ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 28 febbraio 2005
ultima lettura giovedì 21 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Cappuccetto

di Landriccia. Letto 1075 volte. Dallo scaffale Fantasia

Cappuccetto Rosso era nel bosco, senza la presa per i fondelli del c’era una volta, mentre del buio e delle noccioline luminose si contendevano le pup...

Cappuccetto Rosso era nel bosco, senza la presa per i fondelli del c’era una volta, mentre del buio e delle noccioline luminose si contendevano le pupille, e il freddo cullava assieme al vento del nord la lana della mantella rossa. Gli scarponcini sino al ginocchio le davano un aspetto goffo specie quei lacci intrecciati. Sotto il cappuccio, sopra le trecce a penzoloni, dentro la testa, nelle orbite, lungo l’elettricità della sinapsi sino all’imene nascosto da della biancheria intima decente di pizzo, correva il viso di Gastolfo che lavorava come garzone all’emporio: tutto di lui anche solo gli abiti lasciavano intravedere la sensualità e il fascino. Rimembrava dei bei occhi chiari tra le ciglia lunghe nere, delle basette rase, delle labbra carnose e delle dita stranamente sottili e belle. La eccitava esplorare nel cuore della notte la sua pelle nascosta con l’immaginazione. Lo immaginava mentre con le dita le esplorava sciogliendo i nodi della veste la curva dei seni e farlo le procurava delle vampate di caldo. Non era molto prudente attraversare il bosco di notte ma lo faceva ugualmente Cappuccetto perché dentro i suoi pensieri si sentiva meno osservata. Ma un po’ era anche colpa del fatto che in quel cavolo di paese da favola diventava scuro presto. E trascinava le gambe tra le radici e l’erba cattiva conducendo un percorso a memoria sino alla casetta della nonna buona che le regalava i suoi vestiti per la messa della domenica e l’emporio e la boccetta di essenza di muschio selvatico con cui bagnava il collo e i polsi. E i biscotti ma quelli erano per chi credeva ancora nelle favole. Cappuccetto non era più una bambina perché anche nelle favole il tempo a volte si scoccia e lascia perdere la moralità presunta dei piccoli. Cresceva e riempiva in fretta gli abiti di procacità. E mentre la osservate camminare sorridendo all’utopia del maschio bello e romantico che carezza e gode per sempre dello stesso giocattolo, è una donna di diciott’anni col naso all’insù, i capelli lunghi raccolti in due parti e gli occhi color della notte; le ciglia sottili e le labbra riottose. Si ricordò del freddo ad un tratto e di quanto fosse tardi lì tra tutte quelle parole senza l’invenzione dell’orologio. Rabbrividì solo pensando alla mancanza di allusioni sessuali nelle favole, si frigidò proiettandosi al futuro su di una sedia a fare del punto e croce o a raccontare storielle ai nipoti. Passò nell’altra mano lo zaino con delle provviste e fissò la mano rimasta nel tascone della mantella ambendo al caldo di una giacca di montone. I rami ossuti degli alberi attorno increspavano la simmetria del cielo, l’odore del terreno bagnato le stuzzicava le narici. Prese a calci delle bottiglie vuote lasciate a terra e canticchiò una canzoncina che non sapeva quale ricordo le aveva messo dentro: dapprima dolcemente poi sguaiatamente per vincere la monotonia della solita strada segnata dalla staccionata. Le venne alla mente della sgualdrinella parcheggiata tutte le mattine dinanzi al naso del garzone e ai suoi sorrisi viscidi: la odiò. E si concentrò sul viso della sua rivale per cercarne una caratteristica e ne rilevò a mente una bellezza dentro i canoni standard, una audace prorompenza pettorale e una parlata logorrea. Cercò anche negli occhi di lui ma lo vide più attento alla cura delle sue mani e non se ne preoccupò più di tanto. Avanzò fischiettando e cantando il suo jingle, qua e là prendeva a calci qualche sasso o lattina vuota. Mentre bighellonava gli venne in mente sua madre che sin da piccola la mandava nel bosco da sola verso casa della nonna che era quasi sempre a letto malata spiegandole di stare ben attenta alle cattive compagnie e ai lupi: lei avrebbe preferito i lupi perché ti guardano negli occhi e se non sei cattiva come la maggior parte degli uomini ti lasciano andare. L’uomo cattivo invece si limita a guardarti il sedere e il seno e se ne è soddisfatto si ficca nelle tue mutande con l’unica parte del suo corpo che forse pensa sul serio. Un giorno a settimana la stessa strada nel bosco e neanche la bella invenzione del walkman a cuffie o del telefonino incontro alla stessa ebete senile che ti dice in continuazione quanto sei cresciuta e riprende a ronfare. Il tanfo del talco ovunque e vecchie foto di lei e un uomo giovane abbracciati vicini ad un albero abbattuto. E tutta una vita vissuta nell’equilibrio della morale della favola sino alla pelle aggrinzita. Dentro un cavolo di letto. Da sola. Drammaticamente sola. Roba da far paura persino all’uomo nero. D’un tratto decise di incidere qualcosa col suo cortellino sulla corteccia del primo albero che aveva davanti. Tirò fuori dalla tasca della mantella un cosetto rosso spuntandone con un’unghia la lama sottile e affilata. Ci sputò sopra decisa. E incise: Cappuccetto vuole fare sesso col garzone. Poi ci ripensò infilandoci accanto un cuoricino per salvare la faccia. Stava per allontanarsi quando una vociona la riprese. - Sei contenta del tuo gesto? Credi che il Supremo Giudice ti assolverà classificandola “Opera di ingegno”? Si guardò attorno esclamando spaventata. - Chi cacchio sei? - Mi hai appena inciso sgualdrinella! Girò attorno l’albero. - Sei il garzone? Mi hai seguita! Vieni fuori. - Sono solo un albero. - Ed io sono un fiore! Vieni fuori. Continuò a cercare ovunque con gli occhi tra il buio e un’unghia di luna. - Non si direbbe! - Che fai offendi? Garzone! Ed io che pensavo di fidanzarmi con te e di… L’albero le fiondò una ramata sul sedere. - Ahià! Ci vai pesante colle mani... Fece ancora il giro dell’albero. - Fatti vedere o ti scordi la luna di miele anticipata! L’albero le attorcigliò un ramo attorno la gola. Cappuccetto gridò e si portò le mani alla gola. - Che razza di scherzo è questo? - Non è uno scherzo. Non fare al tuo prossimo ciò che non vuoi sia fatto a te stessa. Strinse. - Mi soffochi! - Se ti impiccassi qui il Giudice Supremo non mi perdonerebbe. Cappuccetto pianse. - Lasciami in pace! - Perché proprio la mia corteccia? - Gli alberi non parlano! - Dimentichi di vivere in una favola tu. - Quale favola? - La tua vita è una favola. Ogni vita è una favola. Esisti solo perché gli altri abbiano una morale. Se ti impicassi più nessuno scorticherebbe le nostre cortecce specie i bambini. E comunque vada saresti sempre una favola. Senza lieto fine. - Le favole hanno sempre un lieto fine. - Quante favole hai letto nella tua vita? - Ricordo di qualcuno che me le leggeva ma non me ne ricordo nessuna. - Forse perché hai un cuore piccolo. - Quante stronzate devo ascoltare ancora prima che mi lasci andare? L’albero la alzò lentamente da terra. Cappuccetto toccava leggermente con la punta degli stivali. Ricominciò a piangere e a singhiozzare. - Non respiro bene! - È il prezzo che devi pagare per aver sconvolto l’ordine delle cose. - Quale ordine? - Non era previsto che tu crescessi e pensassi. - Mettimi giù per favore! Le passò un ramo da sotto la gonna sin sopra l’inguine e strinse. Cappuccetto gridò. - Mettimi giù maledetto albero! Singhiozzava violentemente. - Sei solo una favola Cappuccetto. La mise giù. - Non puoi vivere a tuo piacimento. Tossì e si buttò carponi. Prese fiato boccheggiando. - E invece sì! - Ti condanneranno per quello che fai. - Sempre meglio che vivere da schiavi! - Io sono schiavo del sole, delle pioggie e della terra ma non mi lamento. - Grande soddisfazione la tua! - Cos’hai inciso sulla mia corteccia? - Che amo qualcuno. - E pensare che non sono uno specchio! Chi ami all’infuori di te? - Non credo ti riguardi! - L’albero si carezzò con la punta di un ramo l’incisione: seguì le lettere sino alla fine. - Garzone. E un cuore. Sono solo i fronzoli della felicità i nomi. La semantica è più apprezzata. Dovresti imparare il linguaggio dei gesti. - Sei un albero saggio! - Sono dentro la tua stessa favola. - Ma tu non puoi vivere come me. - Sì che posso. È la tragedia delle favole: destini diversi ma morali identiche. Si girò a guardare l’albero. Della linfa gli colava dall’incisione. L’albero le avvicinò al capo due rami, lei si scostò. - Non aver timore. Le si avvicinò sino alle due trecce e gliele sciolse. - Avevi le tue foglie legate. - Sono capelli. - Lo so. Prese a carezzargli la corteccia. - Non potrò fare nulla per te se incontrerai il lupo Cappuccetto. - Il lupo cattivo delle favole! - Ti spetta di incontrarlo prima o poi in questo bosco. - E cosa accadrà? - Ti guarderà negli occhi, ti mostrerà i denti e… - La fine credo di conoscerla. Ma tu chi eri prima d’essere un albero? - Sogno spesso mentre lo scirocco mi culla di essere stato uno di quei principi belli ma tristi che un giorno passeggiando incontra qualcuno di speciale. Si avvicinò all’albero e mise la testa sulla corteccia. - Qual è il mio futuro? - Chiedilo a chi ti ha scritta. - Non so chi mi ha scritta. - Ti scrivi da te. Hai acquisito i pensieri di tutti quelli che hanno letto la tua favola e ti stai cambiando. - Quanto è lunga una favola? - Dura in eterno. Le vennero gli occhi lucidi. - E se il lupo mi… - Tu scapperai davanti al lupo come chiunque altro. E il lupo è cosciente del suo ruolo: deve costringerti a correre dove si compirà il tuo destino. - Dove? - È tardi: devi andare. - Raccolse lo zainetto, guardò verso l’albero cercando gli occhi e andò via. Dentro la notte e i suoi suoni. Dentro la mente e i suoi silenzi. Cappuccetto prese a cantare. Sing a song Cappuccetto per il bosco. Il lupo ascoltava e si spianava la strada. Bastava il ritornello. - Cerco la felicità, mostrami i pugni garzone, tirerò a sorte e tu la felicità mi mostrerai… fammi felice, toglimi dal bosco… Si sentì un ululato. Cappuccetto si arrestò di colpo e sospirò. Ebbe paura ma finse la calma e continuò a camminare. Ancora un ululato. Cacciò fuori le prime lacrime. In lontananza intravide la casetta di sua nonna: accellerò il passo. Cercò l’anello di ferro per bussare con gli occhi, sperò fosse aperta. Mentre correva vide un’ombra passargli accanto. Corse più forte che potè. Gettò la mano sull’anello. Bussò. Il suono fu tonfante e acuto. Si guardò attorno. - Chi è? Una voce flebile. - Sono Cappuccetto nonna! Aprì la porta. Cappuccetto si buttò dentro tra le braccia della nonna. - Sei spaventata amore, tremi tutta! - Ho visto solo un’ombra, non è nulla. - Non dovresti attraversare il bosco a quest’ora! - Mi sono attardata con delle amiche. - Tua mamma sarà in pensiero… - Posso dormire qui da te nonna? - Credi che ti lascerei tornare a casa da sola a quest’ora? Certo che puoi. - Grazie. - È la prima volta che mi abbracci. Sei alta quanto tuo padre e bella anche più di tua madre. - Anch’io è la prima volta che ti vedo in piedi: sei sempre nel tuo letto. - Le mie gambe sono malate amore. Ma ora siediti accanto al fuoco e fammi compagnia. La guardava negli occhi mentre le teneva la mano la nonna. - Perché sei sempre qui ad aspettarmi nonna? Io sempre per la solita strada, tu sempre nel tuo letto. - È la nostra vita! - E tu ti arrendi? - Alla mia età cosa vuoi che faccia! Avrei dovuto farlo quando avevo la tua età anche se sinceramente non ricordo di averla mai avuta come se fossi vissuta sempre qui dentro per aspettare te. - Un amico mi ha fatto capire che la soluzione è il lupo. - No amore promettimi che non avvicinerai il lupo! - Perché? - Sei riuscita a rompere la monotonia della nostra favola e sei ce la metterai tutta forse un giorno… - Perché nonna? - Ti ucciderebbe piccola mia. L’hai spodestato del suo ruolo, ha perso dignità e nessuno lo considera più una minaccia. - Io ho fatto tutto questo! - L’hai ignorato. Non ti ha mai fatto paura. È la favola in cui non hai mai creduto. - Ma anch’io sono una favola. - Tu in te stessa ci credi. - Perché non mi ha mai avvicinata in tutto questo tempo? - Perché non credi nella sua cattiveria. E se un giorno ti accadesse non mostrargli mai gli occhi. - Ma perché i lupi ce l’hanno con noi? - Hanno il marchio di cattivi e noi quello di meno cattivi: come se guardandoli leggessi da qualche parte tutto l’orrore di cui sono stati capaci. - Se però fosse qui il mio garzone… - Chi! - Il mio garzone. Un ragazzo che lavora nell’emporio giù in paese. Alto, occhi chiari e un gran bel fisico. Non penso sia molto intelligente ma guardandolo ho la sensazione di avere a portata di mano tutte le cose emozionanti della vita di cui voglio abusare. - Non si tratta di amore! - Amare con tutte le cose belle che ci circondano è uno strazio nonna. L’amore a mio parere è un pregiudizio, l’autorizzazione scritta a ciò di cui abbiamo bisogno a quello che ci fa comodo. Vorrebbe dire rinunciare ad incontrare altre persone amarne una sola. - Piccola mia! le tue osservazioni non ti aiuteranno certo a guadagnarti la strada per il paradiso! - Nonna… sono convinta di poter mandare gente, io stessa, in paradiso per molto poco magari mostrando qualche centimetro di pelle in più! - Tesoro! - Ho sonno nonna. - Quando vuoi possiamo andare a letto piccola mia. La vecchia si ficcò nel letto, il vento sbattè qualcosa contro il legno della finestra chiusa, un ululato squarciò il silenzio con quello che era un canto d’amore. E un canto d’amore lo riconosci dal fatto che ascoltandolo ti mette i brividi. Cappuccetto si fece nell’angolo toilette, sfilò la mantellina rossa. Accucciò con la mano le pieghe del suo maglione a collo alto nero per abitudine. Disfò le treccie. I capelli erano la più bella cascata di nero che un capo avesse mai avuto: lunghi e lucidi come la seta. Riuscì a schiarisi gli occhi davanti ad un piccolo specchio e sembrò che qualcuno avesse diviso il nero della notte in due. Occhi di uno strano colore che giocava tra il viola e il grigio. Mise da parte il maglione. Una magliettina bianca sottile evidenziava la bombatura dei seni maturi e la differenza cromatica dei due capezzoli. Slacciò gli stivali, allontanandoli con un calcio. Sciolse dai fianchi la gonna aderente, depidermò la calzamaglia. E rimase ferma col capo reclinato su di una bacinella di ceramica a lavarsi il viso e il collo con sulla pelle della biancheria intima non adatta alla favola dell’innocenza. Si fece verso la luce e la luce lucidò un piccolo angelo tatuato sotto l’ombelico e in parte nascosto dal bordo degli slip. La nonna non aveva la vista apposto per criticarlo e le fece spazio nel letto. Così sopra quei quattro occhi chiusi sfumò la notte nella monotonia più assurda. Alle prime ore del giorno un rumore di stoviglie svegliò l’angelo togliendoli le rughe della pelle. Sbadiglio. Strofinio degli occhi. - Che ora è nonna? - È presto piccola! - Ma tu sei già sveglia! - Ho mandato il giardiniere ad avvisare la tua povera mamma che poteva essere in pensiero. - Ho fatto un sogno bellissimo. Ero in una stanza grande dove vendevano i sogni e ne avevo scelto uno in cui me ne stavo tra le braccia di un ragazzo che aveva un buon odore ma di cui non vedevo il viso. Quando mi sono avvicinata per chiederne il prezzo un signore dalla barba e capelli bianchi mi ha detto che avrei dovuto dargli qualcosa in cambio. Anche solo una promessa. Ma io gli ho lasciato una ciocchetta dei miei capelli. E mi sono tenuta il sogno. - Cosa farai stamane? - Non lo so ancora. Qualche ora dopo lasciò la casetta e camminò per il paese. Fermò davanti l’albero che aveva inciso accorgendosi che non aveva rami come quelli che l’avevano toccata. Davanti la bottega del garzone sfilò la mantella rossa e la mise sul braccio a penzoloni. Entrò. Guardò nel solito angolo e lo trovo che selezionava dei legumi con la punta delle dita. Gli sorrise quando fu a portata di sguardo e gli andò incontro. - Ce l’hai un nome? - Certo. E tu ? - Il mio già lo conosci. - Vuoi dire che il tuo nome vero è Cappuccetto! - Sì. - Che baggianata! Seriò parecchio e lo fissò. - Non ti piace il mio nome? - Non è un nome comune. Il mio è Gastolfo. - Ti va di darmene un altro? - Dovrei darti un altro nome! - Perché no. - Va bene. Ma tu in cambio mi mostrerai come sei fatta. - Come? - Non fare la sciocca! - Hai una bella faccia tosta a chiedermi di spogliarmi per un insieme di lettere! - Se tu volessi basterebbe anche meno! - Se io volessi però. - Hai tabù come tutte le altre bigotte del paese! - Credi che provocarmi serva a qualcosa signor garzone? Comincia col dirmi il nome che hai in mente e si vedrà. - Adele. - Adele… - Adele. - È bello. - Significa splendido, chiaro. - È bello. - Cambio accettato allora? - Forse. - Oggi nel pomeriggio a casa mia? - Forse. - Abito sulla sponda sinistra del torrente, appena attraversato il ponte di legno nel bosco piccolo. Cappuccetto se andò. Il garzone rimase a fissarla sinchè anche il suo odore non fu fuori dalla porta dell’emporio. Muschio selvatico. Nel pomeriggio prese la sua mantella e baciò sulla guancia due volte come d’abitudine sua madre. Mise in tasca un pezzo di crostata che le lasciavano ogni pomeriggio avvolto in un tovagliolo all’ingresso affichè non dimenticasse della merenda. Mise piede fuori di casa e alzando gli occhi al cielo si accorse di grandi nuvoloni che andavano nella direzione che avrebbe dovuto prendere. Ingrigì tutto. Mangiucchiando scese per il torrente. In un tratto fu quasi sera anticipata nel bosco piccolo. Occhiò attorno cercando di dare nomi alle piante che sbirciava e a qualche uccello strano. Passò tra due file di alberi dal tronco largo e due puntini luminosi in lontananza la insospettirono. Sentì il frusciare delle piante. La sensazione era di essere seguita. Sbirciò tra gli alberi. Un rauco però la impietrì. Una specie di respiro affannoso. Schiacciò la schiena ad un albero e vide passarsi dietro un’ombra. Corse dietro un altro albero e nel girarsi vide una sagoma asimettrica ritagliarsi più scura nel buio della vegetazione. Le si accostò dietro di nuovo. Le scesero delle lacrime. L’angoscia le indurì i pensieri. Sentì di nuovo un respiro affannoso e un rauco. - Cappuccetto! Una voce ruvida e vuota. - Stai giocando con la mia vita Cappuccetto! Inghiottì della saliva. - Mi chiamo Adele. Adele. - Ti sapevo coraggiosa Cappuccetto! - Mostrati. - Tutto ciò che fa più paura non lo si vede ma lo si immagina, lo si sente arrivare alle spalle, ansimare. Non avrei senso senza il buio. - Cosa vuoi da me? - Devo condannarti. Trattenne dei singhiozzi. - Il boschetto è pieno di cacciatori! - Mi togli il fiato Cappuccetto. Mi sgonfi la ragione col tuo sguardo. Non mi rispetti. Mi assordi le orecchie coi tuoi canti. Vai in giro nel mio territorio, nel mio buio come una fiaccola. Mi accechi. Mi otturi i sensi. - Non mi fai paura! - Hai più paura di te stessa Cappuccetto come tutti gli uomini. - La tua è solo un’inutile vita da animale! - La mia vita è dura come gli artigli e l’osso dei denti Cappuccetto. Persino il mio cuore è più grosso del tuo. Col mio naso fiuto più vita io di dieci uomini messi assieme. - Uccidete i vostri cuccioli… - È tutto stabilito dalla natura e dal Giudice Supremo. Siamo già stati perdonati per tutto ciò che vi sembra crudele e incomprensibile. A noi bastano gli occhi e i denti e a voi sono inutili persino le parole. Ci manca solo di conoscere l’identità del Giudice Supremo. La natura la impariamo con l’istinto ma per il resto il nostro limite è la ragione: quella è forza vostra. - Cosa vuoi da me? - L’identità del Giudice Supremo. - Non so dove sia! - Lo custodisce il tuo amico garzone. - Gastolfo conosce un segreto simile! - Devi scoprire la sua identità e svelarcela. - Non ci sto! Si allontanò dall’albero e riprese il sentiero. Dei lampi squarciarono il cielo. Mentre lo faceva piangeva e stringeva i pugni nelle tasche. Sentì il rumore del ruscello e un ringhio tonfo. Qualcosa la colpì alle spalle gettandola per terra. Gridò. Si giro aggrappondosi con le mani all’erba. Cercò di alzarsi ma sentì sulla gola del duro e del bagnato. E un alito caldo e fetido. Non muoveva più le gambe perché qualcosa di pesante le era sopra. Sul mento le poggiavano dei peli ruvidi e bagnati. - Non sfidarmi Cappuccetto! - Non mi fai paura! Pianse più forte che potè nonostante il fiato parco che le passava dalla trachea stretta. - Ti servo perché senza la mia paura non sei più nulla! - Sentì stringere e qualcosa le colò dalla gola a gocce. - Il tuo sangue è dolce Cappuccetto. - Svenami ma non farò nulla per te! - Oramai sei condannata. Le liberò la gola e prima di andarsene le urinò addosso. Cappuccetto si disperò, pianse, tirò pugni all’erba. Mise una mano alla gola, la porto agli occhi ma non c’era sangue. Raccolse un po’ di fiato e corse verso il ruscello. Oltre il buio degli alberi, tra l’erba che incollava i passi. E non appena il naso si sturò della paura odorò il suo sudore. Pioveva acqua sottile e pruriginosa, la terra cominciava ad impastarsi. Da lontano vide la casa di Gastolfo e accellerò l’andatura. Qua e là si guardava attorno. Il puzzo dell’urina sui vestiti le dava la nausea. Correva e i suoi occhi aiutavano la pioggia. Mangiò gli ultimi metri inciampando ripetutamente. E ogni volta guardandosi attorno disperata. Si gettò sulla porta. Bussò. Gridò il nome Adele. Le aprì la porta. Gli si legò al petto con un abbraccio. Lui ne fu sorpreso. Le vide negli occhi il disegno a spirale della paura. La sentì tremare attraverso lo stomaco e i seni. - Cosa ti è accaduto? - Il lupo! - Lupo? Qui non ce ne sono lupi. - Nel boschetto. Era enorme. Ha cercato di azzannarmi alla gola e mi ha urinato addosso. Le osservò la gola pulendola con la mano dal fango. La portò al lavandino e gliela pulì. La scrutò e cercò con le dita i segni dei denti. Non ne trovò. - Non hai nulla sulla gola. - Mi ha solo tenuta ferma con la bocca! - Sei sporca di fango e tremi… ti servirebbe un bagno caldo. - Mi ha urinato addosso! Disperò. Strinse. - I lupi non lo fanno mai! - Eppure lo ha fatto… mi ha marchiata! - Calmati! - Devo togliermi di dosso il suo puzzo! - Ti preparo un bagno. In un angolo dietro una tendina si sbarazzò con foga degli abiti. Lasciando senza forma persino la biancheria intima. Chiese qualcosa per coprirsi. Gastolfo spense qualche lumicino e fu già difficile distinguere la pelle. Le passò una coperta. Mise sul fuoco del camino un pentolone d’acqua piovana. Tirò fuori la vasca di faggio che con una tavola su usava come scrivania. La esortò ad avere pazienza. Lei si fece avanti verso il camino. Sorseggiò della camomilla calda. Lui le si avvicinò imbarazzato mentre lei tamburellava coi piedi sul pavimento di legno e la baciò come meglio potè sulla guancia improvvisando un abbraccio con le mani alle sue. Adele ricambiò al meglio con un sorriso e una carezza sulle braccia. - In cambio di cosa ti ha lasciata andare? Guardò verso di lui esterefatta. - Come fai a sapere… - Fece la stessa cosa con mia madre tempo fa che ero un bimbo. - E tua madre? - Si lasciò uccidere. - La uccise! - Gli mentì costringendolo ad allontanarsi dal branco per dignità. E tempo dopo lui si vendicò. - Un lupo ha dignità! - Un miscuglio di istinto e rancore. - Sei cresciuto solo? - Con la tutela dei proprietari dell’emporio. Mi considerano un figlio. - Mi spiace! - Il passato mi interessa poco. L’acqua bollì e la versò poco alla volta con un tegame nella vasca. Ci sciolse dentro dei sali profumati. La invitò ad entrare. Fece per andare via ma lei lo fermò con un gesto della mano. Lasciò cadere la coperta. Della pelle liscia e bianca giocò la partita della timidezza con la luce fioca e la vinse. I fianchi e i glutei, la vita e lo stomaco, i seni sembravano intagliati nella pietra per via della perfetta simmetria. Aveva dei seni splendidi, tondi e leggermente scoscesi fatti quasi per avvantaggiare nelle carezze le mani. Un ritaglio di pelle più scuro tra le cosce. E un angelo con le braccia alzate e il capo vicino l’ombelico. Così si lasciò guardare. Poi scomparve nell’acqua coi capelli che venivano a galla. Gastolfo sedette vicino. Prese la spugna. Quando emersero la testa e la schiena la carezzò raccogliendo tra le spore la schiuma in acqua. Adele reclinò la testa sul bordo, poggiandosi. Gli permise di scendere sino alla pancia e fu tale il piacere che si morse le labbra per non gemere. Le solleticò cieco tra un po’ di schiuma i capezzoli, sentendola sospirare. Vicino al collo le domandò la schiena con gli occhi e lei si portò al centro della vasca con le ginocchia sotto al mento. Spugnò piano piano. Si alzò e raccolse dell’acqua dal pentolone. Gliene versò sui capelli. Chiuse gli occhi cercando di tamponare il naso con le dita. Tossì. Boccheggiò. Gli schizzò dell’acqua in viso a dispetto. E restò ad ammirarla coi capelli appiccicati sul viso. Infine stese un lenzuolo bianco per terra accanto la vasca. Immerse le mani nell’acqua, prendendola in braccio. D’istinto lei si portò le mani ai seni. La sensazione era quella di essere sollevata da un albero. La mise in piedi e mentre lei cercava di nascondersi contro il suo petto sul davanti, lui la coprì con un altro lenzuolo sulle spalle. Tamponò e strofinò con tutta la delicatezza possibile. Le cercò il viso reclinato e la vide con gli occhi chiusi e le labbra schiuse. Andò a cercare una camicia nell’armadio. Ne sbirciò una rossa a quadrettoni e gliela allungò. Adele la indossò lentamente evitando di scoprirsi completamente. Mise in una bacinella con del sapone e acqua calda gli indumenti. Aspettò che si coprisse. Guardandola sorrise. - Il rosso è un colore che sembra fatto apposta per te. Ti fa bambina. - Grazie. - Sei bellissima. Un ululato echeggiò nel bosco. Adele corse ad abbracciarsi Gastolfo. Le infilò le mani sotto la camicia, sul caldo della pelle intorno ai fianchi. Strinse. - Ucciderà anche me! - No perché gli svelerai il segreto. - E tu come farai? - Mi va di pensare a te in questo momento. Nelle braccia l’uno con l’altra. Vicini. - Una di queste notti ti farai seguire nel bosco e io sarò con te. - Si accorgerà… - Fidati di me. Ed eccola lì la luna. Tonda e pingue come un’anguria. Il Giudice Supremo giocò al fruttivendolo. I grilli suonarono le corde vocali e qualcuno si incazzò. Il sonno spezzò l’allegria dei boscaioli. Il vino redense lo spirito del parroco in timore del Supremo per cause personali. Niente pioggia. Stelle. Vento frizzante e fresco. E Cappuccetto. Più rossa che mai. Nel bosco verso la casa della nonna. Gli alberi. Il buio. L’odore di muffa e muschio. L’orizzonte che non si vide che a memoria. E Cappuccetto coi sui piedi sulla mouquette della terra. Il lupo accennò un ululato. Gli occhi le si madidarono leggermente dall’angoscia. Avvertì i passi pesanti e il respiro rauco. Mise il suo corpo dietro un albero e aspettò. - Cappuccetto! Non rispose e strinse i pugni nelle tasche della mantella. - Sei cosciente che la tua vita è mia? La rabbia la indurì. - Hai con te l’identità? Era dietro di lei e grattava le unghie sulla corteccia dell’albero impaziente. - Cosa avrò in cambio? - La tua sciocca e inutile, ripetitiva, vita da favola. Vinci la continuità. La vecchiaia e la morte. Il sogno di ogni uomo. La vacua speranza di essere migliore. Il sogno della felicità nel buio del futuro. Ti basta? Le venne voglia di piangere. - Devi lasciare in pace me e Gastolfo. - Gastolfo lo già ucciso che era un bimbo. - Sei un mostro! - Chiami mostro chi è capace di fiutare la gioia e la paura! Il Supremo ci ha condannati a non dare carezze e i mostri saremmo noi? - Hai ucciso! - Sotto il dettato del mio istinto e della mia natura. Il sangue nelle mie vene non può diventare acqua. Ora però svelami l’identità.| - Il Giudice Supremo non ha forma né sostanza. È in ognuno e fuori da tutti. Nelle preghiere. Nella fede. Negli istinti naturali. - È la vostra verità. La verità di voi uomini. Non la nostra. Così sono condannato ad avere vicino solo la mia ombra! - È tutto ciò che è scritto. - Lo so. E se tu fossi saggia mi daresti la gola come la mamma di Gastolfo. Avresti paura del nulla che viene e che le parole delle preghiere non saziano. Una fucilata martellò la notte con un suono metallico. Da dietro l’albero Adele ingoiò un lamento soffoccato. Un ululato atroce. Un’altra fucilata. Un altro ululato straziato. Prese del coraggio, lo mise nelle gambe e girò il tronco dell’albero. Un ammasso grigio di pelo decorato dal rosa della lingua, dal bianco dei denti e dal rosso del sangue era steso per terra. Con gli occhi che lottavano ancora. Gastolfo a pochi metri caricò ancora il fucile e le disse di farsi da parte. Dentro quella fogna di attimo Cappuccetto ricordò di non aver visto morire nessuno. La pelle d’oca gli coprì la pelle. La nausea le riempì lo stomaco. Stava per capire che la morte è di tutti anche se a morire siamo soli. E facendosi spazio nel rumore di tutti quei pensieri che le affollavano la ragione intuì di aver contribuito al volere del lupo. Il lupo si era disegnato la morte con le mani sue e di Gastolfo. Era stato il lupo a dare la gola per primo. Fuori dalla favola. Perché prima e dopo il Supremo avrebbe scritto di un altro cattivo e di altri buoni o di personalità neutre visto che a leggere la cattiveria e la bontà sarebbero stati sempre gli uomini. Adele che non volle più essere Cappuccetto tolse la mantella rossa e senza guardare in faccia Gastolfo arrivò sino alla fine del bosco. Gastolfo sparò ancora e prima di andare via si pulì le mani alla mantella rossa. L’alba fu la prima a vederli uscire. Forse la sola.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: