima perché aveva l’esame il giorno dopo e non sapeva –parole sue – “assolutamente un cazzo e mi segavano garantito” (ho subito capito che qualcosa andava male, là, mi ha detto – ed erano balle, balle complete, lei non aveva capito niente, non capiva niente) Sangue! Sangue, in una casa perbene di brave ragazze che studiano! Sangue! Nella camera da letto dove dormivamo lei ed io! Orrore e disgusto! La casa era profanata! Chiamate l’esorcista! L’orrore è qui! Aiutateci! Che cos’è questa mostruosità? Avevo tolto la suoneria al cellulare. (Non mi rompete le scatole quando sono con la dolce metà aspettate e se è urgente, cavoli vostri) Tornata a casa, mia sorella era incazzata con me “perché Veronica prima, poi addirittura la polizia!, ti hanno cercata tutta la fottutissimo sera! Che cazzo è successo ora?” Simulai calma. Presi una birra dal frigo. “Sì, va be’ , saranno le solite mozze” perché Veronica è realmente capace di mobilitare l’esercito e la protezione civile per un’unghia rotta, questo va detto “cos’è successo, i ladri giù a Pisa? Saranno cazzi della padrona di casa, non miei. O ha litigato col suo ciccino e vuole suicidarsi?” “Boh, straparlava, era mezza isterica. È una cretina totale” “Gran verità” Mandai un messaggio a Dietrich augurandogli la buonanotte. Poi chiamai Veronica. Urlava tanto che m’impressionai sul serio. Non mi aspettavo proprio… “O dio Jan! Jan è terribile! Non può essere! Jan, è qualcosa di…” Qualcosa di che? Mi viene un po’ da ridere se penso a come li ho fregati tutti. Sono un genio! La polizia dovrebbe odiarmi, accidenti. Per “abietti istinti” o altro, ho macellato più gente di un sicario. E l’ho fatto a tempo perso. Senza neanche farmi rimborsare le spese. Modestamente, sono brava. GIOVANE ASSASSINA CON ESPERIENZA OFFRESI PER LAVORETTI DELICATI. TARIFFE RAGIONEVOLI, COMPROVATA ABILITÀ…dovrei mettere una bella inserzione sui quotidiani e spanciarmi dal ridere. Chi lo direbbe? Guardatevi intorno. Appartengo alla razza dei Ragazzi Normalissimi, niente di definitivo stampato in faccia, insomma. Invece… il mostro è in mezzo a noi, signore e signori. Tutto merito di Rosi. È stata una sua idea. Poi ho scoperto di avere talento, ma sul serio, e la cosa si è fatta interessante. Non avevo idea di essere “portata” per qualcosa. Ancora oggi, non so proprio cosa si agitasse dentro di lei. Eravamo molto in confidenza. Fino a qualche tempo prima, mi sa, eravamo state troppo in confidenza. Comunque, non l’ho mai capita.. Né ho capito perché siamo diventate amiche e perché abbia scelto proprio la sottoscritta per allestire i suoi teatrini violenti a base di Sangue e Budella. Fatto sta che, nonostante abbia fatto di me un’assassina, Rosi è la mia “intima amica”. La mia “confidente”. Forse l’unica amica vera che abbia mai avuto. Solo ad un Rosi ed io facevamo collezione di orrori. Poi abbiamo fatto più sul serio. Teste mozzate e mani mutilate, quelle sono giocattoli per bambini, roba che trovi anche su Internet… Serial killer e mostri vari. L’assassino colpisce! E leggevamo un sacco di libri di criminologia, medicina legale e delitti seriali. Come hobby vale quanto collezionare monete antiche, mi pare. Era un buon modo per passare il tempo. Non do la colpa a Internet o ai libri, però. Ci eravamo un po’ sollazzate leggendo le storie peggiori, e allora? Capitava un anno prima. Spari che stuprano la quiete della notte. I nostri amici erano tutti i Bundy, i Dahmer e le Wuornos, (sangue che scende a condire il tutto) ma io non c’entro, Vostro Onore. Pasto per cannibali? Le cannibali eravamo noi. Rosi era figlia di un poliziotto. Aveva il fiuto del piedipiatti. E a parte i delitti, gli U2 e i romanzi sentimentali, il resto del mondo era il suo nemico numero uno. Piuttosto cha farsi chiamare Rosalba, avrebbe infilato la testa nel microonde Mi era affezionata perché ero l’unica in tutta la scuola a non darle di puttana, zoccola o altro. C’entra poco, ma è così. Rosi andava con chiunque, e credendo che ogni ragazzo al solo vederla s’innamorasse di lei, era nei guai da mattino a sera. Si è parecchio distrutta, ma non poteva aspettarsi un’elezione a Miss Mondo quando a quindici anni, si è fatta pescare (mani nella marmellata, eh?) negli spogliatoi dei maschi, mentre faceva un pompino al ragazzo di una sua compagna di classe. Da allora le ragazze l e hanno rivolto la parola per chiamarla “troia” o altro. I maschietti anche per abbordarla. E Rosi frignava come una strega davanti all’Inquisizione! Io me ne sono sempre fregava di quel che diceva la gente. Rosi mi sembrava innocua. Tutti abbiamo qualche problema col sesso. Mio fratello Alex si scopava qualsiasi cosa camminasse nel suo raggio d’azione. Mia sorella maggiore l’ha imitato a velocità supersonica, anche se nessuno l’ha mai accusata di essere troia, forse perché sembra appena uscita da Miss Mondo. Io stessa, oh lasciamo perdere! Non sono una poverina reietta, anzi. Avrei potuto vivere molto meglio, ma c’era anche il peggio. Se non ne sono uscita pazza, è stato per Rosi. Uccidendo, ho ucciso il mio passato. Jan, alias sfigata, mostriciattolo e rospo. Non ero sfigata veramente. Non penso. Ma mi sentivo menomata. E se cominci a incatenarti da solo, allora complimenti! Tutti abbiamo un incontro col sesso. A me è capitato in maniera abbastanza primitiva a diciassette anni. Ero a questa festa. Una specie di mortorio. Le coppiette pomiciavano e si appartavamo ovunque. La padrona di casa, Sarah, aveva chiuso a chiave la camera di suo fratello: “Cazzo, ha dieci anni, non possono andare a trombare sul letto di un bambino di dieci anni!” e si lamentava “Neanche fosse una casa infame!” Io, vestita di nero da capo a piedi, fumavo. Non ero Miss Universo. All’epoca ero goffa sciatta e di una tristezza da far sprofondare. I jeans neri mi strizzavano, la maglietta attillata mi evidenziava un odioso seno da matrona e una pancia da quinto mese. Non so se fossi davvero tanto grassa o se ero solo io a vedermi così. Avevo le unghie rosicchiate e i capelli stirati alla meno peggio prima di uscire di casa. Maschio mancato. Ero triste davvero. Mi facevo anche un bel po’ schifo da sola, ma che ci potevo fare? Ed ero sola come nessun altro. Non potevo considerare “amici” la gente che frequentavo. E i ragazzi più che farmi la corte si chiedevano da che pianeta provenivo.Un pianeta senza misericordia, azzarderei. Poi arriva questo tipo, come definirlo? Letale. Brutto, della bruttezza di un maniaco sessuale. Viscido. Appena uscito dallo stagno, molliccio e con un sorriso idiota ed un’erezione altrettanto idiota dentro i pantaloni, puah! Credo l’avessero pescato le tre Vergini Marie della mia classe. Tre ragazze che ovviamente di vergine hanno giusto mantenuto il naso e le orecchie, se va bene. Gli hanno spiegato che ero, che ne so?, una specie di lesbica o magari una ninfomane frustrata. Questo si avvicina e mi squadra le tette. “Sei Jan?” “E allora?” il mio nome mi rende facilmente riconoscibile. Suona come chewing-gum masticato troppo a lungo. Mia madre ha avuto una fantasia perversa nello scegliere i nomi dei figli. Accidenti, penso io, questo che vuole (e che cazzo!) fare??? Senza cerimonie, mi ha presa per un braccio e mi ha schiacciata contro la parete. E mi ha infilato in bocca venti centimetri di lingua. Sapeva di birra stantia e sigarette. Il mio primo bacio me l’aspettavo diverso. Mi venne su la nausea mentre mi rigirava la lingua in bocca. Cercai di appiattirmi perché non volevo sentire se era eccitato o meno, volevo solo (che schifo) (brutto BASTARDO figlio di una gran…) andarmene. Ovviamente non ci riuscii. Lui invece mi acchiappò e cercò di trascinarmi in macchina. Metà a spintoni e metà di peso. Persino io sapevo che voleva (VIOLENTARMI!!!) e francamente ero annientata, il cervello in stand-by e nessuno, lì intorno che pensasse magari di intervenire. Anzi. Risatine di sottofondo. Ebeti imbecilli. Del resto, stavo sul cazzo a parecchia gente. E lui era arrapato e voleva farmi di tutto. (VIOLENTARMI!!!) Mi ha salvato Sarah. non era proprio mia amica, ma le dispiaceva un po’ per me, sai che consolazione… e poi non era tipo da permettere che un diciassettenne cretina e sfigata venisse violentata così in casa sua. “Che cazzo volevi fare?” “Niente, niente… era d’accordo” “Lasciala stare o ti prendo a calci. Volevi violentarla?” “No! No, lei è d’accordo, vero Jan, sei d’accordo?” Avrei voluto sprofondare. Farmi violentare davanti a cani e porci! Non c’era nessuno lì a cui fregasse niente di me. Tutto insieme mi piombò addosso e stetti malissimo. Non era giusto, non era giusto, NON ERA GIUSTO!!! Cominciai ad incazzarmi. Se c’è un giorno in cui sono diventata “soggetto adatto” per un omicidio – è stato quello. Dopo questo splendido debutto in società, tra me e Rosi cominciò “l’amicizia speciale” o come si può chiamarla. Io le raccontai tutta questa storia metà piangendo metà vergognandomi. L’orgoglio era finito in fondo al mare. Lei mi diede retta anche quando mi accorgevo da sola di essere patetica, mi lasciò piangere quando volli piangere ecc… fu anche troppo comprensiva. La invidiavo. Aveva la fama da zoccola ma io ero ingenua e di queste cose non capivo un cazzo, zoccola o altro, che mi frega?, sono solo titoli. Che me ne sbatte a me? Lei mi dava retta. Io per lei esistevo. Tanto bastava. Poteva anche farsi di eroina, non mene sarebbe importato un accidente. Altre amiche non ne avevo. Diamine, ero sempre stata sola da far schifo. Non ci sapevo fare con le persone. E poi, Rosi faceva collezione di orrori come me. E mi dava retta. Se ne fosse fregata un po’ di più! Dunque passammo tutta l’estate appiccicate. E la gente deve aver pensato che stessimo insieme. A scuola lo pensavano di sicuro. Tutti quanti. Giravamo abbracciate per i corridoi. Al cambio dell’ora, eravamo sempre insieme nei cessi al secondo piano, a fumare come camini. Io alta e lei bassa. Sembravamo proprio una coppia. Andavo fiera di questo. Avevo cominciato a dimagrire. All’inizio, solo lo schifo per quel maiale che mi aveva abbordata alla festa. C’erano dei giochetti che mi capitava di fare, a volte, quando mi sentivo uno straccio. Tipo vomitare a cascata subito dopo mangiato, cose così. Stavolta perseverai, volevo dimagrire, tutte le mie forze andavano concentrate lì. Non sarei naufragata. Sarei magari morta con lo stomaco a pezzi – ma magra. Ci volle meno del previsto. Anche se, devo ammetterlo, vomitare fa un male cane e dopo ti ritrovi lurida. Non è tanto divertente quando il tuo ultimo pasto ritorna su e ti esplode in faccia e sulle mani. Io poi ho una specie di ossessione la pulizia e dopo letteralmente mi facevo delle spugnature, guai al mondo. Sputavo succhi gastrici e i denti mi si legavano, gli occhi affogavano nelle lacrime e mi sentivo vagamente soffocare. Sapete la sensazione di essere sballottati su e giù per le montagne russe? Il mio stomaco la provava tre o quattro volte al giorno. E di brutto anche, ma era troppo facile farlo. Non c’era nessuna mammina furiosa: “Jan, sei bulimica? Jan, cosa cazzo combini?” In casa mia la sorveglianza era a zero. Mio padre non c’è praticamente mai e, se pure è nei paraggi, non è che tiene per mano le figliole. Mia madre è pronta a condannare a morte chiunque abbia un solo grammo di più e temeva anzi che io “morissi vergine” perché ero “una grassona”. Mia sorella, purtroppo, era bellissima e strafiga e i ragazzi venivano davanti a lei senza neanche bisogno di menarselo prima, ma non è che le invidiassi granché. Valeva quando le venute di questi ragazzi eccitati. Magari – sicuramente – ero migliore io. Però cominciai a dimagrire. Prima “piano” poi sempre più velocemente. Io, dimagrire! Jan che diventa magra! Ho distrutto quindici chili di me stessa! È esaltante. Quindici chili di Jan che adesso non esistono più. Miracolo! E, cosa ancor più miracolosa, non ero più del tutto sola. C’era Rosi. E le amiche di Rosi. Ragazze tristissime e male in arnese, ma lo so adesso. All’epoca erano le mie amiche. Non capivano perché una ragazza così ricca dovesse vivere in condizioni “al di sotto della soglia di sopravvivenza”. Si spanciavano alle mie battute. Le incuriosivo. Mi ammiravano perché francamente rispetto a loro c’erano pochi complessi d’inferiorità… Rosi ed io la facevamo da padrone. Andavamo insieme dappertutto. Sempre mano nella mano. Fumavamo centinaia di sigarette. Tutta l’estate l’abbiamo passata insieme. Ci alzavamo prestissimo, andavamo a fare colazione in qualche bar e tornavamo a casa mai prima delle due o tre di notte. Era fantastico. Spesso eravamo ubriache marce. Le amiche di Rosi alzavano un po’ le sopracciglia. Io praticamente non mangiavo mai nulla. E tutte mi chiedevano cosa facessi per dimagrire tanto. “Uh, sono bulimica” mi vantavo. Risate. Ero spassosa. Stronza, macabra e con delle abitudini pazzesche! Insomma: gli amici di Rosi sarebbero diventati amici miei. È per questo che mi sono affezionata Non sto dicendo che fossero santi e poeti, ma esseri umani sì. Due braccia e due gambe. Parlano con me. Sono chiaramente squilibrati e pazzi, ed io che sono, allora? Anch’io ero un po’ pazza e stavo allegramente collassando su tutta la linea. Soprattutto, cominciavo a sentire una cosa molto poco perbene, soprattutto a diciassette o diciott’anni. Io allora mi sentivo vecchia. La parte migliore era già morta. Anzi, una “parte migliore” non c’era nemmeno stata. Avevo cominciato anche a desiderare. Solo desiderare. Non puntavo nessuno in particolare, perché tanto avevo zero possibilità. Pensavo che se ci avessi provato seriamente mi sarei resa ridicola. Io ero ridicola. Chi mi voleva? Le altre possono, io no. E il desiderio cozzava contro questo muro. Alla fine, risolsi di ammazzare il desiderio. Sola va bene, ma porco giuda, non ridicola! Non volevo pietà. Se Rosi mi avesse mai compatita, mi sarei suicidata sul colpo. Rosi non mi compatì mai. Ed io presi il mio desiderio (sono così FOTTUTAMENTE sola) (voglio che qualcuno mi ami) (potete amarmi, vero? Sono come tutti gli altri) (voglio essere amata) e lo soffocai. Io non volevo. Non posso volere. Niente amore. Sarò sola, ma sarò splendente, vedrete. Non mi ameranno, è ovvio, chi lo farebbe mai?, ma posso fargli paura. Meglio che niente... E Rosi mi puntava. I gatti puntano al buio, con gli occhi che brillano “sinistramente” nell’oscurità, soprattutto quando tu stessa diventi una creatura delle tenebre. Nacht und Nebel, avete presente? Notte e nebbia. Ed eccomi qua. Non ero nemmeno la sola “notte e nebbia del gruppo”. C’era anche la cara-e-dolce Angela. Avrebbero potuto scambiarci per gemelle. Guai a chiamarla Angela, comunque. Angelica, piuttosto. Era un tipino eccentrico. Secondo me, aveva letto troppi romanzi di D’Annunzio e non riusciva più ad uscirne. Credeva di vivere in pieno diciannovesimo secolo e parlava in un modo “straziante”. Era un vero animale da palcoscenico, Angela, pardon Angelica. “Potresti diventare una mia grande amica, Jan” aveva dichiarato. Il modo migliore per trasformarmi in amica intima era stato confidarmi: 1) di essere “promessa” (???); 2) di stare soffrendo tantissimo per amore; 3) che razza di amore era, soprattutto!!! Già, il grandissimo amore di Angelica. Aveva bisogno di qualcosa di totalmente assurdo e molto teatrale. Era un certo Patry, alias Patrizio, a cui lei aveva giurato cuore e anima. Custodiva la foto nel portafogli e la spiava almeno due volte ogni ora, sai “per conforto” ma ci mise una settimana per mostrarmela. Pudore, ovviamente, e poi doveva “saggiare” la nostra intima amicizia, no? Nessun plebeo irrispettoso avrebbe posato gli indegni occhi su Patry Va da sé che Patry era “il più figo dei fighi” e “un delirio completo”. Si capisce. Ammiralo, Jan, se non ti avessi mostrato io una bellezza del genere, saresti morta senza sapere cos’è “attraente”. Bah. Non lo trovai né divino né bello. Aveva la faccia scialba, il mento sfuggente e dimostrava trent’anni suonati, forse anche qualcuno di più. Indossava canottiera e jeans tagliuzzati – non era del tutto sfornito di muscoli, ok – e si contorceva in una posa “plastica” probabilmente cercando di imitare il grande Freddie Mercury. “Uhm… sì…” “Bello, eh? Non è stupendo? Dì un po’, ci crederesti che esistono ragazzi come lui?” “Eh, sì…” Le mostrai una delle foto superstiti di Alex buonanima. Per essere innamorata del suo irlandese, ebbe una bella reazione di amore necrofilo. “Tuo fratello questo schianto??? Noooo! Ma è…. È divino… bellissimo! Jan, ha la ragazza? No, volevo dire, io ho il mio bel Patry che mi aspetta, ma…” “No, non è proprio possibile, bimba. È morto da anni” “Oddio! No!” giunse le mani e puntò immediatamente gli occhi al cielo. Alex non si affacciò per lei, ma le eroine dei romanzi dannunziani fanno sempre così “Come mi dispiace, Jan! Morto?! E come?” Nei “suoi” romanzi, i giovanotti baldanzosi muoiono in duello con onore. Alex le avrebbe riso in faccia. E Patry? Cosa faceva Patry? Da quanto stavano insieme. “No… Patry ed io? Magari… è una faccenda molto più complicata…” Quella di Angi e Patry non era una qualunque storia o storiella – al limite, la ragazzina esaltata che va dietro al maschietto più grande. Niente storie d’amore o storie di sesso. Quella di Angi e Patry era una storia di sguardi! “Sai, ci siamo conosciuti in un posto dove lui suonava… e blablabla, mi fai un autografo? Ci beviamo una birra insieme? E vai così, mi ha raccontato tutta la sua vita, che si è lasciato con la sua fidanzata, che è molto triste, e io cerco di consolarlo, sai com’è… e insomma abbiamo pomiciato un po’…” La pomiciata aveva portato con sé un “appuntamento romantico”. Mezz’ora mano nella mano in Via Prione, lui stremato e lei radiosa, lui che continuava a dirle: “Ma davvero un bella ragazza come te non ha un ragazzo?” (pensa com’è sensibile, Jan!) Poi, va be’ avevano trombato. Lei non disse “trombare”. Parlò di “una cosa meravigliosa”. Patry, ovviamente, ce l’aveva lungo 30 cm o anche più e tutto il resto. Qui abbandonò il linguaggio da damigella e parlò (per mezz’ora filata!) come una battona professionista. Era giusto un po’ confusa, poverina, sul finale. Lei aveva cercato di prenderglielo in bocca e lui l’aveva allontanata con un: “Ne avrai di tempo per succhiarmelo… comprati dei lecca lecca e fai pratica” Senza parole. “Ma da allora avete ancora…?” chiesi io. “Uh, sì… no… non proprio…” Insomma, Patry, quando non violentava la musica con la sua chitarra malefica, e quando non piangeva per la sua ex fidanzata, prendeva Angi, se la sbatteva in qualche modo interessante, poi ciao e grazie. Oppure le rompeva i coglioni “ce l’hai un’amica figa per me e per il batterista?”. Poi aveva anche smesso di scoparla (non mi viene duro con una che non è la mia ex) e lei gli orbitava intorno come il più disperato dei pianeti. Patry era un ragazzo molto timido. Era così innamorato di lei che non gli si rizzava. Così innamorato che non voleva darlo a vedere “perché lui è un personaggio famoso” (suona la chitarra nei locali per sfigati) e non doveva, insomma, compromettersi davanti a potenziali fan. Tutti i sabato sera, Angi li voleva passare nell’hangar dove Patry & gli Sfigati Doc si esibivano. Miagolii di chitarra elettrica, rutti nel microfoni, agonie di batteria, poi Patry andava a farsi tre o quattro birre in apnea e spariva nei camerini. Angi lo seguiva a ruota. Ne usciva subito dopo distrutta eppur baldanzosa (pensa!!! Mi ha guardata negli occhi! Mi ha detto che mi aveva notata in prima fila… però è troppo stanco per scopare…) salvo una volta, quando ne venne fuori un quarto d’ora dopo con una bella macchia biancastra (di schifo) sulla maglietta e contenta come una pasqua. “Gliel’ho succhiato che… ora mi vado a bere una Coca… Come ce l’ha grosso, però!” Un paio di volte la seguimmo anche in ‘ste peregrinazioni dell’assurdo. Era così persa per lui che era divertente, divertentissimo! Poi la cosa diventò ossessione pura e anche Patry, stufo delle attenzioni morbose del suo oggettino sessuale, le sbatteva in faccia la porta del “camerino” (che poi era un loculo dietro il magazzino del locale dove tenevano gli strumenti) e magari non rispondeva ai suoi sms. Ad Angi scocciava parecchio che non la seguissimo nelle sue peregrinazioni amorose. Soprattutto, ci teneva a farsi spalleggiare da me. Secondo lei, una come me doveva avere un Grande Amore Impossibile da qualche parte e sperava magari di farmelo confessare, una sera, tra due Beck’s e la pancia mollicciosa di Patry che fuoriusciva dai jeans aderenti, mentre sul palco maltrattava gli Aerosmith e massacrava Springsteen. * * * Una figata, il look dark. Sono dark per scelta e per esibizionismo. In realtà, di musica heavy metal ne capisco quando il mio vecchio gatto e quando un dark vero mi ha chiesto se mi piaceva il Classic & Power, sono rimasta perplessa: “Il che?” Il look dark spaventa. Il terrore. Il potere. Volevo sanamente esibirmi! Ho scelto il modo più semplice. Volevo disperatamente qualcosa e ho afferrato tutto quello che mi capitava sottomano. Mi facevo dei “mascheroni” spaventosi. Il viso bianco come un cadavere, rossetto nero, ombretto nero, vestiti tremendi, artigli lunghissimi accuratamente laccati di nero. Per fortuna ho la voce naturalmente bassa e roca! Era divertente capitare a scuola conciata così. Era il mio ultimo anno. Ho goduto a scandalizzare due o tre farisei di classe mia. Mettevo su un ghigno da dura scarpinavo per i corridoi con i miei stracci neri e gli anfibi chiodati. “Che sei, satanista?” mi ha chiesto una delle Tre Vergini Marie. “Uh, sì… sì adoro il Diavolo. E te lo scateno contro” Ecco che cos’ero. Tutto sommato, mi piacevo così. Meglio mostro che sfigata. Ci sono tanti tipi di mostri quante sono le persone. In realtà sono anche piuttosto religiosa, ma in quel momento Dio non si occupava affatto di me. E non aveva nemmeno salvato Alex, tanti anni prima. Dunque non se la sarebbe sicuramente presa a male se avessi fatto la cretina con delle ritardate mentali come Raffa e le altre Vergini Marie! Come dark a tempo perso non passavo inosservata. Soprattutto Nero mi stava dietro. Senza Nero, non ci sarebbe la Jan di oggi. L’ho sempre trattato così male! E lui a sopportare con la pazienza del martire o del coglione. Propendo per la seconda ipotesi. Mi mandava dei sms sdolcinati chiamandomi POETESSA DARK o anche OSCURA VIAGGIATRICE. Io gli rispondevo con VECCHIO CATORCIO o anche BATRACE, ROSPO, VECCHIO UBRIACONE e soprattutto GRANDISSIMO MOZZOSO. Per lui, era un gioco. Un delizioso gioco di ruolo. Lui era quello che perdeva. Sempre. Non dico “mi dispiace”. Ero una perdente anch’io. Oddio, in mezzo a loro ero sempre l’elemento di spicco. Alta, più alta di loro. E grazie al cielo sono costante! Vomita oggi, vomita domani, il mio peso spariva, i rotoli di ciccia pure, mi “affinavo” come diceva Blanky con poca fantasia e finii con l’innamorarmi perdutamente di me stessa. Almeno un po’. Me lo meritavo. Rosi era sempre impelagata in pasticci con l’altro sesso. Però i ragazzi cominciavano a volerla sempre meno. Ed io che credevo, accidenti, credevo!, che lei piacesse. Oddio, magari piaceva sul serio. Di puttane ce n’è tante, in qualsiasi angolo di strada. Io puttana non la sono. Mi dichiaravo “senza sesso” che suonava come “lesbica” e poi magari abbracciavo Rosi, bacini e bacetti, così tutti andavano ripetendo: “Uh! Jan è lesbica” e mi lasciavano in pace. Non ero lesbica. E non sarebbe stato neanche un grave problema. A scuola c’erano due “vere lesbiche” che scandalizzavano la pubblica morale sbaciucchiandosi come forsennate nei cessi delle ragazze e facendo il bagno insieme (che dolci!) in gita scolastica. Ogni volta qualcuno cercava di beccarle. Viva i guardoni! Loro però erano gelose come una coppia di vecchietti sposati da cinquant’anni. Sbattevano fuori le altre compagne di stanza e scopavano come marito e moglie. Le disgraziate di turno chiedevano ospitalità a qualcun altro lamentandosi delle due “pervertite”. I maschietti avrebbero pagato oro per spiarle, ma niente da fare. Durante la gita dell’ultimo anno, Angi comprò quindici cartoline e dieci le spedì a Patry. Brani di poesie (sue, peraltro, come se Shakespeare non fosse più di moda) e dichiarazioni d’amore spaventose. Obiettai con molta delicatezza che dieci erano troppe e Angi ribatté che qualcuna poteva anche finire persa, e poi Patry in Grecia non c’era mai stato e sicuramente avrebbe “avuto piacere” di sapere che cosa vedesse il suo amore. Aiuto! E dieci cartoline furono. Poi l’ultima sera era tanto sbronza che pianse invocando mamma, papà e Patry davanti a tutti. La portai in camera. “Oddio, mi sono tradita? Sanno di Patry? Jan, mi vergogno tanto! Patry non vuole si sappia in giro!” “No, no, per carità. Sei a posto. Nessuno sa niente. Neanche l’hai nominato, credimi” Presi le cartoline dal suo zaino e le strappai tutte. Poi le buttai nel cesso. Non mi piace alimentare le follie altrui! Dite che sono una stronza? Meglio che niente… si deve pur vivere a questo mondo. “Dì, Jan, ma quel che dici e fai è vero o è una specie di… di recita?” mi chiese Marghe, mettendo in dubbio il mio interessantissimo personaggio “Sei tanto cara e tutto, ma stai un po’ esagerando” Margherita. Non era un fiore, diciamocelo. Nome più inappropriato non esiste. Pesava almeno settantacinque chili ed era alta un metro e uno sputo! Forse sono stata perfida a bollarla come “sovrappeso”? Marghe amava soprattutto il sesso. Aveva un ragazzo, ma sembrava un bambolotto. Non posso credere che scopassero sul serio. Lei vantava prodezze erotiche che neanche a Pigalle ai tempi d’oro… ed io un po’ ero nauseata per queste piogge di sperma e questi cazzi paurosamente eretti che fracassavano la terra come un quinto grado della scala Mercalli, un po’ mi mangiavo anima e fegato: ma io devo proprio essere così sola? Ho un bel paio di tette, sono alta e bionda. È mai possibile che neanche uno, dico uno!, mi voglia? Questo secondo tipo di pensiero mi faceva sinceramente stare male. Lo cacciavo. Dimenticavo e mi arrabbiavo. Marghe era proprio buffa. Più che un oggettino sessuale, era un orsetto di peluche in forma umana. Eppure, a sentir lei, succhiava cazzi fino a strinarsi l’esofago e scopava come un riccio. Neanche un etto ha mai perso, nelle sue scopate epiche. Inventava balle a cui forse credevo. Forse. Giocavamo a chi la sparava più grossa. E a furia di fingere indifferenza per quel desiderio, non me n’è più fregato niente. Ma niente davvero! Non saprò mai cos’era. Meglio. “E tu Jan hai mai fatto un pompino?” “Io? Io no! Mai! Non ho mai… come fai a pensarlo?” “No, dicevo, è un grandissimo atto d’amore, con un ragazzo, prenderglielo in bocca e succhiarglielo e…” “Già, Marghe, e se gli faccio solo una sega che cos’è? Un atto di rispetto?” “Uh, atto di rispetto! Sei una grande!” Ero una grande perché chiamavo “atto d’amore” i pompini e “atto di rispetto” le seghe. Allora diventavo volgare: “Bleah, i cazzi! Come fai a voler vedere un uomo nudo, con… quell’affare, lì?” Nessuna apologia del cazzo poteva convincermi. Per me, o la cosa era da vomito, o erano bestialità pure, roba da puttane. Niente sesso. Io non ho bisogno del sesso. Mi sentite? Andavo in volgarità per non ammettere che avrei voluto piantarmi un coltello in mezzo al petto. O che altro. (Jan, non piangere mai, però.) (MA IO SONO SOLA E CHE CAZZO!!! Ho del bel coraggio a stare così schifosamente sola alla mia età. O sono vecchia o sono giovane, ma nessuno è così solo. Posso almeno compiangermi da me? Sono sola e SOFFRO COME UNA BESTIA. Ho diritto almeno a prendermela con qualcuno? A fare un po’ di giochi? Sennò che faccio, mi ammazzo?) Per non pensarci – e non farmi seghe mentali – bevevo. Non è il massimo, e allora? Suicidarmi, forse? Da ubriaca ero grande, potevo dire e fare tutto, ero dio se volevo. Da ubriaca, non soffrivo. Non pensavo che ero sola, triste e inutile. Ho la sbronza allegra e non reggo bene l’alcol. Bevevo come una spugna. Non mi sembrava sbagliato. Nel nostro gruppo l’alcol andava forte. Se alla fine della serata avevo un mal di testa da farmi morire e magari non camminavo dritta, ero in buonissima compagnia. Solitamente, almeno, non sboccavo, che è qualcosa di veramente fastidioso, e dopo ti trovi pure lurido. Tra l’altro, il gruppo aveva già il suo ubriacone abituale: Nero, è ovvio. Nero beveva da far spavento e mischiava qualsiasi cosa di alcolico per sballare il doppio. Gli piaceva moltissimo Verlaine. Credo fosse il solo poeta che conoscesse. Verlaine aveva scritto ad una donna una poesia a proposito del bere. Qualcosa tipo “è ignominioso, ma tu bevi più di me”. Nero la ripeteva di continuo. Non mi sembrava dovesse vantarsene. Lui solitamente finiva la serata vomitando peggio delle cascate del Niagara. Gli tenevo la testa sibilandogli di tutto. “Sei proprio un impiastro! Ignorante! Patetico!” Mai una volta che mi avesse risposto a tono. Se l’avesse fatto, l’avrei ammirato, gli avrei infine dato una possibilità. Nero era prontissimo a fare tutto per me. Io non me ne accorgevo veramente. Mi stava dietro come un cane fedele. Non avevo proprio bisogno di un cane. Li odio, i cani. E la gente che cerca di somigliare ad una bestiola docile è anche peggio. Nero non se l’è presa quella sera che avevo trincato una bottiglia intera di limoncello e poi avevo cercato di buttarmi sotto una macchina. Il gesto era razionale: mi odio, quindi crepo. Sapevo di essere così sbronza da non accorgermi dell’impatto (un male cane!) mortale (e caddi a terra, cranio frantumato, morta in tragico incidente, autista in galera, lei era sbronza, ciao Alex torno da te, addio Rosi ti prego perdonami) contro l’auto. “Cazzo, Jan!” Nero mi prese per la vita e mi tirò indietro. Gli tirai un ceffone. Silenzio. “NON MI TOCCARE! VOLEVI PALPEGGIARMI? NON DEVI TOCCARMI, HAI CAPITO?” Si portò la mano alla guancia e farfugliò. Pensava che fossi partita. “NON SONO MAI PARTITA, È CHIARO? IO SONO SEMPRE LUCIDA! SEMPRE! TU NON HAI IL DIRITTO DI FARE PER ME!” Nessuno doveva interferire con la mia vita o la mia morte. Sarebbe stata una fine onorevole. Investita da un’auto. Si muore in cinque minuti. Impiccarsi, per dire, è molto più doloroso. Nero, vecchia checca passiva, mi aveva trattenuta. Non poteva permettersi di decidere della mia vita o morte. Non poteva! Così come non poteva farmi la corte. Non ero disperata fino a questo punto. Nessuno aveva il coraggio di ridere. Rosi mi guardava con i suoi occhi da gatto che fa la posta al topo. Forse ha borbottato un “scemenze” o qualcosa del genere. Forse l’ho immaginato io. * * * Ho ammazzato le lacrime sotto il cemento e l’asfalto. Ci ho fumato sopra, tanto e tanto, per indurire il pianto. Perché io non piango. Mai. Io non voglio piangere. * * *


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