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lavoro pubblicato lunedì 23 maggio 2005
ultima lettura mercoledì 15 luglio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Quando tu puggi, io lasco

di Gabriella Cuscinà. Letto 1500 volte. Dallo scaffale Racconti

Quando tu puggi io lasco “D’accordo!” gridò Mino piantato davanti al verricello “Andiamo di bolina.” “Sì, è meglio,” rispose lo skip...

Quando tu puggi io lasco “D’accordo!” gridò Mino piantato davanti al verricello “Andiamo di bolina.” “Sì, è meglio,” rispose lo skipper “abbiamo vento di Tramontana.” Quattordici ore di navigazione con mare forza 6! Erano partiti dal porto di Palermo con una barca a vela di medie dimensioni per fare una crociera alle isole Eolie, ma si erano ritrovati a fronteggiare Nettuno imbestialito! La passione per il mare accomunava i partecipanti a quell’escursione. Una piccola combriccola più il conducente della barca, Tore, grande esperto di vela e imbarcazioni da diporto. La Xamamina era stata un vero toccasana. Non avevano vomitato ma quando erano sbarcati a Vulcano, avevano avuto la sensazione che la terra continuasse a ondeggiare ed oscillare. “Quando tu orzi io cazzo, e quando tu puggi io lasco. Intesi?” ripeté Mino che era stato l’organizzatore dell’avventura. Costruiva da sempre modellini di velieri con una pazienza e precisione da certosino. Difatti il suo amore per la vela era sorto in età infantile. E adesso ne era divenuto una specie di patito. Se il vento era favorevole e soffiava forte, gli s’illuminavano gli occhi, sorrideva. Se non c’era vento, si dannava. Se la barca doveva andare a motore, diceva che avrebbe preferito farsela a nuoto. Intanto rideva sotto i neri baffoni, increspando le labbra e mostrando un compiacimento da beota gaudente. Il fratello l’assecondava sempre e lo aveva seguito anche questa volta, portando con sé la moglie. Erano Andrea e Cinzia. Il primo stravedeva per la pesca e durante quella gita rimase sempre con la lenza in mano, sciupando esca a mai finire e non riuscendo a prendere neppure il più piccolo pesciolino. Ma lui s’intestardiva e continuava a usare lenze a traino e lenze di fondo. Lenze così e lenze colì. Come esca, aveva provato il gambero..…...e niente! Gamberetto, gamberoni, gamberino….niente! Più si dannava più nulla pigliava. I pesci talora erano visibili ad occhio nudo. Ma lo salutavano divertiti e gli facevano sberleffi. “Se vi pesco! Vi faccio vedere io!” Quando Andrea andava a dormire, si esibiva nel suo russare potente e vigoroso. Allora tutti si lamentavano, protestavano e inveivano. Lo avevano soprannominato: “La motozappa”. Marianna, la cugina che lavorava all’istituto d’igiene, aveva sentenziato: “In questa barca, ci vuole maggiore pulizia!” Il marito si chiamava Tonio e possedeva un gommone. Sapeva sempre tutto e interveniva su tutto. La sua loquela era inesauribile! “Dovresti pescare con un’esca diversa,” aveva detto ad Andrea. “Tu non ne capisci niente!” aveva ribadito quello. “Già, e intanto tu non peschi nulla.” Questi alterchi erano continui e movimentavano la gita, ma ancor più esilaranti erano gli scambi di vedute tra Mino e Tonio. “Se si tratta di badare alle vele, ci penso io,” diceva il primo. “Io invece mi occupo di timonare,” ribadiva l’altro. “Sì, così andiamo a sbattere contro qualche scoglio!” “Lo scemo che sei. Parli tu che fai sempre caramellare le vele!” “Ma come! Se procediamo bene è proprio grazie all’ottimo regolaggio che eseguo io!” “Ma che ne capisci tu che possiedi solo una barchetta a vela?” “Già e tu invece sei un Gommista e vai solo su gommoni!” Per fortuna tra questi battibecchi, s’inseriva Tore con cortese fermezza, per dare le giuste indicazioni di manovra. Il più giovane componente dell’equipaggio era Achille, figlio di Marianna e Tonio e velista appassionato. Era un ragazzino bellissimo e un po’ capriccioso. “Vorrei vivere per sempre su questa barca!” aveva esclamato. La povera Cinzia aveva cercato di adoperare il water dell’imbarcazione e c’era riuscita a stento. Infatti le dimensioni erano infinitesimali. Di conseguenza, poteva solo urinare. Se si fosse provata a fare dell’altro, non ci sarebbe mai riuscita, poiché quel fac simile di cesso rendeva improbabile ogni evacuazione; a parte il dondolio della barca! Gli esseri civili, in genere, buttano la carta igienica dentro il water. Invece no. In quella specie di camera a gas, bisognava metterla in un sacchetto di plastica onnipresente. Per scaricare l’acqua, Cinzia doveva adoperare una pompa idraulica a mano. Ciuf, ciuf, ciuf…... e veniva fuori l’acqua di mare. Però che panorami avevano ammirato! Che tramonti! Con un sole incandescente che li colpiva infuocato, tuffandosi nelle acque brillanti del Mediterraneo. E i delfini! Che meraviglia vederli giocare attorno alla barca! Saltare e immergersi. Come se li salutassero. Se poi qualcuno li fotografava, pareva si mettessero in posa. Per non parlare delle bellezze paesaggistiche di quelle isole! Panarea, piccola ed aristocratica. Stromboli con la sua Sciara a strapiombo sul mare e da dove avevano contemplato l’eruzione notturna, ignari dell’onda lunga in agguato da lì a pochi mesi dopo. Infatti avevano gettato l’ancora all’imbrunire e, sotto un cielo trapunto di stelle, avevano visto fuoriuscire getti di lava e lapilli che si proiettavano in alto creando un’atmosfera irreale. La vivandiera della brigata, colei che stava ai fornelli quasi come per missione, era Giusy, sorella dell’organizzatore. Una bella mattina, in un mare azzurro e trasparente, calmo come l’olio, Giusy e Cinzia stavano facendo il bagno attorno alla barca. S’erano un po’ allontanate e, ad un tratto, la prima aveva cominciato ad avvertire una corrente sottomarina che tirava al largo. “Non ce la faccio a tornare,” aveva detto. “Lanciate le pinne!” aveva gridato Cinzia agli uomini rimasti a bordo. Le pinne erano state gettate e Giusy l’aveva calzate. Eppure faceva ancora fatica a tornare. “Lanciate una fune!” A questo punto, s’era mobilitato l’equipaggio. I salvatori erano accorsi nuotando a gran bracciate. Chi portava una cima agganciata alla barca, chi portava il salvagente. La nostra eroina fu ricondotta sana e salva sulla barca, tirata e trascinata. Gli spaghetti cucinati da Giusy erano eccellenti! Forse per questo i maschietti s’erano preoccupati vedendola in difficoltà. Cinzia invece aveva avuto un altro handicap. Il cognato Mino, la cui altezza s’avvicinava al metro e novanta, dormiva nella cabina adiacente alla sua. Caso volle che Minuccio decidesse di dormire incollato alla parete di legno divisoria. Nel letto, non poteva distendere interamente le lunghe gambe. E allora, ogni volta che si rigirava, dava una potente e sonora ginocchiata alla parete, provocando l’insonnia della malcapitata, la quale ad ogni botta, saltava in aria come un capretto a primavera! Ma chi di loro potrà mai dimenticare l’alba sul mare, con il venticello leggero che soffiava discreto? E il vino Malvasìa di Lipari? L’antica Lipari con le cave di pietra pomice, che rendono le sue acque di un colore inverosimile! E i capperi di Salina? Li avevano mangiati in insalata. Capperoni enormi insieme alle foglie e ai ‘Cucunci’. Questi ultimi, nell’idioma delle isole, rappresentano il frutto della pianta di Cappero. “Prendi la scotta della randa e cazzala,” indicava Tore a qualcuno. “Lasca di più il fiocco!” Se poi bisognava dispiegare le vele, si mettevano tutti all’opera. Due uomini si ponevano al verricello di destra e due a quello di sinistra. Bisognava sciogliere e cazzare, cioè svolgere le scotte da una parte e tirarle dall’altra. Due scioglievano velocissimamente facendo roteare il verricello. Gli altri avvolgevano per tendere le vele. Ora, tra il girare da una parte e il rigirare dall’altra, avveniva che mani, piedi e teste s’incrociavano, cozzavano, s’intrecciavano, sbattevano e poco mancava che mischiassero pure gli organi genitali! Ma l’avventura più eclatante li attendeva proprio durante il viaggio di ritorno a Palermo. Il mare era calmo, liscio e piatto. Decisero di compiere la navigazione di notte, procedendo a motore poiché non soffiava il minimo, agognato alito di vento. Tore, fidandosi dei suoi compagni, chiese: “C’è qualcuno che vuole stare sveglio al posto mio?” L’idea non riempì nessuno di gioia, a parte il solito Tonio cui non parve vero di mettersi al timone. “Bene! Allora a mezzanotte io vado a dormire e tu prendi il mio posto. Sei sicuro? Davvero pensi di saper timonare e non t’addormenti?” “Macché! Non ci vuole niente. Sarò sveglio e vispo come un grillo!” Tonio puntò la sveglia affinché suonasse a ogni ora, ma non aveva fatto i conti con Andrea. Questi vedendogli compiere l’operazione, pensò bene di disattivare la sveglietta, all’insaputa di tutti. Una navigazione eccellente! Una notte da fiaba, con lo sciabordio delle onde sulle fiancate della barca. Prima d’andare a dormire, avevano mangiato degli ottimi spaghetti con tonno, capperi e rosmarino fresco. Verso l’alba furono svegliati di soprassalto da un urlo sovrumano. “Uuuhhhh! Ma dove stiamo andando?” urlava Tore. Rispose la voce insonnolita di Tonio: “Che! Cosa! Perché? M’ero appisolato un attimo.” “Un attimo? E mi spieghi come siamo arrivati ad Ustica in un attimo?” A questo punto tutti s’erano svegliati e chiedevano cosa fosse successo: “La sveglia non ha suonato? Ma perché?” Andrea, fingendosi stupito, inveiva scandalizzato contro il povero Tonio: “A Ustica! Ci hai fatto arrivare ad Ustica!” Quello desolato, cercava di spiegare l’accaduto giustificandosi in qualche modo. Corretta la rotta di ritorno, la navigazione era ripresa tra l’ilarità generale.


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