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lavoro pubblicato domenica 17 aprile 2005
ultima lettura venerdì 24 novembre 2017

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NAVE

di Nigel Mansell. Letto 2322 volte. Dallo scaffale Racconti

La nave si stacca dal molo, c’è gente sul ponte che saluta felice mentre a terra ricambiano, invidiandoli. A bordo i mozzi riavvolgono le corde, sulla...

La nave si stacca dal molo, c’è gente sul ponte che saluta felice mentre a terra ricambiano, invidiandoli. A bordo i mozzi riavvolgono le corde, sulla banchina ci si prepara per la prossima nave. Chiassosi gabbiani non si danno pace e inseguono la nave per non farsela scappare mentre i suoi motori girano al massimo e le ciminiere segnano il cielo con una nera striscia di fumo. Trova rilassante sedere sul molo, sulla solita panchina, lasciare scorrere la giornata per aspettare l’ora di cena, affogando lo sguardo nella scia della nave che le onde faticano a nascondere. Cos’è la gioia o la tristezza, non lo sa. Gli anni passano, le navi attraccano e ripartono, tornano gli inverni per poi lasciare il posto alle estati. La strada del ritorno, i vecchi amici fuori dal bar, le scale del vecchio palazzo, la chiave nella toppa e poi l’odore di casa. Il tic-tac della vecchia pendola, il tuffo del dado nell’acqua, è ora che la pastina si unisca al brodo. In televisione il telegiornale, dopo il film della sera; infine nel letto, le solite preghiere e per ultimo il buio. Allora come ogni notte i conosciuti fantasmi si risvegliano. Sono le grida e i pianti delle sue vittime. La sofferenza dei tanti ragazzi spaventati, strappati con la violenza dalle piazze, dalle loro case, dai loro affetti, dalle loro vite. Gli elettrodi applicati con cura sulla pelle, per poi alzare il voltaggio, la corrente elettrica che scorre nelle membra, le scosse che scuotono i poveri corpi, come il vento improvviso le foglie degli alberi. I nomi! Dovevano fari i nomi! Perché non lo volevano capire, perché dovevano resistere? E poi inevitabilmente iniziavano a parlare, di nomi se ne avevano quanti se ne voleva. La loro volontà cedeva di schianto, avrebbero denunciato anche la loro madre. Poi una volta spremuti come degli agrumi qualcuno li portava via, non tornavano più. Poi ne arrivavano di nuovi e si ricominciava, e poi ancora, ogni giorno per mesi. Era una guerra, lui di qua e loro di là. Ma ora tutto era stato perdonato, i crimini erano stati cancellati e le colpe mondate; persino le vittime, sinanche i genitori e i parenti oramai stanchi di bugie avevano voluto dimenticare. Ma ogni notte loro tornano, tutti, uno per uno sfilano, senza che manchi nessuno. I loro visi, gli occhi supplicanti, indifesi e tremanti, terrorizzati e senza il controllo di se stessi, sfigurati dalla paura, senza identità. Gli dicevano lo fai per il bene del paese, dobbiamo salvare la nazione dai rivoluzionari: e i ragazzi diventavano sempre di più. A casa raccontava che il lavoro era aumentato, che doveva fare gli straordinari… se solo avessero saputo, se solo avessero potuto immaginare, se solo avessero potuto guardare quegli occhi, che ogni giorno lui vedeva… Poi toccò a Maria, la figlia di Fernando, il suo amico, il suo compagno… Non poté fare nulla. Fece la fine degli altri. Torturata giorno e notte, sfregiata dalla follia, profanata nella sua dignità di giovane donna, poi via. La portarono lontano, con gli altri. Avrebbe dovuto fare qualcosa, avrebbe dovuto dire di no, si sarebbe dovuto ribellare e invece non lo fece. Eseguiva degli ordini, obbediva a dei superiori, era stato una vittima anche lui, quanto loro! Scuse buone per il giudice, ma non per la sua coscienza… E ora come dimenticare… L’alba lo trova sveglio come succede da anni. Si veste con calma, esce di casa. All’esterno le scritte sul muro, non tutti perdonano. E poi di nuovo nel porto. Anche oggi un’altra nave si stacca dal molo, e forse qualcun’altra attraccherà. Dalla sua panchina osserva la scia che fatica a dissolversi…


Commenti

pubblicato il mercoledì 2 dicembre 2015
ChiaraSerafin22, ha scritto: Ciclica disperazione del tuo racconto. Davvero profondo =) Un abbraccio

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