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lavoro pubblicato lunedì 20 giugno 2005
ultima lettura domenica 17 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Meditazione & disperazione

di Nosferatu. Letto 1118 volte. Dallo scaffale Pulp

Sangue. Sangue nero di gallerie metropolitane senza fine. Adesso è troppo tardi per tornare indietro. O sì parla, o sì ridi, ridi finché non emettera...

Sangue. Sangue nero di gallerie metropolitane senza fine. Adesso è troppo tardi per tornare indietro. O sì parla, o sì ridi, ridi finché non emetterai suoni rochi di chiodi arrugginiti. Hai visto? Era sangue. Nero, notte. Morte. La metropolitana sferraglia con un rumore di graffette violentate. Le luci sudano sul pavimento aloni bianchi e viscidi. Fuori il freddo potrebbe spezzarmi in due ma ho la febbre da quando sono “scesa sottoterra” e appena risalgo muoio di sicuro. Nevica. Insieme sangue, neve e rose. Rose nere di vinile. Si sciolgono al contatto col suolo. La neve non è azoto liquido. La neve che non è azoto liquido non congela un bel niente. Guardo fari di auto in corsa cercando di convincermi che chiedere un passaggio chiedere un passaggio chiedere un passaggio – è la mia cosiddetta salvezza. Per tornare. A casa. Dove lavarmi. E dimenticare tutto. Che sono stata qui ad esempio. Sangue viscido e nero. Si essicca diventa una crosta. Mangia la pelle. Poi attacca il naso. Senti l’odore per secoli. I morti spalancano gli occhi e accolgono qualcun altro tra loro. Il sangue è schizzato duramente sui muri in macchie nere, in colate postmoderne di affreschi che non vedrò mai. Scrivi una poesia, fuma e va’ a casa. Vatti a ubriacare. Mettiti una sciarpa ed affronta la neve con soavissimi cinguettii – sono così fragile! Il sangue è vita. Danza e ride. Porta lenti a contatto ma penso di saperlo smascherare lo stesso. Ha un brutto colorito di malattia. Il sangue. Graffiti di metropolitana. Pavimenti zozzi. L’odore di sporcizia, chiuso e vomito della metro. Non penso di sopravvivere. Ansimo sulla scala e mi aggrappo al corrimano. So che mi ha ustionata. Era bollente e non portavo i guanti così le mie mani si sono semiparalizzate dal freddo. Ma ora la ringhiera è così bollente da fondere. Ho le stimmate sulle mani! Perché nessuno se ne accorge? Non toccate il corrimano! Salvate le impronte digitali! No, no, via! Vi ucciderà! È avvelenato! Perché non capite? Sono davvero sola? Sono sola? Non mi sentite. Io vi parlo voi siete – pietrificati lì. Ci muoviamo ma i vostri corpi mi trapassano nell’involontarietà e scusa cara camminiamo tutti sulla stessa strada. È finita. Stimmate che solo io posso vedere ma sapete quanto fanno male? Lo sapete? Un’ora di vita per queste? La neve è cocaina. Polvere di borotalco bianco. Lasciate che il cielo si strappi di dosso la tossicodipendenza. La regala ai mortali. Fine e rigida. Scrocchia sotto i miei anfibi. Aspiro dalla bocca e si scioglie. Sono io che mi sciolgo, la neve fa finta. Potrei sniffarla col mio piercing al naso. La cocaina imbianca di verginità davanzali di finestre. La verginità dello stupefacente sul cofano di diecimila auto paralizzate intorno allo stesso semaforo. Zampetto tra di loro. Sorriso ebete. Sniffo e voi non capite. Spalancate la bocca e inspirate. Questa è la vita e voi la spalate agli angoli delle strade. Questa! Non è droga, è vita, ed è peggio. L’avete sotto il naso ma tirate avanti. La calpestate e vi dite “io sono un uomo”. Siete morti, non lo sapete, è solo il corpo a vivere perché ha ancora un po’ di batteria. Siete morti. C’ qualcosa di vivo là fuori ma non siete voi.


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