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lavoro pubblicato mercoledì 23 febbraio 2005
ultima lettura sabato 16 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Cicco & Darsy

di nick kastle. Letto 1088 volte. Dallo scaffale Fantasia

Si massaggiò da solo solleticandosi i sette chakra principali mentre la natura lo circondava, in quella casetta nel bosco collinare umbro. Prese confi...

Si massaggiò da solo solleticandosi i sette chakra principali mentre la natura lo circondava, in quella casetta nel bosco collinare umbro. Prese confidenza con la sua stanzetta, semplice, essenziale, formata da quattro pareti, tre finestre e un’entrata. Il letto era grande, a due piazze, con accanto un tavolino. Infine c’era un asse di legno posta sopra due colonne di mattoni che traballava ogni volta che Cicco menava sui tasti della macchina da scrivere. Si era scelto un posto senza luce elettrica per poter creare un racconto da regalare a un suo amico per il suo primo matrimonio. Si accese una sigaretta, americana, nell’aria odore di tempesta e di candele profumate, spente nel tavolo. Ogni tanto rumori di volatili e ronzio di insetti. I cinque gattini giocavano di fuori, all’aria aperta. D’un tratto le bottiglie che reggevano le candele, sopra il tavolo si animarono. Presero le sembianze di folletti, all’improvviso. Come un puff, si trasformarono, presero vita, insomma. Battevano i piedi al ritmo della scrittura di Cicco, e suonarono una danza propiziatoria per la pioggia. Iniziarono a tonare i primi segni della pioggia, il cielo mandava brontolii lontani, era un bel concerto di bassi. Sempre aumentando i folletti battevano all’impazzata il loro ritmo animalesco sul tavolo, e la loro richiesta. Il cielo si vide cupo, il vento aumentava d’intensità, e a Cicco scappava la pipì, e allora successe che alzò la testa e vide dalla finestra senza vetro la cucciolata uniforme dei gattini dormiente esabonda. Un corvo portò il suo gracchiare al bosco, le mille foglie frusciavano libere, portando odore di susine, abbondanti cadute sul suolo. La pioggia scenderà dalle nuvole, e una farfalla si posa in un getto. Cicco comincia a pensare, e a pensare a Darsy. D’un tratto sente come amplificare la sua potenza psichica, una forza mentale di molto ampia fattura si impossessa di lui, e Cicco dirige i suoi pensieri verso gli uccellini, che porteranno col loro canto il pensiero di Cicco a Darsy. Frattanto il gruppo felino uniforme si scompone, segno dell’imminente temporale, e il loro miagolare stordisce la fresca aria dei Agosto. Le forze della natura accrescono l’umidità e le prime lacrime del cielo fanno la loro comparsa. E’ arrivato anche un cagnolino, che col suo latrare lievissimo riempie ancora di più il livello sonoro. I folletti scompaiono, ritornando bottiglie. Due ragazzi arrivano con le loro risate e voglia di comunione. Il rifugio offre ospitalità necessaria e allora le candele si accendono. Nel meriggio delle quattro, la quasi metà si avvicina. Uno dei due ragazzi ha una voce possente che riempie l’ambiente. L’altro risponde con tono più acuto, evidentemente le mura conoscono le loro voci. E così le gocce di pioggia appaiono dalla finestra ad est, col loro carico di ritmicità. Il fortunale sembra prendere il sopravvento, annunciato e verificato. Tante foglioline volano fino alla terra, la temperatura si fa accettabile, il sollievo dell’acqua che tutto bagna, e il sottobosco gioisce. La voce della pioggia sembra raccontare, sembra narrare una storia, che riguarda la collina. Qui una volta c’erano i sassoni, sepolti tra i pendii. Il temporale volge al termine ormai esausto come un postorgasmo. Rimane la luce temperata delle candele, lo stoppino che sembra la parte terminale di un cappello. Le foglioline molle lasciano cadere con calma la poca acqua rimasta nel loro dorso. Un soffio di vento spenge la candela destra, producendo un odore come di cucinato, come di olio che frigge, e si spenge. Antichi ricordi di scrittura, di armonia col tutto e col poco, e Cicco alza di nuovo lo sguardo, per tornare a scrivere, e di nuovo il battito percosso nel tavolo. Così la candela destra viene riaccesa, e l’incenso rialza la voce. Passa del tempo, come normale che sia. Il potere del fuoco soprassiede cuocendo sei pezzi di pollo alla brace, mentre una candela posta ormai sopra la macchina da scrivere Hermy colora inquietanti sagome nel foglio. Un gattino miagola, non si capisce se il figlio o la madre. Fuori ancora rumore di gocce che cadono. L’oscurità ormai invade ogni dove, siamo alle nove di sera, l’imbrunire avanzato non è stato avvalorato nel suo crepuscolo dagli agenti atmosferici. La consueta ora della cena volge al suo culmine, occorre che il cibo sia cotto, e la brace che faccia il suo dovere. I quattro commensali sono dispersi nel territorio, due sono a casa, due sono in vettura. La dama è stata recuperata nella stazione dei treni e presto giungerà a cena, mentre qui nella stanza il mio corpo pieno di vino nero. Si squarciò il pollo provando a leggere le sue interiora. Cuore, polmoni, intestino e soprattutto fegato. Un vago sentore come una vibrazione hippie pervade la casa. Qui, nella antica mangiatoia campestre due candele ancora ardono, e il nero più assoluto si è impossessato del quadro in finestra. Solo l’ombra delle bottiglie riempie le mura di contorni, non come le patate che aspettano di essere cotte. Alcuni libri, nella stanza. Un Faust, di Goethe, e un libro di riflessioni di Jung, oltre che a un Cozzano, la Danza Degli Gnomi, come unici compagni. Il tempo fa il suo dovere e, veramente, il pollo sembra commestibile, mentre le patate stentano a fare lo stesso. Ancora due, e due. Divisi da qualche kilometro, ma non dalla fame, che, prepotente, fa il suo ingresso, anche se addomesticata da del pane intinto nel pinzimonio. Passa qualche giorno,e di manifestazioni paranormali nessun segnale. Tutto tranquillo. I temporali si susseguono in questo strano Agosto e tanta musica di sottofondo. Clash. Siamo in un ambiente dove c’è elettricità. La descrizione del posto non è necessaria, quanto piuttosto la storia. Darsy ieri sera in chat ha fatto la sua comparsa, per un’ora. L’eremita e la cavaliera, i suoi occhi scuri, di entrambi, loro due. Lei sposata con prole, lui single, libero e orgoglioso. Invitato alla festa del I4 Agosto in disco, la più famosa della riviera, a incontrare una scrittrice dj chiamata Isabella Santacroce. Ci andrà, affronterà il trip e poi la notte e poi via ancora, per strada con la sua car. Ah, la fatica di avere un nastro in ordine... è importante avere un nastro in ordine, è una cosa che ti fa sentire fottutamente meglio, altro che. Come? Revolver, hai detto? Revolver a chi, e perché? Scusa, ma non capisco... mah, che vuoi che ti dica, se non frasi di circostanza.. Insomma, tutto volgeva verso qualcosa, come sempre. Billy e io stavamo nella stanza in cerca di qualche liquore, mentre Darsy appariva ronzando nella mia mente. Ogni tanto il suono degli sms arrivava alle mie orecchie. La piccola maga mi pensava e mi messaggiava più del lecito, considerando la sua posizione sociale di moglie con prole. Il tempo faceva da padrone, coi suoi grandi scrosci estivi, che lasciavano scie di umidità nel paesaggio intero. L’Umbria sembrava un verde pulcino bagnato. L’irreale immobilità di un dopo temporale dominava l’immaginario di Billy, mentre io cercavo di mantenere un certo contegno nella mia ricerca. Tuttavia mancavano dieci minuti all’inizio della proiezione televisiva di un buon vecchio western, lì dove elettricità era contemplata. Il giovane Truffaut scrisse una critica esprimendosi assai positivamente, uno dei miei dieci film. Burt Lancaster e Gary Cooper, di domenica pomeriggio, erano perfetti. Country Joe al telefono in Spagna, vicino Barcellona, a papparsi un evento musicale coi Chemical Brothers, ieri Lou Reed e Primal Scream. Tiro una scorreggia, per il mio martoriato intestino. Non fumo tabacco puro da tre giorni, favorendo il ciclopico appetito. La barba punzecchia, la gola un pò secca, nella bocca sapore di cibo, tipo banana. Esce un poco di luce solare, ma ancora tuoni in lontananza. Un cane abbaia la mia voglia di trastullo, e prendo nell’aria una pausa. Chissà perché gli uomini vestiti di nero nei western finiscono sempre male. Pure in El Topo, di Jodorowsky...che strana coincidenza! Passa il tempo, arriva l’aria fresca dal nord, tutto si rarefà, le trombe del giudizio cantano e intonano la loro canzone. Darsy è inquieta, nella sua stanza, e pensa a quel giorno, in cui si sposò. Era bianca come un angelo, il suo vestito soffice e caro, candido. Gli uccellini di Maggio accompagnavano la sua entrata, a fianco il testimone. Nel suo viso una smorfia di soddisfazione faceva capolino. Riceveva gli occhi degli invitati, e questo le provocava un insolito solletico alla vescica. Darsy non riuscì a trattenersi, e si pisciò sotto. Dallo scroscio del suo piscio si formò una figura di donna nuova, alta, coi capelli lunghi e vagamente ricci, dallo sguardo scuro e la bocca sorridente di Gioconda.. che quando parlava aveva una perfetta dizione dolce e tenue, e il suo portamento risultava assai grazioso e composto, il suo intelletto vivace, e la sua voglia di giocare a giocolerie e stramberie teatrali la innalzavano a ricercatrice di sollievo, di tranquillità trovata attraverso l’affabulazione, attraverso il suo sguardo verso una strada percorsa e battuta, dove ora c’è e poi non c’è più, dove l’effimero e l’incerto si uniscono al momento fermato e poi di già andato, dove in pratica rinasce la bellezza e la freschezza di nuovi boccioli d’amore, dove la promessa panteistica si rivela nella realtà tangibile, non più solo quella dei libri, dove questo annunciato e atteso sogno di mezza estate si va a compiere, nel tumulto dei suoi riccioli, annunziati da un passato prossimo con le stelline che brillano tutt’intorno, e stelle filanti n’importe pas se coronate dal successo, visto che arriverà. Fiducioso e fiducioso dunque egli aspettava con uno stato d’animo differente, profondamente differente dal segno del tempo che in questi giorni lo aveva marcato, lo aveva un poco segnato nella fibrillazione dell’Agosto immobile e afoso che dava allucinazioni percettive di tipo onirico. Il suo passaggio dal reale al sogno lo viveva assai stranamente, e per questo spesso non ricordava i sogni fatti, ma con un’attenta cura di se stesso, e con l’ausilio di un paio di libri, risolse la questione in meglio, arrivando a scrivere quotidianamente le esperienze col mondo visto a occhi chiusi. Liftatissimo pom del suburb. Denso pomeriggio periferico denso come un sorso di té verde accompagnato da un lp dei Roxy Music degli anni ’70, quando Brian Ferry era in pieno auge. Ascoltare Smoke Gets In Your Eyes in salotto e dedicare i migliori pensieri di amore a un essere umano..questa è vita. Una tovaglia ricamata a mano, un pertugio che riflette luce solare del secondo meriggio, sentire il rumore della carta, digerire la merenda, sentirsi leggeri e star bene con se stessi come dopo una doccia fresca che leva il sudore di dieci kilometri di camminata in riva al fiume.. e sapere che c’è un incontro l’indomani con della gente interessante, che riempie lo spazio armoniosamente e suscita solletico attrattivo. Riuscire a resistere alla tentazione di vedere un vhs sapendo che la sera offre una visione di un tre ore interessante, marcare il tempo in modo tranquillo come se niente, assolutamente niente fosse, se non che un buon odore nell’aria basta a dir tutto e niente. Provare sollievo a indossare un nuovo paio di mutande, e sentire il liquido caldo che scorre nel corpo. Ricevere sms simpatici, che cavolo di giorno è questo, per scoprire una piscina in mezzo alla natura libera libera? E’ due mesi che Cicco cicca, che non fa l’amore... c’è un non so che di insopportabile nel suo destino, nel suo odore, nella sua assurda monotona vita, vita intellettuale del cazzo, nel suo sudare, irrimediabilmente subdolo, mellifluo, schifoso. Nel suo aspirare tabacco Golden Virginia, nel suo amore per le cose inglesi, nel suo rapportarsi con gli altri, nel suo sognare di notte, nel suo svegliarsi e annotare su un quadernino da stronzo collegiale i suoi bastardi sogni. Nel suo assumere té verde, nel suo quotidianare volgare, banale, nello squattrinato convivere con le sue personalità e nella sua speranza nuova, sporca, di avere un rapporto con una nuova donna, ben alta, ricciolissima, alta e ricciola, aspettar di domani, di sabato, nel trivio vicino alla Benetton, ore ventuno e trenta, per scolarsi insieme e insieme sorridere. Di carnagione chiara, un punto e virgola, loro due. E’ andata così. E stato il suo amico. Il curatore del suo libro, il grafico, l’impaginatore. E’ stato lui. L’effetto coppia. Ha sprigionato in lui un rigurgito di vomito, e il gelato al cioccolato è tornato prepotente più di uno sporco film con Alberto Sordi, o con Celentano, che dir si voglia. Così forse è più giusto creare un libro, che regalarlo. La distruzione, il mondo della distruzione, solo gli insetti sopravvivranno. solo loro...immaginare un mondo papero, un mondo di papere, mondo trota, mondo trotaccia! La sua pelle era liscia, assai liscia, profondamente liscia, le sue guance morbide, e la sua bocca una promessa da sfatare.. E Cicco cantava, cantava e ricordava i tempi giovanili, i tempi di quando andava, andava al campeggio, e conoscenze faceva, e giochi elettronici e musica jukebox, gli anni ottanta, il gioco del pallone, i primi bacetti con la saliva, le strusciatine, le toccatine, le straniere, i capelli biondi, l’alcool, e le storie..fino ad arrivare a ieri, nel bel mezzo di un seminario di contact dance, dove il suo corpo si muoveva a volte bloccato dalle elaborazioni della sua mente, che vigile e guardiana, voleva capire, mentre, in realtà da capire non c’era niente, ma da praticare. In una stanza polverosa Cicco si muove in jump e deposito, assieme a una compagna. In sincrono, guardandosi negli occhi, eppure invece di creare un flusso di movimento interviene la mente a bloccarlo e si ritrova a fare della pantomima. Anche nel canto, invece di esprimersi correttamente, in realtà si lancia in un canto esternando le vocalità quasi gratuitamente, senza darsi quella giusta importanza e trattenere dentro, per esprimere qualcosa di artistico, in quanto anche la sua vita quotidiana. Fatta di improvvisazione, di invenzioni continue svolte nel corso della giornata, e si ritrovava a futurare vecchio probabilmente povero, senza terreno, senza terra, senza soldi per andare avanti. Lo aspettava un futuro sereno solo come desiderio, senza concretezza, se continuava a improvvisare, se non prendeva in considerazione di strutturarsi, di formarsi, di fare pratica regolare, di regolamentarsi. Cosa era che lo costringeva a non fare niente, cosa era in verità questa sua propensione al cosiddetto fancazzismo? E questa tendenza a romanzarsi, che lo imprigionava in una gabbia giornaliera di idee e speranze? Dipendere da qualcosa e da qualcuno era l’esatto opposto di emanciparsi, di trovare una via, di camminare da soli, era effimero, creava malumore, creava e creava, sempre, per se stesso, più che per gli altri, e si crogiolava anche di questo. Si analizzava, e una piccola fiammella, una luce in mezzo al mare di tristezza, si accese.


Commenti

pubblicato il 23/02/2005 18.34.45
steffs, ha scritto: si legge tutto d'un fiato ed è molto carino.

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