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lavoro pubblicato giovedì 21 aprile 2005
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

la correzione del passato

di M.E.. Letto 1480 volte. Dallo scaffale Racconti

Il sole batteva caldo sul prato verde, sui tettucci delle macchine, sui vetri chiusi delle case. Molti erano già alzati e sulla strada per andare a la...

Il sole batteva caldo sul prato verde, sui tettucci delle macchine, sui vetri chiusi delle case. Molti erano già alzati e sulla strada per andare a lavoro, altri ancora dormivano nel loro letto caldo, sotto delle coperte non troppo leggere per via della stagione non ancora avviata verso il calore estivo. Il cielo era lindo, non una nuvola occultava la volta azzurra, non una nube all’orizzonte sarebbe potuta arrivare a rovinare la giornata. Una giornata perfetta... così la si sarebbe potuta definire, anche se sembrava fin troppo calma per essere vera. Forse era più una giornata che preannunciava l’arrivo di guai… la calma prima della tempesta. Il primo aprile, un giorno pieno di gaiatezza, di gioia e di scherzi. Una ragazza di quindici anni e mezzo con lunghi capelli nero pece, occhi grigi con delle pagliuzze verdi e azzurre, fissava la strada trafficata da un’ampia finestra in ferro. Indossava una gonna nera a mezza coscia con le pieghette, una maglia bianca sbracciata, che le lasciava scoperta la pancia, e una camicia nera con i polsini lasciati liberi al vento, gli stivali al ginocchio con il tacco di dieci centimetri, ma largo, neri con la punta quadrata. Il trucco era sobrio si notava l’eyeliner nero, il mascara nero con le estremità delle ciglia argentate e le palpebre erano coperte da una leggera e fine striscia d’azzurro. Quel giorno, portava degli orecchini pendenti, d’argento, fatti da specchietti minuscoli che luccicavano di riflesso al sole e le solleticavano le spalle ad ogni movimento del capo. Dei braccialetti d’argento e alcuni di fili fatti dalle sue amiche del mare, le cingevano il polso sinistro, alla mano destra portava una fedina argentata. Aveva una collana fine, al collo, con una piastra d’oro bianco, su cui erano incise le lettere R.Z. che portava da quando era stata battezzata. Le mani, dalle lunghe dita, erano fornite d’unghie ben curate, smaltate di nero e ricoperte da uno strato lucido. L’anello che portava, lei, lo riteneva una specie di portafortuna, un amuleto che le impediva di essere triste e infelice, le permetteva di vivere la sua vita senza pensare di avere sbagliato in qualcosa. Troppe colpe si dava per cose che lei non aveva potuto combattere, per cose che la ferivano ancora dopo molti anni... poi un giorno aveva chiuso gli occhi e aveva deciso di tornare a vivere dopo mesi passati come una specie di eremita. Aveva fatto un cambiamento, a trecentosessanta gradi, e ora viveva la sua vita, ora era lei a camminare, a parlare, a respirare e a sorridere. Tra le mani aveva un lettore-cd della JVC e, con gli auricolari nelle orecchie, ascoltava Will Smith con il suo ultimo disco. Stava appoggiata coi gomiti alla mensola della finestra e guardava il vuoto, o probabilmente osservava il traffico scorrere davanti ai suoi occhi. Occhi da gatta. Il traffico... che le ricordava di quanti momenti passano alla velocità della luce e che molte volte non riusciamo nemmeno a vivere per un quarto. La vita le era sempre stata contro, tante cose aveva dovuto vivere, tante cose l’avevano ferita più di quanto sarebbe dovuto essere, tante sfide aveva dovuto combattere, giocarsi, vincere, per dimostrare il suo valore ma... tante volte non le era mai stato riconosciuto il suo merito. Sapeva quanto si soffriva ad essere prese in giro per errori commessi molti anni prima, errori che desiderava dimenticare ma che non le era permesso. Ma ora a distanza di anni e in una scuola differente, con compagni diversi, con amici diversi, senza quelli che conoscevano il suo doloroso passato, bé era tutto diverso... ora sembrava che non le fosse più contro il mondo. Nonostante il trucco che metteva sul suo viso, esso, era segnato da una cicatrice, di due o tre centimetri, posta sulla base del viso dalla parte sinistra. Un’altra cicatrice, molto più grande, partiva dalla base del fianco destro, dall’ombellico, e arrivava circa a pochi centimetri dall’attaccatura del seno. Quelle due cicatrici, le ricordavano l’enorme sciocchezza che aveva fatto sua madre, cinque anni prima. L’uomo che la madre credeva di amare, la casa vuota, loro due soli, la fiducia della madre per un uomo che la stava solo sfruttando... Sua madre, una donna giovane e bella, una donna coi capelli biondi, gli occhi azzurri, il corpo longilineo e snello, la bellezza giovanile ancora nell’adolescenziale età di trentun anni da compiere or ora... Rose ricordava come la madre era stata felice fino alla morte del marito. La morte che aveva distrutto tutto quel mondo, quell’equilibrio, che era riuscita a creare intorno a se dopo tanti anni di tristezza, di solitudine, di vita nelle case-famiglie. Tutti gli anni, da prima del concepimento della figlia, fino a quando suo marito era morto, erano stati per entrambi i migliori anni della loro vita, poi come tutto era iniziato, tutto era svanito, svanito nel nulla... lasciando prima e dopo solo e soltanto dolore. Ora lei si trovava in una condizione ben peggiore della madre, Carolina era nata ed era stata subito abbandonata in ospedale, mentre lei era cresciuta circondata da affetto e gioia e poi di colpo... tutto ciò che la vita le aveva donato, le era stato portato via, come se fosse stato commesso un errore, prima che venisse al mondo. La porta, in legno e ricoperta da una striscia di plastica azzurra, della classe alla sua sinistra si aprì e uscì un ragazzo. Capelli scuri, occhi neri, sorriso sempre sulle labbra sensuali e ben fatte, il fisico snello e appena accennata la muscolatura, era un bel ragazzo e un grande amico. Lui faceva judo e quello era il suo mondo, tutto ciò di cui lui aveva bisogno... lei avendo gli auricolari alle orecchie non si era accorto che si era avvicinato e sobbalzò, quando lui l’abbracciò da dietro, all’improvviso. Lo sentì premersi forte contro i suoi glutei, mossa che non si era aspettata, poiché lui aveva sempre evitato di stringersi a lei da dietro, gli piaceva il davanti perché aveva modo di accarezzare con più facilità il suo fondoschiena... lei l’aveva sempre lasciato fare per due motivi, il primo è che le piacevano le sue mani e il secondo è che non avrebbe mai avuto la forza di respingere il piacere che provava quando era con lui. Voltò il viso di scatto trovandosi a pochi centimetri da quella bocca che tanto desiderava baciare da quando, cinque mesi prima, l’aveva conosciuto. Gli sorrise, ma non tolse gli auricolari e lo fissò indecisa, per qualche istante... poi si sporse lentamente verso di lui e gli diede un bacio sul lato della bocca, abbracciandolo, tenendolo stretto a se, per paura di vederlo andare via e di non vederlo mai più. Lui la strinse e le massaggiò dolcemente il fianco dove aveva la cicatrice, lei si ritrasse spaventata e abbassò lo sguardo dal suo viso. Voltandosi puntò la sua attenzione alla strada e al traffico mattutino. Cercò le sue mani, fissando il vetro della finestra che rifletteva la loro immagine e, trovatele, se le strinse intorno alla vita. Lui ignorava il motivo dell’esistenza di quella profonda cicatrice e quando era con lui, anche lei se ne dimenticava ed era molto felice di questo. Era come se il suo ieri, quando era con lui, evaporasse in poco tempo. “Ci sono tante cose che di me non conosci...” Gli disse, fissando i suoi occhi attraverso lo specchio improvvisato. Le parole erano appena sussurrate, si udivano fievoli e lontane, a causa della voce strozzata per via della vicinanza di Alec. “Lo so, ma impareremo a conoscerci, siamo amici...” Le baciò i capelli e sorrise. “Siamo amici e lo diventeremo sempre di più, man mano che il tempo passerà.” “Amici...” “Tu non lo credi?” le chiese sorridendole e stringendola ancora a se. “Sto bene quando sono con te. Sto bene quando ti vedo la mattina o vedo i suoi squilli sul mio telefono. Sto bene, perché da quando ti conosco ho scoperto che si può essere amico di una ragazza.” “Ti voglio tanto bene.” Disse in un sussurro, appoggiando il capo sulla sua spalla e chiudendo gli occhi per qualche istante, cercando di calmare il suo cuore che quel giorno batteva più veloce del solito. Lui passò i polpastrelli sulla cicatrice del viso e lei s’irrigidì. “Ti voglio tanto bene anch'io.” Le disse stringendola ancora più contro la mensola. “Lascia che ti tocchi, che le mie dita percorrano il tuo viso...” Le diede un bacio sulla cicatrice e poi tornò a farle posare il capo contro il petto. Sebbene per lei fosse dura da digerire, doveva ringraziare una tra le ultime persone con cui avrebbe voluto a che fare. L’ultima che avrebbe voluto avere intorno... ma nonostante ciò che lei voleva, quella ragazza, era ancora nella vita di Alec, era stata la sua ragazza e per lei era ancora la sua compagna di classe e di gruppo lavorativo, nonché ex migliore amica. Poi... in un momento poco preciso dei freddi giorni del febbraio terminato, circa quattro settimane prima... tutto era cambiato. Qualcosa tra le due amiche si era spezzato o, forse, più semplicemente Rose non si era mai accorta che in realtà Jennyfer non aveva mai voluto una vera amicizia con lei, ma solo dei consigli su come poter vivere una storia serena con Alec o chi che fosse il suo ragazzo di turno. Erano amiche da tanto tempo, anni che a stento ricordavano, nate nello stesso ospedale a distanza di pochi giorni, dormivano e mangiavano l’una accanto all’altra. Il destino le aveva volute unite, le aveva volute insieme, forse per deriderle o per qualche motivo che loro non capivano assolutamente. Dopo essere stata abbandonata e adottata dalla famiglia di Rose e si era legata molto alla sua “sorellina”. Erano cresciute nella stessa città, nella stessa via, nella stessa casa, avevano studiato nella medesima scuola e frequentato gli stessi amici. Il desiderio di creare una società assieme si era fatta largo nella loro mente molti anni prima di decidere la via che avrebbero vissuto per tutti i giorni che sarebbero rimasti loro. Erano cresciute insieme ed insieme avevano scelto quella scuola ed erano finite nella stessa classe. Si erano sempre dette tutto, erano più affiatate di quanto si potesse pensare, solo che il destino aveva deciso di separarle. Lo stesso anno, verso ottobre, la madre naturale di Jennyfer aveva chiesto, e ottenuto, l’affidamento della ragazza. Nonostante abitassero in paesi totalmente diversi si erano continuate a frequentare come se non fosse successo nulla. Poi, ad uno di distanza dalla loro scelta, Jennyfer aveva presentato a Rosana il suo ragazzo Alessandro. Il mese dopo Jen si era resa conto di come Alec e Rosana si erano capiti fin dal primo momento e se n’era ingelosita... forse anche quello aveva contribuito la distruzione di qualunque relazione ci fosse tra le due ragazze. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, nonostante tutto, era stata la gelosia di Jen nei confronti di Rosana da quando aveva conosciuto Marco, per Jennyfer ex ragazzo ai tempi della clamorosa litigata tra le due ragazze e per Rose un caro amico dall’antivigilia di Natale. Jen aveva mollato Alec e, dopo pochi giorni, si era rimessa con Marco solo per ferire quella che aveva sempre chiamato “sorella” e amica, lei aveva tradito tutto ciò che s’era creato in quegli anni, solo per un ragazzo. Rosana aveva sempre saputo che non avrebbe mai potuto mettere le mani addosso a Marco, lui era ancora preso da Jen per poter anche solo pensare lontanamente ad una storia, men che meno con la sua migliore amica. Poi, quando si era rimesso con la sua ex, con lei aveva chiuso tutti i contatti... senza spiegarle, senza darle possibilità di capire... La loro amicizia era finita da più di due mesi ma, nonostante il tempo passato, lei ne risentiva ancora. Troppo ferita nell’intimo per poter dimenticare tutti quei momenti che avevano passato abbracciati a parlare di tutto ciò che avrebbero fatto quell’estate ormai alle porte. Le gite, gli incontri, le uscite, che svanirono in un miliardesimo di secondo, se non in meno tempo. “Ci sono tante cose che devi sapere, ma che ho paura di dirti.” Disse voltandosi verso di lui, mettendosi le sue mani sui propri fianchi. “Perché?” “Perché ho paura che cambi tutto tra noi, che metta in bilico la nostra amicizia.” Si rivoltò verso la finestra e si sistemò una mano sul ventre e l’altra se la portò alle labbra, gli baciò il palmo e gli sorrise tristemente. “Niente, di quello che dirai, potrà mai mettere in bilico la nostra amicizia, è questa tua paura che potrebbe farlo...” “No...” Gemette lei stringendogli la mano, aveva paura, timore di perderlo, l'angoscia di svegliarsi un giorno e scoprire che era tutto un sogno o che fosse realtà, ma che lei con lui non poteva più parlarci. “Rose... io ti voglio bene, te ne voglio tanto. Sento che hai paura di perdermi, ma cosa potrebbe esserci di così orribile che da fare cambiare le cose tra noi? Cosa ti spaventa tanto?” si premette contro di lei e le baciò i lunghi capelli. “Hai fatto tante cose per me... mi sei stata vicina quando avevo bisogno di te o di qualcuno con cui parlare, mi sei stata accanto e dato forza quando dovevo stare vicino ai miei amici che avevano bisogno di me e io avevo paura di non farcela ad aiutarli come tu avevi fatto con me...” Le baciò il collo e il mento, salì lentamente verso le guance, lasciando una scia di baci per avvicinarsi sempre di più alla sua bocca. Lei voltò il viso per guardarlo negli occhi, facendo in modo che lui le desse un bacio sull’angolo della bocca. “Voglio aiutarti come tu hai aiutato me, come tu hai aiutato i miei amici... sei la cosa più importante che ho.” Disse scostandosi un poco dal suo viso, avrebbe voluto avvicinarsi di più e baciarla sulla bocca, impossessarsi delle sue labbra e far sì che, quando si sarebbe allontanato ancora dal suo viso, lei avrebbe respirato affannosamente e il suo cuore pompato più velocemente. “Il mio passato non è dei migliori, voglio che tu sappia quello che ho vissuto, in modo che tu capisca perché spesso divento fredda e distante.” “Allora raccontami tutto...” “Vieni fuori a fumare Ale?” la voce di Niko uno tra gli amici di Alec li fece sussultare entrambi, troppo presi dai loro pensieri per ascoltare il mondo esterno, per preoccuparsi della presenza di chiunque altro attorno. “Certo arrivo.” Si strinse contro la ragazza che teneva tra le braccia e le sorrise. “Vieni anche tu?” le chiese, e le baciò il collo dietro la nuca, dopo aver spostato i capelli su una spalla, facendola fremere dal piacere. Le labbra di Alec premute sul collo di Rose erano come tizzoni ardenti poggiati su una lastra di ghiaccio. “Sì.” Asserì sorridendo ad entrambi i ragazzi e perdendosi nei suoi pensieri, decidendo cosa avrebbe dovuto dire subito di se ad Alec e cosa invece avrebbe potuto aspettare... Mano nella mano seguirono Niko fuori dalla porta della scuola e si sedettero sul muretto, Rosana si mise su quello più alto di fronte a loro, li fissava e ascoltava in silenzio le loro storie. Quello era l’unico problema di Alec... il fumo, non che desse fastidio a lei direttamente, ma sua madre avrebbe fatto tante di quelle storie da farle esplodere i nervi in pochi millesimi di secondo. Quello che importava, comunque, era tutt’altro in realtà, quello che importava era lui... solo e soltanto lui... Sembrava così contento di essere lì in quel momento, sembrava che la nuvola nera che era arrivata insieme a Jen si fosse finalmente diradata. Sembrava finalmente sereno, sereno come era quando stava con gli amici e non aveva pensieri brutti e complicati nella testa. Come quando sta con me, ammise notando che quando stavano insieme non pensavano ad altro che a divertirsi. Chiuse gli occhi e rivide quanta tristezza aveva scorto in quegli stupendi occhi neri quando Jen lo aveva mollato, il giorno del compleanno di Marchino, uno dei più cari amici di Alec, più di due mesi prima, davanti a tutti. C’era rimasto malissimo, più di quando avrebbe dovuto visto che anche lui aveva intuito qualcosa dal suo comportamento negli ultimi tempi... chissà forse un giorno gli avrebbe potuto dimostrare che lei era meglio della sua ex e che lui non aveva perso nulla mollandosi, quella che ci avrebbe rimesso alla fine era proprio Jen e non lui di certo. Certo, lei si era messa con un altro ragazzo stupendo, ma quel ragazzo non aveva pensato due volte a mollarla per un'altra, che stava all’altro capo della penisola italiana e che non avrebbe visto se non nelle feste... quella era l’unica consolazione di Rose, in quel momento. “Sei tra noi?” quella domanda la fece cadere dalla nuvola di pensieri che aveva per la testa. Perse lo sguardo triste e ferito di Alec il giorno in cui era stato lasciato... le lacrime e le parole che le aveva detto quando si erano chiusi insieme nella stessa stanza a parlare. Fissò Niko e gli sorrise, era stato grazie a Niko che era riuscita ad aiutare Alec a tirarsi fuori dal buco nero in cui era precipitato quel giorno. E Niko... non avrebbe mai, e poi mai, smesso di ringraziarla di essere stata accanto ad Alec quando lui non poteva esserci... “Certo, perché?” “Nulla, sembri altrove, lontana mille miglia.” Affermò Alec sorridendole. “O forse sulla luna...” scherzò lei, come era solita fare. I due ragazzi le sorrisero e ripresero a parlare, facendola partecipe della loro amicizia. Era molto tempo che non aveva più amici maschi, aveva sempre creduto che lei conoscesse solo quelli più stronzi e spesso era proprio così. “Noi andiamo un attimo in classe, torno fuori tra un po’.” Disse Alec dandole un bacio su un angolo della bocca e sorridendole. Rosana gli baciò l’angolo del labbro a sua volta. Avere religione le prime due ore era molto utile, soprattutto da quando aveva conosciuto Alec ed era entrata nel suo fantastico mondo, vivendo momenti stupendi, con ragazzi fantastici, scoprendo cose che lei aveva sempre ignorato, chiusa nel suo mondo di ragazzina educata rigidamente senza sapere molto sul suo corpo, su quello dei maschi e sul sesso... aveva conosciuto lui che gli aveva spiegato tutto ciò che c’era da sapere, senza imbarazzo e aveva capito il suo. In questo lei e Jen erano diverse, Jen da ribelle aveva disubbidito spesso ed era andata a letto con molti ragazzi. Mentre lei… Quello che più la spaventava era il potere che aveva Alec su di lei, ciò che provocava ogni volta che l’aveva toccata spiegandole i trucchi del petting. Rose sapeva che Alec aveva un buon sapore e che le piaceva quando a casa di lui, mentre la madre pensava che lo aiutava a studiare, lo faceva impazzire e gemere di soddisfazione. Lui conosceva il corpo di lei alla perfezione, tanto quanto lei conosceva quello di lui, l’unica cosa che non sapevano è quanto controllo avrebbero perso se avessero fatto l’amore. “Alec...” lo chiamò quando si fu allontanato qualche metro e quando si voltò, sorridendole, lei indugiò per qualche istante. “Stai bene?” gli chiese incatenando il suo sguardo. Lui la fissò sorpreso, ma le sorrise ancora e le si riavvicinò, prendendola tra le braccia. Lei tenne il suo sguardo nel proprio. “Sto bene” disse e si chinò a darle un altro bacio, ma stavolta sulle labbra. Le sua bocca si impossessò di quella di lei, la sua lingua si mise a giocare con quella di lei. Le accarezzò la schiena e la strinse più vicino a se. “Sto bene, davvero.” La lasciò lì impalata e stordita dal bacio che le aveva dato e si diresse in classe. Fissò la porta in fondo al corridoio, chiudersi alle spalle del suo amico e per qualche istante rimase lì imbambolata. Che bacio! Perché si era ritratto? Perché non aveva continuato a baciarla? Lei ci stava, eccome se ci stava... I suoi pensieri andarono al suo sguardo... Stava bene, o diceva di stare bene... allora perché i suoi occhi dicevano il contrario? Perché allora le sembrava che lui avesse tanto bisogno di sfogarsi, di parlare con qualcuno di qualcosa che gli attanagliava il cuore? Ricordava che non poche volte si erano baciati sulle labbra, iniziando da quando l’aveva baciato davanti a Jen, che aveva avuto intenzione di ripigliarselo per qualche giorno, quando Marco era stato a casa per due settimane. L’aveva guardata negli occhi quel giorno, prima di andare da Ale, l’aveva tenuta per il braccio e le aveva detto: “Mo me lo ripiglio, mi piglio entrambi e come Marco allontanerò da te anche Ale.” “Cosa vuoi dire?” “Quello che ho detto e sei abbastanza intelligente da capire che devi stare al tuo posto?” “E quale sarebbe?” “Lontano da quelli che io voglio.” “A te la precedenza insomma?” “Sì, non che le tue opposizioni possano scalfire la mia volontà...” E se n’era andata a parlare con Laura, mentre lei era corsa subito da Alec, doveva difenderlo, quello era il suo pensiero. Doveva difendere il suo migliore amico. Lei non sopportava che stesse prendendo in giro sia Alec che Marco e l’aveva preceduta. Lui per fortuna l’aveva assecondata... forse anche troppo dicendole che stavano insieme, che si facevano da due settimane prima che lei lo lasciasse, era stato un colpo basso, ma era servito a fare in modo che lei capisse che non poteva più riavere indietro Ale tanto facilmente. Era da allora che lui le aveva insegnato a conoscere il suo corpo e capitava che si baciassero come se fossero realmente fidanzati, ma non aveva dato poi tanta importanza, visto che aveva tanto tenuto a chiarire che la loro sarebbe stata una relazione platonica, anche se sarebbero usciti insieme, anche se avrebbero passato tanto tempo insieme. Lui aveva lasciata aperta la possibilità di avere un’altra storia, nel frattempo... l’aveva ferita, ma fino ad allora non era mai successo, nessuna ragazza era entrata nella vita di Alec come era entrata lei. Nessuna ragazza si sbaciucchiava il suo ragazzo e lei di certo non l’avrebbe permesso, avrebbe fatto di tutto per impedirlo. Quella era una delle cose che lei voleva che lui sapesse, voleva che lui sapesse che non voleva altre ragazze per lui o altri ragazzi per se... voleva solo lui, voleva costruire una relazione con lui, una storia che sarebbe potuta finire, ma che avrebbe potuto dire di averla vissuta appieno. “Rosana.” Voltò lo sguardo verso una delle prime classi e scorse la professoressa di chimica. Una donna sui cinquanta, capelli rossi corti, una gonna lunga marrone e una camicia beige. Ricordava più che bene le loro chiacchierate sui ragazzi, su ciò che avrebbe dovuto fare o no con loro, lei naturalmente non sapeva molto di Alec, altrimenti le avrebbe reso la vita praticamente impossibile... e non solo a lei. “Posso offrirti un caffè?” il suo caffè voleva dire chiacchierare, e per la prima volta quella cosa le fece paura, ma accettò volentieri, in fondo un caffè non le avrebbe di certo fatto male... forse parlare con lei le avrebbe schiarito le idee... “Che fine ha fatto Ale? L’ex della tua amica Jen?” “Ci vediamo ancora... e Jen non è mia amica, c’ho chiuso, lei lo sa. E sa anche che mi da fastidio che la si venga definita mia amica.” “Scusa... dimmi chi è quel ragazzo...” chiese con fare curioso. “Quale ragazzo?” “Quello con cui ti ho beccato prima delle lezioni, con cui parlavi, e che si stava strozzando con in tè.” Ricordava benissimo che Alec per poco non ci restava... ricordava che Niko aveva versato delle gocce di te sul pavimento e si era fatto il giro di tutta la scuola per trovare un fazzoletto e ne era tornato con un fazzolettino di carta con i fiorellini disegnati. Alec, lei, lo conosceva come Ale ragazzo di Jen e ora come Ale l’ex di Jen, non aveva di certo intenzione di essere lei a dirle che Ale e Alec erano la stessa persona. “Alec.” “Alec... bel nome… bel ragazzo e poi? Che altro ha?” “Bé... Alec è dolce, gentile e... simpatico. È speciale...” lasciò la frase inconclusa perché le stava uscendo di dire che baciava più che benissimo. “E ti piace.” “Sì, solo che non capisco ancora in che senso... cioè, come amico mi piace tantissimo, ma non so fino a che punto arriva...” “Capisco. Vieni, parliamo mentre fanno la verifica.” Fissò incerta la porta che la donna indicava... e restia la ragazza entrò nella classe in cui la prof aveva lezione. La classe di Marco. Appena entrò anche lui ci rimase, la fissò per lunghi istanti, ma appena qualcuno disse ad alta voce: Jen non sarà affatto contenta! Lui abbassò lo sguardo e riprese a fare la verifica, nello stesso istante in cui anche Rose voltò lo sguardo dall’altra parte. “Sbaglio o mi sono persa un pezzo?” domandò la prof perplessa da quel comportamento di cui non sapeva... “Sale ed io abbiamo chiuso. Lui ha preferito la sua ragazza e io non posso farci nulla.” Poi si misero a parlare di Alec e di quello che lei sapeva di lui, di come si capivano e di come insieme si sentivano bene e completi. “Sembra un angelo da come ne parli...” “Non lo so prof... dopo la scottata con Marco... ho paura di tornare a fidarmi dei ragazzi.” “Ma sei venuta in una scuola prevalentemente di maschi. Era solo per l’indirizzo di studio?” “Non centra poi tanto l’indirizzo di studio, certo i computer mi piacciono, fare una ditta con mio cugino non mi dispiacerebbe, ma il mio sogno è sempre stato quello di fare la maestra d’asilo, ma per farlo sarei dovuta andare in una scuola privata e da delle suore...” Sorrise all’idea. “di suore ne ho avute troppe intorno e poi è successo quel che è successo...” abbassò lo sguardo sul suo ventre al ricordo del passato, del fatto di aver perso sua madre quando era lei stata violentata, Carolina aveva creduto al marito e da allora non le aveva mai chiesto nulla. L’aveva allontanata dalla sua vita, l’aveva allontanata da se, aveva fatto in modo che lei conoscesse solo lo stretto necessario. Più volte le sue insegnanti avevano proposto di farla visitare da un psicologa, cosa che la madre aveva sempre evitato. In quel periodo neanche i bambini che più le volevano bene si avvicinavano e lei aveva perso la speranza di fare la maestra d’asilo... “Comunque forse un po’ era anche perché volevo capirli, fare capire a me stessa che non tutti i ragazzi sono degli stronzi come i miei ex compagni di classe.” “E...?” “Il primo anno è stato così... avevo Dario, Angelo, Fabri e gli altri...” disse ricordando di come i compagni di classe di suo cugino erano stati gentili con lei, di come l’avevano fatta sentire per la prima volta importante e ben voluta... ripensò con rammarico che poi la maggior parte di loro aveva cambiato indirizzo di studio ed erano passati alle scuole del centro. Ma infondo era rimasta in contatto con tutti quanti e non si lamentava del fatto che non potessero vedersi tutti i giorni come l’anno precedente... certo le sarebbe piaciuto... “poi è arrivato Mark e mi sono fidata forse troppo...” “Forse?” chiese stupita. “Per come è finita... avevo cominciato a credere più in me stessa e nei maschi... ma ho sbagliato. Ho sbagliato anche a scegliermi un’amica come Jen e questo è stato il peggior errore.” “Perché?” “Perché ora grazie a lei ho tutta la classe contro... non sono mai stata miss simpatia e ho un carattere brutto, non ho mai fatto impazzire i miei compagni, ma si riusciva a convivere... io nel mio spazio e loro nel loro... ma Jen ha rovinato il nostro equilibro... cosa che molto difficilmente si potrà recuperare e ora come ora... non intendo sprecare tempo e fiato per farlo... In fondo loro hanno una testa e per quante cose lei abbia potuto dire contro di me, hanno comunque fatto la scelta di crederle. Stessa scelta fatta da un’altra persona, di cui mi fidavo...” Disse fissando Mark e lui alzò lo sguardo, restando occhi negli occhi per lunghi istanti, come se stessero parlando in silenzio. Molti li rimasero a guardare, curiosi di quello che sarebbe successo dopo, ma Rosana abbassò lo sguardo e sorrise alla prof. “non mi fido più del mio giudizio come in passato... con lui e con lei ho sbagliato... ho sbagliato troppe volte... E comunque ho passato troppi anni a chiedermi perché ce l’avessero tanto con me, a rimuginare sul passato. Tanti anni buttati per capire ciò che io non sono in grado di comprendere in quanto donna... anche se c’è chi mi chiede quando avranno il piacere di conoscere Rosana e non Rosano.” Molti risero a quella battuta. “Mi sono rovinata per persone che non se lo meritavano, sono stata male per tanto tempo e porto ancora i segni del mio passato e degli errori non solo miei... e lei, prof, lo sa.” Disse ricordando la sua cicatrice che con tanta cura nascondeva alla vista di molti... Avrebbe tanto voluto mostrare a Mark che il passato non avrebbe mai lasciato il suo cuore anche se, lei, stava andando avanti con la sua vita. Anche se purtroppo ci sono cose contro cui non si può combattere, ma che si può tentare di affrontare e di superare, come stava facendo da tempo lei. Stava lottando contro il risentimento che provava ogni volta che la sera o la mattina quando si guardava allo specchio, mentre si vestiva o si truccava. “E ti fidi di Alec?” chiese pronunciando in uno strano modo quel nome. “Di lui si... ma non so se fidarmi di me stessa. Comunque per ora la nostra storia va avanti da due mesi e mezzo.” E si voltò subito verso la porta aperta, vide passare il suo amico, come risultato il suo cuore perse un battito. Sentendo il suo sguardo su di se, lui si voltò verso la porta e le sorrise. Marco che era il banco vicino alla porta lo fissò male e riprese a fare il compito. Sentì Rosana passargli vicino e inalò il dolce profumo di latte e miele che soleva usare da quando era bambina, la vide abbracciare quel ragazzo che immaginò fosse il famoso Alec. La vide baciarlo e solo allora si decise a osservare meglio il ragazzo. Fissò la scena con la bocca aperta, sentendo a malapena le parole della sua prof. “Te la sei fatta scappare, ora sarà dura riconquistare la sua fiducia.” Disse lei chiudendo la porta e isolandoli dal resto del mondo, che li circondava. “Io non la voglio.” “E allora perché fai quella faccia? Perché quando la guardi ti si legge la voglia che hai di avvicinarla, di parlare con lei e di chiederle perdono?” poi si sedette alla cattedra chiudendo quella parentesi. Le domande che gli aveva fatto rimasero sospese nell’aria senza risposta, nel silenzio di tomba dovuto alla verifica e ai discorsi fatti sia dalla ragazza che dalla professoressa, poco prima. Voltò lo sguardo verso la porta, seguendo quello di Rose. Vide Alec, credeva di riconoscerlo, l’aveva già visto quel ragazzo. Abbassò lo sguardo, quando la sentì avvicinarsi e lo rialzò solo quando si fu allontanata, la vide bacialo e fissò meglio il ragazzo tra le sue braccia. Quando capì che Rosana stava parlando di Ale, l’ex della sua ragazza, gli venne un colpo. Vederlo sorridere a quella che fino a più di due mesi prima era stata sua amica e, che sapeva non avrebbe mai potuto vivere senza di lei e i suoi messaggi, vederli abbracciarti, poi, come avrebbe voluto fare lui, con lei... fu un duro colpo da digerire. “Te la sei fatta scappare, ora sarà dura riconquistare la sua fiducia.” Disse la prof chiudendo la porta della classe, dopo aver dato un’ultima occhiata ai due ragazzi, che ancora stavano abbracciati. “Io non la voglio.” “E allora perché fai quella faccia? Perché quando la guardi ti si legge la voglia che hai di avvicinarla e di chiederle perdono?” poi si sedette dietro la cattedra. Se la loro professoressa avesse saputo che cosa la sua ragazza gli aveva raccontato... ricordava bene i discorsi che avevano fatto, le giornate trascorse sulla panchina del parco del centro, a parlare di tutto e di nulla. Quando lei parlava... erano chiusi, isolati in un mondo a parte, in un mondo ben lontano da tutto il resto. Un mondo in cui esistevano solo loro e i discorsi che facevano. Si tenevano stretti, tra le braccia, sdraiati a guardare il cielo e le nuvole o seduti a dar da mangiare a cigni e alle oche sul bordo del lago. Lei gli aveva detto più volte che non avrebbe mai soffiato il ragazzo di un’amica, ma poi l’aveva fatto. Aveva fatto lasciare Jen e Ale, l’aveva baciato davanti a lei e l’aveva sputtanata con dei discorsi orribili, il giorno in cui lui non c’era, in modo che non avesse potuto difendere la sua amica. Poi l’aveva rifatto quando lui e Jen si erano rimessi insieme e lui naturalmente non c’era stato... Si era allontanato da lei, per evitare di farsi male, per tentare di dimenticare che si era legato a lei, ben di più di quello che avrebbe voluto che fosse... fissò la prof che a sua volta guardava lui con aria curiosa. No, non avrebbe mai capito, perché... bé semplicemente perché lei era dalla sua parte e lo era sempre stata. “Qualunque cosa Jen ti abbia detto, dubito sia la verità.” Disse tenendo la verifica di uno dei ragazzi degli ultimi banchi tra le mani. “Rose è una brava ragazza e nella sua vita ha sofferto più di quanto tu non immagini.” “Lei ha fatto una cosa che non le si può perdonare.” “Tipo?” “Ha rubato il ragazzo alla sua migliore amica e ha detto delle brutte cose su di lei.” “Ti stai riferendo alla storia tra Jen e Alec? O meglio... prima si faceva chiamare Ale... ma il nome Ale le ha sempre portato sfortuna, credo sia per questo che ora lo si chiami Alec, anche se con Alessandro non ha nulla a che vedere.” “Sì.” “Lei non le ha mai rubato il ragazzo, né le ha parlato male, né davanti né dietro... Lei teneva alla loro amicizia...” Era sicura delle sue parole, sapeva riconoscere il dolore e la sofferenza in quei grandi occhi grigi. Più volte aveva cercato di carpire qualcosa, ma lei per circa due settimane si era chiusa in se stessa, aveva lasciato fuori da se tutto il mondo. Tutto il mondo era lontano da lei, tranne la scuola e Alec, naturalmente... “Il giorno in cui ha chiuso con Jen, ha pianto tanto. Io non avevo lezione con lei, ma l’ho vista di sfuggita... mi ha fatto tanta pena perché aveva gli occhi lucidi.” “Questo è quello che vi ha raccontato Rosana.” “Io mi fido più di lei che di Jen... e comunque no, non me l’ha detto lei, lei ha fatto di tutto per non fare sapere che stava piangendo per Jen, diceva che piangeva perché era successo un casino a casa con sua madre. Me l’ha detto la professoressa Menna, che stava ascoltando il litigio tra Jen e Rosana.” “Sta sclerando” affermò Alec, stringendosi il corpo di Rose, più vicino a se, mentre stavano seduti dietro il bancone dei bidelli. Le fece scivolare la mano verso la parte bassa del suo corpo e lei non lo fermò, anzi gli si strusciò di più contro. Poi lui allontanò la mano ben sapendo che l’avrebbe fatta sua lì in quel posto se non si fosse fermato subito. Lei non si oppose più di tanto anche se si lasciò scappare, dalle labbra, un gemito di disapprovazione e la pervase un senso di abbandono che sentiva ogni volta che lui smetteva di accarezzarla. “Chi?” “La mia prof.” “Povera... sai mi fa un po’ pena.” “Anche a me... ma non intendo tornare dentro.” “Immagino.” “Preferisco stare qui con te.” “E a fare che, se è lecito?” “A baciarti.” Lei gli sorrise a lungo. Lui si chinò su di lei e le catturò le labbra. Lei si lasciò andare e rispose a quel bacio con passione, con gioia e stupore. Quando allontanò il viso da quello di lui, gli sorrise e gli appoggiò il capo sulla spalla. “Bel bacio. Ricordo ancora quando ti ho baciato davanti a Jen... da quel giorno siamo per tutti fidanzati... anche se non ci siamo mai propriamente baciati...” Lo guardò negli occhi. “Da quando fingo di essere la tua ragazza ho un desiderio di baciarti che mi prende fin troppo spesso...” gli baciò le labbra e sorrise. “soprattutto nelle tue parti più intime... mi piace quando ti lasci andare al piacere, ti si scuriscono gli occhi...” “Anche quando sono io a toccarti e a baciarti qui.” Disse posando la mano in mezzo alle gambe di lei. “E qui.” Le alzò e le posò sui seni. “I tuoi occhi sembrano argento fuso... e vorrei tanto perdermi dentro di te...” “Mi piace baciarti, desideravo farlo anche prima di metterci insieme... Tu no?” “Sì.” Aveva la voce tesa e impersonale. “Che succede?” disse voltandosi per guardarlo meglio negli occhi. “Non va tutto bene come mi hai detto prima vero?” “No.” Ammise lui, riluttante, dopo un silenzio lungo parecchi secondi. “Che è successo?” lui le confessò di aver litigato con i suoi genitori, con entrambi. Perché... entrambi volevano risposarsi, volevano regolarizzare le loro relazioni che andavano avanti da ormai due anni. Si erano separati quando lui aveva un anno e divorziato solo quando lui ne aveva compiuti sette. Carmen, la ragazza del padre, non gli piaceva affatto, né tanto meno Scoth, il ragazzo americano di sua madre. “Perché non ti piacciono?” “Non mi fido, hanno delle facce...” “Brutte facce?” chiese lei stupita, sapeva che i suoi genitori avevano buon gusto, bastava vedere che entrambi facevano gli stilisti... “Sebbene Carmen sia davvero carina.” Affermò lui, ricordando gli occhi celesti della donna, il corpo da top-model che aveva avuto la fortuna di avere. Suo padre diceva che anche Rose avrebbe potuto fare la modella se solo avesse voluto, aveva un corpo da fare girare la testa, un corpo che lui aveva avuto la fortuna di poter conoscere, con la scusa di insegnarle a conoscersi e apprendere il vero piacere fisico che si può provare... “Tu vuoi bene ai tuoi?” “Certo che domande!” Rosana si rilassò e si sdraiò su di lui, rimettendo il capo sulla spalla e giocherellando con il bracciale al polso del ragazzo. Si portò la mano alla bocca e ne baciò il palmo per poi passare ai polpastrelli, gli lasciava piccoli bacini sulla pelle e sorridendogli si fermò e lo fissò dal basso verso l’alto. “Allora dovresti lasciare che si risposino. Tu ci sarai quando loro avranno bisogno di te... non credi che abbiano diritto di ritornare ad essere felici?” “Sì, ma...” “Questa è quella che loro credono la loro felicità... e chi sei tu per impedire loro di provarla? Magari dopo tu avevi ragione e loro torto...” gli strinse la mano, poi se la lasciò cadere sul seno e lui sussultò. “O magari erano loro ad aver ragione e non tu... lasciali tentare...” si strinse la sua mano sul petto e gli sorrise. “Hai ragione.” Disse lui aprendo il pugno sul suo seno e lasciando che lei gli guidasse la mano, sul suo corpo, fin dove gli avrebbe permesso di toccare. “Hai provato a capire cose piace ai tuoi di quei due?” gli chiese mettendo l’altra mano tra le gambe e lo lasciò toccarla liberamente, come faceva quando erano a casa sua, lui spostò le mutandine da parte e le infilò il medio dentro alla vagina, poi si spinse ritmicamente in lei, attento a non toccarle il clitoride. Poi con l’indice prese a solleticarla dolcemente, provocandole delle contrazioni a causa della sensibilità nervosa di quel punto. Lei gli spostò la mano dal seno e se le fece arrivare verso il basso. Lui tenne il medio dentro di lei e con l’altra la solleticava. Raggiunse in fretta l’orgasmo e il fatto che avrebbero potuto beccarli le moltiplicò il piacere. Poi lui le risistemò le mutandine e tornò a toccarle il seno, sotto la sua guida. “Non li conosco.” Disse d’un tratto e le ci volle qualche istante per capire di cosa stesse parlando. “Allora fallo! Fallo prima che sia troppo tardi!” lui le sorrise e si tolse di tasca il telefonino, senza però spostare l’altra mano dal suo seno. “Mamma...” “Ale? Stai bene?” “Sì sto bene.” “Allora perché hai chiamato? Hai bigiato ancora o combinato qualcosa?” “No va tutto bene...” affermò sicuro delle sue parole, guardando Rosana prima di continuare. “Voglio conoscere il tuo amico Scoth.” “Oh Ale! Sei sicuro?” “Sì mamma.” “Chiunque ti abbia fatto cambiare idea, ringrazialo da parte mia.” “Mia madre ti ringrazia.” Disse alla ragazza sdraiata tra le sue gambe, che lo stava facendo impazzire facendogli toccare il suo seno, ma evitando accuratamente che lui potesse arrivare ai capezzoli turgidi sotto la maglietta. “Non c’è di che signora!” “Quando vuoi incontrarlo?” “Domani.” Disse in preda a qualcosa che gli stringeva il cuore come una morsa. Gli doleva il cuore e Rose doveva essersene accorta perché cominciò a massaggiargli il petto con delicatezza, dandogli dei baci sul mento e sul collo. “Bene, oggi vai da tuo padre?” “Sì, oggi vado da papà.” “Ciao Ale.” “Ciao mamma.” Chiuse la comunicazione e le sorrise. “Vieni con me oggi e anche domani...” le strinse la mano, prendendola nella sua e facendo aderire il palmo della sua mano al seno e muovendogliela, facendola toccare. Lui le aveva detto che era molto erotico vedere la propria donna che si masturba, ma lei non si era mai voluta lasciare andare completamente... sì, si toccava il seno, ma quando lui le faceva scendere la mano verso la sua femminilità si irrigidiva e si strusciava contro di lui, facendogli dimenticare i suoi buoni propositi e la voglia che aveva di vederla mentre si creava da se, con le proprie mani, il piacere. “ho bisogno di te.” Le sussurrò, dandole un bacio sulla cicatrice. Lei gli passò il telefono e gli sorrise dolcemente. “Se riuscirai a convincere mamma...” lui non se lo fece ripetere due volte e chiamò, dopo tre minuti la donna aveva dato il consenso per entrambi i giorni, a patto che poi lui si fosse fatto vedere quel giorno alla macchina. Dopo aver preso accordi col padre per incontrare Carmen, Alec si concentrò su Rose. Un ora, avevano un ora per parlare e stare insieme. “Ma vada a quel paese! Io faccio quel che voglio! Lei non mi deve ordinare di fare nulla! Chi è lei per dirmi cosa devo o non devo fare? Chi è lei per impedirmi di uscire il pomeriggio? Nessuno!” Seguì quelle grida, il botto di una porta sbattuta con forza che face sussultare i due ragazzi che si erano appena calati un una perquisizione delle loro bocche. Si allontanarono di colpo l’uno dall’altro e si affacciarono per vedere chi fosse. “Jen.” Disse Rose fissando la ragazza, certo che lei sapeva come rovinare i momenti più belli della sua vita. Cercò alla cieca la mano di Alec e trovatala la strinse forte, trovandone forza e conforto. “Ale! Tesoro, mio!” gli corse incontro subito, dimentica di lei e lo abbracciò. Rosana la guardò di sbieco ma si morse la lingua, prima di dire brutte cose su di lei. Aveva promesso ad Alec che avrebbe tenuto a freno gli impulsi, visto che Jen era sua amica e che lei “rispettava” quell’amicizia, nonostante le facesse male vederli parlare e lei dargli i baci sulle guance, e i baci sulle guance accadevano solo perché lui si spostava subito, altrimenti, l’avrebbe baciato più di una volta. Lei era gelosa e lo ammetteva benissimo a se stessa e hai suoi amici, non le importava dei loro giudizi, le importava solo che Alec con lei fosse sincero e che le volesse quel minimo di bene di “lasciarla” prima di mettersi con quella che aveva ferito il cuore di quelli che diceva essere le persone più importanti che avesse mai conosciuto. “Ale, tesoro! Come va? Che ci fai qua fuori? Non dirmi che sei stato buttato fuori.” “No.” Disse asciutto. “E allora che ci fai qui?” “Fa due più due, Jennyfer.” Le disse indicando la ragazza che teneva vicino a se. Le due si fissarono a lungo senza parlare, solo con un muto linguaggio. Gli occhi di Jen brillavano di odio, un odio profondo, quelli di Rose invece solo di una grande pena. Soleva spesso pensare a cosa sarebbe successo se lei non avesse saputo la verità, se lei non avesse messo gli occhi su Mark, se quell’antivigilia di Natale non avesse mai massaggiato con lui... magari a quell’ora sarebbero state ancora amiche e starebbero sorridendo. Ciò che era certo era che Rose non si sarebbe messa con Alec, Jen le aveva più volte ripetuto che teneva tanto a lui e che non avrebbe permesso nemmeno alla sua migliore amica di pigliarselo, nonostante non ci fosse più insieme. Magari, avrebbero litigato comunque per un altro motivo, avrebbero chiuso i ponti, e avrebbero preso strade in sensi opposti. “Capisco, dovevi chiudere con lei.” Disse fissandola con superiorità. “Certo, solo che non capisco perché lei allora sia ancora qui.” Sorrise all’idea di riaverlo tutto per se. “Saresti dovuta andartene quando mi hai visto arrivare.” Le si avvicinò e le sussurrò all’orecchio “Vincerò sempre io.” “Non dovevo chiudere con lei, ma iniziare qualcosa di molto più serio di quanto sia successo in questi mesi.” La contraddisse, abbracciando Rose e allontanandola da lei. “Alec... non vale la pena di sprecare fiato con lei. Non quando si tratta di me, lei ha come i tappi all’orecchie.” “Guglia! Venga immediatamente in classe!” le gridò dietro l’insegnante di scienze, con cui aveva lezione le prime due ore. “Immediatamente, o prenderò provvedimenti molto drastici.” “Vai Jennyfer, anche se una chiamata a casa ti schiarirebbe le idee per molto tempo.” Le disse Rosana. Quando la vide andare in classe, sospirando, si lasciò cadere a terra sulle ginocchia e scoppiò in un pianto debole e appena accennato, solo le lacrime amare, di tutto ciò che aveva tenuto dentro, le rigavano il volto e nessun singhiozzo a turbare il suo respiro. “Rose.” Alec le si inginocchiò accanto e la prese tra le braccia. “Che ti prende?” “Sono così stufa di combattere! Non ho più le forze per continuare!” gemette lei in un sussurro, era così esausta che avrebbe voluto davvero prendere tutto ciò che era suo e cambiare radicalmente vita. “Ma non puoi smettere vero?” “No, non posso, non posso continuare ad abbassare il capo davanti a lei! Sarebbe come fare finta che tutto vada a gonfie vele, quando invece va tutto a rotoli! Sarebbe come dire che l’oceano è infinito.” “Tesoro... io sono qui con te.” Le disse comprensivo, stringendola ancora più a se e baciandole il collo e il lobo dell’orecchio. “Grazie.” Lo abbracciò e si strinse a lui. “Ti voglio tanto bene, Alec.” “Anch’io ti voglio tanto bene.” Le asciugò le lacrime e le sorrise baciandole le guance. “Promettimi che non permetterai a niente e nessuno di dividerci, di allontanarci.” “Saremo sempre amici Rose, anche quando tra noi finirà, non potrei mai vedere la mia vita senza di te, senza i tuoi consigli e la tua presenza.” La strinse forte a se e le baciò il collo. “Non so come Marco possa starti lontano, ma io non ci riuscirei.” La baciò ancora e lei tremò sentendo il suo fiato sul collo, provava piacere a sentirlo accanto, sentirsi tra le sue braccia la faceva stare meglio, protetta e sicura come non era mai stata. Aveva promesso, poteva rischiare anche di dirgli di Jo? Non solo poteva... ma anche doveva per rispetto ad Alec e al bene che gli voleva. Gli prese la mano e se la passò sulla cicatrice, lo fissò per qualche istante, facendogli percorrere tutto il tratto. “Devi sapere di Jo.” Gli disse in un sussurro quasi del tutto impercettibile, nascondendo il volto sulla sua spalla. “Guardali... sono così dolci...” disse la prof di chimica a Mark. “Ma ha sentito che ha detto a Jennyfer?” “Certo e sono d’accordo con lei. Una lavata di capo le farebbe bene.” “Ma...” “Sale, io sono sicura che tu tieni ancora a lei... anche se lo nascondi. So che Jen sa essere molto convincente, soprattutto con i ragazzi, ne ho viste tante come lei. Ma poche come Rose... Lei è dolce, simpatica e a modo suo sa essere anche molto cattiva, più di quanto credi. Ma ha i suoi motivi per essere così dura a volte, porta su di se i segni degli errori.” “Questo lo dice lei.” “Chiedile di mostrarti la cicatrice.” “Che cicatrice?” “Quella che le ha fatto il marito di sua madre.” “Suo padre?” “No, non ti ha detto nulla di Jo Carter?” “Dice che lui è cattivo, ma non le credo.” “No? E se ti dicessi che lui...” si voltò per guardarsi intorno, poi si rivoltò verso il ragazzo e continuò... “l’ha violentata?” Poi si allontanò, lasciandolo solo a ripensare alle sue parole. Lui rimase a fissare Rosana e Alec, abbracciati, stretti, con lei quasi al limite delle lacrime. Poi il prof di italiano lo costrinse a tornare in classe. Ora, solo ora, capiva che cosa intendeva Rose, quando gli aveva detto che molto probabilmente lui non avrebbe mai saputo molte cose di lei prima che si stancasse di conoscerla. Era successo, lui le aveva impedito di aprirsi a lui, di aprirsi ad un ragazzo, a ritrovare la fiducia che aveva perso molti anni prima, non solo con l’arrivo di quell’uomo, ma anche con i suoi ex compagni di classe. Lei gli aveva più volte accennato all’odio per il patrigno... Odio il mio patrigno, gli aveva detto, lui è cattivo con me, ma la mamma non accetta l’idea di perdere la sicurezza che ha stando con lui. Anche se questo vuoi dire fare soffrire la figlia, ci sono giorni in cui la capisco... giorni in cui comprendo che per lei è difficile, vivere senza papà. Mai aveva capito cosa intendesse per cattivo... ora invece capiva perché aveva combattuto tanto per stare al suo fianco, anche se poi si era arresa all’inevitabile suo rifiuto. Si prese a schiaffi, come aveva potuto essere così stupido da non credere a lei e credere invece alla storia della sua ragazza? Come aveva potuto fare questo ad una delle ragazze più stupende del mondo? Una delle poche ragazze speciali che gli sarebbe mai capitato di conoscere? Se non l’unica! Si diede un altro schiaffo e poi picchiò la testa contro il muro, provocando un rumore sordo. In molti risero e il prof smise di spiegare la differenza tra la subordinata modale e strumentale. “Si sente bene, Sale?” “No.” “Vuole uscire?” “Sì.” Si alzò dal banco e uscì dalla classe, con la speranza di trovare ancora Rosana, la fuori. Senza Alec che la stringesse tra le sue braccia e che lo facesse ingelosire, avrebbe detto cose che non pensava se l’avesse trovata tra quelle braccia, a baciare quel ragazzo, a stringersi a lui impudicamente... Rose alzò il viso dal librone che aveva davanti agli occhi e fissò lo specchio attaccato al muro. Vide Mark, fuori dalla sua classe, fermo... si stava guardando intorno, alla ricerca di qualcuno. Qualcuno che dedusse fosse Jennyfer. Rimise il naso tra le pagine e riprese a leggere, sentì dei passi avvicinarsi e poi fermarsi. Vide un’ombra ergersi davanti alle pagine del libro e alzò lo sguardo verso di lui. “Devo parlarti.” “Ci conosciamo?” gli chiese. “Rose ti prego, non complicare tutto.” “Complicare? Io non ti complico le cose... anzi, te le facilito. Vattene, non mi serve qualcuno che mi rovini la giornata.” “Ho sbagliato.” Rosana ruotò gli occhi, poi li puntò su di lui. “Che cosa devi dirmi?” “Ho sbagliato.” “L’hai già detto. Domanda: che cosa hai sbagliato?” “La prof mi ha detto di Carter.” “C...Carter? La prof ti ha detto di Jo?” “Sì e anche della cicatrice... non mi avevi detto di averne una... oltre a quella del viso.” “Non mi piace parlarne.” “Non avevo capito di quanto brutto fosse per te stare in quella casa.” “Se non fosse per mamma, me ne sarei già andata da un pezzo.” “Me la mostri?” gli aprì la mano sul suo fianco e si fece scorrere le sue dita sulla cicatrice. Lui si irrigidì nel sentire che la cicatrice le percorreva buona parte del fianco. “Ancora non mi sono abituata ad averla... sono solo cinque anni che ce l’ho.” “Ti ha fatto molto male?” “Essere violentate non è piacevole.” Ammise acida. Lui fece sedere Rose sul tavolo e le alzò la maglietta per vederla anche con gli occhi e non solo con il tatto. “Mi spiace, per tutto quello che è successo tra noi.” Lei si tirò indietro e si rimise a posto la maglietta. “Quello che è stato tra noi, è stata colpa tua e non mia.” Affermò fissandolo con occhi ardenti... aveva tanto sperato che le chiedesse scusa... “Sì ma...” ma lei le voleva, ora? O no? “Che cosa vuoi? Che ti chieda in ginocchio di tornare ad essere mio amico?” “No certo ma...” “Cosa vuoi allora?” “Avere un’altra possibilità.” “Io ne ho volute tante, ma non ne ho mai avute... neanche tu me l’hai data! Hai preferito dare ragione a lei e non sapere se ciò che ti ha detto era la verità, o se lei stava mentendo per dividerci.” Lo guardò negli occhi al limite delle lacrime. “E alla fine ha vinto lei.” “Mi dispiace.” “Vieni qua.” Lo abbracciò e gli diede un bacio sulla guancia. “Che succede qui?” chiese Alec beccandoli abbracciati, proprio in quell’istante. Alec non aveva mai sopportato Marco, diceva che lui era solo un bambino e in quanto tale era viziato e già una volta la sua ragazza aveva finito per mettersi con lui. “Mi sta chiedendo scusa.” “Le scuse non bastano, Rose.” “Dipende dai punti di vista.” Affermò Mark. “Dopo quello che ti ha fatto... come puoi perdonarlo?” “Tengo a lui e lo sai...” “Tenere ad una persona, non vuol dire perdonargli tutto.” “Lo so, Alec... ma...” “Tesoro... lui... io non mi fido di lui...” “Alec, ti prego cerca di capirmi...” “Io capisco che tu gli voglia bene, capisco che hai desiderio di riprendere la vostra amicizia da dove si era interrotta... ma non credi che se è finita un motivo c’era?” “Sai benissimo di chi è la colpa.” “La colpa è sua!” disse indicando il ragazzo, che stava ancora troppo vicino alla sua ragazza per i gusti di Alec. “Possibile che non lo capisci? È vero Jennyfer probabilmente gli ha detto delle cose poco carine su di te... ma, lui ha la sua testa, proprio come ce l’hanno i tuoi compagni. Anche a me ha detto delle cose brutte su di te, ma io non le ha creduto e i miei dubbi li abbiamo chiarito parlandone... o no? E lui l’ha fatto? Ha chiesto la verità?” “Alec...” “Io ti voglio bene, sto solo cercando di aprirti gli occhi... voglio proteggerti.” “Vuole allontanarti da me...” disse Marco guardandolo negli occhi e stringendo Rosana a se. “Perché dovrei? Lei è la mia ragazza.” “Per essere certo che a lei non venga in mente di tradirti con me.” “Sei solo un bambino.” “No, sei tu il bambino... e comunque non crederti tanto più grande, tra noi non c’è più di un anno di differenza.” “Ciò non toglie che come mentalità io sia più maturo.” Affermò Alec, sicuro del suo discorso. Ferito, Mark, si allontanò da Rose e si avvicinò ad Ale e gli si mise di fronte. “Io sono molto più carino di te, e tra noi Jen ha scelto me a te.” Rispose l’altro. “Jen non centra ora, io e Jen abbiamo chiuso, ora la mia ragazza è Rose.” “Che per non ferirti, sta con te, ma se non ti volesse così bene ti mollerebbe e si metterebbe con me.” “Questo chi lo dice?” “Lei...” entrambi si voltarono verso la cattedra dove la ragazza sedeva, ma la trovarono vuota. Lei non c’era più, da buona parte del loro discorso. “Rose!” Alec chiamò la sua ragazza, che si stava allontanando verso le scale, per andare ai piani superiori, con la cartella in spalla. I discorsi che i due ragazzi stavano facendo, non le piacevano. Era quello che pensavano l’uno dell’altro, va bene, ma le sarebbe piaciuto che, per amor suo, avessero sotterrato l’ascia di guerra. “Rose!” le prese il braccio e la fece voltare verso di se, dietro di lui si era materializzato anche Mark. “Tesoro?” la chiamò. “Perché ti sei allontanata così? Senza salutare?” le domandò il suo ragazzo. “Potevi almeno dirci ciao, prima di andartene. No?” le disse l’altro. “Perché? Mi chiedete anche il perché?” li guardò con occhi furenti e voce adirata. “Stavate litigando! Non avete pensato che mi facesse male sentirvi parlare in quel modo?” “Rose...” “Tesoro...” “NO! Niente Rose o tesoro! Voi siete tra le persone più importanti della mia vita, non sopporto che litighiate! Che non vi parliate o che vi salutiate appena è una cosa! Ma... litigare, questo no!” “Tesoro... io...” “Io voglio credergli Alec, voglio dargli una seconda possibilità...” “Non crederai più negli uomini, se lui ti ferisce ancora.” “Ma lui non è uguale a tutti gli altri...” disse disperata. “lui è diverso da te...” affermò guardando il suo interlocutore con occhi adoranti. “Non tutti sono uguali ai tuoi ex compagni... ma ti fidavi comunque poco degli uomini.” “Io...” “Non posso accettare di avere una storia con una ragazza che poi potrebbe diventare fredda se un ragazzo, a cui può tenere tanto quanto tiene a me, la ferisce. Io non posso correre il rischio di perderti per uno come lui.” Le strinse forte le mani tra le sue... “Lui non merita la tua fiducia, già una volta l’ha tradita e non sopporterei mai che lo facesse ancora... e di sicuro tu non saresti più la stessa se questo accadesse! Non posso correre il rischio di abbracciare quel giorno una ragazza che non è più la mia Rose.” “La vita non è fatta di certezze, ci sono tanti rischi da correre... e se non puoi o non vuoi correre il rischio di starmi accanto quando un ragazzo mi ferirà, che sia Mark o un altro, allora tra noi non può esserci nulla...” lo guardò con gli occhi prossimi alle lacrime. Un lungo minuto di silenzio riempì la rampa di scale, improvvisamente l’intera scuola si era zittita, come in attesa della risposta di lui. In lontananza si sentirono i tacchi battere sui gradini delle scale dell’ultimo piano ed avvicinarsi sempre di più a loro. Una donna più vicina ai trenta che ai venti scese le scale, i capelli biondi raccolti in una severa coda di cavallo, dei pantaloni e una camicia gessati, in mano una borsa scura che molti professori solevano usare in quella scuola, passò a fianco a loro, si fermò ad un gradino dalla ragazza e le sorrise. “Sto cercando il professore Ciraolo.” “Ciraolo?” la guardò poco stupita, poi guardò verso l’entrata proprio quando lui si accingeva a raggiungere l’ascensore. “Vede quel signore all’ascensore?” “Sì, certo. Devo chiedere a lui?” le sorrise, ma scosse la testa. “È nuova qui?” “Devo dare la mia prima lezione proprio tra qualche minuto.” “S’era capito. È lui, il prof Ciraolo.” Prima di raggiungere l’uomo, la donna le sorrise. “Sei una brava ragazza.” Poi si allontanò. “Devo andare.” Fissò ancora Alec e gli sorrise debolmente, come debole era la speranza che lui volesse correre qualche rischio con lei. “Quando avrai deciso se sarai capace di correre qualche rischio per e con me o no... fammi sapere.” Fece qualche gradino poi si rivoltò verso di lui... “Io ti voglio bene... ma sono complicata e non si può stare con me senza correre rischi... sarebbe come dire che sulla luna esiste la stessa gravità che c’è sulla terra.” Si voltò verso Marco e sorridendogli gli disse minacciosa “Fammi soffrire ancora e ti pentirai di essere nato.” Salì le scale, arrivò al terzo piano proprio al suono della campanella, solo quando fu sicura che né Alec né Mark l’avessero seguita si lasciò cadere a terra. “Tutto bene?” le chiese la donna. “Una brava ragazza come te che piange in pubblico?” “Mi perdoni.” Fece per allontanarsi, ma la mano della donna non si voleva staccare dal suo braccio. “Sono in ritardo, devo andare a lezione.” Ma la donna proprio non voleva mollare la presa. “Ha capito? Sono in ritardo!” “Non alzi la voce con me, signorina Zanin.” “Come conosce il mio cognome?” “So molto di te.” “Chi è lei?” “Si può dire che io e la tua famiglia ci conoscevamo.” “Famiglia... la mia famiglia non è più la stessa.” “Lo so.” “Chi è lei?” “Una carissima amica di tuo padre.” “Non sapevo della sua esistenza, mio padre non me ne ha mai parlato.” “Litigammo quando conobbe tua madre,... lui amava lei e io amavo lui e la bambina che avevo nel grembo.” “Bambina?” “Mia figlia July, quando seppe di lei, tuo padre me la portò via dopo il parto e mi fece internare, disse che ero pazza!” “Lo sei.” “No, sono la madre di quella che chiami...” “Chiamavo sorella.” disse lei capendo che stava parlando di Jennyfer. “Tua madre mi ha portato via tutto quello che più mi stava a cuore.” “Mamma non ti ha portato via nulla, mio padre ha deciso di seguire lei e di allontanarsi da te.” Detto questo di allontanò ed entrò in classe. Voltandole le spalle, non aveva potuto vedere il sorriso della donna quando la vide entrare nella sua classe. Fece passare qualche minuto e entrò in classe. “Sedetevi pure.” Cercò con gli occhi la ragazza tra i banchi e quando la trovò le sorrise, qualcuno le diede delle gomitate con fare interrogativo, ma guardandole gli occhi, capirono tutti che era poco contenta di trovarsi quella donna come professoressa. Meno di due mesi... devo aspettare solo che finisca questo anno e poi mi libererò di lei. Si sedette, mise a posto meccanicamente un quaderno sul bordo del banco, aprì il libro davanti a lei alla pagina del giorno e prese la sua matita preferita con il cuore peloso con una scimmia ricamata che le aveva regalato Alec a Natale. La fissò per lunghi istanti, indecisa se usarla o meno... ripensò alle parole che gli aveva detto poco prima, riflettendo e chiedendosi se avesse fatto bene a rischiare la sua storia con Alec per un ragazzo di cui ora non sapeva che cosa farsene. Certo voleva bene a Mark, ma ora che sarebbe successo? Come lo avrebbe definito? Amico, conoscente? E poteva fidarsi ancora di lui o no? Poteva credere che era pentito per quello che era successo tra loro? Lui avrebbe custodito il suo segreto o sarebbe corso a spifferarlo ai quattro venti? Aveva agito d’impulso, la sua vita da quando... era costruita su azioni impulsive, di colpi di testa, di imprevisti e cambiamenti radicali avvenuti all’improvviso. E con Alec? Cosa sarebbe successo ora? Sarebbe finita tra loro o lui avrebbe trovato il coraggio di rischiare? Rischiare con e per lei? Avrebbe tanto voluto sapere subito quelle risposte che stava cercando, ma dubitava che le avrebbe trovate tanto presto, per ritrovare la fiducia che aveva provato per Mark, prima di tutto quello che era successo in quei due mesi, sarebbero passate settimane, troppe, se non anni... Per Alec... bé per lui avrebbe dovuto aspettare e rispettare i suoi tempi. Stavano insieme realmente da neanche tre ore e già la loro storia stava creando dei problemi enormi a entrambi. Eppure lei gli voleva tanto bene, più bene di quanto si potesse volere bene ad un ragazzo che si conosce da poco più di sei mesi... eppure... eppure lui le era sempre piaciuto. Era come se lui facesse parte di lei ancora prima di raggiungere l’intimità che di solito unisce due anime. Era come se tra loro si fosse formato un ponte al primo sguardo, un’attrazione che aveva probabilmente rovinato l’amicizia e la storia che li legavano a Jen. Eppure... c’era qualcosa che né lei né Alec erano disposti a donare, forse troppo spaventati, forse troppo timorosi... fissò la matita con cui stava giocherellando da parecchi minuti e rivisse il momento in cui lui gliel’aveva regalata, le dolci sensazioni che aveva provato tra le sue forti braccia... “Questo è per te.” “Che cos’è?” “Aprilo e scoprilo.” Lei impaziente aveva aperto il pacchetto in carta blu con un fiocco nero. Era un pacchetto informe e di medie dimensioni, al tatto aveva diverse consistenze in base al punto in cui lo si toccava era: molle, duro, piegabile. Aprendolo dentro vi aveva trovato diverse cose: l’Amleto di Shakespeare, una scimmiottina di peluche, la matita e una scatoletta con all’interno il ciondolo a scimmia che aveva al collo insieme alla piastra con le iniziali. Tutti gli oggetti tranne il libro, facevano parte di una collezione speciale che era stava messa in offerta a Natale, scontata del sessanta per cento, e che aveva tanto desiderato... era stata così contenta del regalo che gli si era catapultata tra le braccia e gli aveva stampato un bacio su una guancia. Lui l’aveva stretta a se, prima di vedere Jen che li stava guardando male, forse era proprio da lì erano cominciati i casini con lei... prese la collanina tra le dita e chiuse gli occhi, ricordava che lui era stato contento quando lei gli aveva regalato un braccialetto nero che le aveva detto di desiderare tanto, un orecchino per l’orecchio molto buffo e una ricarica del telefono. “Signorina Zanin... spero che una mia interrogazione non disturbi i suoi pensieri...” Rosana si alzò senza parlare, fissò per qualche istante la madre di Jen e si diresse alla lavagna. Tornò ventidue minuti dopo con un bel nove e mezzo sul registro. Si sedette, guardandola con la sfida negli occhi. La donna scosse la testa e mise restia il voto sul suo registro. Che ora provasse a dirle qualcosa... ma per fortuna suonò la campanella che segnava l’inizio dell’intervallo. Uscirono in massa dalla classe, lei per ultima con Livio uno dei suoi più cari amici, ma la professoressa la fermò. “Aspetti le devo parlare.” “Se si tratta del discorsi che avevamo fatto prima di entrare in classe se lo scordi.” “Non puoi continuare a ripugnare l’idea che io sia...” “Lei non lo è... non per me, né per la mia famiglia.” “Io ne ho fatto parte che ti piaccia o no.” “Lei non fa parte di un bel niente.” Fece per andarsene ma lei la fermò ancora, sua figlia fuori che le fissava... “Io ne faccio parte tuo padre è, o meglio era...” “La smetta! Lasci stare mio padre, lo lasci riposare in pace! Mio padre è uno degli uomini più speciali che ci siano al mondo...” “Tuo padre ha abbandonato me per...” “No, mio padre ha fatto la sua scelta indipendentemente da quello che pensasse la sua famiglia. Mio padre ha incontrato mia madre e se n’è innamorato. Lei ha la sua famiglia e io ho la mia... se ha bisogno di affetto si trovi un uomo o un povero animale che compatisco.” E se ne andò, seguita da Livio che ancora la guardava spaesato. Solo quando ebbero sceso le scale ebbe il coraggio di domandarle chi fosse quella donna e che cosa volessero dire quei discorsi. Mentire non sarebbe servito a nulla, parte dei discorsi li aveva capiti e avrebbe potuto pensare che suo padre avesse abbandonato una bambina e quella donna, mentre invece era solo quella signora ad essere stata abbandonata! Ma come era potuto succedere? Perché quella donna doveva apparire adesso? “Dice di essere stata l’amante di mio padre.” “Ed è vero?” “Non lo so, ma non le permetterò di fare soffrire mia madre... è già abbastanza incasinata così la nostra vita.” “Ma se lei davvero fosse...” “L’amante di mio padre? Non cambierebbe nulla io non voglio avere nulla a che fare con lei. Soprattutto visto che è la madre di Jen. Ha detto che mio padre l’ha messa incinta e poi è scappato con mia madre, quando seppe della bambina la fece internare e chiese l’affidamento unico. Ora ha ripreso possesso di Jennyfer e le ha detto la sua verità.” “Potrebbe rovinarti la vita e trovare comunque un modo per conoscere la donna che le ha portato via l’uomo...” “Deve solo provarci e allora sarò io a rovinarle la vita... fosse l’ultima cosa che faccio in vita mia.” Entrarono nella loro aula e posarono le cartelle, poi Livio raggiunse i suoi amici, dopo un abbraccio amichevole, e Rosana si appoggiò al calorifero. Si rimise a giocherellare con la collanina. “Vedo che ti piace tanto.” Alzò lo sguardo dal pavimento al ragazzo che le stava di fianco. “Alec.” “Non sembri entusiasta di vedermi...” “Lo sono... solo che...” “Che?” “Nulla... è ancora troppo presto per parlartene... prima devo accettare alcune cose...” “Sono pronto...” Lo guardò spaesata, intenta a capire di cosa stesse parlando. Era pronto! E il suo cuore batteva tanto forte... lui aveva capito di che stesse parlando Alec, era il suo cervello che ancora non c’era arrivato... “Per cosa?” “Per rischiare con te.” Dopo qualche minuto comprese che si riferiva a loro due, loro due come coppia e non solo come amici. Gli allungò le mani e se lo portò vicino, gli appoggiò la testa sul petto, dimenticando tutti i problemi sentendo il battito ritmico e tranquillo del suo cuore. Gli baciò il mento, poi risalì fino alla bocca e si lasciò andare alle sensazione che lui le faceva provare ad ogni bacio. “Sei l’unica che io voglia accanto.” Le sussurrò. “Oh Alec...” lui le imprigionò il corpo contro il calorifero gelido e il suo corpo caldo. “Alec...” sussurrò lei mordendogli dolcemente il lobo dell’orecchio. “Ho paura...” gli disse stringendosi a lui e sentendolo vivo e possente contro di se. “Tanta paura...” “Non devi, io sono qui e ci sarò sempre.” “Non abbandonarmi mai...” “Non accadrà, mai e poi mai, qualunque cosa accada tra noi e intorno a noi.” “Ti voglio tanto bene.” “Anch’io... ti amo.” Le disse lasciandola a bocca aperta. “Che scena rivoltante.” La barriera che si era creata intorno a loro, che li divideva dal mondo esterno, si era improvvisamente spezzata. Infranta da quella voce che entrambi avevano cominciato ad odiare nello stesso momento di quel giorno di due mesi prima. Alec si voltò verso di lei, tenendo il viso di Rosana ancora tra le mani. La squadrò da capo a piedi... i capelli biondo tinto, gli occhi azzurri, il seno generoso, un fondoschiena abbastanza grosso, una gonna che le copriva a malapena l’inguine. La maglietta che le copriva o meglio scopriva buona parte della pancia, forse per via della poca stoffa o del seno troppo grosso. “Che cosa vuoi?” le chiese Alec. “Parlare con lei.” “Non abbiamo nulla da dirci.” Le rispose subito Rosana. “Non credo... sorellina.” “Sorellina? Sono mesi che non vi chiamate così, non lo siete mai state veramente...” Disse Alec ignaro di tutta l’evoluzione avvenuta poco prima. “E invece sì... Oggi la tua ragazza ha conosciuto mia madre.” “Chi scusa?” disse alquanto sorpreso. “Mia madre, non altri che la nostra prof di fisica.” “La donna che abbiamo incontrato per le scale, quando era quasi finita la seconda ora.” Gli spiegò Rose impassibile, con la voce calma e le spalle rilassate, non era sorpresa di scoprire che Jen ci tenesse a sottolineare che tra loro scorreva il sangue dello stesso padre. “Quella donna è...?” “Sì mia madre e di suo padre anche...” stava per dire amante ma Rosana la bloccò prima che potesse completare la frase, puntandogli un dito sul viso. “Non è nulla per mio padre, né per la mia famiglia. Non fa e non farà mai parte della mia famiglia.” “Avremo quello che ci spetta...” “Non vi spetta nulla, solo alla moglie, ai genitori e ai figli riconosciuti... a nessun altro.” Suonò la campanella proprio mentre lei diceva quella frase. Ringraziò il cielo per aver posto la parola fine a quella tortura. “Non sarà mai parte della mia famiglia, neanche se dovesse rovinarmi la vita.” baciò Alec e prendendolo per mano lo accompagnò per un pezzo. “Ti voglio bene, Alec.” “Anche io tesoro.” Le strinse la mano a se e le sorrise. “Quando vuoi parlare io sarò sempre qui... basta che fai uno squillo.” La guardò negli occhi e le diede un bacio. “Devo andare, ci vediamo dopo.” Si diresse verso la classe, quando Jen la bloccò. “Ti rovinerò la vita, se non gli stai lontana.” “Non intendo allontanarmi dal mio ragazzo per te.” “Il tuo ragazzo?” si mise a ridere. “Ale non ti vuole, Ale vuole me e mi ha sempre voluto.” “Non ti permetterò di portarmelo via.” “Nemmeno io.” Le disse sfidandola. “Come non ti permetterò di toccare Mark.” “State ancora insieme?” le chiese pungente. “Sì.” Mentì. “Lui mi vuole bene.” “Certo, ti vuole bene.” “Vi ho visti insieme. Stagli lontano.” “E se fosse lui che non vuole stare lontano da me? Se fosse lui che non vuole chiudere la nostra amicizia?” “Tu non hai nulla, non sei nulla, non puoi nulla! Io sono tutto ciò di cui lui ha bisogno.” “Certo, una ragazza che lo pianta quando si stufa di sentirlo. Che non prova nemmeno a chiarire la propria storia col proprio ragazzo.” “Chi ti credi di essere? Non sai nulla di me.” “So quanto basta, siamo cresciute insieme, ricordi? Ho già sofferto abbastanza per te, chi ti credi di essere tu!?! Non capisci, quando si ha bisogno di te. Ad avere te come amica non servono di certo i nemici.” “Cosa stai dicendo?” “Semplicemente quello che ho detto. Dai nemici ci si può difendere benissimo da soli, ma è dagli amici che è più difficile. Esattamente quello che è successo a me, a causa tua.” “Tu...” “Io cosa? Sei tu che hai rovinato tutto, sei tu che non hai fatto l’amica. Io c’ero quando avevi bisogno di me, io c’ero quando mi cercavi, quando mi volevi... ma tu? Tu c’eri quando avevo bisogno io? No. Sparivi, sparivi come spariscono le ombre nelle notti senza luna.” Fece per andarsene ma lei la fermò ancora. “Tu! Sei tu che hai chiuso tutto tra noi.” “E che dovevo fare? Tu mi sparlavi dietro da settimane! Tu mi sparlavi dietro, hai allontanato da me una delle persona a cui tenevo di più! Tu facevi tanto la bella faccia, ma mi prendevi solo in giro.” “Tu non sai nulla.” “Io non so nulla? So quanto basta...” si mosse ma Jen la fermò ancora. “Mia madre ed io faremo in modo di rovinarti la vita, a te e alla tua famiglia.” “Provaci e allora ti pentirai di essere nata.” La guardò con occhi furenti. “Sia te che tua madre vi pentirete di esservi messe contro di me.” “Staremo a vedere.” “Prova a fare del male a mia madre...” “Noi vogliamo solo ciò che ci spetta.” “Cioè?” “Soldi.” “Non vi spetta nulla, studia un po’ di diritto o chiama un avvocato e capirai che la ragione l’abbiamo noi e non voi. Mio padre nel testamento ha lasciato detto tutto, tu hai già avuto la tua parte, tua madre non ha diritto a nulla, a noi resta quel che papà non ha dato a te. Sta molto attenta Jen… potresti pentirti di questa tua smania di denaro… pentirtene molto.” “Tuo padre è anche il mio, devi ficcartelo in quella zucca vuota. Tuo padre non ha mai amato tua madre.” “I miei si sono conosciuti a novembre, sono nata ad ottobre io sono una settimina... se fai i conti scopri da te la verità. E comunque prevenendo tutto si è rifiutato di adottarti, eri solo in affido poi si sono dimenticati di te. Nessuno a parte tua madre ti vuole.” “Signorina Zanin.” Evviva! Come se non le fosse bastata la chiacchierata con Jen, era stata chiamata dalla preside. “Dica.” “No… sei tu che devi parlare, anzi chiedere scusa...” “Scusa? E per che cosa? E a chi?” “Alla signorina Guglia e a sua madre... che tra l’altro è anche una tua professoressa.” “Non ci penso nemmeno a chiedere scusa.” “Come?” “Ha sentito bene, non intendo chiedere scusa a nessuno.” “Che vuol dire?” “Quello che ho detto, non intendo chiedere scusa a nessuna delle due.” “Senti... io non so che cosa ti abbiano fatto ma...” “Se vuole, punirmi faccia pure... ma non intendo chiedere scusa, ne parlare con nessuna delle due.” “Devi solo chiedere scusa.” “Lei ha i suoi principi?” “Certo, che domande.” “Ecco io ho i miei e non mi importa di finire in dei guai solo per la mia cocciutaggine e non permetto a nessuno di portarmi via ciò che è mio.” “Intendi il tuo ragazzo?” “Il ragazzo, l’amico, il mio orgoglio. Non calpesterò i miei credo solo per una mocciosa viziata che crede che tutto le sia dovuto.” “E la mocciosa viziata sarebbe la signorina Guglia?” “Non ho detto che sia lei, e non intendo dire chi sia.” “Ma...” “Intende punirmi?” “No… vorrei solo che tu chieda...” “No, non intendo farlo... e alla luce di questo intende punirmi?” “No.” “Posso andare?” L’uomo sospirò rassegnato, con Rosana non era mai riuscito a ragionare ficcandole qualcosa in testa, nonostante fosse a conoscenza di quello che accadeva intorno alla ragazza, non intendeva obbligarla a parlare contro la sua volontà. Sperava solo che un giorno avrebbe accettato di sapere che anche lui faceva parte della sua famiglia, e che la madre che l’aveva cresciuta non era in realtà sua madre naturale, ma era la sorellastra. “Certo, vada pure signorina Zanin.” Rosana uscì dalla saletta e chiuse dietro di se la porta. Questa era una cosa che avrebbe messo in conto alle due... chiuse gli occhi e... “Rose...” una voce dolce la stava chiamando. Non sapeva dove l’aveva sentita, ma la riconosceva. O meglio il suo cuore la riconosceva... “Rose... apri gli occhi Spirit...” lei ubbidì a quella richiesta, davanti a se vide una donna che somigliava tantissimo a Carolina. “Oh Rose... non farmi più uno scherzo del genere... ho temuto di averti perso...” “Mamma?” “Sì, Spirit... sono la mamma...” “Dove sono?” “Ora? In questo prato... ma è tutto un sogno... o meglio, questo prato esiste veramente, ci venivamo quando tu avevi pochi anni... poi...” “Sei cambiata mamma...” “Non sono cambiata tesoro... non sono cambiata... solo non sono più io...” “Non ti capisco mamma...” “Tu non hai al tuo fianco la donna che ti ha messa al mondo... hai la sorella... Gesù mi ha ripreso con se dopo la morte di tuo padre...” “Vuoi dire che io vivo con tua sorella?” “Sì... come credi possibile che io non abbia combattuto per tenermi Jen?” “Non hai perso nulla...” “Se tua madre avesse combattuto per tua sorella, ora lei non sarebbe così.” Disse lei sicura di se, sapeva la verità, lei in fondo sapeva tutto, prima che accadesse qualcosa. “Facciamo un ipotesi mamma... tu che da li puoi vedere tutto... se tu avessi combattuto per Jen, se lei fosse rimasta con noi... io starei con Alec?” quello era ciò che più le importava... “No...” disse dopo qualche minuto, sapeva quanto alla figlia importasse di Alec, di quanto lo amava... “No, né tu né Jen l’avreste mai conosciuto...” “Allora perché? Perché è entrato nella nostra vita?” “Non era pianificato...” disse una voce maschile, una voce che non conosceva, un uomo con gli occhi coperti da degli occhiali da sole, i capelli rasati a zero e un vestito nero. “Non era pianificata nemmeno la morte di tua madre... abbiamo dovuto darti qualcuno che...” “Vuoi dire che Alec è una specie di premio di consolazione? Che sto amando un uomo che in realtà non è quello per sempre?” “Esatto.” “Io voglio Alec!” “Vedi di non fare la drammatica... l’uomo che abbiamo scelto per te è tutto quello che tu desideri...” disse l’uomo in nero. “Un altro Alec?” chiese acida. “Gli assomiglia molto.” Gli assomiglia molto... tutto quello era ridicolo... come ridicolo era il fatto che stesse lì seduta in quel prato con un vestito bianco castigato che le arrivava a strascico a qualche metro dai suoi piedi... “Perché non posso avere Alec?” “Rose... non era previsto...” “Io voglio Alec! Non uno che ci somigli! Cosa gli dirò, dopo che ci saremo sposati, quando mi chiederà che cosa mi piaceva di lui?” domandò adirata. “Gli dirò che sto con lui solo perché somiglia al mio primo vero amore?” si voltò e si sedette, fissando per qualche istante, in silenzio, le montagne che si vedevano da lì. “Non sai quanto dolore provoca questo! Io ci sono passata! Io ci sono passata con Thomas, che stava con me perché somigliavo in tutto e per tutto a sua sorella minore.” Ora che ci pensava la sorellina di Thomas era morta... “Anche io non ero stata preventivata? O era la sorella di Thomas a non essere prevista?” il lungo silenzio che seguì le fece capire, senza bisogno di parole, la verità. “E questo uomo che è destinato a me è il seguito degli imprevisti?” “No, lui c’era già nel piano... ma la morte della donna che doveva sposare...” “Un seguito di imprevisti...” “Siete voi che continuate a chiedere la morte e noi dobbiamo cercare di darvi la felicità che desiderate.” “E lui? Non desidera la morte?” “No, ha promesso che non la desidererà mai.” “Quanti ne avrà quando mi conoscerà?” “Trentadue.” “E io?” “Diciotto.” “Diciotto? Quattordici anni di differenza? E la sua ragazza è già morta?” “Noi prevediamo le cose tesoro.” Le spiegò la madre. “E cerchiamo di metterle a posto il più possibile.” “Quanti anni avrà quando la sua ragazza morirà?” “Trentadue.” “Lo conoscerò dopo la morte della sua donna?” “Esatto.” Sembrava quasi che volesse rispondergli il meno possibile. E lei ora voleva sapere il meno possibile, solo che Alec... “Quando uscirà dalla mia vita Alec?” “Morirà assieme alla donna di Antony.” “Catrine!” la rimproverò quando la madre rispose al suo posto. “Oh Scoth! Deve sapere tutto ciò che la riguarda.” “Le altre persone vivono la loro vita senza sapere e si adattano.” “Io non sono le altre persone!” sbraitò lei. “Ho la mia vita e nella mia vita voglio Alec.” “Smettila ragazzina.” “Se Alec morirà voglio morire con lui.” “No.” “Voglio un figlio da lui.” “No.” “Voglio un figlio da lui.” “No.” “Voglio un figlio da lui.” “Sei testarda.” “Voglio un figlio da Alec.” “Un figlio?” “Un figlio, che si chiamerà come il padre, che avrà una lunga vita felice, che sarà saggio ma saprà vivere la vita al massimo. Che non si sballerà, che non fumerà, che avrà tutto ciò che può avere una persona per essere felice. Che anche quando sarà vecchio sarà sano e arzillo.” “E poi cosa vuoi? Che sia ricco e bello?” “Bello è il minimo visto il padre che si ritrova.” “E la madre...” sussurrò Catrine. “Voglio tutto questo o troverò il modo di rovinarvi i piani.” Era così sicura di quello che diceva che spaventò un po’ i suoi interlocutori. “Deve assomigliare al padre?” “Fisicamente e mentalmente, anche a me... deve essere un mix tra Alec e me. Voglio che abbia il suo sorriso e i suoi occhi.” “E la sua ragazza?” “Deve essere una brava ragazza, deve volergli bene e dargli i figli che lui vorrà. Dovrà morire al suo fianco in vecchiaia.” “E così sia.” Disse l’uomo in nero. La madre le sorrise e le passò la mano davanti agli occhi. “Addio Spirit.” “Addio Cat.” Poi tutto il resto svanì e lei tornò nel suo mondo, nella sua scuola, con i suoi compagni tutti attorno a lei.“Addio Cat. Addio mamma.” Bisbigliò Rose prendo gli occhi, di fronte a se vide Alec. “Ciao Alec...” “Ciao tesoro.” Le sorrise. “Perché dicevi addio a tua madre?” “Oh Alec... è una storia lunga che forse ti racconterò un giorno...” “Addio Alec.” Era la solita frase, era la frase che ripeteva da quando aveva compiuto diciotto anni e lui usciva dalla loro casa, prendeva la macchina, per dirigersi al lavoro. Piangeva ogni volta che lui partiva e tirava un sospiro di sollievo ogni volta che tornava a casa sano e salvo. Era una cosa orribile sapere che l’uomo che amava sarebbe morto quell’anno. Chiuse la porta dietro di se e si diresse in cucina. “Mamma?” invocò in un sospiro. “Ho tanta paura!” chiuse gli occhi e si lasciò cadere sulla sedia. Fissò la foto davanti a se, lei e Alec ne avevano a centinaia, ne faceva tante non per paura di dimenticarselo ma per ricordarsi ogni momento, ogni istante che passavano insieme. Naturalmente nelle foto non si vedevano i sentimenti dei due, ma bastava quello che sentiva il suo cuore. “Rosana.” Disse al telefono. “Sono Antony.” Antony... “Antony chi?” “Sai benissimo chi sono... tua madre mi ha detto di averti parlato di noi... dobbiamo vederci.” “Non ho nulla da dirti, non voglio precorrere i tempi... mi basta già sapere che dovrò passare la vita intera con te.” “Senti neanche io ne sono felice, ma non importa. Siamo destinati a stare insieme.” “Lasciami in pace.” Chiuse malamente la comunicazione. “Lasciami in pace!” gridò. “Possibile che non puoi lasciarmi Alec?” “Rose, Rose... In passato abbiamo già fatto questa conversazione.” L’uomo in nero le stava ancora una volta di fronte, in quegli anni era successo poche volte, ma ogni volta che tornava da quei sogni, cambiava in qualcosa. Anche Alec l’aveva notato... “Io lo amo!” “Amerai anche Antony.” “Non sarà la stessa cosa.” “Siete due cocciuti! Non abbiamo deciso noi di togliergli la sua amata, l’ha fatto lei.” “Tutto è partito da mia madre.” “Da tua nonna.” “Bene... andiamo ancora più in dietro. Possibile che non potete lasciarmi Alec e dare ad Antony un’altra?” “Bé per potersi si può... ma...” “Ma?” “Dovrebbe permetterlo lui.” Permetterlo lui... questo si che era ridicolo... lui non la voleva, lei non lo voleva e nessuno avrebbe fatto storie. “Sono Rose.” “Credevo che non mi avresti mai richiamato, sono giorni che ti lascio messaggi sulla segreteria.” “Lo so, li sento tutti. Mi stai rovinando la vita Antony. Alec comincia a farmi domande su quegli strani messaggi.” “Devo vederti, devo capire...” “Io sono un frutto di un errore, anche Alec e mia madre, da il permesso di trovarti un’altra... lascia che gli errori possano vivere con loro bambino...” “Sei incinta?” “Non lo so, non ne sono sicura... ma non voglio perdere Alec. Da loro quel permesso Antony.” “Sai che non posso.” “Me l’ha detto Scoth che puoi... per trovarti un’altra devono avere il tuo permesso.” “E se io volessi te?” “Io non ti voglio... io voglio Alec.” “Lo ami?” “Sì.” “Cos’ha che io non ho?” “Non lo so, non ti conosco. Ma mia madre e Scoth dicono che siete simili...” “Vuoi dire che se morisse ti metteresti con uno identico?” “Questo è quello che vogliono loro.” “E tu cosa vuoi?” “Crescere i miei figli con Alec.” Suonò il campanello che la fece sussultare. “Puoi attendere un attimo? Hanno suonato alla porta.” “Certo.” “Chi è?” “Sono l’agente Ferro.” Rose aprì la porta e si trovò un uomo in divisa con la faccia torva. “La signora Black?” “Sì.” “Suo marito è il signor Alessandro Black... esatto? “Alec? Sì quello è il suo nome...” “Mi duole comunicarle che suo marito è deceduto.” Rose guardò l’uomo come se fosse un alieno. “Ti chiamo dopo Antony.” “Certo.” Rose si sedette sul divano, senza dire nulla, fissò per qualche istante il pavimento e poi chiese. “Ha sofferto?” “Poco...” “Alec!” disse gridando al cielo. “Perché? Perché?” domandava più a Scoth che non aveva saputo aspettare, ma l’agente credette che si trattasse di domande rivolte al defunto marito. Rose, gridando, si accasciò a terra e si mise a piangere, lacrime che non sapeva di tenere. “Dovrebbe venire a riconoscere il corpo.” “Riconoscere?” si alzò come un automa e dieci minuti dopo come un automa seguì gli agenti nella camera mortuaria. Quando scoprirono il cadavere, fissò la salma. Chiuse gli occhi e sospirò. “Non è mio marito.” “La macchina era la sua, la patente e la carta d’identità appartengono al signor Alessandro Black e la foto è di quest’uomo.” “Anche la via coincide.” “Ma non è Alec.” “So che amava molto suo marito... ma...” “Non è Alec... so riconoscere mio marito, ci passo tutte le mie notti e lo conosco dalla seconda superiore...” prese in mano la carta d’identità e sorrise. “Questo è un caso di omonimia. Questo Alessandro Black è di via Cavour di Bubuggiate. Noi viviamo in Cavour di Buguggiate.” Quando quella sera rientrò a casa, Alec era lì ad aspettarla. Lei gli corse in contro e l’abbracciò. “Ti amo Alec... non potrei mai vivere senza di te.” “Ti amo tanto anche io.” “Aspetto un bambino... un bambino tuo.” Il telefono squillò, ma nessuno si mosse ed entrò in funzione la segreteria. “Rose? Rose sono Antony... ti ho visto oggi, mentre scendevi dalla tua macchina. So che quel ragazzo che hanno trovato non era tuo marito. Lo so perché ho accettato. Ti auguro tutta la felicità del mondo. Addio Rosana, addio e auguri per la tua vita.” e il messaggio si interruppe. “Cosa significa?” “Che ora non ti perderò e che vivremo felici con tutti i bambini che il cielo ci permetterà di avere...” lo baciò con trasporto e gli raccontò tutta la storia e miracolosamente lui ci credette. “Ti amo e ora capisco tutta la tua preoccupazione.” “Ti amo e sarà per sempre.” “Per sempre... risposiamoci, in modo che lo sia davvero.” “Oh Alec.”


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