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lavoro pubblicato venerdì 25 maggio 2018
ultima lettura martedì 25 settembre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Suor Anna..

di Albert54. Letto 1695 volte. Dallo scaffale Amore

L'INIZIO.Stamane la musica che la radio diffonde, mi vuole stranamente bene. Dylan con la sua "Blowing in the Wind", rende ancora. migliore il caffè. Forse sarà questa musica che diffonde note antiche in casa, forse saranno i pi.......

L'INIZIO.
Stamane la musica che la radio diffonde, mi vuole stranamente bene. Dylan con la sua "Bowling in the Wind", rende ancora. migliore il caffè. Forse sarà questa musica che diffonde note antiche in casa, forse saranno i piacevoli profumi emanati dalla caffettiera. Ma certamente, queste due variabili unite, di buon mattino, riescono a riavvolgere in me, nella mia mente, il nastro del tempo.

Erano anni in cui la gioventù incedeva forte, accompagnando il tuo passo. Il tuo andare verso la vita era voglioso, certo di una riuscita. Avevi sui polpastrelli delle dita il mondo intero e lo respiravi a pieni polmoni. Erano anni nei quali si sentiva forte la spinta della musica. Ci spronava a credere in un domani diverso. Ci aiutava a toglierci di dosso la polvere e il vecchiume di chi circondava. I tuoi genitori stessi ti sembravano piovuti da un cielo lontano. Da una galassia che conteneva una vita di centinaia di anni prima. Erano i nostri anni, non quelli di altri. Anni in cui i capelli crescevano e sulle punte delle dita si sentiva la speranza dei tempi che stavano iniziando a cambiare. Tempi che diventavano nostri, da vivere.La canzone di Dylan ebbe varie versioni in italiano e la mia preferita era quella dei Kings. Il titolo era "Risposta". Una risposta come quella che noi cercavamo ponendoci mille domande.A poco a poco rivedo nella mia mente un mio scorcio di vita. Periodo vissuto in ogni attimo. Anni belli, di certo riposti in un briciolo di mente, in un meandro del cuore. Anni a cui basta poco, come un brano di musica, per riproiettarli nella mente. Note, che riescono ad estrarli dal tuo recondito più intimo. Eccoli questa mattina. Riappaiono, rivivono. Sono pronti ad essere rivisti con occhio staccato ma ancora felice. Rinascono brevi, singoli dettagli.Mentre con calma, sorseggio il caffè, tornano con ogni loro istante. Acuiti, vividi.

Quella domenica mattina ci chiesero di suonare in chiesa. Di tanto in tanto succedeva. Forse i tempi in corsa dell'epoca avrebbero rischiato di far perdere alla gioventù il senso della religione. Venne inventata la messa beat. Mi piaceva, anche perché la consideravo "un' insulto verso tutta la bigotteria che imperava tutto attorno allora". Così accettammo, qualche canzone fra cui "risposta" la versione italiana della canzone di Dylan.In un banco della seconda fila notai uno sguardo che filtrava sotto un velo grigio. Gli occhi si intravedevano appena e lo sguardo stesso risultava offuscato da quel velo seppur leggero. Il sorriso invece lasciava trasparire una inquietante dolcezza.Non ci feci molto caso. SI suonava, ma avevo una strana sensazione e riuscii a confondere anche due accordi minori. Con una occhiata di George capii che avrebbe potuto uccidermi. Ma lo sentivo insistente, addosso
l' osservarmi di quella suorina. Uscii dalla chiesa con i primi. Non ritirai neppure la chitarra, ne smontai l' amplificatore. Attesi che uscisse. Era dietro al gruppo di suore ed in mano stringeva un' immaginetta. Quando passò volli ricambiare, quel suo sguardo precedente. Un suo cenno semplice con il capo, mi fece capire che era stato apprezzato.

Continuai ad osservarlo, sotto il portico esterno, quel gruppo di suore. Si fermò brevemente per scambiare due parole con altri fedeli. In prima fila, vi era colei che ritenevo la superiora. Sarà stato il suo viso candido, anziano austero a farmi pensare che fosse lei la madre direttrice del convento. Il gruppo si completava con le altre sette vestite in nero. Leggermente spostati, tre veli grigi.

Le aspiranti novizie. Mi mossi attraverso il colonnato, raggiunsi il porticato, cercando di non attirare nessuna attenzione. Passai vicino alle giovani, future sorelle. Se ne stavano andando, ma una mano mi sfiorò la schiena. Un velo grigio, mentre iniziava ad allontanarsi si girò. Intravidi ancora quello sguardo. Mi piaceva quella dolcezza che sapeva esprimere. Non riuscivo a descrivere a me stesso quanto sapeva far trasparire, quella giovane, futura suora.Una sensazione strana mi colse. Quel gesto, quel girarsi anche in "tempi cambianti" lo sentivo stano. Non capivo il senso e neppure la sua logica.Non ci pensai, ma pensai a quella settimana in cui avrei dovuto studiare molto.

Per ancora alcuni giorni sarei stato a casa, prima di ripartire. In quell'ambito famigliare sapevo che avrei preparato al meglio ogni esame che mi attendeva. Ero certo, avrei sconfitto la ostica termodinamica.
Un paio di giorni e partii. Mi sentivo pronto per affrontare gli orali e le prove scritte.La scuola si prese il mio tempo. Riusii a dare tutti gli esami previsti. Finalmente era tempo di vacanze e di tornare a casa per qualche settimana. Cosi, con la gioia di un bimbo in me, tornai.
Da quella domenica era passato quasi un mese. Il ricordo di quella messa piacevole non mi aveva abbandonato. A casa, le solite piccole attività di quel periodo di ozio che iniziava.Un'uscita al bar, un trovarsi con gli amici e prima di rientrare per cena, una visita al piazzale.

Un pomeriggio, attirò la mia attenzione, un cartellone bianco.Appeso sul portale della chiesa, quel piccolo manifesto annunciava una manifestazione nel convento vicino. Una festa per ragazzi e bimbi. Presi subito la decisione di andarci.
Avrei solo curiosato e trascorso del tempo con ragazzi che conoscevo. Con qualche figlio di amici di famiglia. In cuor mio però ero curioso. Quello sguardo, di settimane prima girava ancora nel mio cranio. Dei miei amici nessuno volle venirci. Il solo proferir loro laparola "convento", li rendeva nervosi. Mi prendevano in giro. Riuscirono anche mentre provavamo con il gruppo a chiamarmi Frate Al.
Con loro da sempre condividevo gioie, amori, musica preoccupazioni scolastiche e qualche bevuta.
Ma non parlai mai di quel vestito grigio da novizia.
Chiesi a loro ancora di accompagnarmi. Nessuno volle venire con me ed io coerente con la mia scelta ci andai da solo.

Il convento era grandioso. Una costruzione di fine ottocento, con dei grandi porticati all'esterno.
Gli stanzoni comuni erano ben tenuti e vi erano ampi spazi. Il parco poi raccoglieva una rigogliosa flora mediterranea. Ad inizio novecento sicuramente era ricco in religiose. Spesso venivano gruppi per gli esercizi spirituali. Negli anni era rimasto un punto di riferimento per la gente della città. Alcune suore facevano volontariato, aiutando anziani e case di riposo.Vi arrivai. Dopo aver suonato mi fu aperto da una delle religiose. Percorremmo assieme il lungo corridoio ed arrivammo al grande soggiorno dove la piccola festa era in pieno svolgimento.Le suore intrattenevano i ragazzi mentre le praticanti novizie, si dedicavano ai piccini.Dopo un' oretta, il rumore in quella stanza iniziava ad alterarmi i timpani. Il parco era troppo bello, così uscii da quella stanza e me ne andai a curiosare nel chiostro esterno.Già allora amavo perdermi ad osservare strutture storiche. Osservare queste stupende arcate mi placava l' animo. Lo studiare, il cercar di capire, le modalità di costruzione del passato mi rendeva felice. Li in silenzio, cercavo di capire ed analizzare ogni singolo dettaglio.La sera era incipiente e la luce nei porticati iniziava ad essere fioca. Si univa comunque a quella che filtrava dalla stanza accanto. Nel salone ragazzi e bimbi erano ancora intenti nelle loro attività. Pensavo di andarmene, mentre stavo osservando un affresco. Era davvero peccato vederlo sbiadito, mal tenuto. Pensavo allo splendore che avrebbe ritrovato quel S. Giorgio, con un restauro mirato per lui e per il drago.

Sentii una mano debole quasi timorosa sulla schiena.
"Sono di corsa, raccolgo la palla e rientro"
"Alla sera dopo cena passeggiamo all'esterno. In fondo al parco il muro è basso. Ricorda!"
Il tempo di girarmi, due occhi di un verde chiaro, folle unico, se ne stavano andando Non era possibile mi dicevo, no non esiste. Così pressoché adirato passando dallo stanzone salutai la madre superiora e gli altri che conoscevo. Non osai guardare nuovamente verso il fondo a cercare un velo grigio.
Giunsi a casa e credo che mia madre avesse letto in me.
"Qualcosa non va?"
"No risposi, tutto bene" Poi aggiunsi:
"Non ho fame prendo solo un paio di frutti, devo scappare, mi aspettano per le prove"Su un " Non fare tardi" uscii.Il pensiero di quell'incontro girava e rigirava nel cranio. Era una lotta fra curiosità e voglia di lasciare perdere. Cercavo di estraniarmi ma le gambe mi portavano sempre più vicino a quel convento.Arrivai a quel muro. Un muro oramai centenario, che sarebbe stato facile scavalcare.
Mi tirai su, sino a poter osservarci dentro.

Vedevo poco all'interno di quel parco. Riuscivo però a sentire un borbottio, un sottofondo di chiacchiere ritmato dai passi sulle foglie già secche. Era sicuramente il gruppo principale delle suore.
Poi proprio vicino al muro una preghiera, ripetuta nel rosario. Strano il tono della voce, non sommesso ma acuto, come per farsi sentire.La mia mente si acuisce, cerca di analizzare il tutto.
Così ripeto a me stesso:
"Strana la lontananza di questa preghiera dal gruppo delle suore."I dubbi mi assalgono, ma decido , con le mani mi alzo ancor più sul muro. Sono a filo alla sua altezza e gli occhi possono guardare meglio.
"Anna" dico quasi bisbigliando. Poi aumentando il volume "Anna" ancora una volta.La preghiera cessa e un" Ssstt" con il dito di fronte alla bocca mi invita a non parlare.La sua mano mi fa cenno di entrare, ho paura, sbircio in lontananza.Non vedo il gruppo della madre superiora. Decido,prendo il coraggio a piene mani ed entro.
"Come fai a sapere che mi chiamò Anna?"
"Lo ho chiesto ai bimbi L'altra sera.
"Mi guarda e io muoio di fronte a quello smeraldo dei suoi occhi .
Alza ancor più il velo. Il viso è candido,diafano.
Ha le mani giunte, decido di mettere le mie attorno alle sue, che trovo gelide.
"Non ho molto tempo, vi sarà la funzione serale a breve". "Però se ti va alla sera, usciamo sempre nel parco.in questo luogo riuscirò a vederti se vuoi"
Poi aggiunse:
"Metterò un piccolo ramo sul muro se ci sarò e la strada risulterà libera, ma stai attento."
Ero nervoso,timoroso per essere in quel luogo. La guardavo con una tenerezza infinita.Un paio di minuti dopo le dissi.
"Ok.. ora devo andare." Null'altro.
Lasciai le sue mani, un'ultima occhiata verso di lei.
Sul suo volto riscendeva il velo mentre io saltavo al di là del muro.

Per alcune sere questi incontri si rinnovarono.
Arrivavo a quel muro sempre con il cuore in gola. Con la paura di essere visto da chi abitava vicino.

A volte non vi era il ramoscello e mi preocupavo.Ritornavo perplesso verso casa, chiedendomi se fosse stata scoperta.Per fortuna ne io ne lei fummo mai sorpresi in quelle tante serate.
Una sera ebbimo un tempo maggiore.Quei momenti costituiti solo da sguardi , unione delle mani e piccoli scambi verbali tramutarono di intensità.
La dolcezza si traformò in un fuoco incredibile, una passione vera. Nelle sere successive, si trovò anche il tempo di parlare.Tutto era bello davvero.
La settimana seguente vi andai tutte le sere. Di lei nessuna traccia.Nessun ramoscello a darmi il via libera. Ero preoccupato. Mi chiedevo che problema fosse sorto. Mi sentivo solo, mi mancava.
Arrivò finalmente la domenica mattina e la rividi. Entrava alla messa in coda al gruppo con le altre due novizie. Vederle parlare fra loro, mi dava la sensazione che avesse parlato con loro di quelle nostre sere.Che ci fosse stato qualche problema per lei in convento.Le feci un cenno per la sera e lei annuì.

Quella sera arrivammo quasi assieme al punto di incontro. Potei osservare la sua mano che posava il ramoscello sul muro.Un secondo ed ero oltre quell'ostavolo che ci separava.
"Hai parlato con le altre due novizie di noi ?"
"No non voglio ne posso è una innocente cosa nostra."Sentendomi sollevato, le chiesi:
"Ma perché proprio io ? "
"Sai una volta prima di entrare in chiesa ci fermammo sul sagrato.Era presto per la funzione e così mi guardavo in giro.Ti notai, seduto su quel muretto." "Tu con i tuoi amici attorno , le moto.. e quelle ragazze che vi gironzolavano in giro".
I tuoi amici si dannavano per attirare la loro attenzione. Tu invece no.Eri già certo allora, che i tuoi lineamenti gentili, il tuo essere gracile e il tuo modo di porti ti avrebbero avvantaggiato. Sapevi gia allora che la mente di un uomo può sedurre molto più di una marea di muscoli.

Così ti osservavo.. mi intrigava sapere chi eri, come ti chiamavi".
"E tu ? le chiesi cosa è questa tua presenza qui. Perché !"Mi guardò, il viso divenne meno sereno, gli occhi si colmarono di profondità.
"Una scelta, una scelta anche se non so dirti se è o sarà quella giusta". Fuori non mi trovavo bene. Sai in una società che sta esplodendo, cambiando con questa nuova gioventù non mi ci ritrovavo.Ho voluto venire qui. La pace il silenzio uniti alla preghiera e alla meditazione so che mi faranno trovare la mia strada. Non è stato semplice ne per me ne per la mia famiglia.Ora mi sento in pace. Notai che un rivolo d'acqua scendeva sulla sua guancia.
Aggiunse.. "in pace, non serena."
Mentre io aggrottavo la fronte e non sapevo cosa dirle furono i gesti a parlare.Mi getto le braccia al collo e mi strinse a se. Si asciugò gli occhi con la manica dell'abito grigio. Mise al suo posto il velo. Mi giunse il suo "Stai sereno, ciao", mentre io scavalcavo il muro. Ero confuso, provato. Trovai solo un filo di voce per dirle: "a domani."

A casa ci ripensai, ci ripensai per una notte intera. Decisi che l'indomani, sarebbe stata l'ultima sera che fossi andato al convento.Non era giusto quanto facevo. Volevo che rimanesse libera in questa sua scelta. La strada che la aspettava era solo sua in convento, convinta, oppure no.Quando arrivai al muro non vidi il ramoscello, aspettai, cercai di sentire se una voce stesse recitando una preghiera nulla.Rientrai a casa. Quella notte non dormii i pensieri volavano.Come risentirla, rivederla. Giunse la domenica. Erano gli ultimi giorni a casa prima di ritornare agli studi ed avrei dovuto far presto nel risentirla, nel volerle spiegare la mia intenzione.
Al suono delle ultime campane il gruppo di suore giunse. Sentivo il cuore in gola nel saper di rivederla.

Passarono quelle con il velo nero e poi le tre novizie.
"Un genio mi dissi.. lei è un genio."
In una mano reggeva cinque rose per abbellire l'altare e nell'altra, quella verso me un ramoscello di verde. Quando incrociò il mio sguardo sollevo a modo di saluto il ramoscello di verde.
"Questa sera ci sarà mi dissi."

Mi avviai era l'ultima volta che l'avrei vista. Avevo deciso.Quando ci incontrammo le dissi..
"Lasciami parlare e non interrompermi ti prego..."
Cercai di attenuare il groppo in gola. Lo sforzo per avere una voce apparentemente normale era elevato.Ma riuscii a continuare.
"Vedi Anna, una sera di un po' di tempo fa fu la prima sera. Quella sera le mani che avevi guinte, pronte per pregare le strinsi io. Da subito e poi in tutte le altre sere era come se la tua preghiera la donavi, dedicavi solo a me. Quando vidi il tuo viso la prima volta nel silenzio di quel chiostro fui sorpreso.

Non ti nascondo che avrei fatto moneta falsa per saperlo solo mio. Per stringerti e portarti via...
Per dirti che tu esisti per me.Ma non è. Giusto, lo so che forse qui dentro l'amore muore. Muore giorno dopo giorno fra queste mure. Ma non neppure è giusto che io sia qui."Lei si rattristò e questo fu un colpo dritto al cuore, ma continuai:
"Non posso pensare che io sia qui a rubare quel posto che hai scelto di offrire a Dio."
Mentre dentro me pensavo. "Te lo si legge sul viso il bisogno di amoreche hai.."aggiunsi solo:
'Orami è impossibile continuare."

La sua mano diventa ghiacciata. Quasi volesse raccogliere il gelo della morte.Un breve momento ma poi intravedo dapprima paura e poi serenità in te. Questo riesce a darmi un granello di pace, uno stimolo a guardare avanti.Lascio la sua mano e le dono una bacio.Un bacio prezioso, tenero, fraterno. Un bacio che questa volta é sulla fronte.
Mi rigiro per guardarla ancora una volta e aggiungo:
"Di tanto in tanto mi sentirai nel profumo dell'incenso. Mi vedrai in quella piccola cappella.
Tieni un briciolo di tempo per una preghiera per me."Poi con un"Ciao suor Anna' saltai sulla stradina adiacente.

Il percorso verso casa era corto, ma mi perdevo nei miei passi. Mi smarrivo nelle sensazioni, in quanto provavo.Tentavo di ascoltare quanto il cuore diceva, lottando con la logica della mente.L'acqua che appannava gli occhi aumentava il buio attorno a me. Davvero una serata dura.A casa cercai di non far trasparire nulla. Parlai del prossimo esame. Con la scusa di rivedere i concetti dell'Entalpia, mi ritirai in camera.Il libro di Complementi di chimica, prese il volo e singhiozzando mi addormentai.

I giorni seguenti sembrarono lunghi, quasi totalmente vuoti.Uno ad uno trascorsero.Nell'ultima settimana non passai più ne vicino al convento e neppure nei pressi della chiesa.Con il tempo tutto si diluiva e il pensiero a quel periodo divenne sempre più raro. Altre passioni, altri interessi mi occuparono.Gli anni della ribellione giovanile, della musica dei gruppi, delle moto dalle forcelle lunghe trascorsero. Finii gli studi ed essendo stato discretamente bravo mi arrivarono proposte per iniziare a lavorare.Mi intrigavano i laboratori degli ospedali più della chimica industriale vera e propria.Una scelta difficile, che comportava nuove conoscenze da acquisire e qualche nuovo esame.

Accettai infine la proposta giuntami da un'ospedale. Dopo un mese mi ritrovai in un'altra città ad iniziare la mia nuova attività.Il laboratorio mi piaceva, i colleghi erano sempre disponibili. Dapprima mi organizzai un poco la vita nella nuova città.
Poi cominciai ad impegnarmi al massimo. Quel lavoro, doveva divenire lo "stato dell'arte in me".
Passai molte sere, su libri di Biochimica e fisiologia. Ma il tutto non mi pesava.A volte rivedendo piccole cappelle votive o chiese il ricordo di Anna tornava.
Mi chiedevo se la novizia fosse davvero diventata Suor Anna. Se la scelta di votarsi a Dio era stata completata oppure se un ripensamento fosse avvenuto.La vita comunque continuava, altre voci, altri volti erano vicini a miei giorni.

IL CASO.

Un paio di anni dopo mi trovo seduto in stazione.Una domenica di inizio autunno, ed è oramai sera.Il cambio di treno è sempre una scocciatura. Pazienza mi dico. Ci sono abituato. Capita a volte che non uso l'auto per andare e tornare da casa. Il ritardo mi pesa ma attendo con sacra pazienza. Non è poi così lunga la tratta che mi porterà nella città dove lavoro, anche se sarà tardi quando vi giungerò.Sulla fredda, anonima panca della stazione, ne approfitto per rivedere nella mente la mia attuale situazione. Ancora tre mesi, Tre mesi in quella città. Poi ? Fermarmi per ancora un'anno oppure accettare l'offerta che mi avrebbe permesso di rientrare in Ticino.Mentre sono conscio che devo ancora attendere per circa una mezz'ora, mi ricordo che devo chiamare un collega.Cerco la cabina telefonica, vi inserisco i gettoni e lo chiamo.
Con lui andrò a cena stasera. Siamo entrambi lontani da casa, e spesso passiamo serate assieme.
Luca, mi dice" Ti aspetto, vengo in stazione per quando giungerai". Ne sono felice. Resta per me un periodo leggermente persante, una sera con lui, mi servirà da ricarica morale.Nell'attesa in stazione riesco a volte, anche ad avere pensieri senza molto senso. Uno di quelli ricorrenti, quando sono in luoghi come questo risulta essere più o meno così.
"Certo che aereoporti e stazioni a chi non vuole ne deve partire mai possono sembrare luoghi senza senso" "Bello sarebbe per coloro che davvero partono, per un viaggio senza ritorno, addolcir loro il distacco facendogli trovare cioccolata sul sedile".

Mi sposto verso una nuova panca, il treno arriverà a breve.Appoggio al mio fianco il borsone e mi siedo.
Alle mie spalle sento una breve discussione.
Un padre sta dicendo, con voce seria alla figlia:
"Quando arrivi lassù telefonami, cosi mi tranquillizzi" E lei che risponde:
"Dai papà,non preoccuparti, sono ormai sei mesi che lavoro in quel luogo".E aggiunse:
"Si è in montagna, ma hai visto è davvero un bell'albergo e dirigerlo mi impegna e soddisfa".
Mi volto,e un profilo mi offre la sensazione di tornare ad anni prima.
"Impossibile mi dico.. "mi giro nuovamente, per vedere se intravedo il viso di questa donna,
ma è troppo tardi.Riesco solo ad osservarla di spalle mentre scende verso l'iniziare della stazione.
Cerco di capire, ma non riesco a vedere quale treno prenderà.Quello su cui salirò pure io , oppure quello in arrivo sul binario di fianco.Giunge il mio treno. Le carrozze non sono molte, così risulta subito affollato.
Impossibile spostarsi fra i vagoni. In ogni corridoio gente e valigie.Per fortuna nella prima classe un posto lo trovo. Ripongo il mio borsone e mi siedo.
Quando il treno parte inizio a leggere. Saranno un paio di ore di viaggio. Di tanto in tanto, alzo gli occhi dal giornale.Ripenso a quello strano incontro. A quella presenza in stazione. Avessi almeno sentito bene la voce di quella ragazza...Il caso se unito al destino, concede davvero anche scherzi piacevoli pensai,mentre il treno arrivava alla prima fermata.

Arrivo a destinazione e scendo.Luca ha lasciato un messaggio al bar, non potra venire ha divuto andare in labor per un paio di urgenze.La stazione è piccola come questa città. Tre binari, ma per la gente di questo angolo di terra, risultano da sempre sufficienti.Una città resta a misura d'uomo. Gente laboriosa e semplice, che sa davvero apprezzare e conoscere i veri valori della vita.Un piccolo fiume la attraversa ed attorno le montagne sono grandiose. La vista del tutto, per chi in questa stazione giunge, risulta davvero piacevole.Una regione turistica che confina a sud con l'Italia. Da quella nazione trae molti visitatori. Un turismo storico e gastronomico spesso solo di giornata.Gli alberghi sono di ottima qualità ed alcuni offrono davvero situazioni di uno standard superiore.Si presentano con locazioni davvero lussuose.Prendo il borsone apro lo sportello e scendo. In fondo una persona.I capelli le scendono sulle spalle ricadendo sulla giacca del tailleur blu. L'impressione che da subito mi attanaglia la mente, è che quella persona è identica a colei che intravidi alla stazione di partenza. Devo vederci chiaro. Accelero il passo ed il cuore inizia a battere ancor più. "Scusi.. scusi.... "

Ma non mi sente. Così spontaneamente uscì dalla gola un: "Anna.. Anna..".Si gira.. mi avvicino.. all'unisono un: "Non è possibile... non è possibile.." esce ad entrambi.
"Che ci fai qui" mi dice..
"Sono io che devo chiederlo a te" le rispondo.
Si ride.. poi prisegue:
"non sono in auto.Il mio autobus verso la montagna parte fra quattro minuti".Riesco, ancora sorpreso dalla sua presenza a risponderle:"Chiamami.. sono al laboratorio dell'ospedale, ci conto !".
Il bus parte la saluto con la mano. Le dal finestrino, mi guarda inviandomi un disarmante sorriso.
Con una faccia che sputava incredulità, verso ogni persona che avrei incontrato, mi avvio a piedi verso casa. Poche stradine in una direzione che portava anche vicino all'ospedale.
@Non ci credo.. non può essere vero..". Continuai a ripetermi come un'antico mantra.
"Speriamo che chiami"mentre cammino lo ripeto nella mente migliaia di volte.Quasi sul portone di casa incontro Luca. "Ciao ho finito ora non era cosi grave il caso. Cosi ho allungato la strada per vederti."
"Ottimo,dai una pizza ci sta". Serata rapida in quanto lui andrà a dormire a casa della fidanzata.

È ancora presto, nonostante il viaggio non sento stanchezza.Un giro in città mi farà bene.Passeró anche dal solito bar dove sicuramente troverò Tiziana. Tiziana era davvero bella. Aveva una insolenza innata, che le forniva un fascino assurdo.
Amavo discutere con lei soprattutto di politica. Era da tempo impegnata con i promotori del movimento studentesco di quella città. Le discussioni ampliavano anche in ambiti di ordine generale.
Argomenti storici e filosofici non mancavano mai.
Mi stava vicino, eravamo legati, ma nel contempo liberi. Mi chiese: "Dai, cambiamo bar e poi vengo da te". Ma non era certo serata per me. Ero troppo preso con il pensiero rivolto ad Anna.
Con una scusa, trovai dopo un paio di ore, il modo di staccarmi da lei. "Sono stanco, domani ho un po'di problemi da risolvere in labor".
"Ti chiamo una delle prossime sere, ed avrai tutto il mio tempo, promesso".Mi accompagnò e la salutai, aprendo il portone di casa. Mi sdraiai sul letto in perfetta solitudine, con il silenzio come amico.
Una mezzòra e poi una doccia a sciquare via tutte le emozioni , le stranezze, gli imprevisti piacevoli di quel giorno.Prima di abbandonarmi al sonno ancora un pensiero rivolto a lei a tenermi compagnia.
Era piacevole la sensazione che mi faceva sentire.
"Domani andrò volentieri in Labor.. e guai se terranno i telefoni occupati".

La mattina dopo sono presto in Labor: Inizio le solite attività, ma con l'udito teso ad ascoltare ogni squillo che il telefono propaga attraverso le stanze.Ad ogni suo suono, un brivido... La giornata è lunga troppo lunga.Dopo le 14.00 mi dico.. "Normale.. non ha senso che mi cerchi..."
"Una storia oramai superata, che per lei non avrà più senso...".Quando sto per uscire la segretaria mi chiama: "Al, telefono..". Era lei..
"Ho trovato solo ora il tempo per cercarti.Mercoledi ho la sera libera, ti va di vedermi?"Non stavo nella pelle... avrei anche potuto divenire balbuziente nel rispondere.Riuscii solo a dirle:
"Certo, ti aspetto fuori dall'ospedale verso le 18.00".
Quei due giorni volarono, e la sera del mercoledì arrivò. Schizzai dal labor e mi presentai fuori dall' ospedale.Dopo poco arrivò.
"Incredibile" le dissi... "Sei perfetta..".
Dio come era lontano quel vestito grigio da novizia, come era lontano quel tailleur blu della stazione.

In quegli anni prima il beat e poi gli hippies avevano dato a noi ragazzi un modo di essere anche negli abiti.I colori erano vivaci, come le idee che coltivavamo.Le giacche a volte avevano parvenze militari, con lo scopo di ridicolarizzare ogni tipo di guerra. Simboli di pace ed amore erano nelle cinture degli uomini e nei braccialetti delle donne.Così era splendida con i capelli sciolti, quel volto acqua e sapone con due gioielli verdi per occhi.Quel camicione a quadri fuori dai Roy Rogers. E quelle zeppe alte ai piedi.Una vera ragazza, inserita a meravigia con idee, corpo ed abiti in quel contesto storico.Ci incamminammo parlando di società di musica e del tempo che scorre. IL passo era lento. Di tanto in tanto per continuare la discussione, lo scambio di idee ci si fermava brevemente.Una sensazione si introdusse in me.Il pensiero che entrambi cercavamo di evitare parole che ci permettessero di capire, come eravamo arrivati lì.
Quasi che ognuno di noi cercasse le modalità, per evitare di parlare di un percorso.Il percorso fatto negli anni appena trascorsi.

La città era bella, curata nelle aiuole, pulita.Continuammo verso il fiume.
Passeggiando si poteva passare attraverso il centro storico, oppure scegliere il percorso esterno.
Contro la montagna vi erano dei grotti. Poco oltre la pista di ghiaccio, palestra invernale per molti.
Camminando e camminando ancora,la voglia di mangiare qualche cosa iniziò a farla da padrona.
Il piccolo ristorante ci accolse. Una sala graziosa, semplice. Anche questo locale profumava di una gerenza tramandata. Di passione per piatti semplici, genuini, curati.Le candide tovaglie, rappresentavano il miglior invito a fermarsi.Conoscevo il gerente. Ci offri con simpatia un aperitivo.
"Torni una sera in settimana, con i tuoi colleghi? "
"Lo sai, risulta sempre piacevole venire da te, una sera arriviamo".
"Ti sistemo al tavolo sotto la finestra, merita luce, il viso della tua ragazza ! "Anna arrossì come una giovane del secolo prima.Lo ringraziai. Arrivò il cameriere, con impeccabile professionalità raccolse le nostre richieste. "Solo due pizze e due birre stasera, ci si vede in settimana per i tuoi piatti speciali."Era troppo importante il resto, l'essere nuovamente assieme.Passo veloce la serata ed era tempo di rientrare. Io l'indomani avrei dovuto incontrare il rappresentante di una ditta,che mi avrebbe proposto un metodo nuovo per dosare i 17 Chetosteroidi. Lei doveva iniziare presto a gestire ospiti in partenza ed a ricere i nuovi arrivi.
Passo il cameriere e lei gli disse:
"Ancora altre due birre !".
L a guardai, sorpreso.. Poi le dissi...
"Ti stai rifacendo delle arsure patite in convento ?".
Mi rispose semplicemente con uno:
"Stronzo ...".Soppiammo a ridere come bambini. Poi dopo avrele tracannate uscimmo.Mano nella mano, mi accompagnò sotto casa. Quando arrivammo, la abbracciai. Mi pose il suo calo sulla spalla.Le dissi:
"Ci si sente domani, vai piano nehh.".
Lei: "Tranquillo... A domani..." e poi.
"A proposito ma tu hai una casa grande c'è una cucina ?" "Certo le dissi."
"Ok.. tu fai la spesa, poi ci penso io a cucinare. Ci si vede domani sera."Iniziò cosi un periodo sereno, quella oramai ex suora era con me.I giorni passarono e cominciai a pensare a cosa avrei dovuto fare prossimamente.Avrei potuto rinnovare un'altro anno con quell'ospedale oppure accetare di rientrare in Ticino. La casa era bella ed il contratto di affitto era buono. Infatti non vi era una scadenza vera e propria.La affittai quando conobbi i propietari.Ricordo quel giorno.Mi dissero:
Noi trorniamo a St. Moritz, abbiamo una catena di chioschi dobbiamo occuparci della loro ristrutturazione ed impostare le nuove gerenze."
Il marito aggiunse:
"Qui, ci resta una casa vuota. Sai è di fianco alla nostra, e ci piacerebbe se la vuoi affittare. Saremmo via più tranqulli sapendo che qualcuno abita in zona". Cosi accettai ed era una casa davvero grande, completamente arredata. Mi ci trovavo bene.
Giunse la notte, vagavo per casa, con qualche vinile di sottofondo, in attesa di coricarmi.
In quella calma esterna, i pensieri si accumulavano, la casa c'era, Anna era li, Il lavoro avrei potuto rinnovarlo.Una visione che iniziava a piacermi.

I giorni seguenti, quando Anna era libera ed io non di guardia in ospedale li passavamo assieme.
Sere tranquille, fatte di un'uscita in città, il ritrovarsi con alcuni amici e la tranqulillità della casa.
Eravamo entrambi giovani, in un periodo in cui la gioventù espoldeva nelle piazze nella musica,
nel cambio di vita.Ma a noi, piaceva quella nostra serena tranquillità.

Una sera tornammo finalmente a rivedere quegli anni delle nostre vite.Seduti tranquilli sul divano verde acqua del soggiorno iniziammo a raccontarci,quel periodo,che per ciascuno di noi, risultava ancora oscuro, sconosciuto.
Iniziai io e le dissi:
"Sai feci fatica a non rivederti piu ma doveva allora essere cosi. Mi sono concentrato sul lavoro, cercando di andare avanti. Anche per alleggerire la mia famiglia"I suoi occhi aumentavano di attenzione e così continuai: "Quando arrivai in questa cittadina non conoscevo nessuno. A poco a poco grazie anche all'ospedale, la gente del posto ha cominciato ad apprezzarmi ad avvicinarmi. Ho creato una piccola rete sociale che poi è divenuta sempre piu grande. Ora mi trovo bene".Bevvi un sorso di birra ed in seguito aggiunsi: "Ho avuto il pensiero di rientrare vicino a casa, nella mia città". Ma ora sei qui. Credo sia giusta questa voglia, di rimettere tutto in discussione. Poi dissi E tu ?
"Vedi, ho sempre avuto in me la visione di quella sera in cui tu, dopo avermi baciato sulla fronte uscisti dal convento e da quel mio periodo."
"Ne uscisti fisicamente ma mi eri dentro".

Le giornate divennero pesanti racchiusa in quel luogo.Feci un grande lavoro su me stessa, su cosa sentivo e volevo davvero".Con un velo dentro gli occhi, proseguì. "Giorno dopo giorno mi sentivo soffocare... Le suore anziane, le altre due compagne le vidi dapprima sempre piu distanti, poi quasi come corpi a me estranei". "Nel silenzio della chiesa ho pregato molto. Ho chesto a Dio di chiarirmi la strada.". "Arrivò Natale ed andai a casa. Uscendo per strada sentivo meno la paura adolescenziale del mondo, mi sentii sorretta forte."Ne parlai con mia madre che mi capi. Papà non voleva entrare in questo, sentivo che sarebbe stato felice di un mio ritorno a casa. Avevo altresì capito che lasciava totalmente a me la scelta della strada.
Rientrai in convento, e lo sentii ancora di piu come un luogo che non mi apparteneva. le levatacce per le preghiere mattuttine pesavano sempre piu.
Mi preocupava inoltre che non era molto il tempo che mi mancava per prendere una decisione.
Entro sei mesi, avrei dovuto fare i primi voti, diventando novizia a tutti gli effetti.
Un giorno in chiesa scoppiai a piangere, Singhiozzavo forte e la madre superiora si avvicinò.
Mi disse: "Sali da me appena terminata la funzione".
Fu un colloquio lungo e sereno. Alla fine mi disse:
"Prenditi un mese fuori da qui, torna a casa, prova a vivere all'esterno. Se la tua chiamata sarà reale, Iddio stesso ti indicherà la strada".
"Ti chiarirà se rientrare qui, con noi".
"Atrimenti prova a vivere"... e aggiunse... "anche se da buona cristiana".Accettai ed una settimana dopo ero già a casa.Il suo racconto continuava, aumentando in me il senso di attenzione:
"Li ritrovai pace tranquillità. Ritrovai anche i libri che raccoglievano lei tracce del mio percorso scolastico alla scuola alberghiera".La voglia di rivedere gente mi spinse ad uscire ed anche il pensiero di sfruttare gli studi prese corpo.
Due giorni prima del rientro chiamai il convento. Parlai con la superiora e mi capì.Intravedevo, seppur da lontano, un senso materno in lei quando le dissi, che ero serena:Che volevo provare a vivere secondo Dio ma sulle strade del mondo.Mi piacque, quando sentii la sua voce dirmi, atttraverso il telefono:
"È giusto cosi, il Signore ti ha indicato la via, Siine felice". Ed aggiunse: "Ti spediro le poche cose che hai ancora qui, Quando vuoi ripassa, sarai sempre la bene accetta". Cosi rimasi a casa un'altro mese. In quel periodo mio padre , senza dirmelo cercò di raggiungere un paio di amici suoi, che erano propietari di alberghi. Conoscevano anche me e cosi,quando di uno fu certo che mi avrebbe fornito la possibilità di un lavoro me ne parlò.Lo ho ancora vivo negli occhi quel momento.Una sera, mentre si cenava mi disse:
"Sai hai un diploma in gestione allberghiera,se vuoi ti offrono di affiancare la gerente". "Interessante" risposi. "Dove ?..." "In montagna". Prese alcune foto dell'albergo e me le mostrò. "Certo che accetto.. devo riprovare a vivere no ??" Quando risposi così a mio padre, notai, che Il suo viso sempre burbero si addolci.. Anche mamma aveva un'espressione serena. Un minuto e commuovendosi, forse per una figlia ritrovata, si mise a piangere.

Quella sera volò via fra ricordi e visioni del futuro. Noi era la parola più ricorrente. Avevamo un futuro di fronte ed assieme volevamo percorrerlo, acchiapparlo. Lei continuò a raccontarsi.
Il giorno seguente papà diede la conferma. Quel posto da allora è mio. Un buon lavoro sai.
Ora sono qua, e ne sono felice. Mi piace fare la gestione, trattare con la clientela. Un buon luogo davvero. È piccolo ma mi completerà la formazione. Poi quando sarò pronta chissa...
"In giro per il mondo.."Risi e le dissi:
"In giro per il mondo ? mi lascerai qui ? sappi che ti rincorrerò ovunque". Vedi quel giorno che ti ho intravisto alla stazione, stavo osservando i binari.
Li guardavo con attenzione. Scorrono paralleli sai, ma a volte dopo un lungo tratto, vi sono degli scambi. Arrivano quando meno te li aspetti. In quel luogo preciso. In quel momento preciso.Ti offrono la possibilità di cambiare le strade. Di separarle oppure unirle.Pochissimo tempo, solo in quel momento di incontro fra i binari.Un poco come noi, due vite distanti per un lungo tratto. Lontane ma che scorrevano perfettamente parallele attraverso il tempo e gli anni.Vite che forse stavano aspettando uno scambio, che avrebbe potuto farle riunire.
Un caso, un tempo, un momento ha voluto che anche le nostre abbiano trovato un percorso riunito.
Si era fatto tardi era ora di coricarsi.Lei parti, le dissi:"Non correre". La strada per l'albergo era comunque ottima ed abbastanza illuminata. Tranquillo raggiunsi il letto.
Le settimane correvano ed io iniziavo davvero a pensare a noi assieme. Ero felice.

SUCCEDE.

Poi il destino scrive a caratteri cubitali nella tua vita.Improvvisamente ci mette del suo.Il mercoledi seguente ero in labor una giornata come le altre.
Prima si terminava il lavoro di routine e poi verso metà pomeriggio si aveva il tempo per occuparsi dei progetti.Io stavo cercando di mettere a punto un metodo di riserva per dosare il cloro titolandolo.
Feci passare le questioni teoriche e mi preparavo per la parte sperimentale.Mentre in magazzino cercavo una buretta, marcata con una scala più piccola, sentii il telefono suonare.Suonava decine di volte durante la giornata e come sempre non ci feci un caso particolare.Ma questa volta la segretaria venne a chiamarmi. Ti vuole Anna mi disse semplicemente.
Presi la cornetta e le risposi.Dopo i normali convenevoli mi disse:
"Ricordati per stasera di fare la spesa. Prendi un foglio e scrivi..".Con scocciata pazienza mi appuntai quanto avrei dovuto comperare.Poi aggiunse:
"Ceniamo da te, stiamo assieme e poi andrò dai miei".Proseguì: "Ho terminato i lavori e la nuova campagna pubblicitaria dell'albergo è pronta.
Cosi potrò stare con loro sino a domenica, Tanto questo è il tuo fine settimana di guardia".
"Perfetto le dissi, a stasera". Fuori il cielo diventava sempre piu sciuro. La pioggia forte, pesante, prevista dalla meteo era in arrivo.Così, ai primi tuoni, lasciai con anticipoil labor. Mi spiaceva un po'dover abbandonare,la mia sperimentazione. La avrei comunque conclusa il giorno seguente.

Raggiunsi casa, e mi ci rintanai. Fuori era davvero un tempo folle.Lei arrivò verso le 19.30: Le andai incontro. Faticava a reggere borsa, ombrello e quella foresta nera che aveva acquistato per me. Solo il tratto dal parcheggio a casa la bagnò come un pulcino. "Dai cambiati che poi prepariamo la cena".
"Ti darò una mano anche se come sai ssono un disastro". "Metti tavola" mi disse e poi "recupera un paio di birre per ora ed una bottiglia di Sassella. Dobbiamo festeggiare ogni attimo di noi".
Le risposi: "Non è che vuoi vin santo..".
Un forchettone volò verso di me mentre rideva a crepapelle.Mangiammo e la serata trascorse veloce. Fuori il diluvio era diminuito ma con il calore della campagna si alzava una fitta foschia. La nebbia si aggiunse a questo scenario facendo divenire tutto ovattato.Aprii la porta per sbirciare in lontananza. Riuscire a vederci era davvero un'utopia.
Era oramai notte inoltrata, pressoché le undici quando spensi il giradischi. Rimisi in ordine il paio di vinili.Uno era dei Nomadi, da lei molto amati, ed uno era il concerto a Central Park di Simon and Garfunkel. Il mio preferito in assoluto.
"Cosa fai le chiesi, ti fermi qui stanotte ?".
"No penso che davvero raggiungo i miei, ho le chiavi, così al loro risveglio sarò gia li".
"Ma hai visto che nebbia ? non si vede quasi nulla !"
"Tranquillo dai, non vi è molto traffico ed in un paio di ore sarò da loro". Poi agginse... "ti chiedo due favori...". "Cosa ?".
"Prima dammi un bacio, poi prendi quella chiatarra e suonami sound of silence...". "Va bene... le vinci sempre tutte lo sai...".Una decina di minuti e poi mentre suonavo per la seconda volta quella canzone si vestì.La accompagnai sino alla macchina.
Le dissi ancora...
"Ma non vuoi fermarti davvero ? guarda che tempo fuori"..Si girò , mi baciò, apri la portiera e mi salutò.
"Certo che il cranio lo ha duro.. va beh dai le telefono domani".Andai a dormire sereno. Pensavo al mio metodo per il Cloro ed al Difenil carbazone per titolarlo.

La mattina seguente arrivai in laboratorio presto.Ero motivatissimo. Volevo rendermi conto se il mio test per il Cloro, avrebbe funzionato.Parcheggio e mi avvio.Già all'entrata in portineria i saluti vivaci di ogni mattina erano stranamente pacati.Indossai il camice e me ne andai a premdere il caffè nell'atrio.
Alle macchinette un paio di segretarie, parlavano sottovoce con il capoclinica di radiologia.
Notai in loro sguardi diversi, un po'tristi quasi preoccupati.Rientrai in labor dopo una decina di minuti, e incrociai Elisa, una collega.Ancor prima che la salutassi mi disse:
'Guarda, ti cerca il responsabile, ti aspetta nel suo studio.. Tranquillo nulla di lavoro".Questo mi preoccupò .Pensai a casa, a mamma che non stava moltto bene.Percorsi con passo veloce il corridoio, e poi dopo aver passato quasi tutto il settore di chimica arrivai nello studio.Come sempre non bussai, eravamo anche ottimi amici, entrai e vidi il suo viso teso.
Mi disse : "Siediti".
"Ciao Goffredo, ho visto Elisa mi ha detto che mi cercavi".E lui.. con una voce bassa..
"Al, se vuoi andare a casa puoi farlo, forse non stai bene".Gli risposi:
"Stò benissimo e stasera forse riesco a finire quel metodo per il cloro che mi hai chiesto".
E Lui: "Ma non hai sentito di Anna ?".
"No perché.. cosa c'è .. era da me ieri sera".
"Purtroppo non ci sarà piu accanto a te.. se ne è andata per sempre".Strozzai la voce.. mi sforzai per restare freddo.Cosa è successo ?
"Stanotte la hanno ripescata da un canale, vi è caduta con l'auto a testa in giù.. Sai sul rettilineo prima della grande rotonda. Non poteva uscire dalle portiere. I bordi del canale lo impedivano.
È morta cosi".Mi sentii impazzire. Avrei voluto picchiare i pugni in cielo per farmela ridare.
Mi cadde addosso il mondo intero. Sentivo che nulla attorno a me aveva e avrebbe potuto avere ancora un senso.Ma come sempre i dolori profondi li tenevo, e li tengo ancora oggi in me. Non riuscii neppure a versare una lacrima. Successe così anche quando tragicamente morì mamma.Quando appena nato, se ne andò il piccolo. Anche quando in cielo salì mio padre gli occhi rimasero asciutti.Sono dolori fortissimi, cha ancora oggi richiudo in un cassetto, nella cassaforte dell'anima.A volte escono, si fanno un giro in me. Mentre guardo un riale, una nuvola o mi perdo fra le fronde degli alberi in un bosco.

Uscii dallo studio, i colleghi si avvicinavano. Vedevano che non rispondevo e non dicevo nulla.
Capirono ei mi lasciarono in pace. Mi avviai verso il fondo del settore chimico del labor. Montai le burette corrette ed iniziai a provare a titolare il cloro. Dovevo staccare. Come sempre grazie ad una mente a cassetti, riuscivo a chiudere quello del dolore, quello di Anna ed ad aprire quello della chimica. Un modo per non pensare. I miei colleghi sopportarono anche il mio lavoro, e cosi chiesi solo di non venire in ospedale nel pomeriggio.

Lo passai camminando, vagando assente per la città assieme ai ricordi. Erano vividi e mi sembrava spesso di sentire la sua voce di vederla di averla li al mio fianco. La rivedevo sorridere oppure raccogliere dietro la nuca i capelli.

Verso sera raccolsi il coraggio a quattro mani rientrai a casa. Era di un vuoto spettrale. Il suo camicione inzuppato della sera prima era steso in bagno. Faceva davvero male. Non dormii e il giorno seguente ero davvero distrutto.

Passarono un paio di giorni, e la forza della mente iniziava a dare un senso alle cose.Sembrava che una spruzzata di anestesia avesse inondato tutto me stesso.Mi consolava il pensiero che fosse stato Dio a riprendersela a volerla per se.La rivedevo in pace, come quelle sere che passò in convento.Rivedevo il velo che si alzava a quel muretto. Il ramoscello, nostro segnale.La razionalità cominciava a farsi largo e presi alcune decisioni.

La prima fu quella che non sarei andato al suo funerale. Volevo sentirla ancora viva nei ricordi. Lo ritenevo un dovere ricordarla come era.Non avrei potuto entrare in una chiesa sapendo che per anni Lei amò quei luoghi di culto. Che in una cappella di un convento passò ore a pregare. Ore a cercare di capire la strada che avrebbe voluto percorrere.Ore a pregare e cercare il senso della sua vita. La seconda fu quella di decidere che me ne sarei andato da li.
Che sarei tornato all'ospedale della mia città.
Le settimane seguenti furono dure. Il senso di vuoto in me era feroce. L'idea di andarmene mi era di aiuto, riusciva a placarmi.Così accelerai i tempi.

Disdissi la casa, confermai il mio arrivo al nuovo ospedale. Salutai gli amici offrendo loro una cena. Non tutti assieme ma uno alla volta, perché ognuno di loro era stato importante in quel periodo per me.
Poi dopo tre settimane, presi le mie cose. Un'auto strapiena partiva da quella città che avevo amato.
Mi lasciavo indietro molto, e non sapevo cosa mi aspettava. Anna sembrava comunque guidarmi.
Misi in moto l'auto ed accesi la radio.Un'altro segno del destino mi aiutò. "The sound of silence" usciva dallo stereo. Sembrava dirmi: "Parti Al, sono qui accanto, sono Anna, non senti la nostra musica".

Sono passati decenni da allora. Ma a volte rivedo tutto. La vita è continuata e sono stati occhi di un blu profondo ad avermi accanto.Un'altra donna speciale che amo e amerò sempre.. Nello scorrere degli anni ho imparato e capito che I dolori ti cambiano. È vero, ma hanno anche la intrinseca proprietà di migliorarti. Tu mi insegnasti ad amare le persone e le idee.Ora di tanto in tanto ci penso, penso a che tipo vita avremmo costruito assieme. Sono e resterò convinto che da lassù hai cercato di fornirmi un buon percorso di vita.

E poi mi dico:
"Ti ha preso Lui il migliore. Quello che sa cosa è saggio cosa è buono". E cosi, di tanto in tanto una preghiera sale al cielo anche per te.Un po' come le tue, che mi dedicavi, in silenzio , la sera in quel convento. Ciao Anna. Albert.


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