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lavoro pubblicato venerdì 14 gennaio 2005
ultima lettura mercoledì 10 luglio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

CAPITOLO 3 - L'ANACONDA

di 761-176. Letto 2001 volte. Dallo scaffale Pulp

L'ANACONDA Le edizioni dell'Anaconda erano in uno stabile anonimo al centro di Viterbo. In pochi sapevano che è là dentro. Ci sono cose che la gente ...

L'ANACONDA Le edizioni dell'Anaconda erano in uno stabile anonimo al centro di Viterbo. In pochi sapevano che è là dentro. Ci sono cose che la gente non va in giro a vantarsi di fare, roba tipo torturare gli animali, scoparsi la nonna o pubblicare il più diffuso fumetto porno d'Italia. E in quel palazzo si ediva un fumetto i cui protagonisti spesso e volentieri si scopavano la propria nonna, e che per un certo periodo in cui tale fatto era molto in voga avevano infierito carnalmente su una sbalorditiva varietà di animali. E questo è tutto. Un po' di storia, se a qualcuno va. Le edizioni dell'Anaconda erano nate a metà degli anni cinquanta, quando produrre una rivista porno di quelle con le foto a colori sarebbe costato ancora troppo, ed avevano fatto un mucchio di soldi fino all'inizio degli anni ottanta. Poi si era tirato avanti con alterna fortuna, finchè l'avvento di internet e della valanga di pornografia visionabile direttamente dalla propria poltrona macchiata di sperma, senza dover nemmeno subire l'occhiata maliziosa dell'edicolante, aveva messo definitivamente in ginocchio l'azienda. E questo è anche troppo. Andai su in redazione a consegnare le tavole della mia storia. E pensare che quando andavo al liceo il mio sogno era di faro lo scrittore. Lo scrittore serio, capite, non sceneggiare e disegnare fumetti porno per segaioli tredicenni e cinquantenni scapoli e pervertiti. E già mi andava bene, allora, che almeno non ero ancora finito al manicomio. Ma vabbè. Il direttore era sulla settantina, corpulento e maleodorante. "Ah, buongiorno, è lei. Si accomodi." Mi accomodai. "Ehm. Ho le tavole. Ventisei pagine. E' buono, stavolta credo di aver fatto un buon lavoro." Non che importasse molto, al direttore, la qualità del lavoro. L'importante era rispettare la regola del settanta per cento. Su cento tavole che disegnavi, settanta dovevano rappresentare scene di sesso. Questo naturalmente lasciava ben poco spazio alla effettiva trama dei racconti, che si trascinava arrancando fra colpi di scena improponibili e concitate spiegazioni compresse in due o tre vignette. "Bene, bene." Avevo saputo da Oreste che il direttore aveva intenzione di dichiarare fallimento al più presto, appena fosse riuscito a piazzare al mercato nero tutte le scorte di carta che aveva in magazzino e che non sarebbe mai riuscito a pagare. Avrei potuto anche consegnare una storia della natività, con tanto di bue ed asinello e pastorelli e madri vergini e castigatissime, che a nessuno sarebbe importato un accidente. E invece fu proprio in quel periodo che scrissi alcune delle mie storie migliori. Molte delle quali non giunsero mai in sala stampa. Un vero peccato. Il direttore fece un sospiro. "Abbiamo deciso di ridurre le pubblicazioni. Eliminiamo due collane." . La casa editrice pubblicava cinque collane. Sarebbero state eliminate "Trans-potting", con buona pace di chi si eccitava solo a vedere donne dotate di membro, e "Peste e corna". La chiusura di peste e corna mi lasciava interdetto. Le casalinghe infoiate e traditrici erano da sempre il punto forte delle vendite dell'Anaconda. Ma ci doveva essere sotto qualche motivo economico, se era vero quello che diceva Oreste. Ecco chi era Oreste. Lo incontrai fuori dalla porta del direttore e scendemmo insieme a prendere un caffè nel baretto della stazione di Porta Romana. Oreste aveva più o meno la mia età, ed era uno dei disegnatori dell'Anaconda. Avevamo fatto amicizia, da quando lo avevo aiutato nelle sceneggiature di alcune sue storie. Scrivere sceneggiature non era il suo forte, neanche quando si trattava di sceneggiature praticamente inesistenti come quelle dei fumetti a luci rosse. Ma disegnava da dio, e glielo dicevo sempre che era sprecato in quel cesso di posto. Lui scuoteva la testa e alzava le spalle. Tipo strano, Oreste, per questo che ci ero diventato amico. Per quanto si possa essere amici di uno così, riservato al limite della paranoia com'era. Il bar era perfetto, piccolo e sporco. Il barista un calabrese emigrato, coi baffi bianchi macchiati di tabacco, analfabeta, semiritardato e ubriacone. Oreste stava lì, con la sua solita aria assente, ed era tranquillo. Quasi allegro, quasi. Non lo sapeva mica che di lì a una settimana sarei stato uno degli invitati al suo funerale.


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