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lavoro pubblicato mercoledì 2 maggio 2018
ultima lettura domenica 19 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

I nostri comuni occhi Blu.

di Fedelabba86. Letto 178 volte. Dallo scaffale Amore

NOSTRI COMUNI OCCHI BLU.La pioggia batte incessantemente sul vetro appannato dell’autobus. Una signora accanto a me cerca di leggere, ma le brusche e ripetute frenate del conducente continuano a distrarla.            ...

NOSTRI COMUNI OCCHI BLU.
La pioggia batte incessantemente sul vetro appannato dell’autobus. Una signora accanto a me cerca di leggere, ma le brusche e ripetute frenate del conducente continuano a distrarla. Trieste diventa cosi caotica quando piove! Le persone sembrano impazzire, quasi spaventate da una cosa cosi bella come la pioggia; che spettacolo vedere il cielo grigio con le sue piccole nuvole cariche d’ acqua all’orizzonte. Sembra quasi che il cielo pianga, perché tra un po’ dovrà lasciar andare via la pioggia, per lasciar spazio alla neve. Ah, Autunno, mia cara stagione preferita. Siamo cosi simili io te, mi ricordi tanto la mia vita. Il vento porta via il cappello ad un signore, un ragazzo lo raccoglie e glielo porge. E si salutano sorridendo.
Eccola, è la mia fermata, prendo lo zaino e scendo. Dio, è cosi pesante! Sembra contenga una palla da bowling di 15 kg, invece è tutta colpa del libro di Greco, più di 500 pagine che non riuscirò mai a capire. Lo ammetto non sono affatto portato per il Greco.
Ecco che mi corre incontro Terry <<Hey , ciao bella!”>> . Terry è la nostra cucciolona di 8 anni, una bastardina che mio padre un giorno trovò fuori dal suo studio, era affamata ed assetata, per via di quell’ estate caldissima. Mio padre le diede un po’ di pane e dell’acqua e lei lo seguì fino a casa, da allora entrò a far parte della nostra famiglia, ricordo ancora che io mia sorella scoppiammo dalla gioia. Volevamo cosi tanto un cane, e lei era perfetta. La chiamammo Terry, perché era specie di forza della natura quando la trovammo. Non stava mai ferma e rosicchiava qualunque cosa le capitasse a tiro.
Apro il portone e lei subito si intrufola in casa, << Mamma, sono tornato!>> << Andreaaa!>> mia sorella grida dalla cucina, << Mamma non c’è, ha accompagnato a casa la nonna, qui c’è della pasta, ha detto che devi mangiare.>> In effetti ho una fame! << Papà dov’è?>> chiesi , << è andato dal Sig. Marzetti, aveva bisogno di lui.>>
Il Signor Marzetti è il paziente più ansioso di papà, quindi lo chiama a tutte le ore del giorno, per qualsiasi doloretto. Mio padre è un medico, fa il chirurgo qui all’ospedale di Trieste ma ha anche uno studio privato qui, a via Doberdò.
<< Io vado a studiare a casa di Laura, dillo tu a mamma quando torna ok?>> Disse mia sorella mettendosi la giacca, << va bene, portati l’ombrello che piove.>> Francesca, mia sorella ha 22 anni, quattro anni più di me e frequenta l’università di economia qui a Trieste. Siamo legati, molto legati, davvero come se avessimo lo stesso sangue, come se fossimo naturalmente “fratello e sorella”. I miei mi adottarono quand’ero piccolissimo, avevo appena 3 mesi. Mia madre, quella naturale, era troppo giovane per occuparsi di me. Questo mi è stato raccontato da mia madre, quella del cuore, perché è questo che è successo a me, ho avuto 2 madri, quella biologica, e quella del cuore. Un giorno di 18 anni fa, arrivò all’ospedale di Trieste una ragazzina bionda di appena 17 anni, accompagnata dai suoi genitori, che doveva partorire. Senza l’ombra di un marito o di un fidanzato. << E’ troppo giovane per crescere un bambino!>> Disse la madre, rivolgendosi a quel dottore che divenne 3 mesi dopo mio padre.

<< Brrr, che freddo>> Disse mia madre, sbattendosi il portone alle spalle << Oggi si gela. Hai mangiato?>> aggiunse dandomi un bacio sulla fronte, << Certo mamma>> per lei sono ancora il piccolo bambino di cui prendersi cura. Amo i miei genitori, cosi come mia sorella. Mi hanno sempre dato amore, senza risparmiarsi mai. E 2 anni fa decisero che fossi abbastanza grande per conoscere la verità. Ricordo ancora quel giorno, il giorno del mio sedicesimo compleanno, quando scesi per fare colazione e li trovai tutti e 3 seduti a tavola, pronti a darmi la notizia che sconvolse per sempre la mia vita. Non ricordo cosa provai di preciso in quel momento, ricordo solo che il mio corpo si gelò. Non dissi niente, rimasi zitto per tutto il tempo, volevo solo ascoltare, avevo bisogno solo della verità, di quella amara e cruda verità. Mi spiegarono che dopo Francesca, non riuscivano più ad avere figli e che desideravano tanto un maschietto, un fratellino per la loro bambina. Cosi quando quella ragazzina dai capelli biondi se ne andò via con i suoi genitori, con la sua valigia ma senza di me mio padre decise di adottarmi. Da allora mi sono sempre fatto mille domande. A volte viaggio coi pensieri, e mi chiedo se forse sarebbe stato meglio non saperla questa verità. “Chissà se le assomiglio?” mi chiedo spesso. Mio padre dice che abbiamo lo stesso sguardo, gli stessi occhi blu, profondi come il mare. Da allora penso ogni giorno, che mi piacerebbe conoscerla, bere un caffè con lei, chiederle se la decisione di abbandonarmi fu la sua o dei suoi rigidi genitori. Mi piacerebbe dirle che sto bene, che a scuola sono bravo, nonostante i miei problemini con il Greco. Chissà se si sarà rifatta una vita, o avrà avuto altri bambini dopo di me… Chissà se ogni tanto mi penserà, se penserà al suo primo bambino. Mio madre e mio padre dicono sempre che se decidessi un giorno di volerla conoscere mi appoggerebbero, rispetterebbero la mia decisione, e mi aiuterebbero a cercarla. Ho sempre detto di no, anche se in cuor mio è il contrario, vorrei tanto conoscere le mie origini. Ecco mio padre che parcheggia in giardino, scende dalla macchina coprendosi la testa con un giornale. << Scusatemi, il Signor Marzetti aveva bisogno di me.>> << Hai comprato il latte?>> Lo interrompe la mamma.
<< Hey Terry andiamo! Ti porto a fare un passeggiata>> le dico mettendogli il guinzaglio. Ha quasi smesso di piovere, cosi ne approfitto per portarla a fare un giretto qui intorno. Adoro passeggiare col freddo, col vento, con i viali bagnati e le strade che odorano di pioggia. Terry cammina davanti a me tirando il guinzaglio, ed annusa la strada come se stesse cercando chissà quale tesoro. E di nuovo il mio pensiero torna lì, a lei, alla donna che mi abbandonò. Finchè, dopo un’ora di passeggiata, prendo una decisione. VOGLIO CONOSCERLA. Basta, ho deciso, voglio sapere, voglio guardarla negli occhi, sentire la sua voce; ora torno a casa e lo dico ai miei, si lo faccio. << Mamma, Papà, ho una cosa da dirvi.>> Nei loro occhi lessi che avevano già capito di cosa si trattasse. Cosi mio padre mi disse il nome di quella ragazzina, o meglio, donna ormai. Marta De Rosa, mia madre si chiama Marta. L’indirizzo, di quando fu ricoverata in ospedale è riportato come “Via Dei Campi Elisi, 68, Trieste” . Possibile che l’abbia avuta cosi vicino per 18 lunghi anni? Il mio cuore è a mille, e mi manca il respiro. << Va bene, grazie Papà>> corsi a rifugiarmi in camera mia, accesi lo stereo e la musica dei Pink Floid invase la stanza. Avevo una gran voglia di piangere! Che faccio adesso? Ora che so il suo nome, il suo indirizzo, che faccio? Avrò davvero il coraggio di bussare a quella porta?
Passò una settimana dal giorno che seppi il nome di “mia madre”. Ed ora mi ritrovavo a salire in macchina per andare a conoscerla. << Sei sicuro che vuoi che non venga con te?>> << No papà, questa cosa la devo fare da solo.>> E mi salutarono con il solito bacio sulla fronte. << Guida piano!>> Dopo 40 minuti nel traffico, ecco che su un palazzo si scorge il nome della via… Via Dei Campi Elisi. Una piccola strada, con tante piccole villette, alcune sembrano disabitate; 64, 66, 68… eccola. Una villetta gialla con un piccolo giardino, chiuso da un cancello, e delle piccole finestre di legno. Resto fermo in macchina a guardarla, mi tremano le gambe e non posso fare a meno di pensare che tra poco conoscerò il suo viso. Cosa le dirò?! Mi faccio coraggio, scendo e mi avvio a passo svelto verso la casa, sul citofono non c’è scritto nulla. Suono, ma non risponde nessuno. Riprovo per la secondo volta, ma di nuovo niente,cosi proprio nel momento in cui non ci speravo più, una voce di donna chiede << Chi è?>> Oddio, è forse lei? << Salve, parlo con la signora Marta De Rosa?>> << No, mi dispiace, la signora Marta non abita più qui!>> Dice, scandendo bene le parole. Non sapevo se esserne triste o sollevato, << Non sa dirmi nulla di lei? O magari dove potrei trovarla?>> le domando, nonostante le mie speranze stessero svanendo. << Aspetti, che vengo alla porta e le spiego.>> E dopo 2 minuti eccola qui, una signora sulla sessantina, bassa ed esile, << Mi dispiace giovanotto, ma io e mio marito abbiamo acquistato questa casa proprio dalla signora Marta, che la vendeva perché doveva trasferirsi in un'altra città per lavoro.>> << e non sa dirmi dov’è andata?>> la signora guardandomi negli occhi mi disse << Si, mi pare si sia trasferita ad Udine, s’era presa un in gestione un bar, mi pare si chiamasse Bar Rose’s, lo ricordo ancora per via del suo cognome>> Ecco, la mia speranza stava tornando << Grazie signora, grazie davvero.>> << Ma perché la cerchi caro?>> << Sono un amico signora, ma forse Marta non si ricorderà nemmeno più di me, ero troppo piccolo quando mi vide per l’ultima volta, volevo solo salutarla.>> Salutai la signora e tornai a casa a spiegare tutto ai miei genitori. Era andata via, ero a un passo da lei, e ora mi ci ritrovavo a chilometri. Inserisco le poche informazioni che ho su internet, e di bar Rose’s escono una dozzina di risultati, finchè al tredicesimo c’è scritto “BAR ROSE’S, Di Marta De Rosa” Si, dev’ essere proprio il suo. Scrivo l’indirizzo su un foglietto, deciso ad andarci l’indomani stesso.
Non parlai molto quella sera a cena , e i miei genitori non fecero domande. Ruppi il silenzio dicendo <<Domani vado ad Udine, ho l’indirizzo del bar.>> << Va bene, se ne sei convinto ok, però io vengo con te, e non si discute.>> Disse mia madre con fermezza. L’indomani alle 11 in punto eravamo già pronti per partire, mi ero già fatto tutti i calcoli, un’oretta e mezza e saremmo arrivati. << Guido io!>> disse mia madre. E cosi partimmo verso Udine. <<Mamma, tu credi che lei sarà felice di vedermi?>> dissi a bassa voce << Certo Andrea, vedrai ne sarà molto felice. Ma se cosi non fosse, ricordati che ci siamo noi, ricordati che qui c’è un’altra mamma che per te farebbe di tutto, e che ti ama più della sua vita. Ricordatelo, chiaro?>> Rispose, con gli occhi lucidi. Dopo circa un’ora di autostrada nella nebbia si intravedeva la città, eccoci ci siamo. Ero stato solo una volta ad Udine, 2 anni fa a vedere un concerto con degli amici.
“Piazza Della Libertà” è questo l’indirizzo, è qui che si trova il bar. Scesi a chiedere informazioni ad un vigile urbano, che stava davanti ad una scuola. Praticamente c’eravamo vicini, dovevamo passare due semafori e girare a destra. Arrivammo alla piazza, con al centro una maestosa fontana. Che bella. Tutt’intorno circondata da piccoli negozi, e ad un angolo un bar. Il BAR ROSE’S. << Eccoci Mamma, sono pronto vado, aspettami qui>> Mi abbracciò forte, quasi da togliermi il respiro << Mamma, non preoccuparti sto bene, sono pronto>> <<D’accordo amore mio, ti aspetto qui.>> Mi trovai di fronte ad un localino verde acqua, con una piccola insegna colorata. Ed una rosa disegnata. Entrai, e suonò una specie di campanellino, tipo quello che si sente spesso nei film americani. << Buongiorno>> gridò una signora da dietro al bancone,no, non poteva essere lei, aveva più degli anni che doveva avere ora mia madre.Mi sedetti al bancone, su uno sgabello, afferrai il giornale che era lì e feci finta di leggerlo, dentro stavo morendo. << Nonna, nonna!>> Suonò di nuovo il campanellino della porta, ed entrò un piccolo bambino, di 5 anni o poco più, correndo ad abbracciare la donna dietro al bancone . <<Non correre, Cristian!>> Lo seguirono, entrando, la mamma e il papà. La donna dietro al bancone disse rivolgendosi alla mamma del bambino << Marta eccoti qui, ma dov’eravate finiti?Cristian amore dai un gran bacione alla nonna!>> MARTA. Eccola qui. MIA MADRE. Bionda, bella, con la pelle chiara come la luna. << Mamma, non vedi che c’è un cliente? Ci scusi.>> Disse indossando un camice rosa, e venendo verso di me << Cosa desidera?>> Era vero ciò che mi disse mio padre, avevamo gli stessi occhi blu. Blu come il mare e malinconici, solo che i suoi erano cosi profondi, c’era racchiusa tutta una vita dentro. << Un caffè, grazie.>> fu l’unica cosa che riuscii a dire <<Glielo porto subito>> rispose guardandomi ,ma più che guardarmi mi scrutò. Bevvi il caffè, mentre guardavo il bambino giocare con una macchinina su un tavolino, insieme al papà. Ridevano gioiosi. Presi un tovagliolo e ci scrissi sopra, lo lasciai insieme ai soldi accanto alla tazzina, diedi un ultimo sguardo a tutto e uscii dal bar. Non ce l’ho fatta, non potevo. Non sarei mai riuscito a scombussolarle la vita. Non mi sentivo triste, affatto. L’avevo vista, ero riuscito a bere un caffè con lei, senza parlare, senza alcuna domanda che ci avrebbe procurato solo altro dolore. Risalii in macchina, e pensai che forse era proprio cosi che doveva andare. <<Com’è andata? L’hai vista?>> chiese mia madre agitata << Si mamma, l’ho vista, ma non le ho detto chi ero,sai è molto bella mamma. Sono felice cosi, le ho lasciato solo un biglietto>> <<E cosa le hai scritto?>> << Solo questo: E’ vero, abbiamo gli stessi occhi blu.>> Quindi sono uscito,ed eccomi qui con te, perché tu mamma, sei la mia mamma del cuore.

FINE.



Commenti

pubblicato il mercoledì 2 maggio 2018
Greta, ha scritto: Ciao! Mi è piaciuto davvero molto.
pubblicato il mercoledì 2 maggio 2018
Fedelabba86, ha scritto: Grazie è il mio primo racconto..ci ho provato :)
pubblicato il mercoledì 2 maggio 2018
Sguardoasud, ha scritto: proprio bello

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