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lavoro pubblicato lunedì 11 luglio 2005
ultima lettura lunedì 24 settembre 2018

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UN UOMO DA SALVARE

di dolceglicine. Letto 1626 volte. Dallo scaffale Pensieri

UN UOMO DA SALVARE Dal purpureo drappeggio discostato appare un uomo violentato nel suo io e vilipeso dal suo stesso esibizionismo sterile...

UN UOMO DA SALVARE Dal purpureo drappeggio discostato appare un uomo violentato nel suo io e vilipeso dal suo stesso esibizionismo sterile. E’ lui, quell’apocrifa creatura, che come anomalo intruso si atteggia declamando anfibi versi di oltraggiate culture. Lo riconosceremo, rinnegato, anche, dalle sue stesse maschere, cercherà consensi impossibili alle nostre latitudini e nella patologia della delusione un tonfo d’animo suggellerà il suo vuoto, unico residuo di una psicologia annichilita. Lo salveremo, in nome di una benevola e unanime pietà. (14/05/2004) NOTA: Credo che di quell'uomo (genericamente inteso come essere umano) sia piena la letteratura, i trattati di sociologia, psicologia, costume. Credo anche lo si incontri per strada, lo si veda nella pubblicità, sulle riviste, in televisione...insomma, ovunque. Può essere che in questa mia abbia usato un linguaggio più vicino alla prosa anziché alla poesia ma ho cercato, sperando di esserci riuscita, a carpire dall'arte poetica quello strumento che la rende così assoluta e unica, quel riuscire a concentrare in poche righe, versi e parole un tema che altrimenti richiederebbe pagine e pagine: la sintesi. Che la vita sia un palcoscenico su cui tutti siamo attori è una asserzione che condivido. Ma come nel teatro c'è l'attore e l'Attore con la A maiuscola, così anche nella vita. Da qui il mio spunto per parlare non dell'Uomo ma dell'ibrido. Un uomo costruito da se stesso o a da altri, a cui piace apparire in modo vistoso ed eclatante. Una sorta di falso, una brutta copia dell'uomo sincero, schietto, umile e coerente. Un individuo che recita personaggi dalle parole ambigue, costruite a tavolino cosicchè possano creare imbarazzo e senso di inferiorità a chi le ascolta, che abbraccia ideali, culture o religioni adattandole alla propria convenienza infischiandosene della loro vera essenza. Un uomo che usa le maschere per nascondere la propria debolezza di cui è consapevole pur non volendo ammetterla. E per questo cerca continuamente consensi e laddove essi non gli giungano, la delusione, quasi fosse una malattia, gli provoca un vuoto interiore e la consapevolezza di esso al punto che, si avvale dell'uso di palliativi terapeutici rovinosi per corpo e cervello di cui, per non voler cedere nemmeno all'ultimo atto, cercherà di farne persino uno status symbol. Gli altri, invece, quelli che ho chiamato "noi", pur essendo costretti a recitare la vita quotidianamente, interpretano sempre e comunque se stessi coscienti che le mascherine che di volta in volta si devono indossare servono soltanto per mantenere un equilibrio societario di rispetto e, se sono costretti ad interpretare dei personaggi, da essi riescono a trarre sempre qualcosa di utile al proprio miglioramento interiore. Così, appunto come l'Attore con la A maiuscola. Un continuo fruire dalle costrizioni che le norme del vivere civile ci impongono. Uomini che sentono il peso delle loro croci ma che da esse saranno salvati e con l'umiltà di esse, pietosamente salveranno anche l'ibrido.


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