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lavoro pubblicato martedì 22 maggio 2018
ultima lettura mercoledì 16 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il nonno e il mostro

di Greta. Letto 237 volte. Dallo scaffale Generico

"Oh, per Dio, Maria, lascialo fare!Vieni, Davide, vieni: mettiti qua sul letto. Che bella maglia! E le scarpe...Porca puttana, donna, ci lasci gi...

"Oh, per Dio, Maria, lascialo fare!
Vieni, Davide, vieni: mettiti qua sul letto. Che bella maglia! E le scarpe...
Porca puttana, donna, ci lasci giocare? Stai invecchiando, eh, stai diventando una piattola... Vai, vai a chiamare chi vuoi."
La mamma di Davide esce rigida dalla stanza.
Il nonno sbuffa nella barba, si piega su Davide con quell'odore di alcol che non sostituisce con il sapone, lo solleva oltre la sponda d'acciaio del letto e se lo piazza a cavalcioni sulla pancia soffice.
"Quell'arpia. Ma dico, ho fatto la guerra in Russia, io. Al freddo che ti si staccavano le dita dei piedi, con i mitra che a portarli... Ehi! Facciamo a braccio di ferro? Dai, intanto che tua madre non c'è... Questo segno? Lascia perdere, non è niente! Dai: Pronti, partenza... Diavolo, non è niente! No, Davide, non mi fa male, cosa ti salta in mente anche a te... Va bene, te lo dico. Però poi non dirmi che hai paura: è il graffio del mostro che ho sconfitto. Un mostro enorme! Sette gambe larghe come cannoni. Sette braccia come arieti, con artigli come baionette. Puzzava come il mangiare andato a male, quel canchero. E voleva prendermi di sorpresa! Mi ero appena messo a tavola con la nonna, ero distratto dalla carne, e lui... Bam! Salta su da sotto con un ringhiaccio e scaraventa i piatti sul pavimento. La nonna, figurati, è scappata in cucina. Si è buttata sul davanzale che quasi mi cade giù e poi mi tocca salvare anche lei, e gridava: "aiuto! Mio marito!" Io, intanto, avevo preso un coltello dal tavolo. Stavo lì davanti al mostro a gambe larghe, lo guardavo dritto negli occhi pelosi, gli studiavo il petto coperto di spine per vedere se c'era un passaggio per la pelle e poi per il cuore...
Ah, ecco il thè: scusi, faccia il piacere, ne lasci uno anche a lui.
Dicevo: il mostro, furbo, oscillava a destra e a sinistra. Annusava l'aria con quel naso che sibilava come un serpente, schioccava la lingua come se io fossi cioccolata. Ad un tratto, tende la coda. Gli si dilatano le narici, gli fremono le orecchie. Sta per saltare. Mi sposto di lato, mi abbasso, alzo il braccio con il coltello verso l'alto... Vum! Il lampadario schizza via. Il mostro mi piomba a un centimetro dalla lama. Schivo la prima zampa. Schivo la seconda, riesco a mozzargli la terza e quello mugghia come l'allarme prima delle bombe, si dimena così forte che mi butta sul pavimento. La quarta zampa mi afferra alla gola. Mi stringe, gli artigli mi bucano il collo. Mi prude tutto, pure la lingua. Mi sale il vomito invece dell'aria, le orecchie mi si riempiono di rumore bianco.

Non posso lasciarmi andare. Devo spingerti in alto sull'altalena. E poi c'è la nonna, devo aprirle i vasetti, devo portarvi gli zaini quando andiamo in montagna..."
Un bussare finto alla porta aperta.
La mamma di Davide rientra con un tacchettare autoritario. Alle sue spalle, un dottore con la pancetta e lo sguardo amichevole. Sorride a Davide:
"Sei venuto a trovare il nonno, eh? Sta bene, tranquillo: soltanto l'aragosta che gli ha fatto un brutto effetto, gliel'avevo detto di smettere di mangiarla... Questo? È solo il segno della puntura di epinefrina! Due giorni e te lo ridò, promesso. Adesso, però, lascialo riposare..."
Davide sbatte le ciglia e si gira verso la mamma. Si gira verso il letto, il dottore ha gli occhiali come la maestra che gli piace: il nonno guarda fuori dalla finestra. Ha la mascella contratta che gli sporge il mento scarno, il collo teso che gli si vede la pelle bianchiccia, le mani strette l'una nell'altra che tremano.
Davide aggrotta lentamente la fronte.
"Nonno, ma è lo stesso mostro che mi ha rubato il ciuccio quand'ero piccolo?"



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