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lavoro pubblicato domenica 13 febbraio 2005
ultima lettura mercoledì 10 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Kimberly

di M.E.. Letto 976 volte. Dallo scaffale Racconti

“Kimberly scendi.” La voce fredda e distante di una donna sui trent’anni chiamò a gran voce la figlia, la sua voce risuonò in tutta la casa come se no...

“Kimberly scendi.” La voce fredda e distante di una donna sui trent’anni chiamò a gran voce la figlia, la sua voce risuonò in tutta la casa come se non ci fosse altri che lei in quella dimora. Un uomo coi capelli grigi e gli occhi azzurri, stava ritto vicino alla donna, un uomo con il viso segnato da molta tristezza e rammarico. “Arrivo, mamma.” Una bambina di circa tredici anni scese le scale con indosso una lunga gonna e un maglione di un marrone chiaro. “Dimmi.” “Ascolta oggi conoscerai l’uomo che ti cambierà la vita.” “Uomo? Non capisco.” “Kimberly tu sei stata promessa, ricordi?” si intromise il padre ricevendo in cambio uno sguardo raggelante dalla moglie. “Sì, ma non pensavo che mi sarei sposata adesso.” “Infatti non è così, il tuo matrimonio avverrà quando avrai compito quattordici anni se avrai avuto il tuo dono. Altrimenti appena ti arriverà.” “Perché?” “Perché se no, non potrai dargli figli tesoro.” “No, non perché aspettare il dono… Ma perché devo sposarlo? Non lo conosco, non so nemmeno se mi piacerà o se mi potrò mai innamorare di lui! Non so quando è nato o quanti anni ha.” “Tesoro. È per questo che passerai i prossimi mesi uscendo con lui.” “E se io invece non lo volessi? Se mi innamorassi di un’altro?” “Non so che dirti, so solo che lo sposerai lo stesso. Lui salverà il patrimonio di famiglia e te dalle grinfie di chi ti vuole male.” “Mamma nessuno mi vuole male! E poi mi potrebbero fare lo stesso del torto... Voi non avete pensato che io preferisca un altro tipo di matrimonio?” “Tesoro, non dire sciocchezze. Questo è stato deciso e questo sarà.” “E io ubbidirò come ho sempre fatto.” Disse abbassando il capo e con voce triste, in quel momento avrebbe voluto urlare, magari quel tipo era odioso e abituato a farsi servire tutto su piatti d’argento. O magari è un ragazzo fantastico che ti renderà felice, uno di quelli belli e gentili, uno di quelli a cui si vuole molto bene e che ne danno di più- le disse una vocina calda dentro di lei. Le possibilità sul carattere di quel ragazzo erano tante, ma chissà col tempo forse sarebbe riuscita ad amarlo o almeno a volergli abbastanza bene da permettergli di conoscere tutto, ma proprio tutto di sé. Ma comunque questo non cambiava che quello non era ciò che voleva, non era il matrimonio che aveva sempre voluto. Aveva immaginato un incontro, una camminata, una lunga corte romantica, un bacio sotto le stelle... cose così! Non un matrimonio deciso anni prima, da una madre a cui importava solo il denaro. Era stata promessa molti anni prima, erano stati legati ancor prima della nascita, la famiglia da cui avrebbe preso il cognome aveva due figli, un maschio ed una femmina. Qualunque fosse stato il suo sesso, quel matrimonio ci sarebbe stato, volente o nolente. Ricordava vagamente di un ragazzino che le era stato presentato, ma era molto tempo prima avranno avuto più o meno quattro o cinque anni. Ricordava a malapena i suo capelli neri ribelli, contro cui la madre lottava in ogni momento del giorno. Ricordava ben poco di lui, chiuse gli occhi e si rassegnò. “Va a prepararti, saranno qui a momenti.” Salì di sopra e si mise il vestito che le piaceva di più, un vestito color caffè, sopra l’abito, una camicia nera con un paio di calze autoreggenti dello stesso colore della gonna e delle scarpe col tacco vertiginoso nero. Si raccolse i lunghi capelli castani in una coda di cavallo che partiva dall’alto della nuca e scendeva giù fino a metà schiena. Lasciò fuori delle ciocche che con l’arricciatore increspò. Si mise del leggero trucco e del mascara e si guardò nello specchio grande dietro la porta. Forse avrebbe dovuto portarlo di sopra, si guardò intorno per vedere se la camera fosse presentabile. Tutte le sue cose erano a posto, i cd dei suoi gruppi preferiti erano ben nascosti in delle assi del pavimento, mentre negli scaffali c’erano altri gruppi che le piacevano e che poteva far vedere a tutti. I suoi peluche erano tutti sistemati in un angolo della sua camera, una specie di foresta in camera sua. I libri di scuola erano ordinati nella libreria per materia, e i libri che aveva letto, da quando aveva imparato a leggere, erano qualche scaffale sopra. Già... la Chilton era una scuola dura, però era la chiave per l’ingresso a Yale o Harvard. Doveva solo scegliere, per fortuna aveva ancora tre anni. Chissà se le avrebbero permesso di continuare gli studi... lo sperava tanto e ci teneva. “Crystal va a chiamare Kimberly, dille di scendere.” Disse Celeste in tono imperialista. Non è un buon inizio, pensò Mark. “Subito signora.” La domestica fece un inchino e si ritirò. “Kim, è ora d’iniziare le danza.” “Di già?” “Sì tesoro.” La domestica la guardò e le sorrise accarezzandole la guancia. “Sei stupenda.” Affermò guardando l’ottimo lavoro che aveva fatto in una ventina di minuti. “Com’è?” “Chi?” “Quello che devo sposare.” “Non dirmi che tu lo permetterai!” “Non lo so, non sono sicura di volerlo, come non sono sicura di non volerlo.” “Oh, Kim! Cerca di capirlo in fretta.” Le consigliò. “Te lo prometto, almeno prima voglio dare una possibilità a questa storia.” “Andiamo, dobbiamo entrare in scena.” La domestica fece appena in tempo a voltarsi che davanti a loro si presentò un ragazzo di circa vent’un anni. “Scena? Avete intenzione di prendere in giro mia madre? Lei ci tiene a questo matrimonio e tu farai bene a tenerlo a mente.” Disse in tono duro, senza preoccuparsi di nascondere le minacce celate in quell’affermazione. “Mi stai minacciando?” ribatté in tono completamente indifferente a quello di lui, arrogante e presuntuoso. Un bel ragazzo, ma tanto antipatico! Calmati Kim e sorridigli educatamente. “Ti sto solo avvertendo, io conosco le tipe come te... per i soldi faresti di tutto.” “Lei stia ben attento a come tratta la...” “Cri, ti prego.” La interruppe, posandole una mano sul braccio. “Il signore è nostro ospite e come tale va trattato bene. Scendiamo o le nostri rispettive madri si chiederanno cosa stiamo combinando.” “Mia madre si fida di me.” “Anche la mia, ma non credo per lo stesso motivo.” Lo precedette scendendo le scale, poco prima le aveva fatte di corsa, ora invece camminava proprio come doveva fare una signora. Si fermò a pochi passi da una donna tutta agghindata con ori e argento, vuole proprio mostrare la loro ricchezza. Odiosi... e antipatici per giunta... Decretò. Si inchinò e la salutò cordialmente. “Vedo che mia madre non vi ha offerto nulla, volete qualcosa da bere o da sgranocchiare in attesa della cena?” chiese dolcemente. “Un doppio whisky grazie.” “Cara, ti sei presentata al signor Gallery?” “Non abbiamo fatto in tempo.” Si inchinò per la seconda volta e si presentò. “Evitiamo i convenevoli, soprattutto dopo quello che è successo di sopra.” Le due donne si guardarono interrogative. “Mark non essere scortese! Non provarci più, devi trattare bene la donna che sposerai, non vorrai mica che si trovi un altro durante il matrimonio.” “Sempre che divenga mia moglie.” “Ne dubiti?” chiese Kimberly in tono di sfida. “Non mi fido della gente come te.” Rispose acido guardandola negli occhi. “Vuole qualcosa?” cambiò discorso rapidamente. “No grazie.” Lo sguardo del ragazzo cadde sul suo seno che stava stretto nel vestito che indossava in quel momento. Il suo autocontrollo stava dimostrando di non essere tale, ne aveva visti tanti, ma quello gli faceva uno strano effetto... chissà com’era prenderla tra le braccia e sentirla gemere per il piacere... vederla tremare dalla passione, stare in lei, perdersi in lei. Ma che stai dicendo Mark? Hai vent’anni e lei sta prendendo in giro tua madre! Non può permettersi... però doveva ammettere che gli piaceva davvero tanto. La vide uscire dalla stanza, tranquillamente e preparare il drink che sua madre aveva chiesto. Avrebbe voluto baciarla, portarla nella stanza più vicina e farla sua con una dolcezza e tenerezza... lui non era mai stato dolce né gentile con una donna, non quando si trattava di andarci a letto. Però già intuiva che con lei sarebbe stato molto diverso, non ci sarebbe solamente andato a letto, ci avrebbe fatto l’amore. L’avrebbe amata e venerata, l’avrebbe coccolata e lei avrebbe fatto lo stesso con lui, sapeva già in partenza che le sarebbe crollato tra le braccia. Percepì un leggero formicolio nelle parti basse del suo corpo quando incontrò lo sguardo di lei, leggendoci paura e terrore, leggendoci sincerità e oppressione... Dopo qualche chiacchierata si sedettero a tavola e mangiarono i piatti che Crystal e Kimberly avevano preparato... ah se sua madre avesse saputo che si era sporcata di pesce! Che si era infarinata tutta per preparare quella pasta che stava mangiando con tanta sazietà! Quanto avrebbe pagato per vedere la sua reazione! “Mark dimmi, come trovi mia figlia?” “È molto carina.” “Carina, Mark? Kimberly è bellissima.” “Grazie signora Gallery. Non so perché ma questo complimento fatto da lei mi fa sentire veramente bella.” “Ma lo sei tesoro e vedrai che prima o poi anche Mark lo ammetterà. Lui è un ragazzo che si tiene dentro ciò che pensa.” Le sussurrò. Avrebbe voluto urlare! Ma le fece un sorriso di circostanza. “Dimmi Mark, quando tu e mia figlia vi sposerete vi trasferirete tanto lontano?” “Non credo, voglio stare vicino ai miei.” Rispose lui. Sempre che lei mi sposi, aggiunse tra sé. “Sei così caro, lo avete educato magnificamente.” “Sì, ci è costato una fortuna, ma siamo soddisfatti.” “Mia figlia invece è una ribelle, non mi sta mai ad ascoltare, fa solo quello che le va.” La guardò storta. “Quando era più piccola era molto educata e mi ascoltava sempre. Da quando le ho detto del matrimonio è cambiata completamente.” “Dimmi, quali sono i tuoi progetti?” “Dipende.” “Da cosa?” “Dal fatto se dopo il matrimonio suo figlio mi lascerà fare quello che voglio.” “Cioè?” “Vorrei andare a Yale o Harvard.” “Non ti servirà se ti sposerai con il nostro Mark, abbiamo abbastanza soldi per mantenerti senza lavorare. E poi come faresti ad andare a Yale se avrai dei bambini? Non che non ci siano soldi per le governanti, siamo intesi.” “Non voglio governanti, ho sempre creduto che una madre dovrebbe crescere i suoi figli da sola. Se andrò a Yale, cercherò orari che mi permettano di stare più tempo con i miei figli, prendendo il diploma. Altrimenti...” “Altrimenti?” “Altrimenti farò i serali, per me il diploma è importante.” “Quanto?” chiese Mark incuriosito. “Quanto a mia madre questo matrimonio.” “E a te non interessa?” “Sì, ma a condizione che possa decidere io della mia vita non un’altra persona.” “Autonoma.” “Esatto.” La cena venne interrotta a metà dall’arrivo del padre di Kimberly. “Buona sera.” “Ciao papà.” “Ciao stella.” Lei gli corse incontro e lo abbracciò. “Com’è andata oggi?” “Bene, anche se il signor Ring mi ha dato problemi.” “Per quel contratto?” “Sì, dice che è poco vantaggioso per sé.” “Ma se prende il trenta per cento del profitto contando già l’Iva. Lo prende per i prossimi cinque anni! Che vuole di più?” “Non lo so. Vuole che tu gli faccia da consulente.” “Io? Ma ho tredici anni.” “Gliel’ho detto, ma non vuole starmi a sentire.” “Ci parlerò domani pomeriggio, non appena tornerò da scuola.” “Grazie tesoro, mi faresti un gran favore.” “Carl, quante volte devo ripetervi che non si parla di affari a tavola?” “Non siamo a tavola mamma, siamo di fianco. Tutt’al più puoi dire che non si parla di affari davanti a degli ospiti.” “Vedi come mi tratta?” “Dopo il matrimonio metterà la testa a posto, vedrai.” Affermò sicura la madre di Mark. “Lo spero.” “Dammi il soprabito papà.” “Ma c’è Crystal, che viene...” le fece notare la madre, ma lei la interruppe e le disse che Crystal aveva da fare in cucina e che comunque lei non si spezzava mica l’osso del collo salendo le scale e mettendo nell’armadio il soprabito di suo padre. La madre sospirò e Carl le disse di avere pazienza con lei, che non era più la loro piccola principessa, che presto avrebbe fatto il debutto in società e si sarebbe sposata. “Scusate devo andare al bagno.” “Kimberly, accompagna Mark al bagno.” “Certo mamma.” Salirono le scale in silenzio, gli mostrò il bagno e lo attese fuori. “Ecco, possiamo andare.” “Aspetta, vieni con me.” Lo portò nella sua stanza e lo spinse contro la porta dopo averla chiusa. “Tu vuoi davvero sposarmi?” “Cosa significa?” “Devo saperlo.” “Mia madre...” “No, lascia stare tua madre. Voglio sapere se tu, vuoi sposarmi.” “Io...” la fissò e di nuovo gli vennero in mente scene erotiche che avrebbe voluto che diventassero realtà. “Io credo di si.” La vide sorridere e accarezzargli la guancia con la mano, nei suoi occhi non c’era altro che commozione. “Cosa ti piace?” gli sussurrò. “Dipende.” “Da cosa?” “Da cosa intendi.” “Scegli tu.” Gli sorrise e vide la sua mano alzarsi lentamente quasi titubante per poi fermarsi a mezz’aria. “Cosa vuoi fare?” “Come?” “Che cosa vorresti fare con la tua mano?” disse prendendola tra le sue. “Tante di quelle cose... ma non possiamo farle.” Abbassò la mano. “Perché?” “Perché... tu...” “Io cosa?” “Tu sei vergine.” “Tu dimmelo e basta, poi vedrò se permettertelo.” “Vorrei toccarti.” Disse d’un fiato. “Dove?” Lui non rispose. “Dove?” Ripeté guardandolo negli occhi, poi capì. Si sdraiò sul letto e lo fece accomodare di fianco a sé. Lo guardò per lunghi istanti negli occhi, cercando di capire se anche lei lo volesse. Poi si alzò e chiuse la porta a chiave. “Che stai facendo?” “Chiudo la porta.” “Questo lo sapevo, ma perché?” “Vuoi che ci vedano?” “No.” Disse con voce roca. “Vedi? È meglio che loro non sappiano...” si fermò a pochi passi da lui, poi si slacciò la cintura fine che teneva la gonna attaccata alla vita, forse per far sembrare il tutto un due pezzi. Lui la fissò mentre si scopriva, non che ci fosse molto di nascosto... lo sentì sospirare e gli sorrise. Gli si sdraiò di fianco per la seconda volta e si portò le sue mano verso il basso. Lo lasciò fare, lo lasciò accarezzarla nel più intimo dei posti del suo corpo. Le sue mani esperte la toccarono nella parte più sensibile e successivamente in quella più profonda. Lo vide sdraiarsi sopra a lei, sempre con le sue mani occupate ad eccitarla. Chiuse gli occhi e sospirò. Era un’emozione molto forte, soprattutto per lei... che non aveva... il fiato di lui sul suo seno poi accentuava il piacere. Le mani esperte di lui lasciarono la parte più intima della ragazza e salirono verso i seni liberandole i capezzoli e succhiandoli uno alla volta, con una lentezza estenuante ed eccitante. “Guardami.” Le disse lui in un sospiro quasi impercettibile. Gli occhi di Mark lanciavano fiamme incandescenti, piene di passione... La sentì tremare sotto di sé, gli ultimi spasmi di piacere che lei credeva avrebbe retto, ancora non sapeva quanto piacere poteva provare prima di essere posseduta. Con la poca forza che aveva in se cercò di allontanarlo, emettendo piccoli gemiti a metà tra piacere e dolore, ma i suoi occhi chiedevano di più, molto di più. Più di quanto lei stessa volesse ammettere, ed entrambi capirono che sarebbe stato sempre così, anche se ci fossero stati trenta continenti e mille anni di lontananza a dividerli, anche se avessero passato giorni interi a letto a fare l’amore. “Sei una ragazza fantastica.” “Ti prego...” sussurrò. Non aveva ancora capito perché diceva quelle parole, non sapeva ancora cosa voleva da lui. “Cosa? Dimmi cosa vuoi... dimmelo ed io esaudirò tutto ciò che tu vuoi.” “Voglio farti provare quello che tu stai facendo a me.” “E come intendi fare?” chiese malizioso. “Non certo se tu sei così. Alzati...” lui ubbidì. “In piedi.” Lui assecondò ancora. Poi sentì uno strattone alla cintura, i pantaloni che venivano abbassati, assieme ai suoi boxer. Poi le labbra e la lingua, della ragazza, sulla sua mascolinità, le sue mani erano ferme sui fianchi. Poco ci mancò che cadesse sopra di lei, per l’intensità di ciò che gli stava facendo provare con un semplice, ma erotico, contatto tra i due corpi. “Aspetta.” Disse con voce malferma. “Slegati i capelli.” Dopo aver fatto ciò che lui desiderava si riconcentrò sul suo piacere. Lo sentì fremere, poi lo vide irrigidirsi come se tentasse di mantenere il controllo. “Non farlo.” “Cosa?” “Non tenere il controllo, voglio che ti lasci andare. Che fai per una volta ciò che davvero vuoi.” Tutte quelle parole gliele sussurrò senza cambiare posizione, lei inginocchiata e lui in piedi. Lui premette spontaneamente il bacino contro la sua bocca e questo bastò per eccitarla ancora di più. “Cosa vuoi?” gli sussurrò sottovoce, non ancora contenta. “Quello che voglio io comprende anche te, e non posso decidere per entrambi.” “Ti ho già detto che voglio che tu mi dica ciò che desideri.” “Voglio sentirmi dentro di te.” Le disse d’un fiato. “Contenta?” “Sì, sdraiati.” Le si sdraiò accanto, poi un lieve rumore alla porta li fece sussultare. “Chi è?” “Tesoro, Mark è li con te?” “Sì, signora sono qui.” “Mi fate entrare?” “Mamma scendiamo subito, stiamo parlando del matrimonio e vogliamo farlo da soli, senza che nessuno ci dica se dobbiamo o no farlo.” “Okay tesoro, quando avete finito scendete.” Che casa stai facendo, Kim? Sei impazzita? Lui ti priverà della tua libertà, non ti farà diplomare, non ti permetterà di fare ciò che hai già pianificato da quando avevi sei anni! “Forza rimettiti i pantaloni e scendiamo.” D’un tratto era diventata fredda e acida come lo era stata quando si erano scontrati poco prima, lui rimise i boxer al loro posto, ma attese invece di mettersi i pantaloni. La strinse a sé e chiuse gli occhi. “No, voglio restare qui, potremmo dire stavamo definendo dei particolari...” disse stringendola di più a sé e baciandola. Lei si irrigidì e sgusciò lontano dalle sue braccia, anche se quello era l’ultimo posto che avrebbe voluto lasciare. “Che ti prende?” “Voglio che tu ti vesta e che scenda quelle maledette scale, prenda la tua famiglia e te ne vada dalla mia vita. Non mi interessa se il nostro matrimonio salverà il patrimonio di famiglia. Io voglio quello che stavamo facendo prima, sia per passione non per obbligo. Voglio che accada perché tu mi ami, non perché questo è quello che tutti si aspettano da noi. Voglio dei figli, voglio andare a Yale, voglio quello stramaledetto pezzo di carta chiamato diploma e voglio trovarmi un lavoro con le mie forze.” Sospirò rassegnata. “Voglio sposarti solo quando per te sarò importante e quando sarai davvero innamorato di me...” “Ma tutto questo può accadere anche se ci sposiamo.” “No! Perché sono troppo giovane! Papà lo sa ed è d’accordo con me, mentre mamma vuole salvare i soldi. Io me ne frego dei soldi! Voglio che tu mi ami, non come ti amo io non chiedo così tanto, ma almeno un pochino. Voglio che tu faccia l’AMORE con me, non del semplice sesso. Quello che c’è stato prima... per me è stato troppo forte, voglio che ci sposiamo solo perché ci amiamo, perché la riteniamo la cosa più giusta. Non mi interessa di quello che vuole mia madre o la tua, mi interessa solo quello che vogliamo noi...” era sull’orlo delle lacrime, ancora qualche istante e si sarebbe messa a piangere a dirotto. “Dimmi la verità non è solo perché sei giovane che lo dici.” “No, è per il lavoro se io mi sposo con te mi sarà più facile trovarlo, o anche che io lo trovassi con le mie forze se fallisco avrei la tentazione di dire, ma che importa tanto ho tanti soldi a casa!” lo guardò triste e risentita. “Se invece non avessi tutti quei soldi, se fallisco mi ci rimetterei con tutte le forze che ho in corpo e gli dimostrerei che è solo un caso che io abbia fallito.” “Ma il tuo nome ti perseguiterà.” “Mi sposeresti se tua madre non ti avesse obbligato?” “Io... non lo so.” “Più sì o più no?” “Credo di no.” “Vedi?” “Ma non so nemmeno se ti avrei incontrata, diavolo!” le accarezzò il viso con una mano, un tocco delicato, si voltò e si vestì. “E ora che fai?” “Esaudisco il tuo desiderio.” Disse con una voce impersonale. “Non farlo...” “Perché? Non è quello che volevi?” “Non so quello che voglio, non so nulla!” “Ho notato...” disse con rammarico. “Ascolta, siediti...” Ma lui non lo fece, si allontanò da lei, girò la chiave e scese le scale. “Il matrimonio si farà?” le chiese imperturbabile, la sentì sospirare e chiudere gli occhi in segno di resa, ma lui intese quel gesto come previsione di quello che le avrebbe detto: no. “Sì.” Disse inaspettatamente lei, scese le scale e gli si avvicinò, gli posò una mano sul braccio. “Perché è questo che si aspettano tutti... e chi sono io per deluderli?” poi riprese la discesa e lo precedette entrando nella sala. Il tempo passava senza scampo, i due giovani diventavano intrattabili ogni volta che sentivano il nome dell’altro. Le madri si chiesero il motivo milioni di volte, lo chiesero anche a loro, ma ogni volta la risposta era molto vaga se non inesistente. Si incontravano, ma restavano in silenzio per tutta la durata della visita. Anche quel giorno era così, ma quella volta le loro madri li chiusero in camera di Kimberly affinché potessero chiarirsi, tanto volenti o nolenti si sarebbero sposati quell’anno. Proprio quando Kim sperava che il suo dono come lo chiamava sua madre, non arrivasse, le giunse più forte e doloroso di quanto si aspettasse così forte che sua madre se ne accorse. Vide sua madre alzarsi da tavola con una sveltezza che non era sua e precipitarsi al telefono. Purtroppo sia lei che il padre sapevano benissimo di cosa si sarebbe parlato. Matrimonio. Già quella parola che lei aveva imparato da odiare quando era seguita dalla parola convenienza, o anche solo dalla madre. “Kim, congratulazione.” “Grazie signora Gallery. Ora vogliate perdonarmi ma devo assentarmi per qualche ora.” “Spero che non andiate da un amante.” “Non ho amanti, né spasimanti, non provi nemmeno a contare suo figlio. Lui mi odia come lo odio io, devo andare da mio padre per incontrare un cliente.” “Va pure cara, tanto tua madre ed io faremo solo i preparativi del matrimonio.” “Non avete ancora capito che non ci sarà nessun matrimonio? Che vostro figlio non mi vuole? Che io non mi sposerò MAI per convenienza?” sbottò lei contro le donne e se ne andò. Poche ore dopo, incontrò per il cortile quel ragazzo che sua madre aveva già definito suo marito. Non lo odiava, non provava altro che amore. “Ciao.” “Ciao, mia madre mi ha chiamato poco fa.” “Mi fa piacere.” “Non sembra dalla tua voce.” “Che cosa dovrei fare? Saltare di gioia? Saltarti addosso? O completare quello che stavamo facendo la prima volta che ci siamo chiusi in camera mia?” “Sarebbe già un inizio! Potremmo sposarci, tu impareresti ad amarmi.” “No! Non capisci che non è quello che voglio? Non ti sei mai chiesto quello che voglio? Hai mia ragionato su questo? No, perché Mr. perfezione non pensa agli altri ma solo a se stesso.” “Ma senti chi parla! Hai mai pensato perché tua madre voglia questo matrimonio?” “Non so la tua, ma la mia me l’ha detto in faccia! La mia eredità si libererà solo dopo il matrimonio, così lei potrà disporre della sua parte di beni della nonna! Sei contento, ora capisci perché non voglio sposarti?” “Sposami non te ne pentirai!” le due madri entrarono nella stanza nel sentire quelle parole e sorrisero ai due. “Congratulazioni... te l’avevo detto che si sarebbero sposati...” “Hai ragione, hai sempre avuto ragione te... congratulazioni ad entrambi.” “Non ci sarà nessun matrimonio.” E si ritirò nella sua stanza fregandosene di ciò che le stava dicendo la gente dietro di lei. Non sarebbe uscita dalla sua stanza fino a che non se ne fossero andati via o avrebbero accettato che il matrimonio non si sarebbe svolto. Quella sera scese di sotto e si diresse in cucina, non sentendo voci in nessuna stanza. In cucina però trovò Mark seduto ad aspettarla. “Tenta di amarmi.” Le disse semplicemente. “Io ti amo già...” “Sposami.” “Non posso, non ora... non così.” “Perché?” “Mia nonna me l’ha chiesto come ultimo desiderio... prima di morire.” “In che senso?” “Devo aspettare i sedici anni, poi potrò sposarmi.” “Che cambierà?” “Cambierà che le sue volontà sarebbero state esaudite... che mamma non avrebbe la sua parte di eredità, quella parte che le interessa e che questo matrimonio tra noi le permetterebbe di prendersi.” “Sedici anni... tre anni ancora...” “Se davvero mi ami... aspetta... tre anni non sono poi molti.” “Dovresti vivere in questa casa per altri tre anni.” “Non proprio... potrei andare a vivere in una casa tutta mia, mio padre me l’ha già comprata e tu... potresti vivere con me.” “Penserebbero male...” “Che c’importa? Conta quello che vogliamo noi, ricordi?” “Sì.” “Allora?” “Ti voglio, voglio dormire con te la notte...” “Solo dormire?” “Dove andiamo?” “Da mio padre...” per uscire passarono davanti al salotto e udirono ciò che non avrebbero mai voluto udire. “Certo, non preoccuparti, lei lo sposerà. Se si rifiutasse, imporrei a mio figlio di oltraggiarla e allora lei dovrà sposarlo per forza. Anche se...” disse la donna sospirando. “Ho i miei dubbi, lei vuole indipendenza e la nostra famiglia non da indipendenza alle donne, nessuna di noi ha il diploma.” “Non voglio, assolutamente, che la mia bambina prenda il diploma, capirebbe che questo matrimonio non può essere fatto. Non possiamo obbligarla, poi lei non è nemmeno nostra figlia, sì l’abbiamo cresciuta come tale e tutti non sospettano nulla, nemmeno lei, ma è stata adottata...” “I debiti sono debiti, con figlia vera o no.” Kim si girò con le lacrime agli occhi, il suo sguardo offuscato e triste. Chiuse gli occhi e asciugò il pianto, ma l’amarezza gli impediva di smettere, lui si avvicinò e con un bacio spazzò via tutto. Lei si lasciò andare a quel bacio, che in quel momento le era di unico sollievo. Gli circondò il collo con le braccia e assecondò il suo bacio con una passione che era all’oscuro di avere. I loro corpi sembravano creati per essere uno solo essere. “Non diremo nulla fino a dopo il matrimonio, poi diremo a tuo figlio ciò che lei è in realtà. Un matrimonio non si può spezzare e lui lo sa.” “Hai ragione, poi noi lo impediremmo, ma prima devono fare sesso, se no potrebbero annullarlo.” “Andiamo via, ti porto lontana da questa famiglia. Io posso disporre dei miei beni e denari, così potrò pagarti Yale, io intanto mi troverò un lavoro e tu farai altrettanto quando avrai finito il college.” “Oh, Mark!” “Sssh, non dire nulla. Tu ti meriti il meglio... e non so se sarò in grado di dartelo.” “Lo farai, ne sono sicura, perché tu sei disposto a lasciare la tua famiglia per me.” Gli sorrise e lo accarezzò. “Andrà tutto bene se staremo uniti.” Lo guidò fuori dalla stanza, prese la roba che giorni prima aveva messo in due valige, sapendo che qualcosa di doloroso si stava avvicinando. Andò nello studio del padre e lo abbracciò. “Non dire nulla a mamma, voglio solo vivere il più lontano possibile da lei, verrò lo stesso a lavorare in ufficio, così potrò pagare le rate del college e i viveri.” “La sposerai ragazzo?” “Sì signore, sempre che voi due me lo permettiate.” “Io ti do il permesso.” “Anche io.” Disse allegra la ragazza, buttandogli le braccia al collo e stampandogli un bacio sulla guancia. “Non è un ragazzo fantastico?” “Sì, lo è davvero. Soprattutto se non ci allontanerà.” “Non potrei allontanare Kim da suo padre.” “Grazie ragazzo, non sai quant’è importante per me stare con lei.” “Lo posso solo immaginare. Ma sono io che la devo ringraziare per avermi dato una ragazza tanto bella e dolce.” “Ora andate, terrò io impegnate le vostre mamme.” “Grazie papà.” “Ti amo, sei e sarai sempre mia!” le sussurrò contro il seno. “Lo sono sempre stata.” Poco dopo lui entrò in lei con una dolcezza e una ferocia che la commossero. Lui le aveva chiesto più volte se ne era davvero sicura e ora si trovava in quella posizione... lei tremava dall’intensità di quell’atto e lui per la passione. Subito dopo la fece sdraiare sul letto e dopo un baciò si diresse verso il tavolo dove un vassoio pieno di cibarie attendeva di essere derubato. “Vieni qui.” Gli desse sorridendo dopo aver sistemato al suo fianco il vassoio. Lui ubbidì e cominciarono a parlare del più e del meno, l’uno stretto all’altra. “Mi lascerai andare al college?” “Certo se è questo che vuoi.” Le sorrise. “Se vuoi potrei trovarti un lavoro nell’azienda di famiglia.” “Mi farebbe piacere, ma prima voglio vedere se avremo dei bambini.” “Il college sì anche con i figli, ma il lavoro no?” “È diverso, per il college posso trovare orari più adattabili... bé poi vedremo.” “Tu hai già...” “Cosa?” “L’accettazione a Yale?” “Sì, partirò domani. Starò via due anni.” “Io verrò con te...” “Ma la tua famiglia? Se non vedranno nessuno dei due penseranno che siamo scappati insieme e il loro scopo sarebbe raggiunto!” in quei tre anni, la madre di Kim non l’aveva più vista se non in ufficio, nessuno sapeva che vivevano insieme. E ora lei partiva per Yale e lei aveva già deciso che non sarebbe tornata da lui nei fine settimana, ma avrebbe lavorato dal padre. Il mese prima, quando era andata a Yale per incontrare il preside, si era fermata in un ristorante poco lontano in cerca di lavoro e di alloggio. I padroni erano stati tanto gentili ad affittarle l’appartamento e ad offrirle da mangiare, che lei si era offerta di lavorare dopo la scuola. “Non voglio stare lontano da te.” “Ti prego. È per il bene del nostro futuro.” Mentirgli era duro, sarebbe andata a Yale, ma non sarebbe più tornata. Non da lui almeno, da suo padre, dai suoi amici... ma non da lui. Aveva già deciso che l’avrebbe lasciato, lei era comunque una figlia illegittima e le avrebbero tolto tutto dopo che si sarebbe saputo... non poteva volere questo per il suo eterno amore. Aveva pensato e ripensato se fare o no l’amore con lui, e la decisione era stata univoca, almeno avrebbe avuto un ricordo di lui e di ciò che avrebbero potuto vivere insieme senza quelle decisione drastica che aveva preso qualche mese prima. “Ci vedremo nei week-end?” “Certo, sai che lavorerò da mio padre, per mantenermi agli studi.” “Ma posso pagarteli io!” “No, non voglio, ti ho già detto che voglio cavarmela da sola.” Quattro anni dopo. “Dov’è?” “Dov’è chi, Mark?” chiese sorpreso dalla visita, Carl. “Tua figlia! La donna che dovevo sposare anni fa!” Era molto arrabbiato, doveva avere saputo che Kimberly era in città, che era tornata. Per restare stavolta... “Non credo di capire.” Lui invece aveva promesso alla figlia di non dirgli nulla, di non dire dove viveva e come viveva. Era stata una scelta sua che aveva preso quando, tempo prima, era partita per Yale per prendere il diploma. Era tornata ogni week-end ma si era categoricamente rifiutata di vedere il suo amato fidanzato. Non avevano litigato, non l’aveva messa davanti a fatti già compiuti, era stata lei a farlo. Lei, poi, l’aveva lasciato silenziosamente... l’aveva lasciato senza guardarlo negli occhi mentre lo faceva, forse per paura di non riuscire a portare a termine quello che aveva iniziato. Non glielo aveva detto per telefono, non aveva abbastanza soldi, né coraggio. Non glielo aveva scritto, il solo pensare che avrebbe potuto comunicare con lui le faceva scrivere lettere d’amore, più che una lettera per lasciarlo. Aveva semplicemente evitato tutti gli incontri, quelli possibili almeno. “Tu sai che è qui! L’ho vista nell’atrio, l’ho vista in banca, l’ho vista alle feste della tua industria, voglio solo sapere qual è il suo ufficio!” “Non posso dirtelo, mi dispiace Mark.” “Tu sai che ho il potere di farti chiudere!” già in quegli anni aveva preso abbastanza potere per decidere quale sarebbe stata la fine di tutte le industrie dello stato. “Allora fallo, butterai in strada milioni di persone, con famiglie numerose. Ne avresti il coraggio, solo per rivedere una donna che non ti vuole?” “Dì hai tuoi uomini di trovarsi un lavoro e spiega loro il motivo per cui ti faccio chiudere.” “Se è solo per vedere me, che lo fai. Evita pure.” Disse la voce di una ragazza di diciassette anni da dietro le sue spalle. “Non posso credere che faresti questo solo per parlarmi.” “Io devo capire! Devo sapere perché non mi hai più voluto vedere, perché mi hai sempre evitato! Ci dovevamo sposare lo scorso anno, ricordi? Non posso credere che tu te ne sia andata e abbia cambiato idea su di noi! Tu ho dato il mio amore, come puoi dimenticarlo?” “Come potrei dimenticare?” “Mamma! Mamma!” una bambina di quattro anni circa e seguita da un maschietto, della stessa età, entrò nella stanza facendo sbattere la porta. I lunghi capelli neri della bimba facevano risaltare gli occhi azzurri che aveva avuto la fortuna di acquisire. Mentre il bambino che come il nonno aveva i capelli marroni e gli occhi scuri. Erano entrambi magri e nonostante la differenza di sesso e i pochi centimetri di differenza, si assomigliavano tantissimo. La piccola si nascose dietro le gambe della madre. “Mark, non mi lascia stare! Continua a dire che Cath è una gatto cattivo.” “Mark! Perché dici così a tua sorella?” “Perché il suo gatto vuole mangiare Sam!” “Il criceto? E perché mai il mio gatto dovrebbe mangiare il tuo criceto? È brutto!” “Tu se brutta!” Ah se solo sua figlia avesse capito che i gatti adorano i criceti, ma non come lei amava i suoi figli o il loro papà! “Smettetela di litigare. Non è questo il luogo.” Li sgridò lei. “Mark, questi sono i miei figli Carla e Mark.” “Io mi chiamo come il nonno.” Gli annunciò fiera la bambina fissandolo negli occhi, gli stessi occhi azzurri che aveva la madre. “Io invece quello del mio papà, anche tu ti chiami come il mio papà.” Anche lui lo fissò negli occhi. “La mamma dice che papà è un bel uomo, e che anch’io diventerò come lui.” Disse il piccolo con l’ingenuità propria della sua età. “Anche tu sei un bel uomo.” Aggiunse la piccola dopo averlo squadrato per benino e subito ebbe anche il consenso del fratello. “Carla! Assomiglia tanto alla foto che ci ha dato mamma!” Il bimbo tirò fuori dalla tasca un portafoglio colorato e estrasse una foto. La fissò, poi guardò lui, la foto e ancora lui. Fecero questa operazione più volte. Kim, rimase zitta, sapeva che i suoi figli erano molto intelligenti e che avrebbero presto capito chi era lui. “Mamma! Mamma! È lui, è lui!” gridarono all’uniscono i due e lo abbracciarono calorosamente, dicendogli che lo avevano cercato tanto e visto tanto spesso ma solo da lontano perché il nonno avevano detto loro che era la madre che doveva prendere il coraggio a due mani... cosa che non era mai successa in que sei mesi. “Siete molto perspicaci!” disse ridendo lei. “Sono miei?” la guardò con ira. “Non me l’hai mai detto! Come hai potuto nascondermi per tutto questo tempo che avevo due figli?” “Senti, primo non devi urlare davanti ai miei bambini.” “Nostri, sono nostri, e poi io urlo come e dove voglio e anche quanto voglio.” Inaspettatamente gli arrivò un ceffone che gli lasciò il segno. “No, invece. Bambini, andate a giocare di là.” “Corriamo!” “Non permetterti di toccarmi ancora. Io ho lasciato la mia famiglia per te.” “Non te l’ho chiesto io.” “Sono andato contro i miei! Perché ti ho amato.” “Tu volevi quel matrimonio quasi quanto le nostri madri.” Fissò fuori dalla finestra, poi riposò lo sguardo su di lui. “Papà puoi andare con i bambini?” “Certo tesoro.” Passando le baciò la guancia e chiuse la porta dietro le spalle. “Ho due bambini stupendi, grazie a te. E anche se mi fa male ammetterlo, devo ringraziare mia madre se li ho. Ho fatto quello che sentivo, ti avevo detto mille volte che volevo diplomarmi e trovare un lavoro con le mie sole forze.” “Che sforzo! Lavori per tuo padre!” “No, io sono stata mandata qui come contabile due volte a settimana, ma non opero in questa ditta. La contabilità per mio padre l’ho sempre fatta fin da quando ho imparato a fare due più due. Non voglio che lui risenta delle mie scelte. Mi paga per il mio lavoro.” “Non avresti avuto problemi di soldi con me. Anche se ora puoi usufruire a tuo piacimento del mio denaro.” “Torniamo sempre allo stesso punto. Comunque non ho problemi di soldi, non ne ho mai avuti... lavoravo e studiavo. Papà mi dava degli assegni per i bimbi, che ho messo sul loro conto. Non lì ho mai toccati, sono loro, non miei. Quello che hanno e che hanno ricevuto è stato frutto del mio impegno e di regali del nonno.” “Non avrei mai creduto che tu potessi tenere dei bambini lontani dal loro papà.” “Tu credi che loro non sappiano nulla di te?” “Se non quella misera foto? Sì, credo che non sappiano molto.” “Invece sanno tutto quello che c’era da sapere. Papà raccontava loro, molto spesso, quello che facevi e cosa ti succedeva. Mi hanno spesso chiesto perché noi due non stavamo insieme, perché non vivevamo sotto lo stesso tetto.” “Scommetto che hai dato a me la colpa.” “Carla! Mark!” “Cosa c’è mamma?” “Perché noi e papà non viviamo sotto lo stesso tetto?” “Perché tu volevi atonomia.” “Autonomia! Stupida.” “Mark!” “Papà ti voleva sposare, ma tu te ne sei andata a prendere il diploma.” “E perché ho preso il diploma?” “Per poter andare a lavorare.” “Vi è mai mancato niente?” chiese l’uomo preoccupato. “Solo il papà, ma la mamma e il nonno ci parlavano spesso di te e di cosa facevi.” “Come ci siamo incontrati io e la mamma?” “Le nonne volevano che vi sposaste presto.” “Sanno molto.” “Sì, ti ho detto che non ho nascosto loro nulla.” “Ma lo hai nascosto a me! Non pensi che anche io avrei voluto essere partecipe alla vita dei nostri figli?” “L’ho sempre saputo, ma io sono pur sempre una figlia illegittima e avrebbe rovinato la tua rispettabilità e ricordo ancora troppo bene quanto ci tenessi in passato.” Una lacrima le scese lungo il viso. “Non sai quante volte ho composto il tuo numero per poi agganciare appena sentivo la tua voce. Mio padre sa quanto avrei voluto tornare indietro e amarti, volerti bene, crescere i nostri figli insieme!” “Può ancora accadere se lo vuoi davvero!” “Lo voglio, l’ho sempre voluto, non sai quanto...” “Allora recuperiamo il tempo perduto... sposami, amami ancora.” “Ne sei sicuro?” “Ti amo da morire, e ti amerò fino a che avrò vita.” “Oh Mark! Ti amo anche io.” “Allora diciamo a tutti che ci sposiamo... così oltre alla nostra felicità, ne daremo anche a tua madre, alla mia e ai nostri figli.” “Nostri... non sai quanto ho desiderato sentirtelo dire in questi anni!” “E non sai quanto ho desiderato in questi anni amarti e farti ancora mia.” Dieci anni dopo. “Mamma!” “Dimmi Carla.” “Mark mi fruga nella camera!” “Lei invece mi porta via le carte.” “Bé io sono più grande di te!” “Cosa centra? Io sono il maschio.” “Papà!” piagnucolò la bimba. “Digli che è brutto!” “Ma ti sei vista? Sembri una strega!” le fece la linguaccia e aggiunse. “Anzi le streghe sono perfino più buone e più belle di te!” poi scappò via. “Ma come li hai educati, Kim?” “Io? E tu? Te l’avevo detto che avrebbero litigato col passare del tempo.” “Per fortuna i due gemelli sono più calmi...” “Caro... non ti ho detto che hanno preso a botte due compagni di asilo?” “Ma hanno cinque anni!” “E allora? Anche Angy ha picchiato un bambino e ne ha solo quattro!” gli sorrise. “Sai hanno proprio preso dalla mamma, non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno. Ne vogliono vedere ingiustizie nel mondo... ti amo.” Le sorrise e la baciò con passione tenendole la testa con una mano. “Cavolo solo Terry ha preso da me.” “Sono così contenta.” “A quando il prossimo?” “La prima settimana di giugno.” Due settimane e sarebbe diventato ancora papà. Lo abbracciò e insieme misero a letto i loro bei bambini, ogn’uno camere separate. Quella notte rifecero l’amore e il fatto che lei avesse il pancione rese le cose molto più eccitanti. “Tesoro?” gli sussurrò quando il cuore le smise di battere forte. “Ti ho detto che sono due gemelle?” “Ti amo... ma spero che non siano uguali agli altri... ne vorrei qualcuno tranquillo.” “Farò in modo che sia così.” Dopo di che gli dimostrò a fatti quanto avrebbe voluto che i loro figli fossero tranquilli. “Amore...” “Dimmi cara.” “Non credo che saranno poi molto tranquille.” “Perché dici questo?” “Perché mi stanno facendo un male cane! Credo che sia ora!” dopo un breve bacio e una telefonata al padre, corsero all’ospedale tra le risate e i sorrisi. “Sono l’uomo più fortunato del mondo.” Le sorrise e le chiese. “Possiamo chiamarle Felicity e Prudence?” mai nomi più appropriati per quelle due ragazze e per quella famiglia che aveva conosciuto la felicità e che ne avrebbe conosciuta ancora tanta.


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