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lavoro pubblicato sabato 19 maggio 2018
ultima lettura venerdì 18 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

ORIGAMI DAYS (Capitolo 1)

di DDG84. Letto 193 volte. Dallo scaffale Pulp

L’università è come Atlantide, una città incantevole ma sommersa, in completo contrasto con il resto del mondo. Non so se è un bene o un male. Non sono mai stato disciplinato con gli studi accademic...

L’università è come Atlantide, una città incantevole ma sommersa, in completo contrasto con il resto del mondo. Non so se è un bene o un male. Non sono mai stato disciplinato con gli studi accademici. Alla mia facoltà ero andato fuori corso già dopo la prima sessione di esami. Più che concentrarmi sulla Sociologia e la Psicologia avevo elaborato dei precetti da studiare e approfondire da autodidatta come ad esempio incontrare la Verità, conoscere l’animo umano e dare voce a chi non ce l’aveva (me stesso, più che altro, soprattutto durante i festini Erasmus). Negli anni al Campus ero quasi riuscito a tracciare la biografia di un uomo, Me Stesso, Michele. E togliendo tutti gli aggettivi, le stupidate e gli errori, era rimasta una sola pagina. Un unico foglio pieno di scritte, freccette e versi in cui compariva spesso il nome di una ragazza: Anais.

Il comune denominatore di tutte le cose più belle, le ultime cose belle capitate nella mia vita, era lei: Anais.

Ora scorgo i palazzi squadrati delle varie facoltà e la noto di sfuggita. Sapevo di trovarla lì. È seduta al caffè del Campus e sta studiando come al solito. Mi allontano con educazione da un africano che vuole rifilarmi un libro di poesie nel suo idioma natio, mi sistemo i capelli e mi direziono verso di lei con la busta del cinese sulla spalla, con un andamento deciso e diretto, neanche fossi un uomo in carriera. I miei angoli delle labbra vanno in versi contrari, mentre passo dopo passo cerco di farmi coraggio e mi avvicino sempre di più alla sua t-shirt dal motivo floreale. Per smorzare un tantino la tensione, giusto per fingere rilassamento, faccio un sorriso di circostanza all’africano di prima e quello fa un tale scatto verso di me che sembra il centometrista Usain Bolt alla finale olimpionica, tanta è la sua voglia di rifilarmi a tutti i costi il suo libro di poesie beat del Senegal. Allungo il passo verso il caffè del Campus facendo finta di non averlo notato affatto.

Guardo lei e solo lei, che studia il grande libro davanti a sé, con un tè verde in mano, concentrata su Chimica II e nient’altro…

“Ehi, sto per partire!”, esordisco con una voce soft, raggiungendola di lato.

Anais non alza lo sguardo dal libro: “Ah, sì? E dove te ne vai stavolta, Aldo? In doppia o in subaffitto? Non mi dire che resterai ancora con quel Carletto, perché saresti veramente un coglione masochista!”

“No, noo, eh eh…”, le faccio mentre poso la busta a terra. “Che hai capito, Anais? Intendo: lontano! Dall’altra parte del mondo! Un’avventura senza bussola… ti va di venire con me, Anais?”

“Devo studiare, ho un esame fra due giorni.”

“Comprendo, comprendo...”

Sposto una sedia e mi siedo al suo tavolino senza chiederle il permesso. Anais mette il segno sul libro e mi osserva senza dire niente. Poi, con voce abbastanza alta da essere sentita anche dal tavolo che si trova in fondo alla sala a circa dieci metri di noi, sentenzia: “Che cosa vuoi da me, Aldo?”

Mi accendo una sigaretta, nonostante sia perfettamente consapevole del fatto che dentro al caffè è proibito fumare. “Anais, non sono più quello di una volta, credimi! Senti l’energia che emano, toccami la mano!”

Provo ad afferrarle la manina per stemperare la tensione, ma lei con uno scatto la infila sotto il tavolo, neanche c’avessi l’eczema o le dita puzzose... prima che replichi qualcosa, la mano offesa si alza per zittirla: “Ci tenevo a dirti questo, Anais, perché probabilmente sto abbandonando per sempre anche questa città.”

Anais mi fissa con un’espressione da resting bitch face. Tra noi la storia non è ancora finita, me ne accorgo quando mi sfila la sigaretta dalle dita, facendosi un tiro. “E quand’è che tornerai?”

“Te l’ho detto. Mai.”

“Tu lo sai che sei pazzo, sì? Non matto così, tanto per dire… ma stile Dottor Jekyll e Mister Hyde, sei tu. Una volta sei dolce e carino, una volta sei…”

“… e allora vieni via con me! Potrei essere dolce e carino per tutta la vita se tu fossi con me per sempre!”

Mi sforzo di essere romantico ma qui l’andamento è immobile, nichilistico, quasi più piatto del suo seno che lei definisce aristocratico.

Stai bene almeno? È tutto ok? Sì, no, forse... di’ qualcosa cazzarola!

“Tu non sei mai serio, Aldo.” Anais riapre il tomo enciclopedico di Chimica II e prende il segnalibro in mano: “Non prendi niente seriamente. E io… io… ho un esame fra due giorni, devo studiare! Lasciami stare. Non contattarmi più!”

Meglio lasciar perdere.

Se resto in silenzio può darsi che avrò un’altra occasione. Scelgo la via del samurai: lei è la mia padrona assoluta e io faccio capo chino, ma senza smettere di lisciare la mia katana. Annuisco con un’espressione tra il serio e il faceto. Faccio un altro tiro di nicotina.

Forse lo sono davvero, un mezzo matto.

Come Carletto, il mio coinquilino, il mio migliore amico.

Anais forse ha ragione. Questo merita una seria riflessio…

“Scusa caro!”

All’improvviso un tizio tutto tatuato mi alza dalla sedia, mi ficca le mani sotto le ascelle e mi alza di peso: “Caro, qui non si può fumare!”

“Ma chi sei, caro? Non vedi che sto parlando con questa bella ragazza?”

“Il bar è mio, caro! Qui non si può fumare! Adesso esci fuori caro!”

“Aspetta caro, concedimi almeno il tempo di riflettere sulla situazione!”

Cerco di divincolarmi dalle sue braccia tatuate, con la sigaretta in bocca, ma quello non molla la presa.

Il barista mi cinge per la vita e mi scaraventa con forza lontano dal tavolino d’Anais, verso l’uscita, sotto gli occhi esterrefatti di qualche professore.

In quel momento vedo un tram che scende lungo viale Regina, fuori dai cancelli della città universitaria. Sta rallentando al capolinea. Decido di prenderlo al volo. Getto la sigaretta a terra e mi allontano di qualche metro dal barista. Guardo la mia ex: “Ehi cherì, ti dico solo. Non abbiamo ancora visto insieme quel film di Godard!”

“E MAI LO VEDREMO!”

Caro, adesso è meglio che esci perché mi sto veramente incazzando di brutto, caro! Sto per spaccarti la faccia, p…!”

“Fammi sapere se cambierai idea!”

“Non cambierò idea!”, ribatte lei sorridendo: “MAI! PAZZO! PAZZO, SEI!”

Alzo le mani al cielo e grido a tutto spiano: “Au revoir, mon amour! Per me sei stata la Nouvelle Vague! I Giardini di Babilonia! La mia Persefone perdu…”

“VAFFANCULO FROCIO!”

Il cameriere mi dà un pugno fortissimo in faccia. Perdo il respiro. Sento un gusto aspro, tipo wasabi nelle narici per qualche secondo. Sbarello di lato, poi scappo via verso le rotaie del tram. Una macchina mi frena addosso, “A’ COGLIONE!”, chiedo scusa con due mani e scappo via.

Sento la voce della mia petite femme: “ALDO! ALDO!”

Nel vagone tiro un sospiro di sollievo, mi assicuro che le porte siano ben sigillate, dopodiché faccio un terzo dito al barista dal corpo cosparso di così tanti disegni tribali, indiani d’America, ancore, sirene, lupi che ululano alla montagna e quant’altro che si intuisce a vista d’occhio che ha letto molti libri sull’argomento. E con tutta la conoscenza acquisita mi urla contro: “Torna qua succhiacazzi tribbocchinaro, che te lo faccio vedere io devo te lo metto quel dito!”

... un messaggio platonico in forma di rosa dedicato agli elfi principeschi dei cieli romani...

Continuo a salutarlo con il terzo dito fuori dal finestrino, con il wasabi che mi esce dal naso e un blob rossastro nella bocca.



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