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lavoro pubblicato mercoledì 10 agosto 2005
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

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il dolore senza nome

di acrobat. Letto 1490 volte. Dallo scaffale Sogni

Non ricordava nulla della sua infanzia, di dove era cresciuto, dei suoi genitori; eppure doveva averli avuti, in qualche tempo, da qualche parte. Era ...

Non ricordava nulla della sua infanzia, di dove era cresciuto, dei suoi genitori; eppure doveva averli avuti, in qualche tempo, da qualche parte. Era come se fosse nato in quello stesso istante senza memoria, con la consapevolezza del solo presente. A dire il vero pochi e vaghi ricordi li aveva conservati, anche se forse sarebbe stato meglio chiamarli con il loro vero nome: visioni. Facce, facce dappertutto. Non rammentando nulla non avrebbe potuto in alcun modo sapere che si trattava di visi, eppure era così. Facce giapponesi, per la precisione. Poi si guardò, compresso com’era nel suo vestito traslucido che più che a degli indumenti assomigliava ad una scatola di fiammiferi e pensò che non sembrava affatto giapponese. Chissà cos’era il Giappone? Chissà cos’era un fiammifero, cazzo. Era giunto alla conclusione di essere in coma, oppure di essere un caso più unico che raro di un sogno che si accorge di essere tale. Non si spiegava altrimenti la frammentarietà dei suoi pensieri. O venivano interrotti da qualche momentanea disfunzione cerebrale oppure gli venivano forniti dall’esterno, dalla mente del sognatore assopito. Che a quel punto, se due più due faceva sempre quattro, era per forza di cose asiatico. Non riusciva a muoversi, questo era l’unico aspetto che non digeriva oltre al fatto di non percepire l’incedere del tempo. Da quanto era chiuso in quella specie di bara? Cinque minuti? Due ore? Anni? Poteva al massimo allungare le braccia di qualche decina di centimetri davanti a sé e piegarsi per dar un po’ di riposo alle sue povere estremità che dovevano essere gambe ma non riusciva a vederle distintamente quindi non ne era certo. La scatola di fiammiferi gialla, con un piccolo bavero rialzato solo da un lato, ne nascondeva le forme. Poteva anche essere una donna per quanto ne sapeva. Di una cosa era sicuro. Non era solo in quel sogno. Sentiva, nella penombra, lo stiracchiarsi ed il respirare ansioso di altri esseri e, isolate, urla strazianti di sofferenza. Provò una sensazione fortissima alla base dello stomaco e gli tremarono così tanto le gambe che quasi cadde. Chiamò quell’emozione paura. Coniò un’altra parola, terrore, quando una luce fortissima, accecante, lo investì. Il giapponese doveva aver sognato di aprire l’armadio. Ancora quel termine: cazzo. Ad afferrarlo dalle spalle fu del freddo metallo che senza delicatezza alcuna lo trasportò per una distanza incommensurabile quindi lo depositò su di un letto, in posizione supina. Quindi silenzio anzi no, non era silenzio bensì un brusio continuo e sempre più forte, sempre più vicino. All’inizio gli sembrò un rumore vivo ma si dovette ricredere. Non riusciva a vederla ma era sicuro che una sega non avesse vita propria. Neppure nel paese del sol levante. Perse completamente il controllo del respiro e finì in iperventilazione. Lo strumento di tortura era lì appositamente per lui. Sempre più vicino, indugiò sulla superficie dell’involucro che lo avvolgeva quindi un dolore lancinante ed improvviso gli trapassò il tronco. Avrebbe voluto urlare se si fosse ricordato cosa significava o piangere se qualcuno glielo avesse insegnato. Avrebbe pregato un dio se per lui ce ne fosse stato uno, sarebbe corso a ripararsi in chiesa se ne fossero esistite. Invece dovette rassegnarsi e lasciare che i bastardi lo tranciassero di netto in due. Quindi i suoi torturatori si concentrarono con sadica perizia sugli arti. Ad ogni incisione gli parve di svenire, ad ogni amputazione sognò di morire e invece, seppur così mutilato, era ancora vivo e vigile. Il dolore pareva non scalfirne l’essenza. Riusciva ad avvertire il timbro a fuoco impresso su ogni pezzo staccato dal suo corpo. Su ognuno sempre lo stesso ideogramma seguito da una sequenza numerica variabile. …17112004…042002612…22101968. Non restava nulla di lui che non fosse stato orrendamente straziato. Avrebbe desiderato che finisse tutto, in quello stesso istante, ma non fu così. Gli artigli artificiali ne afferrarono i tronconi e, in rigoroso ordine alfanumerico, li inserirono in un tubo senza fine. Altra attesa, più breve questa volta. L’accelerazione più intensa che natura potesse concepire li trascinò via con sé. Bruciava maledettamente quella innaturale velocità! La parte di corpo a cui era rimasta attaccata la testa cercò di assumere una posizione aerodinamica per ridurre al minimo le abrasioni. Era su di una autostrada a cinque corsie e lui occupava quella più veloce. Riusciva a malapena a intuire i cartelli sul bordo estremo dell’ arteria. 1,6. Gli svincoli erano fittissimi. Da ognuno si immettevano migliaia e migliaia di monconi al secondo e ne uscivano altrettanti. Non ebbe la forza di sottrarvisi e venne risucchiato dalle ingorde mani che lo rapivano al flusso supersonico pensando di fargli un favore, di porre fine alla sua vita da torturato aggiungendo invece dolore su dolore. Alcune, in particolare, si ostinavano a volerlo far passare attraverso feritoie strette come budelli. Ore e ore ad aspettare di riuscire finalmente a raggiungere la destinazione da cui riecheggiava, ad intervalli regolari, uno screpitio metallico ad accompagnarne la marcia. Poi di nuovo giù per lo scarico fin sul fondo della fogna con i liquami sfreccianti a velocità tripla. L’operazione si ripeteva talmente spesso da sembrare in pratica senza soluzione di continuità, fatta eccezione per pochi e brevi istanti di pausa trascorsi in magazzini semibui traboccanti corpi dolenti ed esausti. Cercò qualcosa da bere pur non essendo sicuro di avere una bocca da dissetare. A fermarlo fu un bruciore ancora più intenso, un incendio che divampò ovunque intorno e dentro di sé, lo stupro dei suoi ricordi, della sua stessa esistenza. Avrebbe voluto dire no, gridare aiuto, ma il tempo di cui aveva bisogno per pronunciare quelle parole fu sufficiente a estirpargliele. Era come se un vento gelido ne stesse aspirando poco alla volta l’intelletto. Un attimo soffriva, quello immediatamente successivo non esisteva più. Il gestore di sistema scandagliò le sue budella, la sua cartella. Un vuoto pronto da reindirizzare, un mare scevro da increspature. Solo una piccola impercettibile frequenza si lasciava cogliere a picchi ciclici seppur smorzati. Sempre lì, periodo dopo periodo. Un’ interferenza, forse. Uno scherzo della natura o della tecnologia. Era possibile. Un marchio di fabbrica. Questo no, perché era per tutti diverso anzi no, diversificabile. Da chi? Da loro. Uno scherzo di pessimo gusto; un regalo, uno di quelli che a volte si vorrebbe ridare in dietro, un privilegio, una dannazione, qualcosa a cui non si pensa mai. Una voce che sussurra al tuo orecchio, una voce che ascolti sempre troppo tardi ma forse è proprio per quello che esiste, perché sia tu a decidere quando sentirla. Una presenza talmente impercettibile che crederci diventa impossibile, un mito, una differenza. Troppe parole per un folder vuoto. Bastava chiamarla con il suo nome. Un’anima.


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