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lavoro pubblicato domenica 2 gennaio 2005
ultima lettura lunedì 10 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

DRAMMA ANTICO

di DOMENICO DE FERRARO . Letto 2050 volte. Dallo scaffale Storia

DRAMMA ANTICO Un Dio rise mostrandosi sulla soglia dei primi tempi. Nella natura delle cose mossi i miei primi passi nei vicoli...

DRAMMA ANTICO Un Dio rise mostrandosi sulla soglia dei primi tempi. Nella natura delle cose mossi i miei primi passi nei vicoli bui e marini della città di pietra lavica cercando le radici d’un tempo passato la comprensione delle perdute origine . Sacro cantore lascia che io salga sulla tua barca e conducimi con te verso l’antiche terre dei miti . L’immaginifico Puella questo et sia tuo nume tutelare. Gli antichi avevano poca morale ed amavano banchettare e far festa protetti dai Lares familiares Il canto della strada dei folli e dei giullari imprigionato nella Mesta voce del tempo sibilino . Un narrare favole e metafore Atellana commedia nata dal bisogno di sorridere al raziocino vile e villano Una volgare parabola cristiana d’ascoltare vicino al foco . L’animo come sempre impaurita da ricordi e avventure lunari . Tutto si compie nel ciclo delle divinità pagane strane figure apoteosi d’una conoscenza terrena. Dalla pietra nacque Prometeo resse il mondo Atlante . E la vecchia parabola rende primitiva la parola estatica e dolce al palato. Mistero fraterno del buio ove albergano spettri e sofferti giorni Ove il vivere si nutre di perché e domande vane sull’essere savi. Conoscenza ignuda sotto la fonte scolpita e dipinta usata e amata ripudiata e uccisa et memore dell’umano arbitrio . Dissetando la volontà di sapere girovagando per luoghi sacri e profani alla lingua madre inconsapevole della forma mia come atto sotto gli archi antichi raccolsi il canto d’una generazione. Conobbi per un breve lasso di tempo il viso angelico e sensuale Della libertà l’urlo anarchico la consapevolezza storica di essere Uno dei tanti partecipi ad un nuova ipotesi di cambiamento sociale Inebriandosi e ubriacandosi di filosofia brilli e bulli insieme alle belle pupe. Metafisica dalle calze a rete dal profumo di lessico borghese con accenti di parlata volgare da bettola d’osteria. Tracannando vino e vita con occhi innocenti il voler comprendere La diversità dell’altro incontrato per caso nel quotidiano Cammino. Ragionammo sull’etica delle azioni sulla morale Senza limiti ignari di cosa stavamo facendo o stessimo parlando. Ascoltando : Ragazzo triste come me ah ah che sogni sempre come me ah ah Non c’è nessuno che t’aspetta mai perché non sanno come sei. Ragazzo triste sono uguale a te a volte piango e non so perché Tanti sono soli come me e te ma un giorno sperò cambierà. …..Ragazzo triste come me…. Hey hey vedrai Hey hey vedrai non dobbiamo star soli mai Non dobbiamo Star soli mai…… Udire in lontananza l’ode del mare agitato riempie lo spirito Di suggestioni e romanze. Ho creduto di vivere una breve rinascenza. Tentai d’amministrare i miei versi catalogando Dolori visti e narrati. L’universo era sotto sopra nella mia visione Ma possedevo la fede del credo così solitario potei sorridere alla vita e ai suoi inganni. Nei miei lunghi viaggi pervaso dal furore giovanile a bordo di navi Verso luoghi colmi di patria storia Trovai il corpo di un mite pastorello in una pozza di sangue giacere sulla terra Attica. Mi misi ignaro alla ricerca di fatti e misfatti Trascritti su rotoli di papiro. Vidi le muse danzare frenetiche Al fine esauste inginocchiarsi davanti al corpo del povero pastorello e cantare Greche litanie. Le sue vere sembianze a guardarlo bene sembravano quelle di un Dio caprino dal nome oscuro di Pan Allora s’udii da sponda a sponda il grido di dolore alzarsi su ogni cosa muta e la voce corse lungo le coste mediterranee dicendo: Trema o vile hai inferto la lancia nella carne innocente d’un Dio. L’universo si dispiegò per ogni dove onda dopo onda giunse l’eco della novella. Così si riunirono gli eroi ed i legionari e alla ricerca partirono a trovare quel crudele assassino. Accessi il lume della ragione poetica e la fiamma vespertina prese a danzare nel vento. Rammentando tante giovani vite uccise Per un nulla per una dose d’amore chiamata eroina. Vite vendute ai draghi dell’oppio all’ignoranza di voler continuare a credere la terra essere la mater universum. Seguendo i soldati nei sogni marciando contro i torrioni dei castelli incantati . Ove segregata vive prigioniera la donzella Amata. Ritorna in noi dolce fanciullo di verde età ritorna a giocare A correre con noi per i prati in fiore. Il cielo sopra di noi la luna Nova in alto come guida su un mare di dolcezze et tristezze. Così quell’ indifeso corpo fanciullo era il vecchio Pan Dio dei pastori. Colpevole di non essere un uomo ma un capro espiatorio. Colpevole di rincorrere l’amore ninfeo di saper zufolare note Melodiose da poter incantare l’acque e il cielo in moto, e tutti gli animali del parnaso . Tutti dicevano : Pan è un vero Dio . Io incurante di tante malelingue mi misi a scrivere questa verità Volto del mio quartiere ai margini del bosco cittadino. Il vero Condito sotto molti versi. Nel crepuscolo degli Dei vidi il Dio dei poeti girovagare tra le campagne ignudo in preda alla sua follia esistenziale. E vera fù la mia sete di conoscere questa esistenza post moderna dell’uomodio. Ossessione di miti figli di leggende Era talmente grande la voglia di vivere da ubriacarmi d’epiche Letture di romanzi e commedie. Le forze confluivano in una vita immaginaria in un canovaccio a libero soggetto. Pensai per un attimo che Pan fosse stato ucciso per mano mafiosa o la vendetta trasversale di qualche autore caduto in disgrazia. Certo egli comprendeva ogni cosa e gli antichi lo avevano adorato e venerato. Non trovai nessun indizio utile per spiegare quella assurda morte. Come il tempo escatologico l’immagine Della divinità c’indica la via da seguire . Certo Pan era una figura ambigua metà capro metà uomo. Forse sembianza umana ritratta dalla divinità di quei primi tempi. Faciamus hominem ad imaginem et similitudine nostram Il Dio dei tragici era il Dio dei Pastori. Lo spirito di quel Dio dei poeti che corre nei nostri versi notturni dedicati ad amici perduti ad amori mai dimenticati.


Commenti

pubblicato il 04/09/2005 19.22.45
Francesco Ferraro, ha scritto: ubriacante, se mi conoscessi già basterebbe. prosita!

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