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lavoro pubblicato domenica 12 giugno 2005
ultima lettura mercoledì 2 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il pettirosso

di John D.. Letto 1208 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il pettirosso I caldi raggi del sole schiarivano le mie pupille castane, mentre comodamente, ero seduto su una vecchia panchina di legno nel bel me...

Il pettirosso I caldi raggi del sole schiarivano le mie pupille castane, mentre comodamente, ero seduto su una vecchia panchina di legno nel bel mezzo dell’unico spazio verde che ricopre questa fumosa cittadina. Le nuvole nere, che fino a poco tempo prima, avevano oscurato il cielo, come un sipario che lentamente copre il palcoscenico, avevano messo in fuga coloro che come topi, si rintanavano alla vista di un feroce predatore. Tirai una lunga boccata dalla Benson, che accesa, emanava un sottile rivolo di fumo bianco dall’aria innocente. Ero solo come ogni arbusto che con il tempo si era eretto, sempre più saldo, in tutto il verde che mi circondava. “Buongiorno”. Un timido saluto, colmo di dolce tenerezza, provenne da pochi centimetri da dove scrutavo le singole meraviglie di una natura che beata respirava libertà a pieni polmoni. “Salve a lei”, replicai alla vista di un ometto sull’ottantina d’anni che scaricò tutto il peso della sua età sulla panchina sulla quale ero adagiato, come un uccello che cinguetta felice appollaiato su di un ramo. Timidamente, ripresi la mia analisi di un uccello che zampettava sul prato, forse in cerca di vermi per i piccoli del suo caldo nido di paglia. Era grigio, come una nuvola carica d’acqua, con un piumaggio rosso poco al di sotto della piccola testa che si chinò per raccogliere un ramoscello secco caduto da sicuramente da una delle tante piante che lo circondavano. “E’ un pettirosso”, pensai fissandolo con gli occhi resi semichiusi dal sole. “Davvero un grazioso uccellino quel pettirosso, vero?”, riprese la voce alquanto debole dell’anziano signore. Mi voltai e lessi nei suoi occhi verdi, la solitudine di un’anima che ha percorso troppa strada, per ricordarsi tutto ciò che ha incontrato nel suo lungo cammino. E solo in quella occasione mi sono, con mio rammarico accorto, che se è l’uomo che forma la vita, allora il tempo forma l’uomo. Il tempo. Quel tempo che aveva decimato i suoi capelli ormai bianchi, come un mitragliere tedesco su una delle spiagge dello sbarco. Il tempo che aveva solcato il suo volto rendendolo simile ad un campo di battaglia, dove combattere, lottare contro ogni cosa. “Già”, risposi sospirando prima che ricominciasse a parlare il solo silenzio. Tirai nuovamente una boccata dal mio punto più debole, leggendo ciò che era scritto sul pacchetto: il fumo uccide. “Hai da accendere?”, proruppe l’anziano stringendo tra le dita rugose e tremanti una MS. Vidi che sul suo anulare non spiccava la fede nuziale, prova che forse la sua vita, il suo lungo cammino, l’aveva compiuto in solitudine, come aveva trascorso gran parte della sua vita. “Grazie”, mi rispose dopo aver tirato una lunga boccata. La sua voce si era trasformata, non sembrava più sicura di se, era intimorita, commossa e commovente, quasi avesse paura della mia presenza sul suo lungo cammino. Tornai ad osservare il mio obiettivo, come un vero fotoreporter. Il pettirosso continuava a scavare dolcemente la terra bagnata e morbida, in cerca di qualcosa che ignoravo completamente. Poi spiccò un balzo che si tradusse in volo, poi una planata. Atterrò su di un’asse della panchina su cui eravamo seduti. Il volto dell’anziano signore fu colorato da un sorriso, mentre lentamente la sua mano tentava di avvicinarsi all’animale senza metterlo in fuga. L’uccello emanò un cinguettio, poi volo via sul ramo più alto del pino, da dove forse continuamente osservava il mondo. L’uomo mi sorrise e senza esitare riposi. Si poggiò la cicca tra le labbra ed estrasse dalla tasca della giacca bianca un foglio di carta sul quale annotò con una piccola penna nera: pettirosso. Non li riuscì a leggere, ma individuai altri nomi scritti su quel foglietto di carta tanto semplice, come fosse una lista di cose da acquistare. I miei occhi seguirono la sua mano, mentre riponeva il foglio dopo averlo piegato con cura. “Elementi”, mi disse continuando a fumare. Corrugai le sopracciglia guardandolo negli occhi verdi semichiusi dal tempo. “Elementi di un sistema quotidiano”, replicò. Leggendo nei miei occhi, capì che ancora non avevo compreso le sue parole. “Un diario”, continuò, “sono anni che lo scrivo, giorno dopo giorno, mi annoto ciò che mi accade, e la sera getto su carta una specie di diario. Compresi, ora. Immaginai il diario, ricco di ogni ricchezza, espressione do ogni esperienza. Pensai che probabilmente sarei stato menzionato in ciò che quella sera avrebbe scritto. “Le piace scrivere, quindi. A me tantissimo.” Un altro sorriso, questa volta di condivisione, gli colorò il viso accentuando i solchi del campo di battaglia. “Lo so, lo so”, mi rispose iniziando a ridere concedendosi qualche colpo di tosse per lo sforzo e per il fumo. Lo guardai con tanto stupore, che mai provai in vita mia. “Come lo sa?”, gli chiesi incuriosito. Non vidi il movimento delle sue labbra screpolate e secche, ma vidi le sue dita chiudersi leggermente, prima di schioccare e gettare via il mozzicone lontano. I miei occhi furono costretti a seguirlo, finché fumante non stramazzo al suolo. Quando poi ricondussi lo sguardo cercando gli occhi dell’anziano, mi accorsi con maggior stupore di un momento prima, che era sparito. La panchina era tornata vuota così come me ero rimasto nuovamente solo. Gettai il mozzicone, ma questa volta non lo seguì con gli occhi. Mi alzai, infilai le mani nella tasche dei larghi jeans che indossavo e mi avviai verso l’uscita. Dopo pochi passi, mi voltai e vidi nuovamente quel pettirosso zampettare sradicando con la sua forza minuta filetti d’erba verde e umidiccia. Risi semplicemente sbuffando aria dalle narici, prima di inarcarmi su me stesso e continuare a camminare verso… Verso cosa camminavo mai lo capì, forse proprio verso me stesso… perché quella fu la prima volta che parlai a me stesso.


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