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lavoro pubblicato venerdì 18 maggio 2018
ultima lettura mercoledì 24 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Giulio

di Roberto98. Letto 284 volte. Dallo scaffale Generico

"Oggi la storia non si fa qui, mai si è fatta in un parlamento. La storia si apprende soltanto, che sia dalle pagine dei giornali o da uno schermo."

Giulio aveva vissuto quarant'otto primavere ma, volando con il pensiero a George Orwell, trovo sia più appropriato invertire giocosamente le cifre dei suoi anni. Sul capo egli non portava più alcun colore, faceva eccezione solo il rosa smorto del cranio: ecco l'unico pallore di luce in cima alla testa di questo piccolo uomo. Senza moglie nè figli, Giulio lavorava nel proprio accogliente appartamento, traducendo in italiano depliant e brochure dall'inglese, dal francese o dal tedesco. Il portafoglio era pesante nelle tasche di questo prematuro anziano; i dipinti e i tappeti prendevano polvere, disposti accuratamente a riempire gli spazi vuoti della casa. Egli si accingeva a pulirli, di tanto in tanto, senza che alcuna emozione giungesse a scuotere l'abitacolo - solo un grande terremoto, egli pensava, avrebbe portato pace in città e nella sua vita, spazzando via quei dipinti e quei tappeti che sembravano avere sempre meno senso. Fuori dalle mura adorne di tele macchiate di colori, oltre le stoffe intrecciate in arcobaleni pensati dall'uomo, la notte proseguiva; lo sfrecciare di una moto squarciò i pensieri di Giulio.
Durante il pomeriggio egli era uscito di casa lasciandosi alle spalle il lavoro. Egli scorse così tante giovane coppie, camminando verso il centro di Milano, tornando così con la mente agli anni passati. Poco dopo Giulio fuoriuscì dai propri ricordi rassegnato, comprendendo che non sarebbe mai più andato incontro a un appuntamento amoroso. Ora che era giunta la notte, egli immaginò due innamorati perfino in sella al tuonare del motorino , abbracciati stretti per difendersi dal gelo del plenilunio.
La città, nonostante l'incupirsi dei suoi giorni, non era mai cambiata. Quel pomeriggio il comizio politico era cominciato lievemente in ritardo. Giulio scrutava la scena dal fondo della calca. Le persone sventolavano bandiere, qualcuna era perfino rossa; il tumulto di parole, di speranza e di rabbia sembrava sostenere il pulsare non solo del suo, ma di ogni cuore. Prigioniero di se stesso, egli giurava di sentirlo dentro ogni persona. Gli urlatori cominciarono a susseguirsi sul palco, lungo un crescendo emotivo sempre più travolgente. Iniziarono i cori, perfino qualche vecchio inno operaio: così tanto a lungo egli li aveva intonati da ragazzo, mantenendosi sempre in disparte. Conclusosi l'ultimo intervento, il gomitolo di persone cominciò a sbrigliarsi, ciascuno verso la propria casa. La piazza si svuotò velocemente: il palco deserto, qualche striscione infilzato dal vento, degli anziani a spasso sotto i portici con l'impermeabile e l'ombrello. Neppure quando le strade si erano riempite di gente, un giorno lontano, era poi cambiato qualcosa. I politici fecero sempre ritorno al palazzo, i militanti alle sezioni, i simpatizzanti nel proprio cunicolo abitativo; l'automobile di qualche ministro avrebbe contribuito a scalfire l'asfalto, di tanto in tanto, per recarsi a una commemorazione. Il potente, poi, si sarebbe congedato dagli ammiratori, riconsegnato dall'automobile al proprio giardino protetto da vetri scuri. Tutto, intorno, sarebbe appassito.
"Oggi la storia non si fa qui, mai si è fatta in un parlamento. La storia si apprende soltanto, che sia dalle pagine dei giornali o da uno schermo."

Tornando a casa nel gelido tepore della propria automobile, Giulio si chiese se infrangere la luce rossa di un semaforo.
"Nessuna automobile all'incrocio, nessuna telecamera dietro i lampioni. Si può fare!"
Non lo fece: dire "casa" equivaleva a dire "nessun posto in cui andare". Mentre egli attendeva il sopraggiungere del bagliore verde, un'automobile si affiancò a quella di Giulio. Lo sconosciuto, anch'egli sulla cinquantina, abbassò il finestrino.
"Seppia! Ti ricordi di me?" Disse l'uomo.
La luce rossa del semaforo tradì una ruga dietro i capelli tinti dello sconosciuto. Giulio, gelido, lo scrutò per pochi secondi, quando poi i dolorosi ricordi dell'adolescenza giunsero a bruciargli la mente. Brunaldi: ecco il cognome dello sconosciuto. Seppia: di quale orribile cognome sono il portatore, pensò Giulio; in pochi lo chiamavano ancora in quella maniera, proprio il modo con cui quel bullo lo interpellava prima di iniziare con gli sberleffi. Così ricco, tale Brunaldi, così sfrontato da dietro il grande scudo dorato eretto dal padre. Una volta, negli spogliatoi della palestra, egli fu addirittura capace di buttare il ricambio di Giulio in un gabinetto ricolmo di escrementi. L'indifeso ragazzo incassò le risate degli astanti, rinunciando a ogni vendetta immediata; Giulio affilò i propri pensieri da monarca e condannò Brunaldi al supplizio eterno, il tutto trattenendo qualsiasi gesto fisico che lo avrebbe condotto nell'ufficio del preside. Giulio giurò vendetta al proprio nemico, fissando i suoi occhi idioti, fosse stata questione di strappargli il diario o spezzargli il collo.
Egli tornò al presente. Impassibile, Giulio voltò il capo, abbandonando lo sguardo sorridente del compagno di scuola. Era stato il suo zimbello, il suo burattino, il suo clown; visse giorni di angosce, di dolori, di pianto; "ora quel bastardo viene qui, abbassa il finestrino e mi parla come se fossi un suo vecchio amico. Magari sta scaldando il motore per andare dall'amante." Giulio spinse il piede sull'accelleratore fregandosene del semaforo rosso; si dileguò nella notte. Le strade deserte sussultarono al passare impetuoso del suo motore. Egli non tornava a casa così in fretta da quando una cliente, anni prima, si interessò a un saggio che egli aveva scritto sul ruolo della resistenza milanese fra il 1944 e il 1945 - saggio tradotto simultanteamente da Giulio in molte lingue, vertiginosamente più numerose delle copie vendute.
Giulio mise la caffettiera sul fornello. Restò poggiato alla soglia della cucina, scrutando la piccola luce della cappa mentre attendeva la fuoriuscita del caffè. Egli pensava senza sosta. Così fece anche sedendosi dinanzi al computer, concedendosi un'ulteriore pausa dal consueto lavoro. La posta elettronica era piena di messaggi, tutti lo cercavano per soldi, nessuno in quanto essere umano.
L'uomo aprì siti oscuri, dove era persino possibile assoldare un sicario senza farne notizia con i cervelli elettronici della polizia. Il cadavere di Brunaldi: una macchia di sangue, poco più che una sbavatura su tutti quei fiumi di righe tradotte da qualche lingua straniera. Fermare quell'esistenza, cancellarla dall'intreccio di gesti effimeri su cui si sorreggeva la quotidiana pièce teatrale milanese. Inizialmente appariva come la soluzione più adeguata: agire nell'ombra senza vedere lo scorrere del sangue, al limite scrutandolo attraverso le immagini sgranate di un telegiornale. Eppure, insetto bruciato dalla luce rovente della propria solitudine, Giulio capì di non potere accettarlo: l'amicizia effimera, l'amore adolescenziale, la fetta di successo concessa dal sistema: Brunaldi era il portatore di tutto ciò che egli, nel profondo, desiderava ardemente. Giulio aprì quindi un nuovo sito, lasciandosi alle spalle le velleità da film di spionaggio. Egli acquistò la pistola che più si confaceva a un assassino in licenza di prova, o se vogliamo, all'atmosfera di un romanzo noir.

"Quel deficiente di Brunaldi ha inserito il proprio indirizzo di casa su internet: è visibile a tutti, anche a beneficio dei nemici che egli neppure immagina di avere."
L'indirizzo di Giulio, invece? Perfino egli, di tanto in tanto, tendeva a dimenticarselo:
"Ho smesso di parlare in giro della mia casa, fin da quando gli altri ragazzi cominciarono a cercarmi. Citofonavano a sorpresa per propormi di fare un giro in bicicletta, erano delle estati calde, malinconiche e infinite. Conoscevano la manipolazione, cercavano di essere buoni: mi spronavano ad uscire ed io accettavo; speravo che cambiassero, speravo di trovare anch'io degli amici con cui stare bene. Ogni volta tutto finiva sulla sponda del fiume, con il sottoscritto a svolgere il ruolo dell'annegato."
Giulio, avvolto nel proprio impermeabile color panna, era intanto salito al quarto piano del palazzo, lì dove risiedeva la tanto odiata conoscenza. Già gli era capitato, durante l'attesa, di sporgere il capo dalle scale per controllare se Brunaldi era rincasato. All'ultimo tentativo era sorpreso da un'anziana: senza rallentare il movimento del corpo, egli uscì dall'ombra e le si avvicinò con aria informale.
"Mi scusi, signora: è a questo piano che abita l'avvocato Masini?" Chiese Giulio, ricordandosi di uno dei nomi affissi sul campanello al piano terra.
"No: l'avvocato Masini abita al piano di sopra, ma credo che oramai sia tardi per avere un colloquio." Rispose l'anziana, con aria perplessa.
"Abbiamo un appuntamento, anzi, sono in ritardo. Per questo ho corso come un forsennato su per le scale: l'ascensore era occupato."
"Non sembra stanco." Puntualizzò la donna.
"Credono che faccia uso di sostanze dopanti, non sanno quanto si sbagliano! Faccio canottaggio dall'età di dodic'anni: è solo un caso che io sia riuscito a vincere a cinquanta." Alluse Giulio.
La donna rimase in silenzio, indecisa se fare orecchie da mercante o mettere l'uomo in difficoltà con qualche domanda sul tipo di vittoria o sulla categoria del concorso. L'avvocato Masini le era parecchio antipatico, quell'uomo avrebbe perfino potuto ucciderlo, non le avrebbe fatto alcuna differenza.
"Buona fortuna, dunque. Che la sua causa vada a buon fine."
"La ringrazio." Disse Giulio abbozzando un sorriso.
Egli mimò goffamente una camminata veloce verso le scale. Stazionò per qualche minuto sul pianerottolo dell'avvocato, mantenendo sempre l'orecchio curvo sui rumori del piano sottostante. A un certo punto lo schiudersi dell'ascensore richiamò l'attenzione di Giulio; egli attese per alcuni istanti, assicurandosi che il nuovo ospite del palazzo fosse solo. Spezzati gli indugi, egli scivolò come una serpe giù per le scale, fuoriuscendo alla luce del pianerottolo: il bullo ben cresciuto era dinanzi ai suoi occhi. Giulio estrasse la pistola dall'impermeabile e puntò al petto del vecchio compagno. Il colpo esplose sordo lungo il corridoio. Stordito dalla sorpresa, Mainardi precipitò al suolo senza nemmeno accorgersi di avere una fessura tondeggiante inscavata nel cranio. Quando Giulio si accorse di aver sbagliato a mirare, eppure con fortuna, il corpo dell'uomo era già fermo. Non emetteva più movimenti percettibili, proprio come una salma. Giulio scrutò il cadavere, cercando dinanzi a sè la tanto agognata soddisfazione: essa giunse al petto con un pugno di adrenalina, dilatando i ventricoli. Egli scivolò dietro le braccia ancora aperte dell'ascensore, chiuse gli occhi. Si fece trasportare lentamente fino al piano terra.
Una porta si aprì sul pianerottolo sporco di sangue, si fecero avanti alcuni passi, si udì un grido di terrore.

Giulio si sedette dinanzi al computer con la tazza di caffè in mano. Si accese una sigaretta, mettendo mano a quel pacchetto che oramai aveva dimenticato. Nient'altro turbò le consuetudini di quell'ennesima serata lavorativa; soltanto l'imminente arrivo del compleanno, a tratti, lo fece meravigliare di chi avrebbe invitato alla propria festa, piccola e riservata.
Quella notte stessa, l'anziana riferì alla polizia del suo incontro sospetto sul pianerottolo di casa. Nel giro di pochi giorni, gli ispettori incrociarono con successo l'identikit di Giulio con le sue foto nell'archivio di stato. Un uomo tranquillo, assimilabile a un burocrate del ministero: così dicevano le carte. Una risata travolse la riga riguardante le sue simpatie politiche. Giulio, trovandosi lì, avrebbe anch'egli riso con gli altri.
Mai nessuno pensò di recarsi all'appartamento di Giulio, citofonare e chiedergli chiarimenti circa la notte dell'omicidio. "Sarebbe stato tutto tempo sprecato."
La storia non si studia a scuola, questa in particolare nè sui giornali nè guardando la televisione. Chiamiamolo segreto, noi due, chiamiamolo come qualcosa che vola alla luce del sole: quel corpo di cui è impossibile scrutare l'ombra.



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