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lavoro pubblicato martedì 22 maggio 2018
ultima lettura sabato 16 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

UNA STORIA NORMALE - 1

di thortorval65. Letto 453 volte. Dallo scaffale Generico

Ludo non mi aveva ancora mollato, forse le interessavo ancora o mi amava ancora ma di certo non era sicura di potersi di nuovo fidare di me. La proposta di trascorrere insieme il sabato sera ad un evento organizzato da una fondazione culturale contenev...

Ludo non mi aveva ancora mollato, forse le interessavo ancora o mi amava ancora ma di certo non era sicura di potersi di nuovo fidare di me. La proposta di trascorrere insieme il sabato sera ad un evento organizzato da una fondazione culturale conteneva una sorta di imprimatur. Uso questa parola perché mi trasmette una vibrazione di rispettabile timore. Una veritiera vibrazione di come mi sentivo quella sera accettando di vederla un’altra volta. Ero cosciente, in altri termini, che il suo invito era a certe condizioni e da parte mia ero conscio che non potevo sgarrare se volevo che la relazione fra noi due avesse un futuro. Inutile dire che partivo da una posizione debole, difficilmente difendibile per come erano andate le cose fra noi. A me Ludo interessava ancora, avevo commesso degli errori e accettavo la proposta di dilatare o posporre una sua decisione che sembrava presa ma non del tutto. Accettai il suo invito perché ritenevo che avessimo ancora qualcosa da dirci ed anche perché ero curioso di vedere come sarebbe andata. Erano cambiate le premesse, l’interesse reciproco rimaneva ma è come se il sentimento non bastasse più e in effetti quel sentimento non era bastato, occorreva uno sforzo di fantasia e in qualche modo ciò che mi interessava davvero era essere stupito.

Il suo invito era quello di trascorrere una serata in una delle più maestose ville di delizia del milanese.

Potrei anche essere esplicito ed indicare il nome della dimora poiché non è mia intenzione essere reticente. Esplicitare, in questo caso, non cambierebbe però le cose e porterebbe, anzi, fuori strada. Intendo che la Villa centra “un passant” ossia di passaggio. Uso la locuzione “un passant” da intendere anche nel significato scacchistico di “presa” di un pedone che muove di due passi dalla posizione iniziale da parte di un altro pedone. Io sono quell’altro pedone che sta nella quarta casa di una delle due colonne adiacenti al pedone che ha mosso i suoi primi due passi. La “presa” del pedone è facoltativa e il “Io pedone” esercito la facoltà di catturare o prendere e comunque di tenermi per me il nome della dimora che, in questo caso, rappresenta il “pedone” che ha mosso di due passi dalla sua posizione iniziale verso il centro della scacchiera. Del resto quando si racconta si procede per approssimazioni. Forse anche le approssimazioni non sono a caso o frutto di bizzarria. Quando si scrive bisogna stare attenti in quanto la verità di ciò che si vuole dire davvero spunta qua e là come le gobbe di un cammello da dietro una duna. Ritornando un momento sulla notazione scacchistica di presa “un passant” rilevo solo ora infatti che oltre ad essere il “Io pedone” che mangia l’altro pedone, sono il pedone che scopre e porge il collo dando la facoltà al “pedone Ludo” di reciderlo e con ciò, per me, la parola imprimatur acquista tutto il suo veritiero significato di “va bene ma stai bene attento”. Tuttavia mi sento di aver superato indenne i miei primi due passi di pedone nero verso il centro e proseguo con le mie approssimazioni nel senso che non mi accingo a fabbricare artigianalmente delle compresse medicinali che possano salvare la vita a qualcuno o, almeno, fare in modo che la salute di quel qualcuno o anche la mia non peggiori. Alla mia salute dovrei comunque star bene attento. Si tratta cioè di raccontare una vicenda con mie parole e dal mio punto di vista e dal mio punto di vista questa è una vicenda che poteva essere di “passaggio” solo in una dimora di delizia. Questo “solo” conta.

L’evento in Villa offriva la possibilità di degustare piatti della tradizione locale, vini e birre artigianali offerti da una confraternita votata a riscoprire e proporre piatti della tradizione lombarda. Il programma comprendeva inoltre alcuni spettacoli nel cortile della villa sei -settecentesca e in una parte del grande giardino. Il giardino alla francese, come la villa del resto, era infatti solo parzialmente aperto per l’occasione tuttavia si poteva passeggiare nei viali ortogonali delimitati da alte siepi lungo l’asse principale e soffermandosi nelle piazzette realizzate nei punti di intersezione dei vialetti. Queste piazzette erano occupate da fontane e statue circondate da fiori piantati in terra o in fioriere e da qui si godeva di una maggior visuale in nessun modo complicata dalle siepi. Osservando in direzione della villa si godeva della cangiante luce sulle facciate interne e sul portico oltre che sui finestroni della limonaia che si protendeva, quale elemento di raccordo, nel giardino. La limonaia era sormontata, nel mezzo, dalla Torre delle Acque. Fino al crepuscolo era stata la luce calante di un sole primaverile a risaltare le sfumature del rosa dei marmi delle architetture e dei gruppi scultorei presenti nel giardino inseguito, quando il buio fu completo e nel parco si era alzato il volume del frinire dei grilli, alcuni proiettori illuminarono gli spazi alterando le architetture con giochi di luce.

Dissi a Ludovica di essere placidamente convinto, quasi che il mio convincimento fosse frutto di una rivelazione, che finalmente anche la gente comune come noi poteva bearsi di quel luogo progettato per il benessere di pochi aristocratici in cui le architetture, il giardino e il paesaggio si concatenavano armoniosamente. Questa constatazione si mutò in un’attitudine il cui riflesso tangibile, che contagiò anche Ludovica, fu quello di voler salutare tutti. Ognuno degli ospiti dell’evento sembrava interessarmi e con una sfrontata naturalezza ebbi piacere di scambiare parole con molti dei presenti non mancando di stringerci, io e Ludo, al tavolo per far posto a una coppia che stava cenando in piedi per l’impossibilità di trovar posto a sedere. Anche intorno ad un pianoforte a coda suonato con maestria da un musicista in abito da sera continuai a bisbigliare con una coppia attempata vestita con abiti sgargianti che immaginai fossero nostalgici della “Summer of Love” e sotto il portico con un gruppo di ragazzi che sorseggiavano della birra. Insomma mi sentivo a casa fra amici.

Due ballerine sui trampoli e vestite con un costume di farfalle con ali luminose rubarono la scena spostando l’attenzione comune nella parte del giardino dominata dalla statua di Ercole in procinto di strozzare il Leone Nemeo. Lì c’era la poca luce necessaria ad esaltare la luminosità delle ali dei costumi delle due farfalle che quando venivano spiegate le si poteva paragonare a quelle di due arcangeli.

Ludovica ed io ci acquattarono seduti sul basamento di un enorme vaso bianco perfettamente liscio.

Finito lo spettacolo delle due ballerine acrobate lasciammo che la folla si spostasse verso il cortile della villa e solo dopo ci rialzammo. Come detto solo in una parte del giardino alla francese ci si poteva muovere liberamente. L’accesso ai viali più esterni erano preclusi e sorvegliati da inservienti con le magliette della fondazione che aveva organizzato l’evento. Proposi a Ludo di eludere la sorveglianza e di addentrarci nel parco ma Ludovica bollò la proposta come una mia solita pulsione infantile e che sarebbe stato più interessante seguire il programma della serata piuttosto che perdersi fra le siepi rischiando una figuraccia se scoperti.

La discussione fu comunque stringata nel senso che non provai nemmeno a replicare e rimanemmo a passeggiare intorno alla statua di Ercole. Dietro il gruppo scultoreo poggiato su uno sbalzo del basamento era appoggiato un libro, piccolo e dalla copertina scura.

Lo presi in mano e istintivamente lo nascosi dietro la schiena senza nemmeno sfogliarlo. Ludovica sembrò scocciata per quell’aria scioccamente furtiva ma nella mia caparbia ingenuità la presi per mano e ci appartarono dietro una siepe. Non si trattava di un libro così come era parso a prima vista, in realtà lo avevo scambiato per un libro antico e prima di restituirlo, depositandolo alla reception, volevo dargli un’occhiata interessata. In ogni modo non si trattava di un libro antico e nemmeno di un libro ma di un taccuino con copertina rigida e spessa. Sfogliandolo, aiutandosi con la luce del cellulare di Ludo, ci soffermammo su alcuni disegni accurati e ben fatti di particolari architettonici che riguardavano principalmente il Teatro di Diana posto in fondo al giardino in asse con l’ingresso e perfettamente riconoscibile e visibile anche da lontano. Molte pagine poi erano dedicate a dei meccanismi idraulici che intuivamo fossero contenuti nella Torre delle acque. A quel punto collegai i meccanismi contenuti nella Torre delle acque agli scherzi d’acqua con i quali gli antichi proprietari intrattenevano i loro ospiti. Questo lo sapevo da una precedente visita durante la quale la guida ci aveva schizzato d’acqua all’improvviso manovrando una leva da dietro una finta grotta ricoperta da finte conchiglie. Gli ultimi fogli erano tracciati con schizzi di mappe che rimarcavano il percorso di alcuni fontanili. Sulla prima pagina, sotto un disegno raffigurante un’esedra, era segnato un nome, Elio Calandra e un numero di telefono.



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