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lavoro pubblicato venerdì 14 gennaio 2005
ultima lettura lunedì 13 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

CAPITOLO 6 - IL FANTASMA

di 761-176. Letto 1186 volte. Dallo scaffale Pulp

IL FANTASMA Ah! Dottore. Quanta fatica mi costa mettermi qui a scrivere tutto questo pantano per lei. Mi fa schifo. Non si gode, non c'è niente da ...

IL FANTASMA Ah! Dottore. Quanta fatica mi costa mettermi qui a scrivere tutto questo pantano per lei. Mi fa schifo. Non si gode, non c'è niente da inventare, niente, niente da fare. Io odio lei e me e tutta la razza umana, dottore. Cosa cazzo significa, scrivere, cosa cazzo significa questo niente di niente di tutto quanto? Niente! Cazzo! Ma c'è il patto. Io scrivo la mia storia, così lei mi analizza il cervello, un po' come si capisce se uno ha certe malattie analizzandogli gli escrementi, e in cambio io ho la pace. Grande cosa, la pace. Niente più visite, niente più mia madre che inizia a piangere e poi alla fine, quando vede che non voglio affatto collaborare, che per me andarmene in galera vale un posto come un altro, prende a insultarmi ed esce sbattendo la porta. I fantasmi no. Quelli non li tiene fuori nessuno. Si parte. Ero a casa e non riuscivo a lavorare. C'era questa storia, delle vergini incazzate e lesbiche che odiavano e uccidevano gli uomini, e del coraggioso ispettore di polizia superdotato che doveva salvare la città a colpi di uccello. Lui le scopava, e loro istantaneamente si redimevano, spinte dal peso della lussuria e dei venticinque centimetri dell'ispettore. Ma la storia non voleva andare avanti, e così ho preferito uscire, per non dover stare a casa a guardare i piatti sporchi e la polvere galleggiante, per non dover pensare che è ora di dare una bella pulita, magari appiccando il fuoco a tutto quanto, un bel fuoco disinfettante eh dottore, e per la centesima volta non farlo. Scesi giù in strada, e c'era bel tempo. Gli uccellini cinguettavano, proprio così, cinguettavano da farmi impazzire, con le loro vocette stridule, ed io, che non mi masturbavo da tre giorni, parevo un pazzo animale in amore, col mio girare la testa a fissare di scatto tutte le gonnelline corte che mi passavano davanti. C'era la primavera nell'aria. Feci uno starnuto. Maledetta allergia, tutti gli anni la stessa storia. Insomma avevo diciamo non proprio deciso perchè non credo di esserne capace, però accettato l'idea che mi era sorta in testa di fare un po' il giro dei bar, per bere fino a non pensarci più, e vedere cosa succedeva. Ma adesso devo riparare a una cazzata che ho appena detto. Perchè bisogna essere precisi. Ecco cosa: non è che quando bevi non ci pensi più. E' una grossa balla che ti raccontano gli astemi, come quelli che ti dicono che la droga è per sfuggire la realtà. Ecco la verità: secondo, la droga è realtà, una realtà come tante, talmente reale che se non ci stai attento ti ammazza pure, ditemi voi se una cosa che ti uccide può non essere reale. E primo, bere non ti fa dimenticare un bel niente. Ti ricordi tutto, e ci pensi ancora, solo che non te ne frega più niente. E adesso riprendiamo a raccontare. Il primo bar: sotto casa, troppo sputtanato, non mi va di subirmi le occhiate storte del barista vecchio e secco. Una di quelle occhiate potrebbe per caso centrare il punto nodale della mia anima, e stecchirmi sul colpo. Poi giù lungo via Garibaldi, uno che aveva appena aperto. Bene bene. Chiesi un Havana7 con due cubetti di ghiaccio. Il trucco è questo, che il ghiaccio glielo devi chiedere dopo che ti hanno riempito il bicchiere di rum. Altrimenti succede che il bicchiere te lo riempiono sempre fino allo stesso tot, perchè i baristi sono una razza bastarda e con loro non si ragiona, ma la roba che c'è dentro è per metà rum e il resto acqua solida. C'era una ragazza seduta al tavolino più in là. Mi stava guardando. Ma va', mi avrà scambiato per qualcun altro. Si chiamava Paola. Mi stava proprio guardando. Aveva gli occhi neri e i capelli neri tagliati corti a caschetto. L'aria sbarazzina. Che cazzo di parola stupida, ma è che ce l'aveva proprio, l'aria sbarazzina. Mi fece un sorriso. Un po' per il fatto che ero ormai drogato di solitudine e puzza del mio stesso sudore, forse per via di che erano tre giorni che non usavo il pisello altro che per pisciare, senza sapere neanche se ancora sarebbe stato capace di svolgere la sua più nobile funzione, avevo in quel frangente un po' di fifa. Ma restai a guardarla. Aveva questo carattere particolare, di prendersi cura della gente, chissà se per bontà o per la risposta numero due, che è per sentirsi importante e indispensabile. Propendo per l'ipotesi numero due, ora, però all'epoca ancora non lo sapevo. E, capite, vedermi ridotto in quelle condizioni aveva scatenato in lei l'istinto dell'infermiera premurosa, l'aveva fatta pensare "Io lo posso salvare, posso rendere felice questo bestione grosso e pelato, lo riuscirò a rendere di nuovo un essere umano a tutti gli effetti". Sapeva del trucco del ghiaccio, e così ci siamo messi a parlare e a ridere. Me ne innamorai quasi subito. Che cosa schifosa, l'amore, dottore. Una cosa così strana eppure così normale, che ci fa sorridere delle banalità e struggere di tenerezza nel leggere le frasi che gli innamorati più sprezzanti del pericolo di noi scrivono sui cavalcavia delle strade a scorrimento veloce. Adesso Paola è morta. Mi manca, dottore, la sua mano che mi accarezza i coglioni. E le sue cosce. No, lei no. L'ho uccisa, perchè non potevo più sopportare che esistesse, non potevo più stare lì a guardarla, a pensare a lei come a un essere umano vivo e cosciente di quello di cui lei era cosciente. Perciò, dottore, non è lei che mi manca. Ma le sue cosce, la sua mano sui miei coglioni.


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