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lavoro pubblicato giovedì 10 maggio 2018
ultima lettura mercoledì 9 dicembre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Remember me

di AliceInWonderland. Letto 313 volte. Dallo scaffale Amore

PrologoASSOEravamo in macchina. Avevamo fatto pace dopo milioni di discussioni. Finalmente la tranquillità. La verità era che non potevo vivere senza di lei: non potevo. Era come una droga, la più pura. Una droga sana, che non mi a...

Prologo

ASSO

Eravamo in macchina. Avevamo fatto pace dopo milioni di discussioni. Finalmente la tranquillità.

La verità era che non potevo vivere senza di lei: non potevo. Era come una droga, la più pura. Una droga sana, che non mi avrebbe fatto male; una droga di prima qualità. Lei e i suoi occhi verdi come uno smeraldo, la sua bocca rossa come il sangue e i capelli neri come la pece.

Io che avevo speso una vita a odiare tutto e tutti, credendo di essere un demone nero, un'anima dannata. Io che avevo paura di fidarmi di ciò che vedevo.Ci avevo provato; avevo tentato di starle lontano, di dimenticare lei e tutto ciò che eravamo, ma era sempre tornata. Era tornata a tormentare i miei sogni, i miei desideri, i miei pensieri più reconditi; si era fatta largo tra le mie crepe conficcandosi nel mio cuore come una spina. La sentivo fin dentro le ossa, fino al midollo.

Avevo provato a lavarla via. A farne a meno. Ma non era possibile. Non più.

Prima volevo una rosa senza spine perché avevo paura di pungermi, ma ora ricercavo quegli aculei di cui lei si ammantava per proteggersi dal mondo. Mi ero punto svariate volte, mi ero fatto male, mi ero tagliuzzato le dita, strappato parti di cuore; ma ogni volta che guardavo quella rosa così tanto rossa e viva, mi tranquillizzavo, mi dicevo che ne valeva la pena, ogni fottuta volta.

Perché lei valeva la pena.

Lei valeva una vita.

La guardai, mentre ingranavo la sesta.

«Mya... io ti devo dire una cosa.»

Non feci in tempo a finire la frase che la sentii urlare: «Stephen, attento!»

Mi girai, cercai di frenare, ma la macchina non rispondeva ai comandi.

Avevo schiacciato il pedale troppo tardi.

Poi il freddo pungente.

Il formicolio.

Il buio. Il buio più totale.

La mancanza.


Mesi prima...


MYA

Avevo sempre sognato di essere una farfalla, leggera, libera, colorata. Sarei voluta essere così leggera, da riuscire a spiegare le ali e volare via.

«Sali sulla bilancia.»

Stessa frase, stessa voce, stesso posto di sempre.

Melania Land era la mia dottoressa, una giovane donna con un aspetto molto, forse troppo curato che mi seguiva ormai da un anno; sembrava uscita da una puntata di Grey's Anatomy. All'inizio sembrava che tutto stesse andando nel verso giusto e lei ne era stata felice, sembrava fiera, forse più del lavoro che aveva fatto, che dei miei miglioramenti, ma poi la situazione era precipitata nuovamente.

Lanciò un'occhiata alla bilancia; «Quarantuno chili... dio santo Mya, hai perso altri due chili dal mese scorso.»

Qualche rughetta le si posò sotto gli occhi chiari mentre mi guardava; paradossalmente conoscevo più Melania di mia madre, passavo più tempo in quel posto che a casa. Davanti a me c'era uno specchio che catturava la mia immagine fino ai fianchi; ogni volta che salivo su quella bilancia mi chiedevo perché lo avessero messo proprio lì. Buffo oggetto lo specchio, buffo davvero e alcune volte mi sono chiesta se riflettesse davvero la realtà o ciò che invece avremmo voluto vedere.

Anni prima ebbi un'influenza intestinale; non riuscivo a mangiare niente se non il brodo di pollo rifilatomi a pranzo e a cena. In una settimana dimagrii di due chili, che poi ripresi velocemente una volta guarita. Ci rimasi così male, che quei due chili divennero una vera e propria ossessione e mi promisi che li avrei eliminati entro la fine del mese, così mi rivolsi ad una nutrizionista che mi consigliò tanta attività fisica e mi prescrisse una dieta bilanciata con cinque pasti al giorno. In soli due mesi ero riuscita a vedere dei risultati appaganti, ma tutto ciò non bastava, non bastava mai. Mi chiesi quanto oltre riuscissi a spingermi; con il passare dei giorni, eliminai la dieta e l'esercizio e mi prefissai le calorie che avrei dovuto ingerire per riuscire a perdere peso.

All'inizio erano mille al giorno, poi diminuirono di cento ogni mese. In circa sei mesi, riuscii ad arrivare ad assimilare solo cinquecento calorie al giorno; mantenni questo ciclo per qualche tempo, poi scesi a quattrocentocinquanta. Camuffavo la mia perdita di peso con dei vestiti più larghi sotto i quali aggiungevo altri indumenti, pensando che così mia madre non si sarebbe accorta di alcun cambiamento, però, al contrario di quello che pensavo, lo notò. Da quell’esatto momento, cominciò a insistere per farmi mangiare sempre qualcosa in più di ciò che avevo nel piatto, ma non se ne parlava. Fui portata controvoglia a farmi controllare da diversi dottori specializzati e questi mi affibbiarono l'appellativo di "anoressica"; ma non ci credetti finchè non sentii uscire quelle parole, Mya, ti vedi grassa perchè soffri di anoressia nervosa. Me lo dissero davanti a mia madre, e da quel momento cominciai a odiarli.

Ed eccomi nella sala della dottoressa Land. Quello che sopportavo di meno, era l'odore sgradevole che ogni volta mi riempiva le narici,proveniente da antisettici e saponi usati per pulire e sterilizzare la stanza ogni singolo giorno, mi ricordava quello del Citocil, il disinfettante di colore verdognolo che avevo utilizzato per la cura del piercing che mi ero fatta da sola qualche tempo prima.

«Non parli?» Melania scrollò la testa come per rimproverare se stessa di ciò che mi stava accadendo. Non l'avevo mai vista sorridere, ma le poche volte che l'aveva fatto, avevo subito notato le sue fossette ai lati della bocca.

Feci spallucce; nonostante fosse la dottoressa che aveva resistito di più, non nutrivo più simpatia nei suoi confronti. Non avevo bisogno di qualcuno che si preoccupasse per me, c'ero già io a badare a me stessa e mi bastavo abbondantemente.

«Ho provato ad aumentare le calorie» dichiarai infine, scocciata.

«Cibo Mya, si chiama cibo, chiamalo con il suo nome specifico. Il cibo ci serve per vivere, per essere felici, dovrebbe farti provare emozioni. Dov'è la tua agenda?» Mi chiese rivolgendomi uno sguardo compassionevole. Una ciocca color miele le cadde davanti agli occhi e si affrettò a rimetterla dietro l'orecchio con un gesto impacciato. Portava sempre i capelli legati in una coda ordinatissima, non avevo mai visto nemmeno un capello fuori posto.

«Il suo nome specifico, invece, è proprio caloria» ribattei.

Ignorai completamente la domanda sull'agenda; lì mi ero appuntata e calcolata quante calorie avesse ogni alimento, pesavo i cibi prima e dopo avergli tolto la buccia, se l'avevano, così il calcolo sarebbe stato più preciso. Quando superavo le cinquecento calorie mi mettevo a fare qualche esercizio fisico o andavo in bagno a vomitare. Me la volevano togliere quell'agenda, avrebbero voluto che io ne facessi a meno, ma non potevo: era la mia vita, c'erano tutti i progressi che avevo fatto e non avevo nessuna intenzione di sbarazzarmene.

«L'agenda Mya» ripetè in tono rabbioso.

«Cosa vuoi dalla mia agenda Melania? Sai benissimo che non me ne priverò mai, mettitelo bene in testa, e se questo significa che hai fallito come medico, allora mi dispiace ma è così. Cosa sono per te, un esperimento? Ti sei prefissata il mio aumento di peso come raggiungimento di competenze adeguate per essere un buon medico, non è vero, Melania? Sono il caso con cui sbatti più e più volte la testa. Sono... sono solo un altro dei tuoi maledetti casi.»

Si lasciò cadere a peso morto sulla sedia della sua scrivania e si passò le mani sul volto, mentre io scendevo dalla bilancia e mi rimettevo i vestiti velocemente; non mi piaceva rimanere in intimo, mi sentivo giudicata, soprattutto da lei.

«Non sei solo un caso Mya, sei una persona. L'unica a non capire che sei un essere umano qua, sei tu. Se continui così...» Le parole le si bloccarono in gola, era come se d'un tratto avesse avuto paura di dire ciò che tutti, intorno a me, pensavano da tempo.

«Se continuo così cosa, eh? Dillo.»

Dai Melania, forza dimmelo. Dimmi che pensi che morirò se continuo a peggiorare. Dimmelo...

Invece lei rimase là, ferma, senza emettere alcun fiato.

Ricordavo ancora il foglio che l'infermiera aveva appoggiato sulla scrivania di Melania il primo giorno che ci eravamo conosciute:

"-Complicanza potenziale di dilatazione gastrica o perforazione.

-Complicanza potenziale di scompenso cardiaco congestizio.

-Complicanza potenziale di squilibrio idroelettrico e disidratazione correlata alla malnutrizione.

-Autostima situazionale scarsa correlata a trauma psicologico.

-Rischio d'alterazione dell'integrità cutanea e dentale.

-Disturbi di immagine corporea dovuti a effetti psicologici della malattia.

-Rischio di insufficiente volume di liquidi correlato a vomito ed eccessivo calo ponderale.

Diagnosi infermieristica: la paziente soffre di anoressia nervosa."

«Ma quale trauma psicologico?» avevo urlato allora, appena entrata nello studio di Melania. «Lo sai Mya, a quale si riferisce la diagnosi. Non te lo starò a ripetere certo io» mi disse e chiuse il discorso.

Tutto ciò che avevo erano ricordi di una vita felice, ma anche quelli andavano sbiadendo. Da quando avevo iniziato a contare le calorie, avevo anche iniziato a desiderare di non uscire più di casa. Le poche amiche che avevo, continuavano imperterrite a chiedermi di andare a mangiare con loro, una pizza o un gelato. La prima volta accettai e, mentre loro ordinavano pizze, arrosticini e patatine fritte con ketchup e maionese, io ordinavo patate lesse con olio e sale e contavo ogni singola caloria che mettevano nella bocca, maledicendole. Più le guardavo, più avevo mi brontolava lo stomaco; loro non mi capivano. Passare la vita a morire di fame, ad essere sempre e costantemente affamata e guardare gli altri che invece si saziavano felici, era come avere un pugnale nello stomaco, faceva male perchè non le comprendevo e allo stesso tempo, loro non potevano capire me. Alla fine mi ritrovai a declinare tutti gli inviti; preferivo passare il mio tempo a casa, perdermi tra le righe di un libro rosa, perdermi tra le frasi che scrivevo sparse qua e là, mi perdevo addirittura nella semplicità di una tazza fumante di camomilla: dopo aver messo una fettina di limone dentro, ci appoggiavo entrambe le mani per scaldarle, e quel calore, con il passare del tempo, era diventato il mondo in cui mi rifugiavo. Mia cugina, che era anche una delle mie più care amiche però, mi era sempre rimasta vicina, o almeno ci provava.

«Vado a casa, non mi va più di starti a sentire, Melania.» Aprii la porta e me ne andai richiudendomela alle spalle. Rimasi per un po' sull'uscio appena chiuso. La sentii singhiozzare ma non mi importava; ero io quella che stava male, ero io quella incompresa, lei doveva solo fare il medico.

***

Non feci neanche in tempo ad aprire completamente la porta di casa, che mia madre aveva già iniziato con l'interrogatorio. «Allora,com'è andata oggi? Che avete fatto?» mi chiese mentre appoggiava il piatto fumante sul tavolo: era brodo di minestra.

«Abbiamo giocato con i lego, poi Melania mi ha anche insegnato ad andare a cavallo e... ah sì, mi ha letto una fiaba che parlava di fate e elfi. Mamma. Cosa possiamo aver fatto secondo te? Il suo compito da medico è quello di pesarmi e dirmi se va bene o va male.»

«E cosa ti ha detto oggi?»

«Niente di diverso dal solito, comunque vado di sopra, non ho fame.»

Mia madre si serrò la bocca nel palmo della mano in segno di disperazione e mentre salivo le scale per andare in camera mi urlò contro «Cosa ti ha detto oggi, Mya.» Non sembrava una domanda, era disperazione. Mi girai e la guardai negli occhi.

Chissà cosa provi mamma, quando mi guardi.

Chissà cosa si prova ad essere madre di una figlia come me. Magari ti senti impotente, ti sentirai con le mani legate, con le spalle al muro. Ma fidati mamma, non sei l'unica. Anche la mia fissazione mi ha messa con le spalle al muro, ho le mani legate almeno quanto te.

«Mi ha chiamata un attimo prima che tu rientrassi a casa. Hai perso altri due chili, non è forse così? La dottoressa Land è preoccupata, dice che la situazione sta peggiorando di nuovo e io non so se riuscirò a reggerla stavolta. Cosa ti succede Mya, sei preoccupata per qualcosa?» si avvicinò alla ringhiera delle scale e ci si appoggiò «lo sai che per te ci sono sempre vero? Ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Vieni a mangiare, ti prego.» Aveva gli occhi lucidi, le stavano per uscire le lacrime e io non avevo nessuna voglia di vederla piangere.

«Fammi lavare le mani e arrivo.» Non avevo voglia di mangiare, mi era passato l'appetito già da un pezzo, ma non riuscivo a vederla in quelle condizioni. Magari avrei lasciato del cibo nel piatto, ma ci avrei provato.




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