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lavoro pubblicato giovedì 14 aprile 2005
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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Memorie di una stella

di C.M.. Letto 922 volte. Dallo scaffale Fantasia

Capitolo I - La trasparenza I. Ah sì, fate presto voi altri, laggiù, a chiamarmi asteroide, a bollarmi come grezzo e bitorzoluto. Quando sfrecc...

Capitolo I - La trasparenza I. Ah sì, fate presto voi altri, laggiù, a chiamarmi asteroide, a bollarmi come grezzo e bitorzoluto. Quando sfreccio dalle parti del vostro pianetino vedo il luccichio di milioni di telescopi puntati su di me ed io non posso avere nemmeno un poco di intimità. Tutti lì ad additarmi come un animale raro mai visto e a dar di gomito dicendo: «guarda che superficie scura e irregolare. Sarà ferroso?» L’ultima volta che son passata eravate ancora al vostro medioevo e vestivate abiti buffi. Ricordo che gli scienziati di allora mi osservavano attraverso accrocchi fatti di lenti e specchietti di pessima qualità che ci facevano una fatica. I commenti però eran sempre quelli neh: «guarda quell’asteroide, tutto cavità e bernoccoli. Simbolo dell’imperfetto», e via a dar di gomito, a farsi l’occhietto, che si intendeva benissimo che mi si stava deridendo senza alcun rispetto. Ah ma mica è sempre andata così eh! Saranno passati un paio di miliardetti d’anni da quando ero una nube gassosa, tutta vaporosità ed allegria. Bei tempi quelli in cui girovagavo senza grossi pensieri per la testa a farmi ammirare dagli altri astri più anziani. C’era un super ammasso che non mi staccava mai gli occhi di dosso. Ad essere onesta c’era ben poco da guardare perché, rarefatta com’ero, gli sguardi mi attraversavano da parte a parte e si potevano scorgere i recessi più lontani dell’universo attraverso la lente dei miei strati gassosi. Ero trasparente trasparente, riflessi iridescenti si diramavano verso il nucleo, che in quel periodo non era altro che una palla di gas leggermente più densa. Qui è necessaria una precisazione, quei colori non erano proprio miei, guizzavano in me per via dello spettro luminoso che, rifrangendosi tra le sacche perlacee dei gas di cui ero composta, si scomponeva nelle sue parti fondamentali. Era il modo che avevo di rielaborare il flusso di realtà che mi attraversava per restituirla al cosmo modificata, abbellita a mio gusto. Se da una parte entrava luce bianca dall’altra ne uscivano mille colori saettanti. Ad alcuni corpi celesti più anziani sarò magari apparsa un pochino frivola, ma quello stato di eterea apparenza a me piaceva molto. Permettere a chiunque di guardarmi dentro, di attraversarmi senza resistenza alcuna, mi faceva sentire più vicina ad ogni diverso modo di interpretare l’universo. Nessuno doveva adattarsi a me, la mia trasparenza si adattava al modo di vedere la realtà che ognuno sviluppa per conto suo. A volte mi chiedevo per quale motivo tutti gli astri di natura gassosa avevano abbandonato quello stato iniziale per infiammarsi, dando vita ad accecanti fuochi nucleari che quasi non li potevi guardare. Chissà se avevano qualcosa da nascondere al loro interno. Comunque erano tutti garbati nei miei confronti e mi coccolavano, essendo io la presenza più giovane in quello scampolo di firmamento. Prendete la signora Nova ad esempio, una stellona rubiconda e gioviale, un po’ anzianotta, mi invitava spesso per scambiare qualche chiacchiera e offrirmi quei deliziosi biscotti ai neutrini. Trovavo molto piacevole chiacchierare con lei, in particolare dei miei progetti e di come tutti fossero gentili con me e di cosa pensavo di loro. La signora Nova stava sempre a ripetermi che avrei dovuto essere un po’ più accorta, che non tutti nel firmamento erano gente fidata, specialmente quei buchi neri lì e che alle volte non si sa mai. La rarefazione che derivava dal basso grado di densità dei miei gas mi faceva sentire leggera leggera e quando mi stancavo di stare lì immobile ad imparare il firmamento a memoria prendevo a correre su e giù per il cosmo e mi divertivo quando i corpuscoli solidi mi passavano e ficcanasavano all’interno della mia sostanza più remota. II. Fu in una di quelle corse per la galassia che incontrai un bel sole, di quelli tutti elio e idrogeno, dorato dorato, bellissimo. Lui mi fece l’occhietto e io, che a quell’età un pensierino ce lo facevo, sentii irresistibile il desiderio di avvicinarlo per conoscerlo meglio. Ogni giorno, da quel giorno, si iniziò a passare molto tempo assieme. Io mi alzavo presto per vederlo sorgere nell’aria fresca del mattino e restavo a contemplarlo, inebriata del suo splendore. Verso mezzogiorno gli portavo qualche manicaretto, che lui gradiva sempre e la sera, forse per pavoneggiarsi di fronte a me, si produceva in tramonti dai riflessi purpurei che saettavano tra cirri dalle forme bizzarre e violacee e gli stormi d’uccelli, che migravano, parevano immersi in un fluido ramato e cangiante. Sospesi in quel gioco di luci, colori e sensazioni il mio nucleo si perdette in lui e il suo in me e ci innamorammo. Mi sentivo leggera e cristallina e, forse per quel sentimento che mi fluiva dentro, la mia trasparenza si fece ancor più limpida ed eterea e desideravo che lui, più di ogni altro astro, mi potesse guardare attraverso. Non c’era desiderio espresso dal mio sole che io non esaudissi, a volte mi chiedeva di attenderlo un po’ più a lungo perché desiderava dedicarsi a qualche sua passione extra lavoro, come quella volta che lo aspettai per sei lunghi mesi mentre si divertiva su, all’estremo nord, a dispensare giornate prive di tramonti, ma ero ugualmente felice di fare ogni cosa per lui, la mia unica fonte di luce. III. Trascorremmo eoni indimenticabili, fatti di passione, poesie di luce e complicità. Lui era splendido e premuroso con me e fu forse per le cattive frequentazioni che le cose tra noi due presero a guastarsi. Sul pianeta che lui illuminava senza sosta da tanti milioni di anni aveva preso a svilupparsi una razza nuova che si era ben presto organizzata in sistemi sociali sempre più complessi fino a formare tante civiltà sparse su tutto il globo e in breve tempo il mio amato fu adorato come un dio. A volte qualcuno da laggiù gridava cose del tipo: «grande dio sole, prendi questi doni come segno della nostra devozione!» Ad essere onesta sul principio questa cosa non mi dispiacque affatto. Si andava spesso a trovare la signora Nova carichi di quei doni: grano o farina, carne o vegetali e lei ci preparava degli ottimi pranzetti. Ricordo ancora quel bel piatto fumante di lasagne all’astronoma che mangiammo tutti assieme (per l’occasione anche il super ammasso, che da tempo faceva il filo alla signora Nova, mangiò con noi e ogni tanto si rivolgevano un sorrisetto con aria complice). Col tempo però tutte queste attenzioni che la razza del pianeta riservava al mio amato ebbero un effetto drammatico. Ora passava molto tempo a bearsi di quella adorazione. E così mentre quella razza lo strappava sempre più dalle mie attenzioni, lui si insuperbiva. Un giorno mi chiese anche di chiamarlo dio-sole. Passava ore e ore a farsi bello, indossando la sua aura più dorata, ogni giorno a cambiare corona solare, a cercare di provocare pinnacoli di radiazione sempre più alti e riccioluti. Era diventato, tutto ad un tratto, frivolo e specchiandosi, ammirando la sua immagine riflessa nel mare, un po’ alla volta iniziò a trascurarmi. Per milioni di anni, che al suo fianco m’erano sembrati pochi minuti, ero stata una compagna leale, sempre pronta ad ogni sua richiesta, sempre precisa nella mia orbita attorno a lui, ma ora non lo riconoscevo quasi più. Se ne stava lì tutto il giorno (che dal momento che era il sole aveva una durata pressoché infinita) ad osservare quella razza in adorazione. Alle volte, per un suo gusto puramente crudele, bruciava i raccolti durante estati torride, oppure si impallidiva a forza per dispensare stagioni più fredde o si nascondeva dietro nubi monsoniche per tanti mesi e lo si poteva sentir ridere mentre osservava quegli sventurati che pur lottando per la sopravvivenza continuavano ad adorarlo, anzi, ora supplicavano addirittura la sua benevolenza. Arrivò inevitabile il giorno in cui decisi di allontanarmi, in silenzio, in uno di quei giorni in cui se ne stava a giocare crudelmente con la vita dei suoi adoratori. Tanto che non s’accorse neppure che non sarei più tornata. Mentre la distanza che ci separava cresceva, il mio cuore, o forse dovrei dire il mio nucleo, si faceva piccolo piccolo e si addensava sempre più e con esso tutto il resto del mio essere. Mi resi conto che avevo perso molta della mia trasparenza. Essere eterei e trasparenti non era poi una così gran bella cosa. In fondo aveva ragione la signora Nova che quella sera stessa, vedendomi pallida e opaca, mi fece un brodino primordiale che non riuscii nemmeno a mandare giù. IV. Col tempo me ne feci una ragione e capii che era giunto anche per me il tempo di crescere, di incendiarmi e finalmente diventare una stella. Ora mi era chiaro per quale motivo nessuno rimaneva gassoso e trasparente troppo a lungo. Cercai un angolino privo di stelle e lo trovai tra Perseo e l’Auriga, con i quali feci amicizia. Mi aiutarono persino a fare il trasloco, caricammo la biga di Auriga con tutta la mia roba e nel tragitto cantammo canzoni e ridemmo. Ora avevo un cantuccio tutto mio. Quella sera, per prepararmi all’evento, mi feci bella e lo feci solo per me, poi mi compressi tutta, fino a far scattare la scintilla iniziale. Una nuova luce brillava ora nel firmamento, la mia superficie era incandescente, screziata da nuovi bagliori, refrattaria allo sguardo dei curiosi. Un calore bianco e abbagliante ora illuminava la parte di galassia che avevo scelto per casa. Adesso avrei pensato un po’ a me, mentre prendevo confidenza con il mio nuovo stato. Qualche milione d’anni dopo, mentre nel mio orbitare mi trovavo a passeggiare per uno dei bracci periferici della galassia, incontrai il mio ex, fuori da un bar, era un po’ sbiadito in viso e piuttosto fuori forma, direi invecchiato. Lo sentì dire al gigante gassoso, che gli stava servendo un cocktail di particelle, che ormai non erano più quei vecchi gloriosi tempi, che la gente del suo pianetino non perdeva più tempo ad adorarlo, che tutt’al più lo usavano (disse proprio “usare”), per immagazzinare un po’ di energia e che qualche scienziato lo aveva ridotto ad un fenomeno da studiare. Passai oltre, i vecchi tempi erano una cosa del passato.


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