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lavoro pubblicato martedì 22 maggio 2018
ultima lettura lunedì 15 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Cecchino (seconda parte)

di Tersite57. Letto 284 volte. Dallo scaffale Generico

Il racconto “il cecchino” è composto di quattro parti. La quarta parte (finale) è ancora da scrivere e chi vuole o ha piacere a farlo può farlo e pubblicarlo sul sito con lo stesso titolo “Cecchino episodio4” con a fianco tra parentesi un nik che distingu

Il racconto “il cecchino” è composto di quattro parti. La quarta parte (finale) è ancora da scrivere e chi vuole o ha piacere a farlo può farlo e pubblicarlo sul sito con lo stesso titolo “Cecchino episodio4” con a fianco tra parentesi un nik che distingua chi lo ha scritto. In estrema sintesi dovremmo avere una storia che ha un suo sviluppo unico e diversi finali. Mi sembra stimolante vedere i diversi finali di ognuno. Lo storia è surreale ma chiunque scriva un suo finale è libero di fare come meglio crede.

Cecchino

(Atto 2)

Mille e ottocento kilometri la distanza da coprire tra Modyvostok e Natolaskaya tutti o quasi da percorrere in treno, chiusi in un vagone senza aria e senza futuro. Seduto con schiena ben appoggiata allo schienale di legno, Miloslav guardava fuori dal finestrino e per tutti non pareva strano: per tutti i viaggiatori compulsivi o casuali guardare il paesaggio era un passatempo ordinario ma per una persona il cui unico orizzonte era il buio guardare fuori mancava di senso. Il viso quasi a contatto con il finestrino cercava un poco di refrigerio dalla puzza umida di sudore, dagli odori degli animali che qualche raro contadino portava con sé insieme al terrore che un esproprio subitaneo riempisse la pancia del commissario politico di turno. Soprattutto la notte, tra i rantoli catarrosi ed i gemiti di sofferenza di un gregge umano dormiente, Miloslav scandagliava la profondità degli spazi sentendo tutti i rumori, i suoni e le rare parole di qualcuno: si esercitava a modo suo ad individuare fantasiosi bersagli umani “ Uomo grasso ad ore 11 … distanza 10 metri …. poi …. Giovane, razza Caucasica ad ore 10 …. Distanza metri 6 ..”

Questo esercizio silenzioso era il suo allenamento era il suo personalissimo poligono di tiro dove affinare l’udito e la sua capacità di selezionare i suoni estraendoli dai rumori di sottofondo, dai rumori del vagone, dal fruscio gelido dell’aria mista a neve che carteggiava le lamiere del treno. Il compagno segretario Vladimir Scupacensky lo aveva fatto accompagnare da Olga Radalova una corpulenta anziana donna che passava il proprio tempo a dormire ronfando come un mugiko ubriaco. Dormiva, Olga, e quando era sveglia non proferiva parola, silenziosa ma attenta a portare il cecchino di Modyvostok sino a destinazione: l’inferno di. Stava ore ed ore in silenzio, poi improvvisamente dal nulla diceva qualcosa di rapido, fulmineo. Poche parole per ripiombare nel silenzio a volte interrotto dal russare. Un oceano di silenzio in cui dal mare piatto saltava fuori un pesce improvvisamente, rapidamente e, terminata la breve parabola, si rituffava in acqua.

“Perché lo fai Miloslav?” era uno di quei pesci fuor d’acqua per pochi secondi.

“Cosa intendi dire compagna Radalova? A cosa ti riferisci?”

“Al fatto che hai accettato quest’incarico. Al fatto che probabilmente tornerai a Modyvostok in una bara …. Nella migliore delle ipotesi se non andrai in qualche fossa comune o disperso chissà dove … Avresti potuto rifiutare e nessuno ti avrebbe criticato … sei cieco in fin dei conti.”

“Ho deciso di accettare questo incarico per amore: per amore del mio paese, per amore della mia città, per amore del partito.”

“ Mah, forse anche per questo ma sei sicuro che non sia per amore di ….. Yulitta?.... credi che non conosca la tua storia?”

“Beh compagna, se conosci la mia storia … la storia di me e di Yulitta, sai anche che non stiamo più insieme …. Non siamo fidanzati …. Non lo siamo mai stati! …. Il mio amore per la patria è la motivazione che mi ha spinto verso questo incarico. Per amore, solo per amore!”

“Forse è come dici tu… in fondo in fondo è vero che l’amore da grandissime motivazioni per fare anche le cose più assurde le più coraggiose ed anche, a volte, le più umilianti o le più stupide. L’amore per i figli, per il proprio uomo o donna, l’amore per la vita …. Tutte le forme dell’amore sono una grande motivazione. E’ proprio vero, in fondo l’amore è quasi la motivazione più grande che esista … è la seconda più grande motivazione dell’uomo."

Ripiombò il silenzio ma in testa un pensiero ossessivo: “ Se l’amore è la seconda motivazione quale sarà la prima? E la terza?”

“Dimmi compagna qual è la motivazione più importante e forte di tutte?” Il tono lasciava un retrogusto di sarcasmo. “E la terza, e la terza motivazione, he … quale sarebbe?”

“La terza motivazione è l’orgoglio!” sentenziò Olga cercando di tornare rapidamente su di un isola di silenzio per macinare i propri pensieri e mescolarli con i ricordi.

“Si! può essere …. per orgoglio si fanno tante cose…. E la prima motivazione, la prima motivazione quale è?”

Sospirando come per delusione ” ????? tovarisch!!!”

“Scusa, forse non ho capito bene …. Puoi ripetere che non ho sentito?”

“Ma va là che hai capito benissimo ….la fica compagno è la più grande motivazione del mondo. Per la fica si fanno cose che neanche per amore si riescono a fare… la fica è il motore del genere umano. Per la fica si fa tutto, si arriva persino a sposarsi. Ecco, il matrimonio è la dispensa della fica, è la scorta di provviste per l’inverno. …… e poi sai che ti dico? Sai che ti dico? ….. che Yulitta era, è e rimane una grande fica. Bellissima ragazza ed adesso gran bella donna. Se ti stai per mettere in gioco la vita forse è anche per amore. Anche! Ripeto anche! Ma sopra ogni cosa la tua motivazione è Yulitta!” Olga aveva parlato velocemente e con tono sostenuto, poi quasi triste e sussurrando aggiunse “E la sua fica.” Poi, prima di qualsiasi replica:” Ed adesso basta, tovarisch, sono stanca e mi riposo un poco.

Miloslav rimase in silenzio con i suoi pensieri e con il suo dolore. Nella mente le immagini, i ricordi di quando poteva vedere le cose come chiunque, nella mente le immagini erano quelle memorizzate prima dell’incidente, prima del buio anche di giorno. L’immagine più ricorrente era Yulitta che correva davanti a lui e si girava di continuo ridendo felice e spensierata immersa sino alla vita nell’erba alta della collina. Era tarda primavera ed i fiori facevano a gara nel colorare le radure del bosco di betulle. Sole, sole alto in un cielo azzurro da far male e loro due a rincorrersi a sfiorarsi, abbracciarsi …. Rotolando nell’erba per finire la corsa con un bacio. Ricordi. Dolorosi ricordi.

Erano ore che Olga non parlava alternando il silenzio ad occhi aperti ma persi nel vuoto con il silenzio ad occhi chiusi.

Impercettibile, quasi un soffio Miloslav sentì che la compagna Radalova sussurrava parole nell’aria davanti a sé ….. nessuno riusciva a sentirla tanto lieve era il soffio e le labbra parevano ferme. “Sibilano tutto il giorno i rossi scaracchi della mitraglia, nel cielo infinito d’azzurro; …………….
Mentre, scarlatti o verdi, accanto al Re beffardo, Crollano in massa nel fuoco i battaglioni;”

Tese l’orecchio per sentire meglio ma alcune frasi restavano senza suono per poi ricomparire sfumate ed udibili. “C’è un Dio, che irride ai lini damascati degli altari, all’incenso, ai gran calici d’oro; che si addormenta cullato dagli osanna”

“Compagna, cosa stai dicendo?”

Attese un attimo prima di parlare infastidita dall’essere stata ascoltata “Non lo conosci? Un poeta francese del secolo scorso. Rimbaud. Arthur Rimbaud.”

Miloslav riuscì a dire solo un “ Ahahah?!” non riuscendo a dissimulare che non sapeva nulla di poesie francesi e un poco vergognandosi che la compagna Radalova fosse, a sorpresa, una persona colta.

Tanto per darsi un tono e per non sentirsi da meno biascicò alcuni versi di Gorki ma la timidezza e la paura di dimostrarsi scopertamente ignorante lo fecero desistere dal proseguire e Olga non pareva dargli alcun credito.

Ore di viaggio soporifero con il paesaggio che cambiava colori ed il bianco della neve lasciava al posto al marrone ed al grigio verde dei campi infangati ed umidi. I colori non erano visibili per Miloslav ma i rumori si ed un treno sulla neve emette suoni diversi che su rotaie lucide e senza ghiaccio. Poi dopo fermate in piena campagna, attese senza spiegazione e ripartenze impreviste il treno arrivò ad una decina di chilometri da Natolaskaya. La confusione di quella stazione improvvisata a poca distanza della città era visibile ma ancor di più ascoltabile: un vocio ondivago, grida ed ordini impartiti da chissà chi a chissà chi e per quale scopo, rumori di carri, di camion di cavalli ed altri animali con il sottofondo delle bombe e delle granate che esplodevano sul fronte cittadino. Gli scoppi a distanza erano un rumore basso, costante e sembrava quello dei temporali distanti che anticipavano la pioggia.

La compagna Radalova, in piedi vicino ad una garitta militare esplorava e scrutava l’orizzonte in cerca del contatto a cui avrebbe dovuto consegnare Miloslav per la prosecuzione del viaggio sin dentro la città.

“Compagni, compagni …. sono il commissario politico Andreji Zupasvilj …. Compagni, da questa parte… venite, venite!” In breve, presentatosi e fatte domande cortesi di rito, il compagno Zupasvilj prese i bagagli di Miloslav, compreso il fucile di precisione avvolto in una stoffa cerata per preservarlo dall’acqua. Accortosi che aveva di fronte a sé un cieco guardo con espressione interrogativa la compagna Radalova ma ne ricevette in cambio solo uno sguardo che sapeva di sfida: non chiese niente rifugiandosi in muti pensieri.

“Vieni qui Milo, fatti abbracciare.” E serrava tra le sue braccia grassocce stringendo forte a sé il compagno di viaggio. “Milo… figlio mio…. eeeeh si! potrei essere tua madre… Milo…” Bisbigliandogli nell’orecchio. “Solo una raccomandazione, solo una preghiera Milo …. Torna, non farti ammazzare, non correre rischi inutili …. torna … la tua vita è preziosa … non vale ….” Poi una lacrima ed un groppo in gola impedirono altre parole.

Seguendo il compagno Zupasvilj, Miloslav salutò Olga e quasi per rincuorarla con tono falsamente sicuro ed allegro le disse: “Tranquilla compagna, ci incontreremo ancora. Questa primavera a Modyvostok. Te lo prometto.”



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