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lavoro pubblicato martedì 22 maggio 2018
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Cecchino (terza parte)

di Tersite57. Letto 430 volte. Dallo scaffale Generico

Il racconto “il cecchino” è composto di quattro parti. La quarta parte (finale) è ancora da scrivere e chi vuole o ha piacere a farlo può farlo e pubblicarlo sul sito con lo stesso titolo “Cecchino episodio4” con a fianco tra parentesi un nik che distingu

Il racconto “il cecchino” è composto di quattro parti. La quarta parte (finale) è ancora da scrivere e chi vuole o ha piacere a farlo può farlo e pubblicarlo sul sito con lo stesso titolo “Cecchino episodio4” con a fianco tra parentesi un nik che distingua chi lo ha scritto. In estrema sintesi dovremmo avere una storia che ha un suo sviluppo unico e diversi finali. Mi sembra stimolante vedere i diversi finali di ognuno. Lo storia è surreale ma chiunque scriva un suo finale è libero di fare come meglio crede.

Cecchino

(Atto 3)

Dieci forse dodici chilometri a piedi, in silenzio e nel fango, tra pozze di acqua sporche e qualche arbusto per arrivare al quartier generale delle truppe russe che presidiavano il fronte cittadino. Natolaskaya era divisa circa a metà tra quartieri sotto il controllo dell’esercito sovietico ed i quartieri presidiati dalle truppe tedesche mentre l’estrema periferia Sud con decine e decine di caseggiati popolari semidistrutti dai bombardamenti era sotto il controllo delle truppe alpine italiane.

Nel quartier generale c’erano una quindicina di persone tra ufficiali, commissari politici e soldati semplici. C’era anche il generale Pyotr Budunoj , autentico eroe dell’esercito sovietico, ed il compagno Nikodim Fartinsky comunista della prima ora e leggenda della Rivoluzione di ottobre: di lui si diceva fosse stato amico personale di Lenin.

“Benvenuto compagno Cepredoff!” fu quasi un coro in cui le voci sembravano un coro solo leggermente sfalsato nei tempi ma caloroso e sincero nel tono.

“Grazie compagni. Per me è un grande onore essere qui con voi per combattere sino alla vittoria o alla morte.” Parlando, Miloslav aveva mantenuto la testa dritta orientata davanti a sé verso un punto in cui non c’era nessuno. Nell’imbarazzo generale il compagno Zupasviltj che lo aveva accompagnato fin lì svelò: “ Compagni, il cecchino che ci hanno mandato è cieco.”

“Cosaaaaaaaa?!” grido un ufficiale “Un cieco che fa il cecchino? Ci state prendendo per il culo? Che idea folle è questa?”

Il generale Budunoj con voce pacata e con la implicita autorevolezza disse:” Questo cecchino ci è stato inviato personalmente dal compagno Stalin che ho sentito al telefono personalmente e si è molto raccomandato di mettere il compagno cecchino Cepredoff nelle migliori condizioni di combattimento possibile …. ma …. capisco i dubbi e” Rivolgendosi agli ufficiali: “ Chi non è convinto può tranquillamente dirlo direttamente al compagno Stalin. Basterà telefonargli e parlare con lui.”

“Però, a pensarci bene … in fondo, in fondo non è una cattiva idea… anzi ……” tutti gli ufficiali parevano concordare ed uno di loro si era spinto a dire “ A me sembra un colpo di genio, non si capisce all’istante ma è sicuramente un colpo di genio.”

Il compagno Fartinsky aggiunse:” Una volta, anni addietro, catturammo tre donne estoni che secondo noi facevano la spia per l’esercito tedesco. Venutolo a sapere il compagno Stalin inviò il proprio luogotenente con l’incarico di stuprarle tutte e tre.”

Nessuno dei presenti capiva il nesso finché Fartinsky aggiunse: “ Il luogotenente del compagno Stalin era notoriamente impotente. Non aveva mai scopato in vita sua ma stuprò quelle sporche spie sino a lasciarle esanimi. Capite? Se la nostra guida riesce a trasformare un impotente in uno stupratore figuratevi se non riesce a far diventare cecchino un cieco.”

Il compagno Cepredoff fu sistemato in uno stanzone polveroso e senza finestre dove gli scoppi di granate e bombe arrivava molto attutito così come i sibili ed i fischi dei proiettili. Per tutti era un brusio di sottofondo ma per Milosvav, invece, erano suoni e rumori che lui poteva distinguere riuscendo a descrivere il tipo di proiettile e la distanza dal punto di esplosione.

I primi giorni, dietro preciso ordine del generale Budunoj, addestrarono il cecchino portandolo nei luoghi di combattimento urbano. Per ogni voce, ad ogni frase straniera che sentiva c’era un compagno che con il binocolo scrutava la direzione da lui indicata e, vista l’uniforme indossata, distingueva se si trattava di soldato semplice, di sottufficiale o ufficiale graduato.

Tutti i cecchini avevano la precisa disposizione di sparare prima di tutto e soprattutto agli ufficiali nemici per indebolire la linea di commando. In capo ad una settimana il compagno cecchino cieco riusciva a distinguere dalle parole pronunciate, e soprattutto dal tono e dal timbro di voce, se c’era un ufficiale persino riuscendo a distinguerne il grado. Alla fine dell’addestramento accovacciati dietro qualche rudere o dietro qualche finestra Miloslav e l’accompagnatore verificavano i risultati.

“Capitano tedesco ad ore nove” diceva ed un soldato controllava con il binocolo :” Accidenti… incredibile …. È proprio un capitano … ma come fai compagno, io neanche lo avevo sentito parlare.” Cepredoff sorrideva soddisfatto per i riscontri positivi ed in lui cresceva la convinzione che ci sarebbe riuscito, che avrebbe contribuito alla guerra contro l’invasore.

Ritenuto pronto per la fase operativa il cecchino fu accompagnato in un vecchio condominio di cinque piani tutto sventrato dalle bombe con ruderi, macerie e carcasse bruciate di vecchi camion a fare da contorno. Le esplosioni e gli incendi avevano lasciato in piedi solo la struttura portante, solo lo scheletro dell’edificio. Lo piazzarono al terzo piano da cui, a detta di tutti si dominava una piazza circondata da altri edifici e case popolari una volta brulicanti di vita e di gente ed ora solo silenzi, polvere, fango e sibili di granate provenienti da chissà dove e destinate a chissà chi. Il posto era tranquillo, per quanto possa essere tranquillo un teatro di guerra, ed in effetti nell’ottica delle strategie militari quello era un quartiere insignificante che non dava nessun vantaggio a chi lo avesse occupato: il grosso delle truppe e dei combattimenti avvenivano una decina di chilometri più a nord. Raramente qualche pattuglia si addentrava da quelle parti ma solo per dei controlli. Quel quartiere faceva parte della zona sotto la responsabilità operativa delle truppe italiane. Per tre giorni il cecchino cieco compagno Miloslav Cepredoff era stato piazzato in quel posto dalla mattina presto al tramonto quando, con il favore dell’oscurità, un soldato sovietico andava a riprenderlo. Tre giorni senza neanche una parola magari distante e fuori tiro. Tre giorni a tendere l’orecchio come fosse un radar senza il ben che minimo risultato.

Anche il quarto giorno, appostato in quel punto al terzo piano dove era crollata la parete esterna, Cepredoff stava steso su dei sacchi sporchissimi di juta ma il cui colore fungeva da copertura mimetica con il grigio delle polveri e delle fuliggini circostanti. Il fucile in dotazione era stato modificato ed al posto del cannocchiale era stato messo un lungo cilindro cavo leggermente tronco conico. Per dirigere e puntare il fucile si doveva essere certi che la voce o il suono provenisse da li dentro: il cilindro puntava la voce. Un cecchino punta il fucile appoggiando l’occhio sul cannocchiale mentre Miloslav appoggiava l’orecchio all’estremità del cilindro.

Verso mezzogiorno, a sorpresa, si sentirono le prime voci provenienti dall’edificio esattamente di fronte e distante trecento metri. Il cecchino tese quanto più possibile l’orecchio e le voci si fecero più nitide e chiare: erano due soldati nemici che si muovevano da ore 2 verso ore 12. Non capiva molto perché Cepredoff era stato addestrato a sentire i tedeschi e questi erano italiani o così aveva dedotto non essendo ne russi ne tedeschi.

“Senti Boarin, che ne dici se ci mettiamo dentro questo porticato e aspettiamo qualche ora … poi torniamo al comando e diciamo che abbiamo esplorato tutto il quartiere ma dei russi neanche l’ombra … che ne dici? Adda passà ‘a nuttata!”

“Mi digo che te son un imbroion, che te son un vigliacco, che te son un cagasotto ed una vergogna.”

“E quindi?”

“E quindi, siccome no posso mica fare la pattuglia da solo …. restemo qui …. Anzi, go una sorpresa per ti.” Detto il quale si diresse in fondo, vicino alla parete dove c’erano masserizie e vecchi mobili accatastati. Spostate delle assi ed una vecchia porta scardinata mostrò quello che per lui valeva un trofeo di guerra:” Varda che bea… varda che splendor…. la ze come nova…. La go trovada diezi zorni fa co ero in pattuglia con un altro…. E funziona sa… anzi go sintonizato za sulle onde lunghe …. Se ciapa trasmissioni in italiano …. Dio bon me par de esser a casa co la sento…”

“Oh Gesù, una radio? Come fa a funzionare .. e la corrente?”

“Mi no so che miracolo che ze ma se vedi che in questo edificio riva ancoa la corrente no? Se no come faria a funzionar?”

I due soldati continuavano a parlare inconsapevoli che un cecchino li stava puntando. Cepredoff si stava predispondendo a sparare ma i due mentre parlavano camminavano avanti ed indietro: il rischio di mancarli era troppo marcato. Poi Boarin sfiorò uno dei tasti di avorio bianco della radio e si sentì una terza voce ed immediatamente una quarta. Le due nuove voci si sovrapponevano ed erano provenienti tutte due da ore 12 come se i due fossero vicinissimi oppure uno dietro l’altro mentre ad ore 11 arrivava un'altra voce: “ Che cazzo è questa schifezza?”

Da ore 13 si sentì: “Tasi mona!” Imperioso e violento. Non capiva il senso delle parole ma per il cecchino fu chiaro che ad ore 13 c’era un ufficiale che impartiva ordini. In tedesco aveva spesso sentito gli ufficiali gridare. “ Das ist ein Befehl! E sapeva che solo un ufficiale avrebbe usato tale frase ma, soprattutto, era il tono imperativo che non ammetteva replica a definire le gerarchie.

Senza dubbio era un ufficiale a dire: “Tasi mona!” gridato, stizzito ed imperativo. Non conoscendo ne il tedesco ne l’italiano, Miloslav faceva affidamento esclusivamente ai toni, ai timbri ed alle leggerissime sfumature che dicevano più dei vocaboli usati. Di fronte ad un “Es ist ein Befehl!” il malcapitato soldato di turno avrebbe risposto: “Zu Befehl!” con un tono dimesso anche a dispetto di uno scatto sull’attenti ed un virile gonfiare il petto. Si poteva capire molto ascoltando, si poteva capire lo stato d’animo a volte di piacevole masochismo del soldato costretto ad ubbidire.

“Chi me vo' male adda fà 'e piere fridde e a folla attuorno 'o lietto.” Tono leggero e tranquillo quasi scanzonato e questo era una prova che ad ore 11 c’era un soldato semplice: un bersaglio di ripiego se ce ne fosse stato bisogno. Il soldato italiano stava fermo mentre l’ufficiale camminava avanti ed indietro impartendo ordini: “Terron!” . Con un grido secco e definitivo alle orecchie del compagno Cepredoff ore 13 si era definitivamente qualificato come ufficiale ed anche la risposta: “ Vabbuò, salutema a’ soreta.” Con tono blando e leggero garantiva quella sottomissione cui è costretto il soldato semplice di tutti gli eserciti del mondo.

“Vi siete divertito anche voi a giuocare?”

“Si, anchio ho tagliato un poco.”

“Compatite, amico, io non ho da entrare ne’ vostri interessi; ma non istà bene che il padrone della bottega giuochi anche lui perché se perde, si fa burlare, e se guadagna, fa sospettare.”

“A me basta che non mi burlino; del resto poi, che sospettino quanto vogliono, non ci penso.”

“Caro amico, siamo vicini, e non vorrei, che vi accadessero delle disgrazie. Sapete che per il vostro giuoco siete stato dell’ altre volte in cattura.”

“Mi contento di poco. Ho buscati due zecchini, e non ho voluto altro.”

“Bravo, pelar la quaglia senza farla gridare. A chi li avete vinti?”

Le due voci che arrivavano da ore 12 non davano indicazioni sulle gerarchie e il cecchino si stava convincendo che fossero altri due ufficiali che stavano discutendo su quali operazioni militari mettere in atto. Per il compagno cecchino, dovevano essere due ufficiali del comando con ruoli e compiti diversi perché continuavano a parlare incuranti degli altri due a volte sovrapponendo i discorsi.

L’ufficiale che si muoveva nei pressi di ore 13 con tono più morbido rispetto all’ordine impartito: “terron!” rivolgendosi al soldato semplice:” Senti qua che belessa… ze la bottega del caffè, ze Pandolfo e Ridolfo che parlano… me par de esser a venesia… che nostalgia fioi”

“Diciamolo” replico il soldato “Ogni scarrafone è bell’ a mamma soja.”

L’ufficiale italiano riprese con tono imperioso a dare ordini secchi:” Terron!” e poi :“ Va’ in mona de to mare.”

Il cecchino non aveva dubbi: ad ore 13 c’era un ufficiale. Probabilmente un colonello perché le frasi che diceva con tono sempre più irato e sprezzante, anche se oscure nel significato erano evidenti per capire la catena di commando:” Cossa ti vol capir, te ciapi sempre cassi per ravani.” “Te son picio e terron… a ti un sorze in pie el te rosega el dadrio.”

Mentre l’ufficiale impartiva ordini su ordini, i due ufficiali che stavano ad ore 12 conversavano tranquilli. Il compagno cecchino cieco Cepredoff non poteva rischiare. Anche se l’idea di colpire un colonello lo intrigava c’era il rischio di mancarlo: si muoveva troppo. Meglio sparare ai due ufficiali che continuavano a parlare perché anche se di rango inferiore almeno erano fermi ed immobili. Con molta attenzione e lentamente il proiettile fu messo in canna, pronto a partire. Sarebbe bastato premere il grilletto e un nemico o forse due sarebbero morti. Miloslav non gioiva all’idea di uccidere ma era il suo dovere. Immaginare che di lì a poco un essere umano sarebbe morto non dava nessuna felicità ne senso di pace o soddisfazione. Erano nemici, solo nemici e purtroppo Miloslav non aveva scelta.

Tutti i muscoli tesi, la pelle indurita dal freddo e stranamente sudando il compagno Cepredoff posizionò il fucile con il mirino acustico perfettamente allineato con le voci dei due ufficiali che continuavano a parlare.

“Tener giuoco stimo il meno; ma voi siete preso di mira per giuocator di vantaggio, e in questa sorta di cose si fa presto a precipitare.”

“Io bricconate non ne fo. So giuocare. Son fortunato e per questo vinco.”

Furono quelle le ultime parole dell’ufficiale italiano perché al premere del grilletto partì il colpo che andò dritto sull’obiettivo. Spentosi l’eco dello sparo nessuna voce si fece più sentire. Per alcuni minuti solo silenzio fino a quando da ore 13, quasi un sussurro, “Casso…. ostreghetta …. ze un cecchin in ziro…. stemo bassi… occio me raccomando.”

Cepredoff continuava a scandagliare con l’orecchio lo spazio sonoro avanti a sé per valutare gli effetti della sua azione. Non si sentiva più niente e forse avrebbe potuto dire che li aveva uccisi entrambi. Sicuramente uccisi e non feriti perché non sentiva neanche un rantolo, un lamento o una richiesta di aiuto. Sicuramente uccisi pensò il cecchino. Poi sentì l’ufficiale che stava ad ore 13 : ” Mal cagà di un mal cagà…. ti xè insemenio?.... chià vaca de to mare ….”

L’ufficiale stava urlando verso di lui, verso la zona da cui probabilmente era partito il colpo.

“Tovarisch …. va remengo … fiol ton can.”

Miloslav non comprendeva le parole e cosa significassero ma percepiva la rabbia urlata ed il dolore per la perdita di un compagno d’arme. Forse gli ufficiali erano amici ed il superstite schiumava la propria rabbia ed impotenza magari con umanissimi sentimenti di vendetta.

“La radio, la radio …. Me ga disfà la radio…chel vadi a remengo!”

Acquattato il cecchino stava immobile ed in ascolto perché forse adesso i nemici sarebbero venuti a cercarlo per vendicarsi dei due ufficiali morti. Passò una mezzora scarsa e nel silenzio si senti leggerissima, forse bisbigliata una voce:” Boarin, Boarin … penso che sia meglio ritirarsi lentamente verso le retrovie….. ci è andata bene che non ci hanno colpito … non forziamo la fortuna… Boarin, torniamo indietro.”

“E cosa disemo al comando? Che semo scapai perché iera un cecchin? Ci fucilano per diserzione. Ti son matto?”

“Ma no, ma no Boarin …. Diremo che siamo stati attaccati da un fuoco incrociato …. Almeno una quindicina di fucili che sparavano nella nostra direzione…. Diremo che è una fortuna se siamo ancora vivi… diremo che i russi hanno pesantemente preso il controllo del quartiere …. che forse stanno preparando un attacco da quella parte … e noi abbiamo rovinato i loro piani.”

“Non ze onesto…. Ma almeno semo vivi.”

Così, arretrando guardinghi e rannicchiati i due soldati italiani si allontanarono dal luogo lasciando Miloslav ad ascoltare il nulla sonoro sporcato solo dai boati lontanissimi della artiglieria pesante. Per cinque ore il cecchino ascoltò il nulla convincendosi che i nemici se ne fossero andati probabilmente portando con loro i corpi degli ufficiali uccisi fintanto che una vocina alle sue spalle annunciò che era arrivato un ragazzo delle milizia popolare a prenderlo:” Compagno Cepredoff, compagno Cepredoff andiamo che ormai si è fatto quasi buio…. torniamo alla base…. Che questa sera si festeggia con una bella zuppa di verza cotta per l’occasione.”

“Che occasione?”

“Non dovrei dirtelo, toccherebbe al generale Budunoj farti le congratulazioni ma sappiamo tutti della tua grande impresa… bravo.”

“Compagno di che impresa stai parlando?”

“Dai non fare il modesto… non hai forse ucciso nemici oggi?”

“E tu come lo sai? Ho ucciso due ufficiali… ma come fai a saperlo?”

“Secondo il nostro comando tu hai ucciso molti nemici ed almeno due generali di corpo d’armata italiani…. Bravo… sei un esempio per tutti noi.”

“Ma come fai a dirlo?” Sempre più perplesso e dubbioso.

“Non facciamola lunga. Il nostro centro di ascolto ha registrato delle comunicazioni radio del nemico dove il comando italiano informava il comando tedesco che in questo quartiere c’è stato un attacco russo contro gli italiani. Gli italiani hanno dichiarato che due plotoni si sono ritirati perché sorpresi dal fuoco nemico e che anche se solo con armi leggere, il nemico, cioè noi, cioè tu li hai costretti ad indietreggiare.”



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