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lavoro pubblicato venerdì 25 maggio 2018
ultima lettura venerdì 20 luglio 2018

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NEL CAOS SPUNTARONO DUE ORECCHIE

di thortorval65. Letto 342 volte. Dallo scaffale Generico

Ciò che ci aveva attirato era la scommessa – non mi viene un’altra parola – che avevamo qualcosa da dirci e che il nostro dialogo potesse durare a lungo, forse per sempre. Adesso userei una proposizione cinica. Comunque mi &eg.....

Ciò che ci aveva attirato era la scommessa – non mi viene un’altra parola – che avevamo qualcosa da dirci e che il nostro dialogo potesse durare a lungo, forse per sempre.

Adesso userei una proposizione cinica. Comunque mi è balzata alla mente – come si usa dire – che quella scommessa, a cui accennavo, era una isterica sicurezza che fossimo dei miracolati. L’isteria si doveva alla paura che la nostra visione, cioè dell’immagine di lei e di me effigiati in un alfa e omega fra le nuvole - a sottintendere che le parole tutte, cioè un intero vocabolario, si dovessero sottomettere alla volontà del nostro Amore - svanisse. Io mi convinsi poi che se anche la visione fosse svanita avrei sempre potuto evocarla. Mi aspettavo in effetti cha l’agognata immagine di lei, soprattutto, spuntasse come una piantina e questo perché, in un momento in cui mi sentivo piuttosto ispirato, presi una sua fotografia e dopo averla leccata lascivamente l’avevo piantata in un vaso.

Fui anche preso da una specie di rimorso per averla solo leccata senza cioè averle irrorato il viso di altri liquidi corporali – parlo come una ex pornostar- in realtà quel particolare liquido corporale che ho in mente doveva – in qualche modo – proteggere la sua effige come un unguento usato per l’imbalsamazione nel suo viaggio sotto terra e se poi, miracolosamente, avrebbe preso vita spuntando dalla stessa terra come un germoglio e allora sì, sarei stato un mago. Un mago folle e nella sua follia attento a non esagerare con gli incantesimi cioè timoroso, esagerando, di nuocerle e in particolare di farla uscire di senno. Infondo quello che desideravo era che non se ne andasse, un modo per tenerla con me.

Ora sarei cinico dicevo. Sostituirei il cavatappi con un telecomando. MI spiego meglio, no, mi occorre ancora tornare indietro un attimo. Ci consideravamo dei miracolati, dicevo. Chissà perché ma in presenza di un miracolo ci trovo, o meglio si dovrebbe trovare un contorno di luce come l’aureola dei santi. Noi la luce ce la sentivamo addosso, ci sentivamo investiti dalla luce senza chiederci da dove provenisse. Ora sono quasi certo che quella luce provenisse dalle tenebre. Mi chiederai o ti starai forse chiedendo come ciò sia possibile – faccio finta di parlare con te - equivarrebbe a permettere alla nostra mente di ammetter che la luce possa provenire dall’oscurità profonda. A ripensarci ora quanta volgarità, che mancanza di garbo. La volgarità che ho in mente nasce dalla fretta e dalla noncuranza per l’altro in particolare per i suoi tempi. Muoversi insieme richiede attenzione per i particolari; mi viene in mente una coppia di ballerini che si muovono abbracciati. Il cavaliere propone un passo e dovrebbe essere ben certo che la dama lo possa eseguire senza perdere il suo equilibrio, rimanendo in asse con lui in modo da procedere abbracciati. Non ho fatto nulla di questo, sono un amatore privo di talento e volgare. Chissenefrega se sono volgare e privo di talento, scoprire che la luce può venire anche dalle tenebre mi sembra una grande scoperta. Anche le stelle brillano nell’universo buio ma le stelle brillano di luce propria. Tra noi due comunque ci sarebbe dovuto essere più garbo, e mi viene in mente che la luce delle stelle attraversino il buio siderale per via di una silenziosa delicatezza.

Non mi piaceva la sua voce, la consideravo melliflua specie al telefono. Con quella vocetta infarcita di pause falsamente sensuali, ti diceva di tutto. La rabbia, la mia, era che mentre ti diceva ogni sorte di cattiveria in cui mi faceva sentire un mostro lei svaniva. Difficile spiegare questa sensazione che provavo di dissolvimento della sua persona mentre ti stava parlando poiché è una facoltà che non mi è propria – almeno spero - ma credo dipendesse dal suo tono mieloso e dai contenuti impersonali. Non sembrava minimamente intaccata dal significato delle sue parole, cioè sentenziava, ah ecco la parola giusta. No la risposta è che era lì con me e nello stesso tempo era assente e come brillava per la sua assenza. Avrei dovuto regalarle dei fiori e lei dei pupazzetti a me, pupazzetti a cui avrebbe imposto – affettivamente - vezzeggiativi del mio nome.

Finalmente mi sento vuoto, senza passato, presente e futuro. Ci trovo tranquillità in questo vuoto forse dovrei cantare qualcosa, o recitare una filastrocca. Sono anche indolenzito e fioco come una candela vicino ad una finestra aperta ed è magnifico non avere più nulla da dire e solo voglia di respirare il silenzio. Se potessi davvero compiere una magia vorrei trasformarmi in una carretta trainata da un asinello e bearmi di traguardare il mio passato, presente e futuro attraverso il triangolino di luce di un sole infocato delimitato dalle lunghe orecchie dell’asinello davanti a me. Sento che non posso finire qui, eppure non ho più niente da dire e allora sento il mio sudore e lecco il mio sudore.




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