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lavoro pubblicato venerdì 12 agosto 2005
ultima lettura lunedì 21 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

america, amerika

di acrobat. Letto 1385 volte. Dallo scaffale Racconti

- Sono venticinque dollari e dodici centesimi – lo disse in inglese, anzi in un dialetto a metà tra lo slang del nord della Florida e il georgiano, la...

- Sono venticinque dollari e dodici centesimi – lo disse in inglese, anzi in un dialetto a metà tra lo slang del nord della Florida e il georgiano, lasciando immancabilmente cadere tutte le g e le ultime consonanti che incontrava sul suo cammino. Non aveva spiccioli ma solo banconote da dieci quindi adocchiò al banco un rilucente pacchetto di Marlboro ultrasmooth patinate da un grigio metallizzato. Due dollari e pochi cents l’uno, una manciata in meno che in città. Gran paese gli Stati Uniti dove a chi vive in campagna il cancro ai polmoni è venduto in saldo. Niente inquinamento atmosferico per loro, in compenso il diritto a risparmiare sul tabacco per pagarsi le cure. Non fumava da un pezzo e non ne aveva voglia ma ad ogni buon conto ne prese due pacchetti. Faceva un fottuto caldo umido per essere settembre e ad ogni fermata temeva che l’aria condizionata sparata a mille in ristoranti, stazioni di servizio e addirittura nelle latrine prima o poi lo facesse svenire. L’elettricità costa poco da quelle parti e, se per fare un viaggetto di pochi giorni devi guidarne due interi, ambisci giustamente a non liquefarti. Era appena tornato dal Texas, uno stato che sulle cartine geografiche è squadrato come se a disegnarlo fosse stato un bambino di quattro anni. - Scegli pure il colore che vuoi. Viola dici? Forse il giallo gli dona di più ma attento a non uscire dai bordi – ed ecco comparire squadra e righello a spingere più in là il New Mexico. Di lì a qualche anno anche quel bambino si sarebbe domandato perché mai non le avessero fatte più vicine quelle righe. Invece no, ed ecco spiegato perché un texano non trova nulla di strano nel guidare quattro ore per andare a cena con gli amici. Era la quinta volta che andava in America. O la sesta, non ricordava con esattezza. Qualunque fosse il numero esatto, anche sette suonava plausibile, aveva imparato che gli americani non sono affatto diversi da noi. Già ma da noi chi? Boh. Ad ogni modo si era improvvisamente accorto che le culture si distinguono per i punti di partenza e i modi più che per le conseguenze. Alla fine affolliamo tutti lo stesso dannato collo di bottiglia e siamo talmente in tanti che qualche sgomitata ci scappa. I soldi non bastano mai, desiderano qualcuno da amare negandolo il giorno dopo, la percentuale di teste di cazzo è uguale a quella, che credevi impareggiabile, del tuo palazzo. Si accese la prima ultramorbida della sua vita e la sensazione fu quella, senza eguali, del fumo che si anima di vita propria e, soffice, cerca percorsi sconosciuti al tabacco plebeo per portarti alla dipendenza. Inebriante! - Ne volete una? – propose ai suoi compagni di viaggio ottenendo in tutta risposta un gentile ma deciso rifiuto. Tanto meglio, la nebbia canaglia era già riuscita nel suo intento. Mentre la visione edulcorata di quello che amava chiamare il grocery pop abbatteva il suo residuo amore per la radio, socchiuse gli occhi e si lasciò trasportare dal mito dei tempi che furono, quelli di un’America sulla strada. Li capiva, non doveva essere affatto facile vivere circondati da altri americani. Ovunque guardassero, solo Stati Uniti. Dev’essere frustrante. A rigor di logica dovrebbe essere lo stesso per gli australiani con l’aggravante di vivere in un angolo del mondo, ma loro sono poche decine di milioni quindi, stringi stringi, hanno una dispersione concentrata. Era sicuro di aver letto quell’espressione da qualche parte e in ogni caso rendeva perfettamente l’idea. Gli europei da questo punto di vista sono decisamente avvantaggiati. In poche ore puoi guidare attraverso due o tre nazioni. Non stati; sottile distinzione ma fino a un certo punto. Era capitato anche a lui di bestemmiare per l’attesa alla dogana ma, una volta lasciatasela alle spalle, si era immancabilmente sentito una persona diversa se non proprio nuova. L’America è un paese che sconfina in continente e ha quindi spalle robuste intorno alle quali voltarsi di continuo, osservata dal resto del mondo. Averla lì dov’è fa un gran comodo, con il suo sedere appesantito dalla malsana abitudine di vendere cibo ad ogni angolo e a cui tirare calci che l’adipe assorbirà. Si era rivelato veramente un paese miracoloso per lui, risvegliandone persino la più sopita delle fedi cristiane. - Adesso non esagerare – si intimò col pensiero – solo perché il loro modo di accompagnare la funzione con videowall e dolciumi è talmente coinvolgente da stomacare questo non ti autorizza a dimenticare quel numero. Diciotto. Duemilaquattro meno millenovecentottantasei faceva per l’appunto diciotto. Tanti erano gli anni passati dall’ultima volta che si era confessato. Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo. Dove si trovava non avrebbe avuto senso recitarlo. Per loro dio è semplicemente il signore e non il padre di qualcuno. Forse hanno ragione. - Dacci un taglio – pensò a più riprese. Lo stava rifacendo e aveva promesso di smettere. Talmente sicuro che chiunque fosse nato ad ovest dell’oceano atlantico e a nord di Guadalajara si sentisse certo di una innata quanto fantomatica supremazia da dileggiarli lui per primo dall’alto della sua genetica superiorità culturale. Guardò l’amico che guidava al suo fianco e la coppia che pomiciava sul sedile posteriore. Gli sembrarono in tutto e per tutto uguali a lui. Chissà poi perché non avrebbero dovuto esserlo. Reclinò il poggiatesta, aspirò un altro buonissimo bacio e si concentrò sui pensieri che ne affollavano la mente in quei giorni. Stava seriamente pensando di trasferirsi o, traducendo letteralmente dall’inglese, di muovere lì. Il loro modo di esprimerlo era più sintetico, viscerale. Lavoro, lontananza dalla famiglia, quella fottuta green card che nessun paese al mondo molla al primo colpo. Troppi dubbi che lasciò si sciogliessero sull’asfalto del sud. La monotonia che lo scenografo aveva disegnato ai bordi della freeway ne zavorrarono a più riprese le palpebre. Alberi di cui ignorava il nome ogni dieci miglia si genuflettevano innanzi ad archi dorati sinistramente familiari. Si era fatta l’ora per uno spuntino e quale luogo più indicato di un ristorante con buffet da otto dollari. Tutto compreso, anche una fotografia con l’alligatore più lungo del mondo. Curioso, era convinto che il primato spettasse ad un coccodrillo che gli era toccato vedere in Germania pochi anni prima. Gli sovvenne un dubbio – Ma in Germania non ci sono coccodrilli! – Infatti non esistono, tranne quello più lungo del pianeta per l’appunto. Non se ne convinse ma il banco dei dolci lo distrasse dalle sue inutili elucubrazioni zoologiche. Ore sei del pomeriggio e la cena era già un ricordo. Di lì a poco si sarebbe fatta notte, afosa ed irrespirabile. La sera la saltano a piè pari, non la nominano mai quasi fossero atterriti da quella via di mezzo che diventa benedizione. Non è eccessivamente tardi per qualcosa né troppo presto per altro. Compiutamente perfetta nella sua brevità. Aggrediti dalla vetrina di una vicina libreria di quart’ordine dai cui scaffali un esercito impazzito di pericolosissimi carboidrati fuggivano dai manuali-prigione cui qualche dietologo buontempone li aveva relegati, ripresero il viaggio. Un paio d’ore scarse e la capitale dello stato li avrebbe accolti con il suo verde scintillante e le casette in stile coloniale. Rispettò come sempre uno dei pochi dettami che aveva elevato a rigoroso principio: mai mettersi alla guida in un paese straniero. Provate a rientrarci dopo aver preso una multa per eccesso di velocità! All’avvicinarsi di una periferia sconfinata i filari si fecero sempre più radi alternati senza soluzione di continuità a cartelloni pubblicitari di altezza inversamente proporzionale alla loro distanza. Leggendoli singolarmente non lo colpirono in modo particolare; lasciò invece che la loro sequenza sincopata lo ipnotizzasse sfuocando i contorni della percezione. West Country Music 102.44 F.M. Magic Sex Video Shop. Prossima uscita. 2 miglia sulla sinistra. Quick Fuel. Mangia il tacchino più saporito della contea. Libri nuovi a 3$. Cristiani rinati. L’isola di Gilligan. Non perdere la nuova stagione in pay per view. Cool light. Bevila anche tu con i Braves. Non fece in tempo a domandare chi diavolo fossero mai questi Braves che alle spalle della gigantografia di una pesca, deliziosa prelibatezza locale, comparve il salvatore in persona. Serigrafia accattivante su sfondo completamente nero JESUS = LOVE, SALVATION, REDEMPTION Solo allora la strada sembrò allargarsi a dismisura e strapparsi nel tentativo di andare oltre i suoi stessi limiti, di arrivare ogni secondo che passava un po’ più in là. La desolazione si fece cemento, quello di un quartiere signorile che prende in prestito il sorriso smagliante della sua ricchezza e che abbandona schifato quando il rosso che diventa verde di un semaforo gli presenta il suo dirimpettaio. Nero come i suoi abitanti, squallido come l’abbandono che gli è stato riservato. E via veloce verso nord, oppure est od ovest. Non fa poi così tanta differenza. Saluti un altro cartello con il nome di uno stato barrato di rosso e, sia dietro di te che lì, in fondo all’orizzonte, i tuoi occhi sembrano giocarti uno scherzo curioso. I confini, netti e regolari dell’America, si incurvano su sé stessi volgendo la concavità verso un punto che è immancabilmente sempre lo stesso. Non capisci. Gli occhi spagnoli di una giovane donna ti danno il benvenuto mentre non c’è più nessuno che dorme sotto al muro. Parli inglese e tutti ti capiscono, ti volti e i tuoi amici a stelle e strisce sono ancora lì con te. Facce da turisti di ritorno a casa da un lungo viaggio. Paghi in dollari, euro, yen. Nessuna differenza tra pezzi di carta terrorizzati dal cambio. Solo allora ti rilassi, ti siedi al primo bar e ordini una Budweiser che fa schifo e sa di acqua sporca come negli States. Le strade sono sgombre di messaggi. Non ha più alcun senso scriverli. Ordini anche per i tuoi compagni. Capisci. Capisci che non sono più vicino a te e poco importa. Capisci che l’America non ha colonizzato niente e nessuno se non il tuo subconscio, quello che ci si ricorda sempre troppo tardi di avere ed è lo stesso che vorrebbe spuntare il nome dell’America affianco alle responsabilità di tutti. Ti alzi, paghi e ti avvii al controllo passaporti. Il poliziotto si dimostra più gentile del solito. Sorride e vidima il tuo documento. - Viaggio di lavoro o piacere? – ti domanda. - Entrambi, credo – rispondi temendo di essere stato troppo generico. - Buon per lei – ti incalza - quanto si trattiene? - Non saprei. Forse per sempre. Ti aspetti uno sguardo torvo e la fucilazione immediata e invece te ne esci sano e salvo con la carta Visa che fa spazio al suo fianco alla green card, quella di cui si ha bisogno per vivere in America. Quella che abbiamo già tutti per vivere in Amerika.


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