ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 16 gennaio 2005
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Campionato di morte

di Andy'Phin. Letto 1525 volte. Dallo scaffale Fantascienza

“È stata una morte fantastica, eccezionale! Lo giuro, la migliore morte per caduta dai tempi del grande Frank. J. Cooper, con il suo triplo salto mort...

“È stata una morte fantastica, eccezionale! Lo giuro, la migliore morte per caduta dai tempi del grande Frank. J. Cooper, con il suo triplo salto mortale incrociato all’indietro. Una cosa veramente mondiale! Tu che ne dici Al, non era semplicemente grandiosa?”. Al guardava il teleschermo con espressione accigliata, si voltò lentamente verso l’amico che lo osservava galvanizzato. “Non so Mike, non era male, certo, ma non mi ha fatto impazzire, era piuttosto banale anzi, direi, e di cattivo gusto”. Mike si alzò in tutto il suo metro e ottanta di altezza, che si muoveva dentro una felpa modello paracadute. “Non vorrai scherzare dico! È stata in assoluto la migliore morte per caduta cui abbia assistito negli ultimi due anni. E poi l’hai visto anche tu, la giuria e il televoto gli hanno dato quasi il massimo. Ha preso il punteggio più alto dopo Brost, è quello ha pure speso tutti quei soldi per il sommergibile e per far chiudere il canale della manica. Invece guarda questo Johnson, con un semplice salto da un grattacielo è riuscito a fare una morte memorabile. E poi, santo cielo, quelle cuspidi piazzate sotto sono state un vero tocco d’artista, ma dico, l’hai visto tutto quel sangue schizzare oppure ti si è sfasciato il visore tridimensionale?”. Al, con la testa alzata, guardava l’amico con una punta di imbarazzo. Forse non avrebbe dovuto dirgli così palesemente che quella maledetta morte non gli era piaciuta. In fondo lo sapeva che Mike era un fanatico di quello spettacolo da quattro soldi. “Campionato di morte” che nome stupido per quello che era soltanto un reality show, tale e quale quelli che seguivano i loro nonni. “Hai ragione Mike, forse il mio visore comincia a fare cilecca, io tutto quel sangue che dici mica l’ho visto. Però quella cuspide che gli si è piantata nella gola, hai visto che roba eh? Nel ralenti si è persino visto quando s’è spezzata la colonna vertebrale. Si, mi sa che hai proprio ragione, non era niente male come morte”. Mike tornò a sedersi sulla poltrona, evidentemente più rilassato. Prese la lattina di coca dal bracciolo e disse “Meno male che sai ancora riconoscere una morte coi fiocchi. Sai, alle volte penso che ti stia rincretinendo del tutto Al. E comprati un visore nuovo, è una vita che te lo dico. Guarda qua” continuò mostrando il suo visore nuovo di zecca, in plastica opaca e metallo lucidato, con forma ergonomica e cuffie ad alta definizione incorporate, “l’ultimo modello della sony. È una bomba, ti sembra che gli schizzi di sangue ti arrivino in faccia. Pure l’audio non è male, avresti dovuto sentire lo splatch che ha fatto quel tipo con l’effetto amplificato”. Al sorrise, cercando di dimostrare interesse verso il nuovo giocattolo dell’amico. Mise il suo vecchio visore nella logora custodia, e se lo ficcò nella tasca laterale di pantaloni. “Senti Mike, è meglio che vada ora, devo preparare la cena ai miei per quando tornano dal lavoro. E poi il meglio delle morti è finito, adesso c’è solo la categoria femminile”. Mike spense il suo visore e tornò ad alzarsi “Si hai ragione, le donne non hanno proprio stile nel preparare la loro morte. Sono così ridicole, dovrebbero toglierle dalla programmazione”. Al si avviò verso la porta, conosceva la strada. Si fermò sull’uscio “Ci vediamo domani a scuola Mike”. “A domani, e ricordati di passare al negozio per quel visore, non capisco proprio perché non l’hai già cambiato da un pezzo”. Tornando a casa, Al ripensò a quanto ultimamente, gli apparisse ridicolmente morbosa tutta quella storia del Campionato di morte. Oramai si presentavano tutti alle selezioni, con in mente i progetti più strampalati per attuare quello che in realtà non era altro che un macabro suicidio in diretta. C’era gente che passava tutto il proprio tempo libero per allenarsi ed affinare la tecnica, in modo che la propria morte apparisse sensazionale ed indimenticabile agli occhi del pubblico. Tutti sognavano di essere gli autori della più spettacolare morte dell’anno, e la cosa paradossale era che nessuno di loro sarebbe riuscito a conoscerne l’esito. Erano talmente invasati da essere sicuri del proprio successo, sicuri di offrire uno spettacolo glorioso, e che la fama sarebbe certamente succeduta alla loro scomparsa. Qualcuno di loro aveva la sfortuna di sopravvivere. Succedeva alle volte che alcuni avessero un ripensamento all’ultimo momento, per la paura, più che altro, di non essere all’altezza. Altri invece, fallivano semplicemente per mancanza di tecnica. Questi sventurati diventavano autentici reietti della società, derisi ed umiliati per il resto dei propri giorni. Quasi nessuno trovava il coraggio per ritentare. Perlopiù, si ritiravano a vivere isolati dal mondo, cercando di ridurre al minimo i contatti col ricordo del proprio clamoroso fiasco. Nessuno di loro era minimamente turbato dal fatto di porre fine alla propria esistenza. E meno che mai nessuno manifestava coscienza di essere solamente un veicolo per le speculazioni delle società commerciali, che piazzavano i propri sponsor ovunque fossero visibili agli occhi degli spettatori. Al tornò a casa, attraversando tutta la periferia a piedi. Faceva già buio, e l’illuminazione pubblica impediva di vedere le poche fredde stelle d’acciaio che brillavano in cielo. Di tanto in tanto si sentiva il rombo della metropolitana che passava pochi metri sotto il manto stradale. Le sfavillanti pubblicità, nei tabelloni luminosi e nei teleschermi, posti lungo le strade e i marciapiedi, s’insinuavano sfacciatamente nel suo percorso visivo. Era impossibile riuscire a camminare soltanto. Dovevi essere tempestato da splendide ragazze nude che t’invitavano a bere il loro stesso liquore, ad indossare la loro biancheria, ad andare in vacanza nei loro villaggi, a comprare le loro auto, e a presentarti anche tu alle selezioni per morire di una morte spettacolare. Al sentì ancora una volta di appartenere sempre meno a quel mondo. Avrebbe tanto voluto semplicemente camminare, nella propria città, senza dover per forza guardare, comprare, consumare… morire. Tra pochi mesi avrebbe compiuto diciotto anni, e allora se lo sarebbero aspettato, i suoi genitori, la scuola, gli amici, e le ragazze, se voleva gli rimanesse la possibilità di averne almeno una. Tutti si sarebbero aspettati da lui che s’iscrivesse alla lista delle selezioni per il campionato di morte. Certo, avrebbe benissimo potuto iscriversi comunque, e poi, presentarsi lì con una morte banale: un colpo di pistola, un’impiccagione, lo avrebbero sicuramente scartato al primo scaglione di valutazioni. Ma la verità era che semplicemente lui non voleva morire, non voleva offrire la sua vita ed il suo corpo affinché dessero spettacolo, affinché la produzione potesse intascare i soldi delle pubblicità, affiche le industrie potessero continuare a vendere le loro inutili amenità. Non voleva morire. Questa era la verità. E tanto meno sarebbe voluto morire a quel modo. Con milioni di persone, morbosamente attaccate ai propri teleschermi, con i loro visori tridimensionali piantati sugli occhi, a sbirciare, a curiosare la fine della sua vita. Ad invadere l’ultima azione di un uomo che richiedesse ancora intimità, la morte. Non avrebbe mai tollerato che il suo corpo giacesse là, privo di coscienza, privo di vita, alla mercé degli stupidi commenti di un imbonitore da fiera, delle ridicole esclamazioni di una folla di dementi, che si accalcava sugli spalti per assistere in prima persona allo sfacelo dei corpi di propri simili. Non lo avrebbe mai permesso. Arrivato a casa, cominciò a preparare la cena. I suoi genitori sarebbero rientrati a momenti, e lui, già da qualche anno, aveva preso l’abitudine di far trovare loro la cena in tavola. Era un modo come un altro per ricambiare tutto quello che facevano per lui. Fin da piccolo avevano cercato di assicurargli uno stile di vita migliore possibile, a volte, andando anche oltre le loro reali possibilità economiche. Lavoravano entrambi dieci ore al giorno negli uffici del centro. Vivevano in una graziosa villetta a due piani nell’immediata periferia della città. Avevano scelto quella casa perché disponeva di un piccolo giardino, in modo che Al, quand’era bambino, avesse la possibilità di maggiore spazio per giocare. Poi, quando lui cominciò ad essere un po’ più grandicello, lo avevano letteralmente sommerso di congegni elettronici. La sua infanzia fu caratterizzata dalla presenza di computer d’ogni specie, videogiochi, microtelefoni, lettori ed apparecchi multimediali d’ogni genere, tutta roba che finiva ben presto ammassata nello sgabuzzino. Ma i suoi genitori non demordevano, ancora oggi non perdevano occasione per regalargli i più inutili ritrovati tecnologici. Lui, del resto, si era accorto ben presto che tutta quella roba non gli serviva, che non lo rendeva felice come loro speravano, che anzi, tutti i loro sforzi in questa direzione erano vani. Quando gli sarebbe bastata un po’ più di attenzione da parte loro, che gli dedicassero un po’ più di tempo, per cercare di conoscere un po’ meglio proprio figlio. Invece, loro si limitavano a adottare con lui un sistema di educazione massificato. Lasciavano che fossero computer da tasca e micro proiettori portatili ad educarlo al posto loro. Tuttalpiù, quella roba lo avrebbe educato al consumismo. Ma in fondo, non era colpa loro. Anch’essi, a loro volta, erano stati educati nel medesimo modo. E ora, che grazie ad una trasmissione televisiva, era sopravvenuto quel piccolo, decisivo cambiamento nella società, si aspettavano che lui morisse, nel nome del consumo. Che il bene ultimo che avrebbe consumato, fosse proprio se stesso, la propria vita, la propria morte. La cena era quasi pronta. Al andò in camera sua, si tolse dalla tasca dei pantaloni la custodia col suo vecchio visore tridimensionale, e lo appoggiò sulla mensola, accanto al nuovo modello che gli avevano regalato per natale. Sentì aprire la porta d’ingresso, poi, dalla cucina gli arrivarono le voci dei suoi genitori. “Senti qua che profumino” disse sua madre, togliendosi il cappotto “cosa ci hai preparato stasera di buono?” “Ho fatto la zuppa di lenticchie” rispose Al “spero vi piaccia, anche se temo di averci messo un po’ troppo sale” disse in tono dispiaciuto. “Tesoro non dovresti usare troppo sale quando cucini” disse sua madre con una smorfia “lo sai quanto spendo ogni anno dal dottor Brown per liposuzioni. Di questo passo finirà per potersi permettere una vera laurea quel ciarlatano”. Si sedettero a tavola, e Al distribuì le portate, mentre suo padre accendeva lo schermo appeso alla parete. Stavano dando lo spettacolo in prima serata del campionato di morte, con il meglio della settimana. “Dì un po’ figliolo, hai visto il campionato oggi?” “Si pa’, l’ho visto a casa di Mike” rispose in tono sconsolato. Temeva che suo padre sarebbe caduto su quell’argomento. “Hai visto quel tizio, come sì chiamava… Johnson mi pare, quello che si è buttato dal grattacielo su una distesa di cuspidi appuntite? Hai visto che roba?” “Si, in effetti è stata una gran morte, si è preso il secondo punteggio infatti” “Ah lascia stare va, meritava di vincere, non c’è dubbio. Tutto quel sangue… era uno spettacolo, peccato che non avevo il mio visore tridimensionale in ufficio. A proposito, come funziona il visore nuovo che ti abbiamo regalato? Dev’essere stato magnifico l’atterraggio sulle cuspidi con quel visore” “Si, è una bomba pa’, funziona a meraviglia” rispose, non senza sentire una punta di rimorso per quella menzogna. Finirono di cenare in silenzio, mentre sul teleschermo passavano immagini indiscriminate di morte: di corpi sfasciati, membra attorcigliate. Spuntoni d’ossa che fuoriuscivano, come canne spezzate da un acquitrino di sangue. Capelli invischiati con gli stessi vasi sanguigni che li avevano nutriti, aggrovigliati in un intrico di spire, simili a cavi elettrici sfilacciati. Orbite vacue, liquefatte, che guardavano in faccia la vuota causa della propria fine. Seguite dall’elettrizzato commento fuori campo, che si dilungava in un’impietosa analisi di quelle viscere annodate, descrivendo quali erano i punti a favore o meno del concorrente, ormai cadavere. Le immagini dei primi piani indugiavano sui dettagli più macabri e sanguinosi, mentre dalle panoramiche, l’immagine che ne veniva era quella di uno sfasciacarrozze di un altro mondo, dove le macchine gettavano gli umani definitivamente fuori uso. Suo padre stava sorseggiando lentamente una tazza di caffè, mentre dallo schermo le ultime immagini, seguite dalla sigla, mettevano fine all’edizione serale del campionato di morte. “Dì Al”, esordì suo padre, “tra qualche mese diventerai maggiorenne. Hai già pensato al progetto della morte da presentare al campionato? Se ti serve una mano sarei contento di aiutarti”. Al guardò suo padre, e per un attimo, un’espressione che implorava pietà, ma che non fu colta, passò sul suo volto “No, pa’, non ho ancora pensato a nulla” rispose laconico. “Bhe dovresti cominciare a pensarci invece” suggerì suo padre “altrimenti potrebbero restarti poche possibilità di rientrare negli under venti. E lo sai anche tu quanto sia agguerrita la concorrenza nei senior. Non credo ti resterebbero molte possibilità con quei pazzi”. “Senti, non voglio pensarci” cominciò Al “non ora almeno, non mi va. Non sono nemmeno convinto di voler partecipare a quel maledetto campionato”. Suo padre sbarrò gli occhi in un’espressione d’incredulità, appoggiò la tazza, e disse: “Ma non starai scherzando figliolo, vorresti davvero dirmi che non vuoi partecipare al campionato? Ti rendi conto che è una cosa pazzesca? Chi è scartato deve rassegnarsi a vivere una vita mediocre, è capitato a me, e ti giuro che non vorrei mai, un giorno, doverti vedere nelle mie condizioni. Ma, chi non partecipa alle selezioni… Non voglio nemmeno pensarci, sarebbe orribile”. “Ho detto che non voglio parlarne!” gridò Al, alzandosi di scatto e mandando a sbattere la sedia contro il pensile della cucina. Lanciò uno sguardo carico d’ira a suo padre, e imboccò di corsa le scale verso la sua camera. “Lascialo stare caro” disse la madre al marito, che aveva accennato ad alzarsi per seguire il figlio “è soltanto un ragazzo, non dovresti mettergli troppa pressione. Probabilmente è già abbastanza nervoso per conto suo per tutta questa storia del campionato.” “Ma hai sentito quello ha detto?” fece lui “non sa nemmeno se vuole partecipare, ma voglio dire, sta scherzando? Si rende conto a cosa va incontro? Finirà emarginato per il resto della sua vita. Non potrà nemmeno pensare di avere un lavoro, o una ragazza, degli amici, una vita mediocre come tutti noi che siamo stati eliminati” “no, no…” proseguì, “ho il dovere di fargli capire a cosa va incontro, costi quel che costi… lo deve capire”. “Gli parlerai domani caro” disse la moglie cercando di ammansirlo “ora lascialo stare. Domani sarà più calmo, e sicuramente ti darà ascolto”. La mattina dopo, Al era in classe, e assisteva distratto alla lezione della signora Anselmo, che per rendere più interessante una lezione di fisica, stava illustrando quali relazioni c’erano tra la conoscenza della fisica, ed una morte progettata ad arte. Stava dicendo, appunto, che sia si entrasse nel campo della balistica, della caduta, o perché no, anche dello squartamento; c’erano in ogni caso da prendere in considerazione le leggi della fisica. Bisognava, infatti, conoscere alla perfezione l’accelerazione di gravità, calcolare i coefficienti di attrito, sapere la formula di una parabola, e calcolare velocità espresse in metri al secondo. Tutto questo si rendeva necessario per progettare una morte degna di successo. Pertanto, loro che erano all’ultimo anno, e che si affacciavano a quest’importante traguardo: costituito dalle selezioni per il campionato di morte, avevano un motivo in più per studiare la fisica, e per approfondirne ogni possibile applicazione al vivere quotidiano; e anche al morire, aggiunse alla fine con un sardonico sorriso. Suonò la campanella della ricreazione, e Al si avviò, con passo strascicato, verso il corridoio tappezzato d’immagini pubblicitarie, che conduceva al cortile esterno. Mike stava appoggiato alla recinzione, quando lo vide arrivare, allargò un sorriso, e lo accolse con una calorosa pacca sulle spalle. “Cosa c’è vecchio mio, ti vedo un po’ giù stamani” “Lascia stare Mike, ho appena avuto una terrificante ora di fisica con la signora Anselmo” “Non dirlo a me” proruppe l’amico, “Io ce l’ho all’ultima ora. È una vera palla quella donna”. “Dì un po’” continuò “vieni a vedere il campionato da me oggi? Così potresti anche darmi una mano, sai, ho buttato giù una prima bozza del mio progetto di morte, non è un granché, e va sicuramente corretta, ma potresti darci un’occhiata e dirmi cosa ne pensi”. Al ebbe un moto di nausea, solo a sentire parlare del campionato ormai, gli veniva il voltastomaco “Non so Mike, avrei un sacco di cose da fare. Dovrei mettermi a studiare per il compito di matematica, è dopodomani, e non ho ancora aperto il libro”. “Beh non fa nulla” rispose l’altro “vorrà dire che lo guarderai un’altra volta il mio progetto, tanto non c’è nessuna fretta, al mio compleanno mancano ancora sei mesi” “dì un po’, tu hai già pensato a qualcosa per la tua morte?”. Si sentì percorrere da un brivido al suono di quella frase. Se aveva già pensato a qualcosa per la sua morte? Suonava tutto così assurdo e raccapricciante. “Si, in effetti ho già una mezza idea” rispose, non voleva fare la stessa scenata della sera precedente anche con l’amico. “Avevo pensato ad una specie di citazione. Vorrei mettere in scena la riproduzione dell’incedente automobilistico di un romanzo di Ballard”. Era la prima cosa che gli era venuta in mente, e in realtà, non era nemmeno una cattiva idea. Sarebbe stata una rappresentazione contraddistinta da una sottile ed ambigua vena ironica. Non fosse stato per il fatto che non aveva la minima intenzione di farsi a pezzetti dentro un’automobile, davanti ad un’orda di pubblico famelico ed insaziabile. Non avrebbero nemmeno capito il sarcasmo che si sarebbe celato sotto ad una cosa simile. E poi no, era fuori discussione. “Lascia stare quelle stronzate” disse l’amico confermando i suoi pensieri “La gente vuole vedere cose spettacolari, schizzi di sangue e tutto il resto. Una cosa simile sarebbe un fiasco, finiresti per sprecare la tua cartuccia. Dammi retta, dai prima un’occhiata al mio progetto, e vedrai che ti servirà da spunto, mica mi offendo se lo copi un po’, basta che non lo fai proprio uguale”. Al tornò a casa, malinconico, gli sembrava di non aver nessuna speranza. Il mondo girava esclusivamente intorno a quel terribile spettacolo di morte. Per lui non c’era nulla da fare, o si adattava a parteciparvi, oppure avrebbe dovuto vivere esiliato da tutti per il resto della sua vita. Il primo caso equivaleva ad ammettere la sconfitta, e consegnarsi spontaneamente al nemico. Nel secondo caso, beh, anche se continuava a vivere, la vita certamente non avrebbe più avuto molto senso, bandito a quel modo dalla società. Arrivato a casa, provò davvero a studiare, ma non vi riuscì. Il pensiero della morte lo assillava, lo assillavano le aspettative che gli altri avevano nei suoi confronti, e la perentorietà, con la quale la società gestiva le sue regole di comportamento. Aderire, conformarsi, era l’unica scelta. L’individuo, da solo non aveva scampo, non poteva ribellarsi in alcun modo, non vi erano possibilità di opporsi. La vecchia massima “Con noi, o contro di noi” del ventunesimo secolo, non valeva più, non aveva senso in quel mondo. Ora era più esatto dire: “Con noi, oppure non esisti”. In ogni caso ti aspettava la morte. La morte fisica, cruenta, di chi partecipava alla trasmissione; la morte civile, l’esilio, per chi si asteneva. In fin dei conti, l’ineluttabilità della morte restava in ogni caso l’unico punto fermo dell’essere umano, anche nella società moderna, la quale però, si sostituiva ai limiti biologici dell’uomo, non per cambiarne il destino, ma soltanto per anticiparlo. Lasciò lo studio, e andò nella camera dei genitori. Prese a sfogliare un vecchio album di fotografie, e si sorprese a commuoversi facilmente di fronte alle immagini che lo ritraevano da piccolo, circondato dalle attenzioni dei suoi genitori. Le foto dei suoi compleanni, attorniato dai regali. Oppure quelle di natale, con l’inquadratura davanti al grande abete di plastica, con la base cinta di pacchi infiocchettati, e la sua faccia, la sua faccia di bambino, che anche allora, davanti a tutta quell’opulenza, tradiva un’espressione di noia, se non addirittura di fastidio. Ripose il grosso album nell’armadio. Gli cadde lo sguardo sul ripiano più alto, dove stava appeso a due ganci il fucile di suo padre. Un modello di grosso calibro, a canne mozze, che avrebbe dovuto usare nella sua morte, se avesse passato le selezioni. Tolse il fucile dai ganci, e lo osservò. Un sottile strato di polvere ricopriva l’acciaio della canna. Ne aprì l’otturatore: era scarico. Sopra al ripiano c’era una scatola con le munizioni, per la maggior parte erano a salve, ma in uno scomparto diviso c’erano anche quelle caricate a piombo, ce n’erano di diverse misure. Al inserì una delle cartucce a salve nell’otturatore, poi tolse la sicura, e provò a tirare il grilletto. Un fragoroso boato riempì la stanza, e gli fece fischiare le orecchie per diversi minuti. Scese in cucina, e porto con sé il fucile e la scatola di cartucce. Passò un po’ di tempo a studiare l’arma alla luce bianca e fredda dei neon. Ne ripulì la canna brunita con un panno, poi lo passò sulla superficie del calcio, che tornò a brillare lucida. Mentre il pomeriggio si trascinava verso la sera, e le ombre dentro la stanza s’incupivano, Al continuò ad occuparsi del fucile. Lo ripuliva col panno, passandolo sulla lunghezza della canna, sopra al calcio, indugiando sull’otturatore, saggiando la resistenza del grilletto; lambendo l’arma, assorto in uno stato di trance. C’era, nel tenere in mano quel fucile, nel toccarlo, uno strano potere che defluiva in lui. Una forza che lo ammaliava, e al tempo stesso lo inebriava, percorrendo il suo corpo come un brivido, trasmettendogli una lucidità che non aveva mai conosciuto. Il sole era già scomparso dal cielo della città, ed un denso manto nero ne aveva preso il posto, perforato soltanto dalla luce delle insegne pubblicitarie al plasma. Fitti branchi di autovetture percorrevano le strade, di ritorno dai luoghi di lavoro. E le luci azzurrognole dei teleschermi cominciavano a brillare dietro le imposte chiuse delle abitazioni. La madre di Al armeggiò con la serratura, prima di riuscire ad aprirla “Sbrigati” la sollecitò il marito “che qua fuori si muore di freddo”. Entrarono, e furono accolti da un gradevole profumo di arrosto che proveniva dalla cucina. “Che delizia” affermò lei, inspirando profonde boccate dalle narici “vediamo un po’ cosa c’è di buono qua dentro”, e sollevò il coperchio della pentola. “Guarda” disse “il nostro Al ci ha preparato l’arrosto”. “Si, si, lo vedo” bofonchiò il marito. “Cosa c’è?” disse lei, “ce l’hai ancora per quella storia di ieri sera?” “No” si difese lui “è che non mi sentirò tranquillo finché non avrò chiarito questa cosa con lui”. Si spogliarono dei soprabiti, mentre nella casa aleggiava il più assoluto silenzio. “Che strano” disse lei “che fine avrà fatto Al, non si sente volare una mosca”. “Sarà in camera sua” rispose il marito “delle volte se ne sta là dentro con le cuffie, non sentirebbe nemmeno la quarta guerra mondiale” “Vado a vedere” disse lei. Dopo qualche minuto, il padre di Al si avviò al piano di sopra. “Allora, che fine ha fatto?” chiese alla moglie, che era immobile di fronte alla camera del figlio. Si fermò anch’egli sull’uscio, ed un infinito attimo di stupore si dilatò sul suo volto. Il ragazzo era sdraiato sul letto, di traverso, con i piedi appoggiati a terra. Gli mancava completamente la testa, al suo posto, spuntava un mozzicone di spina dorsale, dalla quale invece, pendevano attaccati a brandelli i muscoli del collo. Sul muro, dietro di lui, un’enorme chiazza di materiale nero e bianchiccio, stava appiccicato al muro, attorno al quale, simile alla corolla di una rosa, si allargava una corona di macchie rossastre, che sfumava gradatamente verso l’esterno. Nelle mani, stringeva ancora il fucile. “Mio Dio” sospiro il padre, “è uno spettacolo magnifico!” “Hai visto?” lo rimproverò la moglie “e tu che stavi sempre a criticarlo. Lui voleva farti una sorpresa, si stava allenando per allestire la sua morte con il tuo stesso fucile. Non ne sei minimamente degno”. “Maledizione” disse il marito incredulo “se solo avessi saputo… Che peccato gli sia partito il colpo nelle prove, avrà sbagliato a caricare il fucile, c’erano alcune cartucce cariche in mezzo a quelle a salve”. “È un vero peccato” ripeté, “avrebbe fatto un’ottima figura, davvero. Hai visto tutto quegli schizzi sul muro? È un lavoro da professionista; aveva della stoffa il ragazzo, peccato gli sia andata male, e non abbia avuto l’occasione di dimostrarlo a tutti”. “Già, era un bravo ragazzo” disse in tono malinconico la madre “ci aveva anche preparato la cena prima di fare le prove” “a proposito, andiamo caro, o l’arrosto si fredderà”.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: