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lavoro pubblicato domenica 9 gennaio 2005
ultima lettura venerdì 30 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Aldronn - prima parte

di Leo. Letto 1368 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Cap. – I – Prigionieri L'astronave era ferma in orbita circolare sul pianeta sottostante. Invisibile ai radar, grazie all'ava...

Cap. – I – Prigionieri L'astronave era ferma in orbita circolare sul pianeta sottostante. Invisibile ai radar, grazie all'avanzata tecnologia impiegata per la sua costruzione, era l'orgoglio della flotta d'esplorazione dello spazio interstellare, del pianeta da cui proveniva. Il pianeta era bello, ricco d'acque e vita, ottimo per lo sfruttamento di quelle ricchezze, che gli scandagli ipersensibili continuavano a trasformare in cifre e diagrammi. - Osserva quanto materiale possiamo sfruttare, il pianeta e’ ricco, Aldronn trarrebbe enorme beneficio dalla sua occupazione e noi diverremmo ricchi e famosi, forse ci darebbero il protettorato come primi scopritori – disse il comandante al II° ufficiale. - Personalmente non ci terrei, preferisco la ricerca spaziale di nuovi mondi, se devo vivere lontano da Aldronn, preferisco farlo stando nello spazio. Consiglierei il comandante di osservare anche il tipo di esseri che vivono laggiu’, spesso il quadro biologico di un pianeta e’ altrettanto interessante di quello minerale. - Ho letto i resoconti, non trovo niente di piacevole, secondo me, dovremmo mandare il tutto al Comando Generale, e’ il luogo adatto per una decisione così difficile, qualche suggerimento? - No! Sono dello stesso avviso, gli esseri che vivono sul quel pianeta sono troppi, ancora piuttosto incivili e con una certa attitudine all'aggressivita’. Il tentativo di una conquista senza un piano e senza truppe ci porterebbe forse al fallimento. Consiglierei di studiare il pianeta ancora qualche colonna e di catturare esemplari di quella razza... per studiarne le reazioni, l'intelligenza e quant'altro serve al Comando. - Ottima idea, predisponga. Era notte, l'auto percorreva lentamente la statale 116, ormai in vista della citta’. Improvvisamente le lamiere dell'auto iniziarono a scricchiolare, il guidatore allarmato freno’. Cercando di sovrastare le grida di spavento, grido’ contemporaneamente agli altri occupanti della vettura di uscire. L’auto andava ormai avanti per inerzia. Vi fu un vorticare sempre piu’ veloce, l'uomo tento’ di sterzare, mentre la moglie al fianco cercava di aprire lo sportello, una delle bambine fu assalita da conati di vomito, finì in pochi secondi, tutto svanì quando gli occupanti svennero. Cap. II Aldronn Il viaggio alfine termino’, erano passati probabilmente mesi. Una mattina (la definivamo così perche’ era il periodo che seguiva le ore di sonno), entrarono nella cella, tre Aruni. Uno di loro, rivolgendosi a noi adulti disse - - Preparatevi, siamo vicini ad Aldronn, sarete trasferiti, non uscite da questa stanza. - Un momento – disse Ellen – cosa faremo laggiu’? Perche’ non ci portate insieme? Potremmo servirvi. - Impossibile, i nemici li confiniamo laggiu’ e si giro’ per andarsene, poi ripensandoci giro’ la testa deforme e continuo’ - comunque sopravvivrete, le condizioni non sono l'ideale, ma accettabili dal vostro organismo. - Credevamo di aver instaurato un rapporto con voi; almeno con te – intervenni io. - Non mi e’ possibile intromettermi – rispose l’alieno - la nostra legge e’ questa. Finirete i vostri giorni nella miniera. - Bella prospettiva che ci da, questo granchio d’acqua dolce – borbotto’ Ellen fra i denti. Mah! E’ inutile recriminare, e’ meglio prepararsi, su bimbe prendete le vostre cose. - Cosa! – disse Serry - non abbiamo niente. - Beh... almeno gli indumenti che ci hanno dato gli Aruni. - Sono indumenti pesanti – osservo’ – probabilmente fara’ freddo laggiu’. - Certo – intervenni - e’ un pianeta sempre interamente coperto di neve e ghiaccio. Ci sono delle tormente che durano giorni interi, si arriva anche ai 40/50 gradi sotto zero, almeno in alcune zone ed in determinati periodi, pero’ non dura sempre, c’e’ anche una breve stagione calda. Succede quando il pianeta comincia a girare intorno al suo secondo sole, che e’ di un tipo piu’ caldo del primo. - Accidenti, ma chi te le ha dette tutte queste cose – disse Ellen. - Non ti ho accennato, che avrei cercato nella loro banca dati? - Vedo che ci sei riuscito. - E’ bastato chiederlo ad Alfa (avevamo preso l’abitudine di chiamare i vari Aruni, che man mano conoscevamo, con lettere dell’alfabeto greco), sembrano tutti inflessibili e duri, ma in nome della conoscenza, cedono a quasi tutto. Dovevi vedere come mi osservava, mentre studiavo i dati. Secondo me questi pensavano di trattare con degli imbecilli. Credo si siano ricreduti. - Perche’ hanno deciso di rinchiuderci? Forse potevano lasciarci liberi? O scaricarci nello spazio? Per loro sarebbe stato facile. - Credo - dissi - che hanno abbastanza rispetto per la vita, da non ucciderci senza motivo, ma hanno anche una forte fobia per tutti gli alieni, per tutti quelli di altre razze. Ho letto che vi e’ una razza nemica molto potente, ma non so altro, quando ho cercato di penetrare negli archivi, avevano gia’ posto il blocco. - Non capisco, come possiamo rappresentare un pericolo per loro? Siamo solo quattro, contro un’astronave di un migliaio d'Aruni. - Non e’ il pericolo – risposi – ma la sua rappresentazione, siamo diversi, quindi nemici, capito? - Mah! Scortati alla navicella da due dei grandi Aruni e da Alfa, decollammo dalla nave madre per posarci sul pianeta sottostante. Il viaggio fu breve, anche se a detta di Serry interminabile. La navetta atterro’ su di una piattaforma di metallo, strano a vedersi, sgombra di neve in un paesaggio completamente innevato. Capimmo il perche’ quando posammo i piedi sopra, irradiava un tenue e costante calore, l’aria un po’ rarefatta era gelida. Tutti e quattro incominciammo a battere i denti. Presi in custodia da due guardie che operavano nella colonia penale, iniziammo a scendere nelle gallerie. Notai che man mano che si procedeva verso giu’, aumentavano gli “esseri” indaffarati a scavare, trivellare, trasportare e quant’altro era necessario in una miniera. Contammo altre tre razze oltre agli Aruni e a noi quattro terrestri. La discesa termino’ tre livelli sottostanti, varie diramazioni si snodavano davanti a noi. Fummo spintonati in un corridoio laterale, di lì in un dormitorio, uno degli Aruni, gesticolando cerco’ di indicarci i posti spettanti. - Puoi anche parlare, comprendiamo abbastanza la vostra lingua - dissi. L’Aruno sembro’ sorpreso, poi con un cenno di assenso rispose - voi dormirete qui, e’ il dormitorio dei Vvill, sono i meno pericolosi. - Andiamo bene! Intervenne Ellen . - La vuoi smettere di borbottare – gli dissi in terrestre - e’ meglio ascoltare per imparare il piu’ possibile da loro. - Chi sono quelli pericolosi? – chiese di rimando all’Aruno. - Prima regola, non dovete parlare nella vostra lingua, ve lo proibiamo. Per quanto riguarda i nostri ospiti... si’ alcuni sono pericolosi. State attenti ai Gorr, per il resto obbedite e lavorate, qualsiasi trasgressione sara’ punita severamente. Avete una colonna di tempo per prepararvi ed indico’ uno strumento appeso alla parete sul fondo. Lo strumento era una specie di termometro, contammo venti colonnine. Man mano che il tempo trascorreva, le colonnine sbiadivano in progressione. In seguito apprendemmo che la colonna rappresentava il tempo standard, con cui si divideva la giornata nella miniera. Il ciclo della giornata era suddiviso in 10 colonne di lavoro, 2 per mangiare e 8 per riposare. Passato il tempo concessoci fummo separati e condotti ai rispettivi posti di lavoro. Scoprii ben presto quale era il fine degli esperimenti manuali, cui eravamo stati sottoposti sull’astronave. Posto alle dipendenze di uno Skrill dovetti, per il resto del turno, cercare di mettere insieme un macchinario difettoso, parte di una scavatrice. Lo Skrill capo, era un essere ricoperto di una liscia pelliccia, fine e ben pettinata, di un bel colore marrone, che s’intonava alle pareti ruvide della grotta dove operavamo. Era alto, con una muscolatura poderosa ed un torace possente. Le lunghe braccia nodose, sembravano clave e le due mani con sei dita mazze. Il viso era chiaramente l’evoluzione di un animale carnivoro. Una fila di denti aguzzi di cui due sporgenti, riempivano la sua bocca smisuratamente grande. Due occhi neri ed acuti sembravano perennemente scrutare sin nell’animo. Non aveva naso, al suo posto c’erano due fori cartilaginosi e in compenso aveva due grosse orecchie a sventola. Vestito semplicemente di una casacca leggera che lo avvolgeva solo in parte, sembrava non accorgersi del freddo dell’ambiente. Lo invidiavo, io avevo perennemente freddo, anche se indossavo due strati d’abiti isolanti, di una foggia tipo indu’ terrestri. Mentre lavoravo, intuivo che anche lo Skrill mi stava studiando, avvertivo il suo sguardo furtivo, per poi accorgermi non appena lo guardavo, che l’attenzione era rivolta altrove. Alla fine del turno seguii l’alieno che mi condusse alla mensa. Vagai con lo sguardo, indugiando sulla moltitudine seduta, una delle bimbe e la madre erano gia’ sedute ad un banco, molto defilato rispetto all’entrata della caverna mensa. Agitando le braccia mi chiamarono, mi avvicinai e chiesi di Roxy. - Non so, non e’ ancora arrivata rispose Ellen - spero non ci siano problemi. Meglio che vai a prendere un contenitore con la cena, prima che si esaurisca, mangiano tutti come lupi. Mi diressi verso un bancone, dov’erano allineati in bella mostra, diversi contenitori per cibo. Le portate erano varie, probabilmente a causa dei diversi gusti e apparati digerenti degli ospiti della prigione, scelsi pietanze a base di fibre vegetali, con la speranza che non fossero disgustose e ritornai al tavolo. nel frattempo era arrivata Roxy con gran sollievo di entrambi. Mangiando in silenzio ci guardammo intorno, studiavamo l'ambiente e quella strana compagnia di esseri. Arrivava una cacofonia di suoni diversi, acuita dalle alte volte della caverna, sembrava di stare in un enorme alveare. - Perche’ sono tutti così brutti Papa’? – chiese Roxy, spezzando la tensione. - Sono di altre razze, Alieni, extraterrestri, specie o come vuoi chiamarli – risposi. - Sono come tanti animali... diversi! Guarda quelli… mangiano senza usare le mani, direttamente dal vassoio. - Anche noi siamo animali, senzienti ed intelligenti pero’. - E questi sono intelligenti? - Credo proprio di si’, stai attenta e non dare fastidio a nessuno, non sappiamo a priori quali reazioni possono avere. Non aver paura in ogni caso, l’importante e’ stare tutti insieme, okay! - Mi piacciono quelli che somigliano agli orsetti, sembrano buoni, con quegli occhioni – disse, indicando un tavolo non molto distante dalla nostra postazioni. - Sono Vvill, a me sembrano piu’ procioni – s’intromise Serry – sono quelli con cui dormiremo stanotte, almeno questo l’ho capito, ma gli altri che sono?. - Quelli sono Skrill – dissi indicando il mio capo all’officina - Proprio quello lavora con me. Ho letto che sono i nemici giurati degli Aruni, mentre quelli con le sembianze di ramarri sono Gorr, quelli che dicono pericolosi. - Con quell’aspetto... ci credo - sentenzio’ torva in viso. Non si poteva dargli torto. I Gorr, infatti, non avevano niente di bello, secondo gli standard terrestri. Erano glabri, almeno nelle parti esposte. La pelle rugosa e vecchia; i grandi occhi, erano acquosi e malsani. La bocca piccola e sporgente, mostrava denti aguzzi ed una lingua sottile e lunga, che saettava fuori in continuazione. Il corpo lungo e curvo nelle spalle, aveva un atteggiamento minaccioso, come di chi e’ pronto all’aggressione. La faccia impressionava di piu’, non perche’ orripilante, ma per l’espressione stampata ed immodificabile, di cattiveria e perfidia. - Guardate hanno la coda! – disse Roxy - Chissa’ se ricresce come alle serpi. - Forse, in effetti, con quelle tute termiche, sembrano lucertoloni vestiti per andare a sciare. Sicuramente sono dei rettili – risposi. - Raccontatemi cosa avete fatto – chiese Ellen alle bimbe. - Io sono andata nei buchi – rispose Roxy. - Anch’io – aggiunse Serry. - Buchi? - Buchi sì, come dei tunnel piccolini e stretti. Si va fino in fondo e ci fanno lasciare una scatola – disse Roxy – poi si sente uno scoppio. - Mine - pensai ad alta voce - ecco perche’ sull’astronave le facevano andare in quei lunghi tubi, questi Aruni non fanno niente senza uno scopo. - Tu che hai fatto? – chiesi a Ellen. - Hai indovinato, la stessa cosa che provavo lassu’, guido un perforatore gigante. Chissa’ perche’ non usano dei piccoli robot al posto delle bambine – continuo’ soprappensiero – eppure li abbiamo visti, ti ricordi quelli con le pinze. - Mm… non lo so, forse perche’ i robot, in caso d’imprevisto, non sono pronti come noi, metti un ostacolo, una sporgenza, non credo che una macchina possa districarsene. - Si’ ma Roxy e’ piccola... non e’ giusto - protesto’ Ellen e comincio’ a piangere sommessamente. L’apparente calma, mantenuta con uno sforzo notevole per lungo tempo, si sciolse in quell’attimo. Le lacrime le solcavano il viso e io non sapevo come consolarla, le presi una mano e l'accarezzai. - Cerca d'essere forte, fallo per le bimbe le sussurrai. Eravamo in una situazione cosi’ assurda. Peggio di un incubo. Fino ad alcuni mesi prima gli alieni erano solo il frutto dell'immaginazione di qualche squilibrato, nella migliore delle ipotesi storie per riempire pagine di qualche rotocalco di second'ordine. Ora erano li’, insieme con noi. Non una ma quattro specie, non riuscivamo a comprendere ancora la portata di quello che ci succedeva e dove ci avrebbe condotto. L’unica via d'uscita per non arrivare alla pazzia, stava nell’accettare la situazione, far finta che le cose fossero normali, in questo, paradossalmente eravamo aiutati dalle bambine. Era straordinaria la facilita’ con cui le due si adeguavano alla situazione. Il luogo comune dell'adattabilita’ dei piccoli, doveva avere per certo un fondamento. Decisi di riprendere il dialogo per tentare di alleggerire la tensione. - Vi danno almeno delle istruzioni, dei supporti, qualcosa per proteggervi in caso di pericolo? – chiesi a Serry. - Siamo in collegamento video con gli Aruni, ci mettono una cuffia con auricolare ed abbiamo una specie di torcia sulla fronte per guardare avanti. Quando arriviamo al punto che ci indicano, depositiamo la scatola e schiacciamo un bottone, poi torniamo indietro. La conversazione fu seguita con aperto interesse dai Vvill, anche se non capivano niente di terrestre, mentre gli Skrill seduti ai tavoli dall’altro lato facevano finta di niente, eccetto l’individuo capo dell’officina. Poco dopo suono’ una sirena, era ora di uscire, seguimmo il flusso e c’incolonnammo in mezzo ai Vvill, ci avrebbero condotto ai dormitori. Quello assegnatoci nella mattinata era in una caverna non molto grande, con una cinquantina di scatole allineate per terra, in due file una di fronte all’altra. Il termine scatole non rende giustizia a quelle meraviglie tecnologiche. Erano, infatti, delle conche rivestite all’interno di materiale isolante, studiate per proteggere dal freddo, che di giorno si aggirava costantemente intorno agli 8-10 gradi, secondo la profondita’ delle caverne e gallerie, la notte pero’ scendeva bruscamente sino ai 2-3 grandi sotto zero. Oltre all’isolante, sicuramente esisteva un congegno, non visibile, che una volta abbassato il coperchio, manteneva la temperatura corporea sempre eguale, come in un bozzolo. Il risultato finale era un dolce tepore che ci cullava finche’ non si cadeva nelle braccia di Morfeo, il che avveniva quasi istantaneamente, in pratica crollavamo in stato catatonico dalla stanchezza. Quella prima sera cercammo di capire il funzionamento dei letti guardando i Vvill. Purtroppo quella strana razza, aveva notammo, la brutta abitudine di scrutarci in ogni nostro movimento. - Bisogna svestirsi proprio davanti a tutti? guardano tutto cio’ che facciamo – protesto’ Ellen. - Puoi andare nei bagni per svestirti, pero’ avrai freddo, certo loro non ne hanno bisogno con quella folta pelliccia che si ritrovano. A me sembra che guardino solo te, forse gli piaci, ti troveranno attraente ed interessante– dissi ridacchiando. - Scemo! I bagni della miniera, nella grotta attigua, erano dei semplici buchi canalizzati e delle conche a parete per lavarsi. Veramente in Aruno si chiamavano testualmente “evacuatori dei residui”, a Ellen pero’ non piaceva, troppo esplicito come vocabolo, percio’ di comune accordo decidemmo di continuare ad usare il nostro vocabolo terrestre. Ellen, indugio’ un attimo, poi vi si diresse con passo deciso, lanciando uno sguardo pieno di collera agli alieni. I Vvill forse percependo il cambio d’umore, distolsero l’attenzione. Nell’attesa iniziai a studiare apertamente i miei nuovi compagni di camera. Erano delle creature buffe, piccole e magre, anche se la folta pelliccia li arrotondava, in genere la loro altezza non superava il metro e mezzo. Le pellicce avevano varie sfumature, da quelle scure dei maschi (avemmo modo di impararlo in seguito) a quelle piu’ tenui color pastello delle femmine, ne contammo solo due nel gruppo, erano leggermente piu’ massicce dei loro pari, l’effetto complessivo non era spiacevole. La cosa buffa era l’espressione della faccia, perennemente attonita, incredula, come quella di un bambino colto a rubare la marmellata. L’impressione di tranquillita’, contrastava con la tristezza, degli occhi. Lo struggimento, per qualcosa che non comprendevamo era cosi’ palese, che colpiva come un pugno. Nel fisico, somigliavano vagamente ad orsi bruni delle foreste terrestri, avevano pero’ la testa molto grossa ed arrotondata. La faccia era piatta, il naso nero bitorzoluto e per molti di loro, pendente. Avevano poi una specie di cerchietti di peli piu’ scuri, intorno agli occhi, sembravano occhiali, il che conferiva loro, un vago aspetto intellettuale. Avevo osservato che tutti i Vvill erano adibiti ai lavori pesanti, spostavano, caricavano, pulivano dai detriti le gallerie, erano perennemente indaffarati a trascinare le loro corte gambe avanti e indietro. Probabilmente era una scelta degli Aruni, forse, pensai in quel momento, dettata dalla scarsa intelligenza dei Vvill, invece come si dimostro’ in seguito, si trattava di una scelta gerarchica fra le razze. Nel frattempo arrivo’ Ellen, si guardo’ intorno e meravigliata osservo’ - Non guardano piu’, e’ una fortuna, incominciavano ad innervosirmi. - Sembrano timidi e’ bastato il tuo sguardo feroce e un tono di voce piu’ alto, per ottenere un po’ d’indifferenza. - La prossima volta ci provo ancora e mi gratifico’ del primo sorriso, da quando eravamo sbarcati su Aldronn - Non esagerare pero’, a me sembrano molto vulnerabili. - Va bene! Significa che gli daro’ una grattata sulla nuca come ai cuccioli dei cani. Ci chiudemmo nei gusci e ci addormentammo. La mattina, svegliati dall’urlo della sirena, trovammo un Aruno pronto ad intrupparci. Continuo’ ad andare lungo il dormitorio punzecchiando e sbraitando contro quelli che non erano abbastanza veloci. Per fortuna le bimbe si comportarono bene, anche se dovetti scuoterle, quando un paio di Vvill furono piuttosto bistrattati. Scoprimmo quella mattina, d’avere solo circa un decimo di colonna per la toilette. Ellen e Serry, spintonando senza ritegno un paio di Vvill, arrivarono per prime. Capii in quel momento, che forse avevano finalmente capito come sopravvivere in quella situazione. Prendemmo di corsa un contenitore di cibo a scelta, tra quelli portati dal guardiano e andammo ai rispettivi posti di lavoro. Il primo turno passo’ tranquillamente, cercai di scambiare qualche osservazione con lo Skrill capo, fui sistematicamente ignorato, quindi tentai con altri due, che lavoravano sempre in coppia, ottenendo lo stesso risultato. Con l’unico Gorr non ci provai neanche. Lo guardavo raramente, somigliava in modo impressionante ad un lucertolone e l'istintiva repulsione verso i rettili che provavo gia’ sulla Terra, li’ trovava terreno fertile. Il Gorr non era piccolo, i piu’ grandi che avevo visto, raggiungevano tranquillamente i due metri d’altezza. La differenza sostanziale con una lucertola terrestre, stava nella sommita’ della testa. Era gonfia e incavata al centro, come a formare la parte superiore di un cuore che sfumava in un grosso collo sulle spalle, di un grigio piu’ scuro rispetto alla faccia. Di li’ partivano alcune venature che sembravano solchi, arrivavano fin sulla schiena. Gli arti superiori erano lunghi e poco robusti, almeno questa era l’impressione che dava. Le mani molto sottili, terminavano con tre dita dai grossi artigli. La coda, grossa all’attaccatura terminava quasi a punta, si muoveva assecondando il ritmo del corpo, una sorta di bilanciere. Un uso sicuro era quello di sedile, avevo notato che il Gorr quando lavorava fisso al banco, spesso si appoggiava alla coda ritorta. Perfino in quella situazione, ebbi modo in quei primi giorni di sentirmi privilegiato, vivevo un’esperienza disgraziata, ma in fondo unica, in quelle caverne, viveva tutto uno spaccato di vita. Cinque razze di esseri senzienti, diversi tra loro, probabilmente si rifacevano per sommi capi all’evoluzione predominante sui propri pianeti. Era da presumere che quegli esseri, rappresentassero lo stadio piu’ avanzato dei rispettivi mondi. In quel momento a me premeva capire fin dove si spingeva la loro intelligenza e conoscenza. La mia famiglia aveva ormai superato la fase critica iniziale, senza aver subito troppi danni psicologici. Trovammo in noi stessi, nell’amore e nell’aiuto reciproco, la forza di superare i vari traumi. Superato il primo (la vista degli Aruni e quindi l’impatto con un ordine di cose diverso), il resto lo superammo abbastanza agevolmente. Per le bimbe, meno introspettive e piu’ spontanee, il vivere e la sfera degli interessi, si esauriva con la famiglia. Roxy aveva sintetizzato all’estremo questo pensiero. Da un lato c’eravamo noi, dall’altro i brutti, gli “alieni”. Quello stesso giorno, dopo la sosta pranzo, un Aruno mi prelevo’ nella mensa e mi scorto’ in un'enorme caverna. Era piena zeppa di schermi olografici 3D, consolle, leve e tasti. Nella sala si sentiva solo un vago ronzio e un leggero diffuso ticchettio. Sembrava una delle tante sale operative che avevo visto sull'astronave. Ogni posto era occupato da un Aruno, non si vedevano le altre razze e non poteva essere altrimenti. Restai fermo con la scorta per poco, finche’ ci avvicino’ un Aruno graduato. - Quella e’ la tua postazione - mi disse, strascicando vocali nel tipico modo della loro specie e indicando una consolle libera. - Sei risultato idoneo nell’uso dei trasmettitori di dati, conosci la nostra scrittura, ma specialmente i vostri numeri... usali, altrimenti sarai espulso in superficie. - Vieni ti mostrero’ cosa trasmettere... e come, aggiunse. Procedemmo fino all'estrema destra della terza ed ultima fila. Appena assunta la posizione, vidi la versione olografica 3D, di una serie di cifre arabe terrestri che galleggiavano nell'aria, insieme a poche frasi arune, che si ripetevano ad intervalli regolari. Capii subito di cosa si trattava, mi sistemai la pinza auricolare all'orecchio e diedi oralmente l'ordine alla banca dati d'incominciare. La faccia dell'Aruno inizio’ a denunciare, oltre alla solita alterigia, uno sfondo di meraviglia. Sorrisi, solleticato nell’orgoglio. La supponenza era la costante del carattere Aruno, costantemente mostrato e tenuto come punto fermo della loro coscienza, tutti i componenti di quella razza si reputavano al di sopra degli altri, persino agli intelligenti Skrill. Scoprire che un essere di una specie “inferiore”, era in grado di usare i loro aggeggi con maestria e competenza, senza che gli fosse stato spiegato come fare, fu per l'Aruno uno smacco, per me uno spasso. Con un sorrisetto di compiacimento, decisi di punzecchiare quel borioso. - Vedo che avete sostituito il vostro astruso metodo di calcolo, con quello nostro! Non ottenendo risposta rincarai la dose. - Devo dedurre che noi terrestri possiamo insegnarvi qualcosa, sei d’accordo? - Il tuo vanto e’ inutile albrich (inferiore) - rispose l’Aruno – abbiamo studiato per sommi capi la vostra civilta’. Nei nostri confronti siete a livello barbaro. E’ vero... a volte prendiamo qualcosa delle conoscenze altrui, ma non ha importanza. Il dato certo e’ che la nostra scienza e’ superiore a quella di tutte le razze incontrate sinora. - Cosa mi dici allora degli Skrill? – insistei. La presunzione di quell'essere mi rendeva furioso. L’Aruno mi guardo’ per qualche istante, freddamente, poi esclamo’ – solo parassiti, pazzi, non hanno una mente razionale. - A me sembrano in gamba. - Bfini, bfini, bfini - grido’ l’Aruno e con una manata mi colpi’ in pieno viso, facendomi colare il sangue dal naso. - Figlio di... lasciai la frase sospesa, inutile continuare, sarebbe stato come suicidarsi – okay, okay come non detto, un giorno me la paghi – dissi sottovoce in terrestre. Alzai le mani in segno di pace e cominciai a lavorare. Fino alla fine del turno, imparai agevolmente a ricevere e poi a trasmettere all’archivio, dati su dati circa la quantita’ e qualita’ del minerale estratto nella miniera. Il ciclo di scavo era continuo. Il minerale grezzo misto a roccia e terra, era trasportato con grossi mezzi all’imboccatura di una voragine e qui buttato dentro. In realta’ era un immenso imbuto, che conduceva attraverso un tunnel in pendenza, in un’altra caverna. Qui una moltitudine di Vvill, separava grossolanamente il minerale dai residui, posto su nastri trasportatori, finiva direttamente in enormi raffinerie automatiche situate all'aperto, non lontane dall'imboccatura della miniera, recintate e sorvegliate continuamente da due guardie poste ai due estremi. Alla fine del breve ciclo usciva il prodotto finito, rappresentato da barre di tre tipi diversi, a seconda della purezza. Il minerale color grigio antracite con sfumature viola, era quello piu’ prezioso. Se ne produceva una quantita’ molto limitata. In rapporto di 10.000 a 1, tra minerale grezzo e prodotto ricavato. Il tutto era portato nella sala del transfer e finiva su grosse astronavi da carico in orbita periodica intorno ad Aldronn, partivano poi per destinazioni ignote. Scoprii nei giorni seguenti che il compito di monitorare i carichi e dare il permesso di partenza, era affidato agli Aruni della prima fila. Nella seconda fila c’erano quelli che controllavano tutto il sistema miniera e raffinerie, in ultimo c’eravamo io e altri due Aruni di rango inferiore che caricavamo solamente i dati. Quando la sirena urlo’, mi diressi in fretta alla sala mensa. Vidi Ellen e le bimbe al solito tavolo, presi le razioni e le raggiunsi. - Ciao principesse come va. In breve ci raccontammo le novita’ della giornata e le chiacchiere ascoltate durante il lavoro, di quel poco, quasi tutto aveva come fonte Roxy. Come tutti i cuccioli, di qualsiasi razza siano, Roxy suscitava tenerezza, forse per questo gli “ospiti” della colonia, parlavano dinanzi alla piccola, senza alcuna reticenza. All’inizio della prigionia, ogni fine giornata, prima di addormentarmi avevo preso l’abitudine, di segnare sulla roccia una tacca, corrispondente ad ogni giorno lavorativo passato. Suddivisi il tempo in conformita’ a quello terrestre. Sei tacche ed una che incrociava le altre, per formare la settimana. Arrivati a 52 settimane, sarei stato sicuro che era passato 1 anno sul quel pianeta, al momento opportuno, qualora avessi conosciuto l’equivalente orario terrestre avrei fatto la conversione. I mesi passarono velocemente, eravamo tutti indaffarati e a noi terrestri ci sfruttavano sempre piu’, forse a causa della nostra versatilita’. I turni seguivano sempre lo stesso ritmo. Avevo imparato a rendicontare la spedizione del materiale e le altre informazioni, in modo veloce, tanto da lasciarmi per ogni turno, circa un decimo di colonna da dedicare allo studio e alla ricerca. Il metodo era semplice, chiudevo i conti e chiedevo alla banca dati, informazioni specifiche. La banca poteva rispondere sia vocalmente sia per iscritto, sceglievo sempre quest’ultima scelta. Era piu’ difficile e perdevo piu’ tempo rispetto al linguaggio vocale degli Aruni, ma non avevo scelta. Il guardiano vigilava sempre e mi aveva proibito categoricamente di accedere ai dati della banca centrale. Tutto sommato pero’, trovavo sempre il modo di accedervi ed imparare. Fallito il tentativo di conoscere la posizione della Terra rispetto a quella di Aldronn, o quantomeno la generica posizione cosmica del mio pianeta natio, mi appassionai specialmente alla cultura e alle tradizioni delle varie specie, ospiti della colonia penale. Sui Vvill c’era poco materiale, probabilmente gli Aruni non li consideravano degni di nota bastava osservare il trattamento quotidiano loro riservato. Sugli Skrill e Gorr le notizie si sprecavano. In generale l’impostazione delle relazioni era generico, non specialistico, improntato sul dispregio delle due razze nemiche. A dispetto di cio’, la magnificenza e la grandezza intellettuale della razza degli Skrill erano palesi. Non si poteva dire la stessa cosa dei Gorr. Secondo i dati, provenivano da un pianeta chiamato Elgar, settore 5 della galassia. Dov'era non lo capivo, visto che ero totalmente a digiuno di astronomia e comunque il richiamo implicava la conoscenza dei settori, notizia non compresa nei dati della banca. Sul loro pianeta desertico, i Gorr vivevano in specie di tane sotterranee. Con diramazioni e tunnel di collegamento. La base della loro societa’ era il clan, gruppo d'individui con un capo in comune. I capoclan formavano il consiglio, che amministrava il Muur, in pratica un insieme territoriale di clan. Il consiglio eleggeva anche il rappresentante, per la scelta dell’imperatore dei Gorr. Dalle descrizioni sembrava un popolo arido come il loro pianeta, erano meschini, cattivi e vendicativi, sempre in guerra fra di loro, d'indole subdola, colpivano e fuggivano, non affrontavano mai il nemico a viso aperto. Erano senz'altro esseri da tenere a debita distanza. La prova della enorme differenza di personalità fra le due razze la ebbi, con mio sommo disappunto, qualche tempo dopo. Ellen aveva stretto amicizia con una Skrill, amicizia nata per caso da un incidente. Una squadra stava lavorando, per aprire un nuovo ramo della miniera, la roccia in quel settore era friabile, un giorno i puntelli posti, non ressero alla pressione delle tonnellate di peso sovrastante, un lato del cunicolo inizio’ a sgretolarsi. Attraverso il micromonitor posteriore del perforatore, Ellen vide la Skrill proprio sotto la parete, stava per essere travolta, d’istinto spinse la gigantesca macchina contro la roccia, permettendo cosi’ all’aliena di trovare riparo sotto la sua enorme mole e salvarsi. Dal turno successivo, riscontrammo un cambiamento radicale nell’atteggiamento di tutti gli Skrill. Il salvataggio contribui’ a scaricare la diffidenza fra le nostre due specie. Le bimbe erano sistematicamente aiutate e protette, mentre noi adulti riuscimmo a stabilire un contatto che andava al di la’ della semplice convivenza nello stesso ambiente. Stringemmo fraterna amicizia con molti di quella fiera razza e ne traemmo vantaggio. Eravamo di fronte ad esseri dalla forte intelligenza e personalita’. Lo Skrill singolo era sinonimo d’individualismo spinto all’estremo. Razza solitaria, non amava relazionarsi troppo con i propri simili. Amavano il coraggio, l’abnegazione, il pericolo e si comportavano di conseguenza. Alcuni gesti o atti, se ritenuti eroici, erano approvati da tutta la comunita’ e posti com’esempio per le future generazioni. Questa era la chiave di volta, che spiegava, dopo il salvataggio, l’atteggiamento di quegli strani individui nei nostri confronti. Mi avvalsi di questo legame in piu’ di un’occasione, un giorno fui costretto a lottare nella sala mensa, con un Gorr. Era da alcune settimane che Serry e Roxy erano state adibite, con alcuni Vvill, a ripulire la mensa alla fine della pausa. Purtroppo quel giorno, la piccola tolse il piatto semivuoto da un Gorr che si era appena alzato, per quell’essere fu un’ottima occasione per sfogare la frustrazione della prigionia. Colpi’ la piccola con la coda, facendola cadere in malo modo. Non ero a molta distanza e nella continua inconscia sorveglianza delle mie figlie, avevo osservato la scena. Mi tuffai sui banchi e atterrai addosso al Gorr, lo colpii con il gomito al torace bloccandolo contro una parete. Non avevo fatto i conti con la coda e con gli altri vigliacchi della sua razza. La prima mi colpi’ al capo come un bastone, mentre gli amici della serpe mi buttarono giu’ da tergo e iniziarono a colpirmi dappertutto. Fu allora che intervennero gli Skrill, ci divisero e si frapposero fra noi contendenti e gli altri Gorr. La lotta che segui’, indubbiamente strana, fu aspra e lunga e sino allo sfinimento. Il Gorr era molto rapido e scattante, la sua coda frustava continuamente l’aria e a volte riusciva a colpirmi. Per fortuna lo limitava l’abbigliamento pesante. Il Gorr era una specie a sangue freddo, quindi doveva indossare tute isolanti, per reggere la bassa temperatura di Aldronn. Nonostante la ridotta gravita’ di quel pianeta, ero naturalmente piu’ lento del rettile, ma in compenso piu’ forte. Quando riuscivo a stringere la cosiddetta guardia, lo colpivo con calci e pugni con tutta la rabbia che avevo in corpo, gli facevo male di sicuro. Con il passare del tempo, evitando la maledetta coda, ci riuscii sempre piu’ spesso e divenni piu’ spregiudicato. All’inizio ero frastornato e beccai una serie di colpi di coda, che mi lasciarono dolorante e senza respiro, poi pian piano notai che se non pensavo a cio’ che andava fatto, riuscivo a schivare i colpi. La serpe era sempre veloce, ma iniziai a percepire con una frazione d'anticipo, dove mirava il Gorr. La lotta cesso’ quando caduto bocconi a terra, mi guardai per una frazione di secondo intorno ed erano tutti li’ a guardare ammutoliti, tutti che attendevano l’esito dello scontro, in quell’attimo presentii il punto debole del Gorr. Dovevo colpire con forza, la dura pelle che copriva i leggeri rigonfiamenti posti dietro agli orifizi, che fungevano da orecchie. Approfittando di uno sbilanciamento dell’avversario, lo incalzai da presso, finche’ lo colpii nel punto debole, con quanta forza mi restava. Appena colpito, il Gorr s'irrigidi’ e stramazzo’ a terra. Avevo vinto e non sapevo come avevo fatto, la testa mi ronzava, sentivo dolori in ogni parte del corpo, mi accasciai a terra esausto, Ellen piangendo e ridendo allo stesso tempo, mi trascino’, con l’aiuto del sua amica skrill su di una panca. I Gorr testa china e con lo sguardo sbigottito se n’andarono via, lasciando il loro compagno per terra. I tre giorni seguenti li passai in infermeria, avevo dolori, escoriazioni e due costole rotte. La medicina Aruna pero’ faceva miracoli ed in quel breve lasso di tempo guarii. In quei giorni, pensavo spesso a quanto accaduto. Per quanto mi sforzassi di ricordare, percorrendo i momenti della lotta, non capivo come avevo fatto ad intuire il punto debole del Gorr. Me lo spiegai infine supponendo di averlo intuito da qualche segno, atto o azione del Gorr. Un’altra cosa strana che non comprendevo, era l’atteggiamento tenuto da tutti i Vvill presenti alla colluttazione. Mi guardavano fisso, con gli occhi spalancati e tutti con lo stessa intensa espressione. Sembrava studiassero ogni mia mossa, non partecipavano gridando o incitando, come gli Skrill ed i Goor, ne’ guardavano con quell’espressione mista di disgusto e superiorita’ tipica degli Aruni. Erano seri e rigidi, tutto il contrario della loro solita espressione attonita. Durante il secondo giorno di convalescenza, Ellen si presento’ in infermeria con Warmind, lo Skrill capo officina con cui lavoravo. Alzo’ la mano e saluto’ nella loro lingua – boulz. - “Boulz” a te – risposi in Skrill - Scusa, dovremo continuare la conversazione in aruno, della tua lingua conosco solo poche parole. - Certo capisco... sei stato bravo – continuo’ squadrandomi - hai sconfitto un Gorr, d’ora in poi staranno attenti a non provocarti. In fondo sono vigliacchi, lottano solo se veramente costretti. Capiscono, quando si trovano al cospetto di qualcuno piu’ forte di loro, in tal caso lo evitano. Era il piu’ lungo discorso, che avessi sentito sino a quel momento uscire dalle sue grosse labbra. Mi sentii immediatamente meglio, piu’ grande e quasi invincibile. L’ascendente che lo Skrill aveva su di me, era ormai un dato di fatto. Ero immancabilmente in soggezione. Riusciva sempre ad impressionarmi. Non capivo se era la sua prestanza, il carattere freddo e forte, la brillante intelligenza e competenza che mostrava in tutto cio’ che faceva. Il peggio, era che lo facevo vedere, tanto da divenire oggetto di scherno per Ellen. - Grazie - riuscii a dire – il problema e’ che non so neanche io, come ho fatto. - L’hai fatto, e’ il risultato che conta. Uscito dall’infermeria tutto ritorno’ come prima, Warmind pero’ aveva detto il vero. I Gorr mi evitavano, mi guardavano con odio malcelato, ma non molestavano ne’ me, ne’ la mia famiglia. Le notti seguenti iniziai a fare strani sogni. Non erano incubi, non c’era niente di raccapricciante, anzi. Mi vedevo spesso sulla superficie di un pianeta, vagavo ora su una landa deserta ricoperta di neve, ora in una specie di tundra in primavera, oppure in una foresta interminabile, formata d'alberi altissimi, dai rami frondosi, che si agitavano al vento. Lo spettacolo che mi si offriva di volta in volta era stupendo, la maestosita’ degli alberi, le alte montagne innevate in lontananza, l’orizzonte rosso di un tramonto, un vasto altopiano, l’impeto di un fiume che scorreva fra alti crepacci. Un luogo ricorreva sovente, spesso insieme con altri, a volte da solo. Mi vedevo ai limiti di una foresta, di fronte ad un piccolo lago di un azzurro intenso. Sull’altra sponda, una catena di monti altissimi si specchiava nelle sue acque, formando una barriera invalicabile. Le pendici erano ricoperte di un manto verde scuro, con rade chiazze di un rosso tenue. Man mano che ci si avvicinava alle vette, il verde e il rosso, lasciavano spazio al marrone ed al grigio, con varie sfumature che si alternavano e inseguivano, fino alle cime completamente innevate. Il paesaggio era stupendo, tanto da togliere il respiro, comunicava la sensazione di una natura grandiosa. Al risveglio, rimuginando su quella magnificenza, immancabilmente mi sentivo felice ed allo stesso tempo piccolo. Pensavo alla loro stranezza e mi lasciavano interdetto. Avevo la consapevolezza che quei posti, non appartenevano alla Terra, per quanto simili, , sentivo che erano alieni. I colori carichi di rosso del tramonto, l’erba verde con sfumature porpora, le acque troppo blu, non erano i colori che ricordavo e a parte i colori c’era qualcosa di indefinibile, di sfuggente. Inizialmente pensai a qualche scherzo dell’inconscio. Trovandomi su di un pianeta sconosciuto, a chissa’ quanti anni luce dalla Terra, per forza di cose pensavo, l'io sublimava le immagini in qualcosa d’alieno. Sentivo pero’ che non era il mio pianeta. Passati i primi stupori, le conseguenze non si fecero attendere, in breve divenni irascibile e taciturno. Gli spazi infiniti, il cielo, i luoghi aperti, per quanto forse alieni, erano cio’ che in quei momenti desideravo vedere di piu’. Mi divenne insopportabile, vivere in caverne illuminate dalla luce artificiale. L'umore peggioro’ fino a portarmi all’isolamento. Ellen non riusciva a scuotermi in nessun modo, ne’ con la dolcezza, ne’ con la rabbia. Per quanto frustrante, i sogni mi davano un senso di liberta’ meraviglioso. La sera con la scusa d’essere stanco, affrettavo il momento di mettermi nella conca per dormire, volevo sognare a tutti i costi. Una notte sopravvenne un elemento nuovo. Gli ultimi alberi di una foresta mi separavano da una radura, il terreno era coperto da un leggero strato di neve, una nebbiolina bianca si alzava dal terreno e mi nascondeva le ginocchia. Gli alberi erano spogli, almeno era quello che credevo finche’ mi avvicinai ad uno di loro. Notai allora che erano gli stessi che avevo sognato tante volte, le foglie pero’ erano differenti, i due bordi esterni erano arrotolati strettamente sullo stelo centrale, tanto da formare due fini aghi in ogni foglia. Capii che quello doveva essere il metodo di difesa degli alberi, dall’imminente rigido inverno. In ogni modo rappresentava senz’altro un valido elemento d'alienita’. Sulla Terra non ricordavo esistesse niente di simile. Avanzai fino ai bordi della radura, quando con la coda dell’occhio, fra qualche albero sparso, notai un movimento impercettibile, come un’ombra vaga, aguzzai lo sguardo e scrutai la zona. Dapprima non accadde nulla, poi vidi delinearsi delle figure, prima indistintamente poi sempre piu’ nitide. Erano Vvill, si avvicinarono fino a circa dieci metri, si fermarono e mi guardavano fissamente. Uguali a quelli della miniera ma al contempo diversi. A parte i ninnoli attaccati alla pelliccia, formati notai, da piccole conchiglie di diversa foggia e colore, cio’ che li differenziava dagli altri, era lo sguardo, profondamente diverso da quello cui ero abituato a vedere. In questi Vvill era limpido, non piu’ angosciato e profondamente triste, ma allegro, pieno di luce, uno sguardo buono che suscitava tenerezza e simpatia. Stetti li’ a studiarli, all'improvviso, tutti e sette come un'unica persona, tesero le mani verso di me, con il palmo in alto e attesero. Mi svegliai di soprassalto, sudato, avevo la nausea, Ellen e le bimbe dormivano, mi guardai intorno e cacciai un urlo, tutti i Vvill del dormitorio stavano ritti nelle conche e mi guardavano. Lo sguardo era il solito, tanto triste da struggere il cuore. - Porca miseria che volete, perche’ mi guardate? - Urlai – parlate, dite qualcosa... Niente, nessun accenno, muti come sempre. Ellen intanto si era svegliata e osservava la scena. - Cos’e’ successo, Cosa vogliono? - disse stizzita. Si copri’ e si avvicino’. - Sei tutto sudato. Cosi’ dicendo si rannicchio’ accanto cercando di scaldarmi. I Vvill intanto stavano cercando di riaddormentarsi. Sussurrando mi disse - Non ti riconosco piu’, cosa ti succede! vuoi spiegarti, te lo chiedo per piacere. - Va bene, fammi andare prima a rinfrescare. Mi recai al bagno, avevo la mente confusa, restai a guardarmi in una specie di specchio, ricavato da un pezzo di metallo translucido, quando ritornai nel dormitorio, Ellen e tutti i Vvill stavano gia’ dormendo, pensai che era meglio cosi’, in quel momento non ero in grado di spiegare nulla. La mattina dopo Ellen era incerta, mi guardava furtivamente mentre si preparava. - Ricordi niente di stanotte? - Mi chiese alfine. - Si’ me lo ricordo. - Mi racconti allora cosa hai sognato... o non vuoi o puoi come al solito? Avevo deciso di raccontare tutto. Se era il mio smodato desiderio di liberta’ e di spazi aperti, che mi faceva sognare e star male, forse avrei trovato rimedio e sollievo nel raccontarle tutto. Le presi quindi le mani e risposi. - E’ piuttosto lungo, ora non abbiamo tempo, ti raccontero’ tutto... alla pausa del pranzo. Per fortuna non mi rimbecco’, in quel momento non avevo certo voglia di sostenere un alterco. Arrivato all'officina, trovai Warmind al bancone da lavoro, stava cercando di riavviare il motore di un fusore. - Boulz War, che ha quest’affare? - Chiesi. - Sovraccarico, si e’ fuso il tensionatore e non chiamarmi War. - Allora e’ una sciocchezza... l’hai cambiatoWarmind? - risposi ponendo l’accento sul nome. - Si’, ma il bilanciamento e’ falsato, devo riprogrammarlo, vuoi farlo tu? - No, questo e’ lavoro tuo, d'elettronica non capisco un accidente! - Lo so - rispose, sorridendo a denti stretti - allora potresti andare ad aiutare Bolz. - Si, adesso vado... War tu sogni mai? Chiesi a bruciapelo. - “Sogni” che significa, e’ una parola che non ho mai sentito – rispose. - E’ terrestre, significa che quando dormi, vedi delle immagini, qui – indicai la testa – sogni e vedi delle cose. - “Cose”? ... - non capisco. - Immagini... puoi vedere te stesso che fai qualcosa, o vedi dei luoghi, o qualcun altro mentre fa qualcosa o non fa niente, sogni vicende della vita. Spesso sono vicende vissute, altre volte riguardano cose mai accadute o mai viste. Dicono che e’ il subconscio che vuole avvertirti di qualcosa. Tutto succede mentre dormi pero’. - Mm... sei malato, su Balthup il mio pianeta, quello che descrivi e’ una malattia. - Hei hei risposi fingendomi offeso, - “malattia” io non sono malato, sogno e basta, non c’e’ niente di male. - Per noi e’ una malattia – ribadi’ caparbiamente– coloro che non hanno lo spirito guerriero il valthron; che sono deboli ed incerti; che non hanno una meta degna da conquistare; spesso sognano. - Cosa sognano? Chiesi. - Non so di preciso, da quello che ho sentito e letto, sono cose orrende: mostri, Aruni. Prende quasi sempre gli spaziali. Il sogno ricorrente, raccontato dai pochi che guariscono, e’ quello di essere inghiottiti dallo spazio e di vagare fino alla fine dei tempi, in un nero infinito. In quella situazione, molto spesso perdono se stessi. - Che vuoi dire! - Non hanno piu’ il dono dell’intelletto, non hanno piu’ un pensiero razionale, rispose. - Ha... pazzi - dissi. - “Pazzi” e’ cosi’ che si dice in aruno o terrestre? - Terrestre - anche noi abbiamo di questi tipi. Diventano tali, per paura della vita, per mancanza cioe’ del tuo spirito guerriero, o per qualche malattia congenita, comunque non so se e cosa sognano. Noi terrestri sogniamo un po’ tutti. Sogni belli e brutti, se sono brutti li chiamiamo incubi, credo siano esternazioni di paure o fobie. Dev’essere qualcosa di simile al venir meno del vostro spirito. Quando sono belli, spesso esprimono desideri, aspirazioni. Non prendere le mie parole come legge. I motivi che ci spingono a sognare, credo siano tanti. - A te sono belli o incubi? Chiese Warmind. - Credo belli, penso che siano una conseguenza dell’aspirazione alla liberta’. Sogno di stare su’ – indicai col dito il soffitto della caverna – All’aperto, sulla superficie. Vedo ampi spazi, foreste, fiumi, laghi, monti... e’ bellissimo, aggiunsi con un sospiro. War mi guardo’ a lungo poi disse – Anch’io desidero la liberta’, gli spazi e lo Spazio - nel dirlo allargo’ le braccia, come a comprendervi tutto –Ma non sogno, noi Skrill normali, non sogniamo. - si vede che io sono un terrestre anormale – risposi stizzito - Sogno e non me ne dispiace... almeno fino a stanotte. Rimasi assorto in silenzio, War non disturbo’ il corso dei pensieri, infine forse curioso chiese. - Perche’ ti e’ dispiaciuto stanotte? Fui contento di quell'interessamento, potevo sfogarmi. - Non e’ che ci sono rimasto proprio male, e’… che non mi spiego quello che ho sognato. - Cioe’? - Ho sognato di stare come al solito su, in superficie, pero’ questa volta c’erano i Vvill. Raccontai in breve quello che avevo visto. - Strano, Vvill diversi con... come li chiami? - Ninnoli – risposi. - Si’ quelli, non ne ho mai visti, puo’ darsi che sono frutto della tua fantasia. - Non so, sembravano cosi’ veri! e poi il particolare delle foglie che si arricciano? - Quello e’ vero, la superficie e’ piena di quegli strani alberi dalle foglie grandi, si aprono al minimo accenno di caldo per richiudersi quando il cielo e’ coperto. L’avrai letto come ho fatto io. Ci pensai un attimo, non ricordavo di aver letto un simile particolare. Le mie letture riguardavano prevalentemente lo studio della cultura di quelle razze aliene, un po’ di tecnica, meccanica e poco altro. Lasciai War e per il resto del turno m’immersi totalmente nel lavoro. Dimentico di tutto, aggiustai una presa idroassistita con l'aiuto di Bfuun che continuava a guardarmi, senza dubbio voleva sapere cosa avevo detto a Warmind, solo che non mi andava piu’ di parlarne. Alla mensa mi aspettava una sorpresa. Arrivai all’imboccatura della caverna seguendo un’eco. Ellen non si vedeva, il nostro solito tavolo era circondato da Vvill. Percorsi l’intero tragitto, ascoltando attentamente, sempre piu’ meravigliato. Mia moglie era li’ circondata e cantava una vecchia canzone melodica. L’ascoltai tutta e mi commosse, non ricordavo piu’ l’ultima volta che avevo sentivo qualcuno cantare. Al termine mi feci largo tra i Vvill e l’abbracciai, iniziando ad ululare di gioia. Non ebbi il suo stesso successo. I Vvill presenti si dispersero in gran fretta. Mi sentii immediatamente sciocco, un'esplosione di gioia, in mezzo ad esseri che non avevano le nostre stesse emozioni, ridicolo pensai mortificato, pero’ scoppiammo a ridere mentre gli alieni intorno, ci guardavano, ogni razza con il suo tipo di sguardo. Quando tutti si allontanarono dissi, indicando i Vvill”. - Sembravano apprezzare! - Gia’! E’ successo mentre canticchiavo, uno di loro mi si e’ avvicinato, poi un altro, infine mi stavano tutti intorno. - E’ stato bello – rispose Ellen ridacchiando, mi sembravano anche meno tristi del solito. Mah... forse lo rifaccio. - Perche’ no, se non a loro, a me fara’ certo piacere sentire di tanto in tanto qualche canzone. - E tu, non avevi qualcosa da raccontarmi? Credi che me ne sia dimenticata – Mi apostrofo’, puntandomi un dito sul petto. - No, non ho dimenticato. Allora vediamo...e’ iniziato... gli raccontai tutto, anche quello che avevo detto a Warmind, con piu’ particolari e meno ovviamente commenti. Quando finii, Ellen mi guardava pensierosa, mi accarezzo’ una guancia e disse. - Anche a te succede… le stesse cose di Serry! - Davvero! Esclamai incredulo. - Si’. - Che sciocco, per tutto questo tempo non ho minimamente pensato che anche qualcun altro... - Si, anche lei - rispose e gridando per farsi sentire nel frastuono della sala, la chiamo’. Non smettendo di lavorare, Serry si avvicino’. - Serry, racconta a papa’ i tuoi sogni. - Non ho tempo, gli Aruni mi puniscono se mi fermo a parlare, stasera... quando andiamo a dormire…. - Prendo io il tuo posto mentre gli racconti - disse Ellen accarezzandola, - e si allontano’. - Allora su, dimmi – la esortai curioso. - Beh! E’ da un po’ di tempo, e’ iniziato una notte, ho sognato di stare all'aperto, era bello, c'era un laghetto, di fronte le montagne e dietro un bosco. Pensai subito allo stesso mio ricorrente luogo. - Continua. - Non e’ successo niente, sono andata al laghetto e mi sono bagnata le mani, l'acqua era fredda. - Nel sogno! – dissi, interrompendola, senza al momento pensare che era stata sicuramente una sensazione inconscia. - Si’ nel sogno - rispose - per me era fredda. - Okay, okay e dopo? - Dopo niente, ho sognato anche altri luoghi, una... come si chiama! Uno grande spazio aperto. - Una radura o un prato – suggerii. - Si! Quella, una radura, c’erano pochi alberi grandi ed altissimi. - Hai sognato sempre luoghi, paesaggi all’aperto? Nient’altro? – chiesi sempre piu’ eccitato. - Si’ almeno fino a quella notte che sognai i Vvill, sempre nella radura. - I Vvill! Che facevano? - Stavano li’... poi mi vennero incontro con le mani tese. Io non capivo cosa volessero, finche’ un piccolino si avvicino’ e mi tocco’ una mano. Lo sai che era diverso da questi che vivono con noi? Era piu’ bello, con il viso intelligente. - Piccolino? Ce n’era uno piccolo?. - Un Vvill piccolo giovane, era tanto caruccio, aveva dei ciondoli, come tanti orecchini colorati addosso. Ne stacco’ uno e me lo regalo’. L’ho conservato nella mia conca e la sera lo guardo. - Un momento, vuoi dire che hai il ciondolo sognato? – Chiesi confuso. - Si’, la mattina lo trovai vicino alla conca, era lo stesso che avevo sognato – rispose Serry tutta convinta. - Mm... strano. - Lo so che e’ strano. Ho pensato che forse quel piccolino vive qui, nelle caverne e quella notte mi ha dato davvero il ciondolo. - Di certo non e’ venuto dal nulla. - Un’ultima cosa, perche’ non mi hai detto nulla – gli chiesi con un velo di tristezza, volevo fargli capire che mi dispiaceva non avere le sue confidenze. - Non non ci sono riuscita… eri sempre cosi’ distante – rispose distogliendo lo sguardo. - Hai ragione scusa – abbassai la testa mestamente, poi gli presi le mani - beh! Mi faro’ perdonare, grazie piccola e’ ora di tornare al lavoro. Un’altra cosa, me lo fai vedere stasera il ciondolo? - Certo papi – rispose e se n’ando’ lasciandomi pensieroso. Percorsi i primi due tunnel con Ellen. Gli spiegai brevemente dei miei dubbi, circa il laghetto ed il ciondolo. - Tu l’hai visto? – gli chiesi. - Si’, la mattina dopo, quando mi ha raccontato il sogno e mi ha fatto vedere l’oggetto...chi l’avra’ messo? Non capisco - concluse dubbiosa. - Non hai provato ad indagare? - No! Avevo altro cui pensare – mi rispose come chi ha ricevuto un'offesa. - Anche tu hai sognato le stesse scene? - No, secondo me sono stati i Vvill, hanno una qualche influenza su di noi. - Roxy sogna? - No, mi ha detto di no, forse perche’ e’ piccola. - Siamo in una situazione a dir poco inverosimile, prigionieri in una miniera, di un pianeta a chissa’ quanti anni luce dalla Terra, in compagnia di alieni di tutte le specie – iniziai ad alzare la voce istericamente. Ellen intui’ che stavo perdendo il controllo e mi si appiccico’ letteralmente addosso per tranquillizzarmi. - stai calmo ci stanno guardando, andremo avanti e risolveremo anche questo problema – mi sussurro’. Passai il secondo turno ai trasmettitori di dati come d’abitudine. Non riuscivo a concentrarmi. Pensavo ai sogni, alle similitudini con quelli di Serry, alle parole di Ellen ed un enigma si aggiungeva al resto. Perche’ poi solo noi due? Gli Skrill non sognavano, neanche mia moglie e la piccola, ero sicuro che se un giorno fosse successo, sicuramente logorroica com’era, l’avrebbe detto. Roxy aveva ormai circa otto anni, era diventata la mascotte degli Skrill. Li abbracciava, li pettinava, gli arruffava la pelliccia assecondando l’umore del momento. La si vedeva spesso nei momenti di pausa, occupata nel trastullo preferito dagli Skrill, farsi grattare la testa e lo faceva declamando tutta seria, poesie o filastrocche, oppure cantava canzoncine. Tutto rigorosamente tradotto in aruno. La prima volta eravamo a pranzo con Fiirden. Calmati i primi morsi della fame, la Skrill chiese a Roxy se ricordava qualcosa del nostro pianeta. - Certo che lo ricordo! – Le poesie rispose e ne recito’ una. Ci commuovemmo in modo vergognoso, sulle guance di Ellen le lacrime iniziarono a scendere copiosamente, abbasso’ la testa e guardo’ di sottecchi Fiirden. La Skrill rimase esterrefatta e indicando le lacrime, chiese cosa la bambina avesse detto, per avere quella reazione chimica. Scoppiammo entrambi a ridere e tra lacrime e risa, Ellen cerco’ di spiegare per sommi capi, il significato religioso di quella poesia. - Perche’ non la traduci in aruno - chiese Fiirden a Roxy. - Non so se ce la faccio. - Su, provaci - la esorto’ Ellen. Con qualche intoppo, Roxy riusci’ a tradurre la poesia. La Skrill rimase seria ad ascoltare, alla fine, prese la bambina fra le robuste braccia ed inizio’ a strusciarsi addosso, provocando come di consueto le risa della piccola, una risata contagiosa per gli Skrill, quando rideva, dopo pochi secondi, indistintamente si fermavano e la guardavano, lanciavano lunghi gridi misti a gorgoglii raspanti. Un giorno chiesi a War, il significato di quell'atteggiamento, mi rispose che la tonalita’ delle risa di Roxy, era uguale all'espressione di giubilo, di certi animali domestici semi intelligenti di Athussor, il loro pianeta. Il connubio tra Skrill e questi animaletti, era totale, se lo Skrill padrone era triste, lo era anche l'animale. Dotato di una certa intelligenza, cercava pero’ in qualsiasi modo, di rallegrare nuovamente il padrone e spesso a quanto sembra ci riusciva. Per quanto riguardava Roxy, in cambio degli attimi d'allegria che procurava loro, gli Skrill la proteggevano in modo quasi maniacale e quest'atteggiamento, non ci dispiaceva affatto. La sera decisi di affrontare l'argomento con i Vvill. Sapevo che non parlavano neanche fra loro, in qualche modo avrei fatto. Lasciai Ellen mentre teneva alle bimbe la solita breve lezione fatta di un miscuglio di nozioni terrestri ed arune, che gli passavo dalla loro banca dati e con il ciondolo di Serry, mi diressi alle conche dei Vvill. Puntai verso i piu’ vicini - Avete mai visto questo? - chiesi mostrando il ciondolo. - E’ vostro? L'avete messo voi nella conca di mia figlia? - continuai indicando Serry. Niente…non ottenevo risposte, i Vvill guardavano alternativamente me ed il ciondolo ma non reagivano. - Sentite, cerchiamo di ragionare e restiamo calmi – dissi, consapevole del fatto che se qualcuno si stava arrabbiando, quello ero io - Voi rispondete con un si’ o con un no, muovendo la testa come faccio io - e mimai il "si’" ed il "no" con la testa. - Allora ripetiamo, questo e’ vostro? – chiesi nuovamente. Niente, non muovevano un muscolo. - Maledizione - imprecai alzando il tono della voce. - Ricominciamo... il ciondolo e’ vostro? Neanche questa volta risposero. Rimasi li’ fermo ad osservarli, uno ad uno, impossibile che non capissero. Quando gli Aruni davano ordini, obbedivano all'istante e io mi ero espresso in aruno. Forse comprendono solo la violenza pensai. Scattai velocemente, la gravita’ ridotta di un terzo, rispetto a quella terrestre me lo permetteva. Presi il Vvill piu’ vicino e gli passai il braccio intorno al ridotto collo. Il Vvill inizio’ a dimenarsi, mentre gli altri mossero istintivamente un paio di passi indietro. Allentai la presa e gli gridai nell'orecchio. - Il ciondolo di chi e’? E' vostro? Perche’ vi sogniamo! Rispondimi "Giuda" che significa tutto quanto! Il Vvill impaurito, emetteva gorgoglii e suoni indistinti. Trafelata corse in suo aiuto Ellen. - Lascialo stare, non vedi che ha paura? E mi tiro’ violentemente per la manica. Lasciai il Vvill immediatamente, conscio in quel momento che lo stavo strozzando. Boccheggiando si allontano’ velocemente. - Loro hanno le risposte, il ciondolo non e’ comparso dal nulla e poi... quei maledetti sogni! - perche’ sogniamo Vvill e non Skrill o Gorr? Perche’? – Chiesi alzando la voce e guardando minacciosamente gli spauriti Vvill. - Non lo so, comunque non e’ con le minacce o la forza, che otterrai qualcosa da loro – mi rispose seccata. - Provaci allora tu con la gentilezza, l'aruno lo capiscono, ma non vogliono rispondere. Ellen prese il ciondolo e lo mostro’ al Vvill. - Questo ha qualche significato per voi? Su... per favore… rispondimi in qualche modo, perche’ vi vediamo mentre dormiamo? E indico’ le conche. Il Vvill la guardo’, fece un gesto incomprensibile e si avvicino’ agli altri. Ellen emise un sospiro di delusione, mi abbraccio’ e disse. - Lascia stare, forse con un po' di tempo e pazienza arriveranno a comprenderci e rispondere. - E’ proprio quello che mi manca - dissi mentre mi trascinava via. Andammo a dormire. La notte sognai ancora quei dannati esseri. Questa volta ero nella radura descritta da Serry, aspettavo tranquillo, stranamente conscio del fatto che sarebbero apparsi nuovamente, infatti, poco dopo, eccoli sbucare dal sottobosco. Erano tanti, sempre carini e diversi da quelli della miniera. Si fermarono all'unisono, come se qualcuno avesse intimato l'alt. Sono decisamente telepatici pensai. Una femmina dalla gran mole, ferma davanti a tutti, mi scruto’, avanzo’ caracollando, giunta a due passi, poso’ la mano sulla mia fronte, nel classico messaggio di pace aruno. Mi intimo’ con un cenno di seguirla, gli altri elementi della specie formarono due ali dietro di noi. Raggiungemmo in poco tempo le sponde del laghetto. Doveva essere l’inizio della primavera, la neve riposava ancora qua e la’, su qualche roccia o cespuglio, il restante terreno era brullo e sgombro. Di fronte, le montagne altissime, offrivano uno spettacolo magnifico. Le nevi ed i ghiacciai perenni, cedevano il posto al grigio delle rocce e agli alberi, man mano che si scendeva fino alle pendici. In lontananza sulla destra, un lungo ghiacciaio si spingeva su un dirupo e di li’, una cascatella si buttava nel laghetto. Non avevo mai visto niente di simile, guardai affascinato per lunghi interminabili istanti, finche’ una mano sul braccio mi scosse. Il capo dei Vvill indico’ un campo a destra del punto in cui eravamo. C’erano un centinaio di maschi e femmine, intenti in un rituale nondimeno affascinante. Le femmine (si riconoscevano dalla corporatura piu’ massiccia), con delle coppe dai colori vivaci, andavano a turno al lago ad attingervi acqua. Tornavano dai maschi, che a loro volta inscenavano una lenta danza, intorno alle rispettive compagne. Si muovevano tutti in sincrono, come se fossero una stessa persona. Al termine di una serie di giravolte, le coppie con gesto teatrale ed armonico, bevevano insieme, dopo aver levato al cielo le coppe. Il significato di quel che vedevo mi era ignoto. Rivolsi la domanda al capo, ma com'ero ormai avvezzo, non mi rispose. All’improvviso l’ottica cambio’, guardavo dall’alto; vedevo il terreno scorrere sotto di me, come se guardassi da un aereo. Non c’erano pero’ vetri ed oblo’ che precludessero anche solo in parte la visuale. Scorrendo mi passarono sotto pianure semi innevate, fitte foreste, laghi, fiumi impetuosi. Tutto era soffuso dalle sfumature rossastre, una delle due stelle di quel pianeta era ormai sorto da un pezzo. Pian piano una luce piu’ gialla e calda inizio’ ad espandersi, il chiarore si fece piu’ intenso. Guardai all’orizzonte, come avevo immediatamente supposto, il secondo sole di Aldronn si stava levando. Piccolo rispetto all’altro, di tipo terrestre e stupendamente caldo, avrebbe riscaldato il pianeta per circa quattro mesi, fino a sciogliere i ghiacci, le nevi ed il freddo che attanagliava quel gelido mondo. Capii in quell’istante, il significato della danza dei Vvill. Era il benvenuto al nuovo sole, fonte di calore e quindi di vita. Il rituale, doveva certamente rinnovarsi ogni anno, quando nel suo vagabondare, intorno alla stella rossa, Aldronn incrociava anche quella gialla. Continuai ad avanzare, girai lo sguardo a sinistra e rimasi di stucco, stavo guardando un’ala che sbatteva maestosamente nell’aria. Feci lo stesso dall’altro lato... la stessa scena. Era come se fossi su di un enorme uccello, no! Ero io stesso l’uccello, non vedevo testa o corpo, ero io che vedevo, volteggiavo in aria come un volatile. Mi sembrava persino di sentire il fruscio dell’aria sulle ali. L’angoscia inizio’ ad attanagliarmi, come poteva succedere!. L’inconscio mi assicurava che stavo sognando, sentii lo stesso la mente irrigidirsi. Credevo di essere per l’ennesima volta, sull’orlo di un’isteria non facilmente controllabile. Le immagini iniziarono a vorticare ed offuscarsi, come rosicchiate gradatamente dalla foschia. Pian piano fra la nebbia iniziarono a delinearsi i contorni di qualcosa, cercai di acuire lo sguardo e fissare la scena, mi girava la testa, poi l’immagine si stabilizzo’. Davanti a me apparve la faccia della Vvill capo. La verita’ inizio’ a farsi strada, fra dubbi e domande che affollavano la mia mente. Lei stava trasmettendomi le immagini, non poteva essere diversamente, erano telepatici, stava quindi comunicando nella forma loro piu’ naturale. Mi parlavano attraverso proiezioni. Il dormiveglia continuo’, l'inconscio prese nuovamente le briglie della situazione. Rilassatomi, le scene ritornarono nitide. Ora seguivo l’ansa di un lungo fiume. Il lento procedere delle acque indicava che procedevo su di un pianoro. L’uccello (o io?) alzo’ lo sguardo verso i rilievi rocciosi, notai quadrupedi al pascolo fra i radi alberi. Il volo continuo’ coprendo una notevole distanza. La foresta sotto era immensa, una coltre verde con sfumature rossicce, si stendeva a perdita d’occhio. A volte cabravo giu’, sin quasi a lambirne le cime, altre mi libravo nell’azzurro del cielo, venato di rosa puntellato da candide nubi ovattate, la sensazione del volo libero mi inebriava. Seguendo a tratti il fiume, giunsi ad una biforcazione dello stesso fiume con un torrente immissario, dall'alto la visione era di una perfetta “Y”. Iniziai (senza intenzione) a girare in tondo a bassa quota. Da lassu’ vedevo parecchi grandi mucchi di legna accatastata, che piu’ dappresso si rivelarono essere improvvisate capanne, da piccole aperture poste ai lati iniziarono ad uscire alcuni Vvill. I pezzi del mosaico incominciavano a combinarsi. Guardando quelle fatiscenti capanne, costruite in modo cosi’ raffazzonato, capii a posteriori la ragione che poneva quegli esseri, all’ultimo posto della scala gerarchica dei lavori nella miniera. Nei lavori manuali dovevano essere veramente scarsi. Quello era il secondo insediamento libero che vedevo. Alcuni piccoli alzarono la testa, indicandosi reciprocamente, il maestoso uccello che volteggiava. Sentii (o almeno mi parve) delle strida, iniziai in quel momento a scendere verso terra, ero in fase d’atterraggio, quando vidi che tutti i Vvill, quasi contemporaneamente (ormai ero avvezzo a quel comportamento), si catapultarono fuori dalle rozze abitazioni, fuggendo in tutte le direzioni. Ritornata la quiete, atterrai vicino al campo, su un basso ramo di un albero maestoso. Cercai di capire dov’era il pericolo, la calma intorno era assoluta e non vedevo strani animali o altro. Passai gli attimi successivi a scrutare il sottobosco e a rimuginare, non si muoveva una foglia. Sbagliavo direzione, dall’alto delle cime degli alberi sbuco’ una navetta spaziale aruna. Silenziosa, annunciata solo dallo spostamento d’aria e stormire delle foglie atterro’ nella radura. La conoscevo, era del tipo a propulsione magnetica e questo spiegava l’assenza di qualsiasi preallarme. Mi librai in aria perdendo per qualche istante la visuale di quanto accadeva. Posatomi per fortuna su di un ramo piu’ alto al limitare dello spazio libero, vidi scendere alcuni Aruni in assetto di guerra. Con pochi tiri, delle armi termiche, bruciarono le capanne. In pochi decimi di colonna si dispersero velocemente nella boscaglia, grazie ai sostentatori muscolari e alla ridotta gravita’ del pianeta. Cosa voleva mostrarmi questa volta la Vvill! mi voleva forse far capire come gli Aruni si procurassero la loro collaborazione nelle miniere, oppure porre l’accento sull’ingiustizia subita. Erano cose ovvie, una spiegazione simile non era certo necessaria. Le cose che non capivo erano quelle concrete, per esempio l’enorme anticipo nella fuga, degli abitanti del villaggio, avevano in pratica un decimo di colonna di vantaggio, un tempo inverosimile se uno non conosceva in anticipo le mosse dell’avversario (ero stato cosi’ tanto tempo appollaiato su un ramo?). Passo’ molto tempo, ed ero sempre li’, appollaiato sul ramo di un albero a scrutare tutt'intorno. Un pensiero a volte mi scaldava, diceva che ero steso al caldo nella mia conca alla miniera. Iniziava il crepuscolo, quando dalla boscaglia comparve il primo Aruno, trascinava alcuni Vvill legati. Dopo il primo, arrivarono alla spicciolata gli altri. I metodi coercitivi erano i soliti, per accelerare la marcia usavano fruste neuroniche. Rabbrividii, avevo provato quanto erano efficaci. Al primo impatto facevano un male boia, poi per un paio di giorni rendevano un essere ipersensibile, come se avesse i nervi scoperti. Il minimo contatto, rumore, urto, ti faceva urlare. Quelle scene rafforzarono l’impressione ricavata in miniera, i Vvill come razza erano fin troppo docili. Non reagivano, gli acuti lamenti degli sventurati, si alzavano al cielo come una corale preghiera. Per evitare i colpi di frusta cercavano di obbedire prontamente, ma spesso questo andava oltre le loro possibilita’ fisiche. Si trascinavano stancamente, mentre gli Aruni continuavano a tormentarli. Sentivo puzza di carne bruciata, la pelliccia degli sventurati mostrava spesso chiazze strinate. Il mio subconscio inizio’ a protestare, volevo agire, volevo uscire da quell’incubo, con un urlo ci riuscii. Mi svegliai di soprassalto, madido di sudore, ero al sicuro nella conca, nel dormitorio della miniera. Nella fioca luce artificiale, proiettata dalle bolle luminose poste sulla nuda roccia delle pareti, vidi delle ombre che circondavano il letto. Sbattei le palpebre, cercando di focalizzare le figure, i Vvill della miniera erano li’ di fronte, alzai il coperchio isolante e li osservai muto. Avevano gli occhi stralunati e gocce di sudore luccicavano nella pelliccia. Il respiro era affannoso, come di chi ha corso o lavorato tantissimo. Dal loro volto traspariva la stessa mia angoscia. - Siete stati voi? - Dissi Non risposero. - Voi mi state trasmettendo le immagini mentre dormo? Il lago, i monti? Chinarono tutti la testa in segno di “si’”. - Diavolo, allora capite! Esclamai - Perche’ non mi avete risposto a suo tempo! Cosa volete dirmi! Niente, non mossero un muscolo. - Gia’, non sapete parlare ma capite, Mm... forse conviene fare una domanda per volta e voi rispondete si’ o no, avete compreso? Invece di rispondere, uno di loro si avvicino’ e mi spinse delicatamente nella conca. - Vuoi che dorma? Perche’? Per trasmettermi ancora immagini? Accenno’ di si’ con la testa. Non mi andava, ma pur di capire ero disposto a tutto, mi addormentai immediatamente. Sognai ancora ero sulle rive del lago questa volta apparvero, in sequenza, un Aruno, uno Skrill, un Gorr. A ciascuno, andava incontro un Vvill, di colpo si fermava, come bloccato da una barriera invisibile. Per quanti sforzi facesse, non riusciva a superare l’ostacolo. La stessa scena si ripete’ con noi terrestri, prima Roxy poi Ellen. Arrivo’ il turno di Serry e mio, con noi il Vvill non incontrava la stessa resistenza, facendo appello alle sue forze, la barriera veniva meno. L’ostacolo cedeva ed il Vvill ci porgeva le grassocce mani, ebbi la sensazione che con me avesse impiegato piu’ tempo. La scena cambio’, rividi la lotta sostenuta con il Gorr nella mensa. Ritrovai la consapevolezza, della scoperta del punto debole dell'avversario. Le facce dei Vvill che guardavano, erano sempre stravolte, le pellicce umide di sudore. La scena cambio’ ancora, ero in volo. Ancora come in un’immagine sovrapposta comparve la scena del dormitorio, io ero addormentato ed i Vvill, ritti di fronte. Li guardai e le facce anche allora erano stanche e concentrate. Ancora immagini, Gorr ghignanti che li umiliavano. Aruni che li tiranneggiavano, persino l’insofferenza degli Skrill per la loro docilità. I colori delle scene, assunsero una tonalita’ piu’ calda. Apparve Ellen che cantava nella mensa e le facce dei Vvill che esprimevano una fugace gioia, il mio viso che esternava simpatia. Roxy che aiutava un Vvill adulto, Serry che sorrideva al piccolo Vvill. Furono le ultime immagini, la sirena della sveglia mi assordo’ le orecchie, mi alzai gia’ stanco e con un gran mal di testa. I Vvill mi guardavano, pensai che forse dovevo cercare di dialogare, pensando ai sogni, un brivido di freddo mi percorse la schiena. - Papi. Era Serry. - Ciao piccola, dimmi. - Stanotte ho sognato... ho visto chi mi ha dato il ciondolo. - Chi? Chiesi un po’ curioso. - Quello... ed indico’ un Vvill a chiazze scure sul marrone. Si avvicino’, era un essere rotondetto, non superava il metro e venti. - Perche’ trasmettete immagini? Indicai col dito la testa – cercate aiuto vero? IlVvill accenno’ di si’. - Cosa posso fare! Dissi alzando le braccia a mo' di resa e guardandomi intorno. I Vvill mi fissavano attentamente, le facce s’irrigidirono, sembrava stessero facendo uno sforzo. All’improvviso si formo’ un’immagine, dapprima sfumata poi piu’ nitida. Avanzavo lungo il crinale di una montagna e loro mi seguivano in fila. Uno inciampo’ e cadde, accorsi ad aiutarlo. L’immagine svani’ cosi’ come venne. Rimasi stupito, il puzzle iniziava a comporsi. Girai lo sguardo intorno incrociando quello di Ellen. - Cosa sta succedendo? - Vogliono aiuto - risposi. - Oddio e come? - Non lo so, comunque almeno ora rispondono. - Aiuto da noi? E noi, chi ci aiuta? - rispose sarcastica. - Lasciamo stare, andiamo, a mensa ti racconto – Rivolsi un ultimo sguardo ai miei sventurati compagni - Sai! Ci vorrebbe un mezzo piu’ spedito di comunicazione, con i sogni o i cenni della testa si fa notte. Arrivato all’officina, trovai come d’abitudine Warmind gia’ al lavoro. - Boulz Warmind, cosa facciamo oggi? - Boulz Leo. Bisogna aggiustare il braccio idraulico di un trituratore atomico ed un altro perforatore. - Un altro? Scommetto che e’ stato un Gorr. - Si’ maledetti inetti, sempre loro. - Non ci puoi far niente, probabilmente e’ a causa dei loro movimenti rapidi e bruschi e se ci metti anche la scarsa intelligenza, ho subito capito che non vanno bene per guidare qualsiasi macchina semovente, chissa’ perche’ non mettono voi Skrill? - Noi? Ed agli impianti tecnici? Alla supervisione? Al controllo? Chi ci mettono... i Gorr? Rispose stizzito. - Non ti offendere, hai ragione, pero’ e’ strano che gli Aruni continuino a fidarsi dei Gorr. Con tutti i danni che fanno - replicai cocciuto. - Infatti, non si fidano. La verita’ e’ che non hanno altri. Noi Skrill siamo pochi li serviamo come tecnici. I Vvill sono tanti, ma lenti e abulici in tutti i sensi, anche se capiscono cio’ che gli si dice non si riesce a comunicare, e poi muoiono presto. Pertanto devono usare i Gorr, per azionare strumenti o guidare perforatori, trivellatori, scavatori e quant’altro. Sono pasticcioni, ma abbastanza intelligenti da usare mezzi non troppo complicati e poi di Gorr... ne possono avere quanti ne vogliono, quando gli Aruni attaccano il loro pianeta, in pratica non offrono nessuna resistenza. Non fanno altro che rinchiudersi sottoterra, come sanno fare. Queste parole furono accompagnate da un gesto di profondo dispregio, tipico degli Skrill. Notai che nell’elenco, non ci aveva inclusi, l’attesa non fu lunga. War rimase assorto sul proprio lavoro per qualche istante, forse seguendo un tenue filo di pensiero, poi alzo’ la testa e disse. - Voi siete i piu’ adatti. - A che ? chiesi. - A guidare i mezzi ed in genere ai lavori manuali, anche di una certa complessita’. Ti ho osservato, non sei un teorico, ma empiricamente, capisci in fretta il meccanismo di base di una macchina e sei in grado di aggiustarla con destrezza. Ho sentito anche della tua femmina, e’ la migliore nel guidare quei mostri meccanici. Finora non ha rotto ne’ un perforatore ne’ una trivella, ho sentito che gli Aruni la rispettano. Il discorso dello Skrill aveva destato la mia naturale curiosita’. - Warmind... ho letto alcune cose sulla vostra specie, anche sui Gorr. So che voi siete i naturali nemici degli Aruni. Non conosco pero’ il grado d'evoluzione dei Gorr, ma che tipo di nemici sono per gli Aruni? Dal tuo discorso sembrano deboli, che tipo di livello tecnologico hanno raggiunto. - Nemici... no, sono quello che ti ho detto. Sono barbari, utilizzano normalmente il ferro, costruiscono utensili e macchinari semplici. - Che tipo di energia usano? Chiesi incalzandolo. Ben disponibile, ghignando a modo suo, nella tipica espressione di un sorriso, War inizio’ a raccontare. - Le dovresti dedurre queste cose, normalmente usano energia animale. Specialmente la forza di una grossa bestia che vive sulla superficie del loro pianeta. Sanno sfruttare anche la forza naturale del vento. Puh che schifo, hanno un bel pianeta, ma come tutti i rettili amano rintanarsi sottoterra. Vivono negli aridi deserti, battuti costantemente da bufere di sabbia e polvere vulcanica. - Dovrebbero essere molto indietro rispetto a noi terrestri! - Continui a fare domande scontate, ne deduco che vuoi arrivare ad un discorso preciso, comunque se, come hai detto, siete giunti a scoprire l’energia atomica, puoi benissimo capire la differenza. Sorrisi, non gli si poteva nascondere proprio niente. - Hai ragione – quello che cerco e’ la tua opinione. Che cosa pensi! Noi terrestri faremo la stessa fine dei Gorr? Quando ci catturarono, ci dissero esplicitamente che l’avevano fatto per studiarci, allora... noi saremo i prossimi schiavi di una lunga serie? - Tu, che ne pensi? Replico’. - L’ho chiesto a te, io ho una mia opinione, vorrei per favore la tua. - Non credo. Almeno non per adesso. Siete troppi, troppo evoluti e troppo ribelli – mi guardo’ sottecchi – forse malvagi - non e’ nello stile degli Aruni correre rischi inutili, per loro e’ difficile, in simili condizioni usare un attacco diretto, almeno se e’ vero che i popoli della tua “Terra” sono sempre in guerra. - Si’, e’ quello che ho pensato anch’io. Pero’ non credo come te che siamo cattivi, non tutti i popoli del nostro pianeta, hanno lo stesso livello di civilta’ e di ricchezza economica. Non tutti hanno raggiunto quel grado che preservi dalle barbarie. Sulla Terra, ci sono ancora popolazioni molto arretrate da quei punti di vista, o forse ci manca una cultura della pace, o forse e’ solo una questione di potere. Ma! Sto filosofeggiando... lasciamo correre. Un’altra cosa Warmind. - Ancora? Esclamo’ con il suo ghigno stampato in faccia. Questa e’ un’altra caratteristica della tua specie. Parlate troppo. - E voi troppo poco. Senti volevo parlarti dei Vvill. Secondo me ti sbagli. Non sono stupidi, lenti per natura si’, ma non stupidi o abulici. Io inizio a comunicare con loro. Si giro’ di scatto verso di me e per poco non gli cadde il sequenziometro. - Comunichi con loro? - Beh! Siamo ancora agli inizi. Ti ricordi dei "sogni" che ti ho raccontato? Risposi. - Si’ ricordo - e mi incito’ a continuare. - Comunicano con quelli e poi hanno iniziato a rispondere si’ o no con la testa. - Rispondono alle tue domande, ma non parlano! - No, non parlano - Risposi con un sospiro – alle domande dirette e semplici, rispondono con i cenni, per i discorsi lunghi usano i sogni. - Se ho capito, tutti i sogni che facevi, non erano frutto delle tue paure o desideri, secondo la vostra concezione, ma erano i Vvill che ti parlavano con quel mezzo. - Colpito! Bravo, - gridai eccitato. - Perche’ lo fanno solo con te? - Non solo con me, c’e anche Serry. Credo che siamo gli unici, con cui riescono a comunicare e con grande sforzo. - Non capisco! Disse contrariato. - Venendo qua ci ho pensato. Dev’essere come con le onde radio... Per comunicare via etere, come fanno gli Aruni o noi. - Anche noi le usiamo, continua - replico’ un po’ seccato. - Credo funzioni in quel modo. Loro sono le emittenti radio e noi le riceventi. Solo che tutti voi non percepite messaggi. Siete su di un’altra banda, un’altra frequenza, mentre noi, seppur con sforzo, percepiamo le onde, in parte, non limpide, in modo disturbato, ma ci riusciamo. War mi guardava fisso e io nell’eccitazione di essere compreso iniziai ad accalorarmi. - Voglio dire che loro sono telepatici, questo lo riconosci no! Ebbene noi non lo siamo, percio’ quello che percepiamo sono onde, pensieri anomali non puri e sono i "sogni". Una forma di comunicazione telepatica, ma non pura, chiara. Mi sono spiegato? - Voi siete una razza anche di telepati? Almeno qualcuno? Chiese War pensieroso. - Non che io sappia. Te l’ho detto, nessuno sulla Terra e’ telepate, no proprio no. Risposi secco. - E se fosse una scelta. Cioe’, se avessero deliberatamente deciso di comunicare solo con la vostra specie? Non avevo pensato a quell’eventualita’. Rimuginai su qualche attimo. - No, non credo che sia questo. Credo che di voi si fidino, in fondo non li trattate male, pero’ non ci riescono. - Forse hai ragione, comunque e’ un’ipotesi. Puo’ essere un piano premeditato. - A che scopo, non vedo il motivo di questo modo di agire e poi perche’ solo due di noi? Ma... e’ un dato di fatto, che almeno per adesso siete esclusi. Potremo accertarcene, ponete qualche domanda, se rispondono significa che ti sbagli, in fondo non mi sembrano in grado di mentire. Senti giudica tu, ti racconto quello che ho sognato. Cosi’ m’immersi in un racconto preciso e colorito, della notte che avevo appena trascorso e delle conclusioni cui ero giunto, quando terminai chiesi cosa ne pensasse. - Che la vita, qui, prima che vi portassero, era monotona, rispose sarcastico – credo anche che i Vvill siano da scoprire e da capire. Ci conviene tentare l’esperimento che hai detto. Sentenzio’ piu’ serio. Quel giorno percorremmo i tunnel insieme ancora parlottando. Arrivati alla mensa gia’ gremita, Ellen era gia’ al suo posto. Mi aveva anticipato come sempre, il livello dove lavorava era piu’ vicino del mio. Warmind si diresse verso i suoi amici. - Ciao che hai preso? indicai con un cenno il piatto. - Pomi, un misto di verdura scongelata e frutta reidratata. - Niente carne? Lo sai che hai bisogno di proteine, con queste temperature si consumano facilmente. - Carne? Ne abbiamo gia’ parlato - mi rispose col fare disgustato, che era solita usare per quell'argomento – che ne sai da che animale proviene! Puo’ essere di qualcuno di questi e allargo’ un braccio come a comprendere tutti. In ogni caso gli Aruni mi danno gli integratori. Mi guardai intorno preoccupato. Quel discorso mi faceva sempre un certo effetto. Da dove proveniva la carne fresca che mangiavamo quasi tutti? Se si escludeva la mia famiglia e tutti i Vvill, gli altri, compreso me stesso, mangiavamo carne. In quei momenti preferivo pensare, che fosse di un qualche animale, che sapevo gli Aruni cacciavano periodicamente in superficie. A volte nel menu’ si riusciva a trovare pesce e quello certamente veniva dai fiumi della superficie. Era strano, una specie di luccio terrestre, piu’ grande, rossiccio, con due occhi enormi sporgenti ed una coda orizzontale come quella dei delfini. Lo cuocevano su enormi pietre piatte arroventate, dava sempre di bruciato, ma era un’alternativa alle monotone pietanze degli Aruni. Mi scossi da quelle riflessioni e salutai le bimbe, indaffarate fra i tavoli, sapevo che lavorando avrebbero trovato il modo di avvicinarsi un attimo al nostro tavolo. - Mangio due bocconi e ti dico di stanotte – dissi – ricordando la promessa fatta a Ellen. Poco dopo raccontai quello che avevo sognato. I Vvill che rispondevano a cenni, la stanchezza dei loro volti ecc.. Per forza di cose, fui costretto ad essere conciso. Trangugiai gli avanzi del frugale pasto, mentre Ellen sembrava persa nei suoi pensieri. - Stamattina, mi hai detto che ci vorrebbe un mezzo di comunicazione piu’ rapido? Disse all’improvviso. - Si’ certo! Allora? - Se imparassero il linguaggio dei gesti, come parlo io con le bambine! - Tu parli con i gesti? Con le bimbe? La interruppi. - Gia’! Tu sei troppo indaffarato ad inseguire i tuoi sogni e tendi ad escludere tutto il resto – rispose seccata - guarda ti faccio vedere. Si alzo’, chiamo’ Serry ad alta voce, e sovrastando il brusio della sala, inizio’ a gesticolare, il tutto mi risulto’ incomprensibile. - Cosa hai detto? - Chiesi curioso. - Aspetta e vedrai. Di li’ a poco arrivo’ Serry, con una ciotola di tuberi di una pianta sconosciuta. - Ciao papi, prendi. - Per me? - Mamma ha detto che era per te. Guardai i tuberi – non c’e’ quella salsina verde che usano gli Aruni? - Chiesi. - No, non ce ne’ piu’, i Gorr ne sono golosi, l'hanno presa tutta – rispose e se n’ando’ con un bacio affrettato. - Diventa grande in fretta – dissi, parlando piu’ che altro a me stesso. - Non divaghiamo – m'interruppe Ellen – allora cosa ne pensi! Puo’ andare come linguaggio? - Perche’ non vai dai Vvill e lo chiedi. Dissi con un sorriso di sufficienza. - A quale chiedo? Disse lei indispettita. - Ad uno qualsiasi, quello che dici ad uno praticamente lo dici a tutti, almeno credo – conclusi. Ellen si alzo’ e si diresse al Vvill piu’ vicino. La seguii curioso. - Salve disse in aruno. Il Vvill si tocco’ la fronte. - Posso farti una domanda? Continuo’ Ellen. - Si’ con la testa. - Voi potete far “sognare” anche me? Il Vvill piego’ nuovamente la testa. - Mm... si, perche’ non sogno allora? - Nessuna risposta. - Non devi chiedere perche’! Non rispondono – intervenni– devi porre solo domande, cui possono rispondere si’ o no. - Senti, io conosco un linguaggio piu’... completo. Con i gesti, con le mani, possiamo parlare, vi va? Il Vvill guardo’ l’altro commensale, insieme dondolarono la testa energicamente in segno di si’. In quel momento sentii una pressione al braccio, era Warmind che non visto si era avvicinato. - Hai ascoltato? Gli chiesi. - Si’, l’ultima parte. - Prova a porgergli delle domande, il metodo lo sai. Lo Skrill punto’ una delle sue grosse dita verso il Vvill. - Possiamo sognare? - No! - Non possaimo sognare! – Ripete’ fra se War. - Siete disposti almeno a comunicare anche con noi? - Si’ - Con i Gorr? Il Vvill scosse la testa energicamente. - Con gli Aruni? - No. - Bene... mi basta. Poi rivolgendosi a Ellen continuo’ – c'insegneresti il tuo linguaggio di gesti? - Certo Warmind, lo faro’ volentieri - Rispose Ellen in tono altrettanto formale. Quell’atteggiamento non gli era familiare. Probabile si stava dando un contegno. La sera stessa nel dormitorio iniziarono le lezioni, come allievi, Ellen aveva oltre a Roxy, i nostri due amici Skrill, War e Fiirden, poi c’erano altrettanti Vvill dallo sguardo leggermente meno abbacchiato degli altri. La lezione duro’ la meta’ di un decimo di colonna. Quella notte non sognai e nemmeno nelle due settimane successive, ci rimasi un po’ male. A parte le scene cruente della cattura dei Vvill, mi mancavano la natura, lo spazio, il senso di liberta’, che provavo quando sognavo. Ad uno degli incontri serali, chiesi a Serry se sognava. La risposta fu negativa. Decisi di parlarne con Giacu’, il piu’ sveglio dei Vvill. In fondo dopo poche lezioni, la base del linguaggio era ormai acquisita. Tutti noi abitanti della miniera, parlavamo speditamente l’aruno, si trattava in questo caso di applicarvi il linguaggio dei segni. Nelle ultime lezioni, facevamo tutti pratica l’apporto di Ellen si limitava all’insegnamento di qualche gesto particolare, che sintetizzava un’intera parola o una frase tipica. Quella stessa sera chiamai da parte Giacu’. Con l’approccio diretto, cui ormai era abituato, gli chiesi quale impedimento ostacolava i sogni. - Vuoi sognare? - mi rispose - Certo - risposi. - Nessun impedimento, volevamo imparare il nuovo metodo per dialogare. I sogni sono ancora troppo faticosi, perche’ vuoi sognare? - Mi piace, mi da un senso di liberta’, quello che qui non c’e’. - Liberta’ ripete’ e si guardo intorno - qui c'e’ solo roccia. Bene... sognerai, con la tua bambina gia’ e’ piu’ semplice, ora dormi e se n’ando’. - Okay, buonanotte – risposi, parlando ormai alle sue spalle. Rimasi ad osservarlo. Avevo notato che tendeva ad essere telegrafico e conciso. Cercai una spiegazione, conclusi che probabilmente era dovuto alla loro telepatia. I messaggi corticali che si scambiavano dovevano essere istantanei e completi. Di conseguenza tendevano naturalmente a sintetizzare qualsiasi altro linguaggio. Quella notte e le successive, sognai di nuovo di essere sulla superficie di Aldronn, brevi sogni ma che mi rendevano felice. Ero fra un gruppo di Vvill, diretti chissa’ dove, forse erranti. Alternativamente vedevo il susseguirsi delle scene, come una proiezione olografica, oppure agivo direttamente, come se fossi io stesso a compiere l’azione. In quelle notti imparai molto sui nativi del pianeta. Individui pacifici, vivevano in totale simbiosi con la natura. Usavano attrezzi rudimentali, sia per le faccende giornaliere sia per procacciarsi il cibo. Con una specie di piccozza, scavavano nella tundra, per estrarre dolci tuberi rossastri. Un cesto bassissimo, a maglie larghe, serviva per raccogliere pesci nell’acqua bassa dei torrenti. Quando non dimoravano in qualche grotta trovata lungo la via, vivevano in tende da campo, divise in piu’ scomparti. Erano molto semplici, robuste ma leggere. Le ricavavano dalla pelle di un animale che mutava ad ogni stagione. Opportunamente raschiata e trattata, diveniva elastica ed idrorepellente.


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