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lavoro pubblicato mercoledì 2 maggio 2018
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Tutta colpa del senso di colpa

di Greta. Letto 154 volte. Dallo scaffale Generico

Era solo che giusto, in fondo. Insomma, mangiava animali quanto, tre, quattro volte a settimana? E non ci avrebbe rinunciato, mai, neanche se fosse risultata vera quella cazzata della carne rossa e dei tumori, e allora che almeno ne uccidesse uno, che...

Era solo che giusto, in fondo. Insomma, mangiava animali quanto, tre, quattro volte a settimana? E non ci avrebbe rinunciato, mai, neanche se fosse risultata vera quella cazzata della carne rossa e dei tumori, e allora che almeno ne uccidesse uno, che potesse vantarsi di sapere di cosa parlava. Era come con i corrieri di amazon, li accompagnava sempre per un tratto quando pioveva. Perciò, quella mattina, era andata all'animal center accanto al panettiere e aveva preso quel coniglietto che non arrivava neanche a una spanna, con la gola arancionina facilissima da tagliare.
Ci aveva impiegato poco a capire dove farlo. Le serviva un posto facile da pulire, il water significava poco rispetto per l'animale, aveva sgombrato il piano del lavandino da posate posatine e taglieri, aveva tenuto solo il coltello zigrinato della carne. Aveva disposto acetone e sgrassatore sul davanzale della finestra accanto, da internet non si capiva bene quale fosse più efficace contro il sangue. E aveva messo dall'altro lato della cucina un sacchetto per il vomito, una rete di salvataggio in caso di emergenza abbastanza lontana da provocarla ad essere un vero umano. Patti dispose il coniglietto a pancia in su. Gli mise la parte posteriore verso la vasca del lavandino, il posto ideale se avesse defecato per la paura, gli spinse dolce la testa all'indietro e la tenne ferma con la sinistra, una canzone tra le labbra per farlo morire con un buon sottofondo. Doveva essere felice fino alla morte, la vita degli animali. Come per i manzi cobe, coccolati e riempiti di birra finché non gli sparavano, le cose più belle del mondo prima di andare in paradiso.
Un paf paf sul tavolo alle sue spalle. Romeo saltò dall'altro lato del lavandino. Puntò gli occhietti topazio sul coniglio, si acquattò rigido con il ventre sulla piastra. Patti lo spinse via con il dorso della destra. Romeo sbuffò. Indietreggiò, non tolse gli occhi dalla scena. Patti sorrise: il suo cacciatore. Gliene avrebbe dato un pezzo, magari la testa che lei non mangiava. E comunque che male c'era se assisteva? Avrebbe acquisito rispetto ai suoi occhi, avrebbe dimostrato di saper prendere prede più buone dei croccantini...
Patti ritornò a guardare il coniglio. Sistemò la lama più grande di lui sulla sua gola, iniziò a sollevarla piano per non perdere la mira. Il coniglio agitò le zampette. Patti gliele circondò delicata con due dita. Aveva fatto bene a non scegliere un maiale. Sì, era vero, sarebbe stato più coerente con i suoi pasti, ma con tutta la forza che aveva in corpo... Patti vedeva già il coltello che s'incastrava in qualche osso, la corsa in auto con il maiale sul sedile e lei che piangeva dal veterinario. Trasse un respiro bello profondo, ingoiò la saliva che sapeva di sangue. Contò uno, due, ascoltò un attimo le fusa di Romeo prima di pronunciare il tre... Uno strillo del cellulare. Patti perse il coltello con un clang. Il coniglio rotolò via, il gatto gli fu addosso, il pavimento fu pieno di sangue. Patti rimase immobile con le mani agganciate al vuoto, gli schiocchi delle mascelle di Romeo soddisfatto che facevano a pezzi i suoi principi. Poi, con gli arti che le si muovevano lenti e un po' vibranti, recuperò il coltello e prese il gatto per la collottola.


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