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lavoro pubblicato martedì 1 maggio 2018
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Fili d'erba

di Tersite57. Letto 221 volte. Dallo scaffale Storia

Fili d’erba Una lettura distratta, indotta dalla carenza di tempo disponibile mi aveva fatto leggere solo pochi pezzi rancidi di un articolo...

Fili d’erba

Una lettura distratta, indotta dalla carenza di tempo disponibile mi aveva fatto leggere solo pochi pezzi rancidi di un articolo che compariva nella cronaca locale di Udine di un giornale. Nell’articolo vi si raccontava come in una libreria udinese fosse stato presentato un libro, forse scritto da uno storico, in cui si sosteneva, credo, che le Foibe fossero in realtà una leggenda e che, in Foiba, al massimo ci finirono qualche decina di fascisti. Credo di ricordare che, alla presentazione, ci fossero comunque degli storici di supporto. Non ho mai avuto l’occasione di ringraziare quelle persone per la grande cortesia di cui sono stato oggetto. Raramente tendo ad indignarmi, e questo è sicuramente un male, ma quella volta ciò che leggevo mi prese lo stomaco. Notavo e noto tuttora come gli eventi, qualsiasi evento, abbia particolari e difformi interpretazioni. Che le interpretazioni siano diverse è naturale e per certi versi sono momento di arricchimento sul sentiero della conoscenza ma che i fatti, le situazioni, le azioni siano oggetto di speculazione mi lascia normalmente interdetto. Abbiamo tutti le nostre opinioni, le nostre valutazioni, i nostri giudizi ed è semplicemente… meraviglioso, ma se l’interpretazione può essere un volo pindarico, il fatto non dovrebbe essere messo in discussione. Hegel ci aveva avvertito che:” Quando un fatto contraddice una teoria, tanto peggio per il fatto!” Ha sicuramente ragione compare Hegel e questo, in genere, essendo acquisito non mi fa indignare. Non mi fa indignare come il Programma di Intortamento Universale ci propini informazioni (fatti) a supporto di tesi a prescindere della veridicità o meno degli stessi. I fatti sono lì pronti a supportare tutto ed il suo contrario. Che uno storico, e non voglia offendersi nessuno definendolo storico, si sbarazzi di milioni di ebrei gasati e distrutti non mi fa più indignare. Anche gli storici debbono mangiare e se lo stipendio glielo da un produttore di gas, mi pare naturale che decantino le virtù terapeutiche e medicamentose di nervini ed ipriti varie. Ho l’impressione a volte di sentire uno storico dire:” Tengo famiglia!”

L’articolo di giornale capitava nello stesso periodo che a Udine il Sindaco aveva avuto un’opposizione ed una resistenza da parte di alcuni politici locali che, a naso non rappresentavano neanche il loro condomino, all’intitolazione di un luogo (via, piazza ecc.) in memoria delle vittime delle Foibe.

Ci trovavamo solo davanti all’ennesima negazione ma ciò smosse la mia voglia di veicolare un “va fan culo” all’indirizzo di tali storici e di cotanti politici. Rispettando le opinioni di chiunque ho comunque certezza che tali signori altro non fossero che dei gran figli di Trotskij.

Presa carta e penna scrissi un’ipotesi di lettera-articolo che, di getto e senza particolari correzioni successive uscì così:

Negazionisti di tutto il mondo unitevi!

Cara mamma, è maturato il tempo che ti renda partecipe di alcune cose. Non è vero che quando frequentavo il Malignani andavo spesso nei bar marinando le lezioni. Nego che in classe mi infilassi il dito nel naso e che quanto estratto dalle narici finisse appiccicato sotto il banco. Nego che sia stato io a fare le stradine nel grano di un compaesano calpestando le spighe e costringendo il papà a rifondere i danni. Nego anche di aver rubato le ciliegie nel giardino del conte, anche se circostanze ancora tutte da acclarare hanno fatto si che su quel ciliegio mi trovassero i guardiani: se stavo mangiando ciliegie era comunque a mia insaputa. Nego di aver utilizzato il fienile per masturbarmi. E, quando facevo “la stagione” d’estate lavorando in un grande albergo di Grado, nego di aver versato Guttalax nel vino dei clienti rompiballe. Nego di aver superato il limite di velocità con l’auto, anche se, inspiegabilmente, un autovelox attesta il contrario. Non è vero che da piccolo giocando a calcio ho sgambettato Gianni: non era rigore come avrebbe attestato la moviola se allora ci fosse stata. Non è vero che facevo la cresta sui soldi che mi davi per pagare l’abbonamento della corriera. Un complotto (diciamo Sionista in mancanza di altri riscontri) tendente a screditarmi dice che mi davi i soldi per l’abbonamento mensile ed io lo facevo quindicinale inteso come solo per la prima quindicina di giorni incamerando la differenza: nego tale circostanza. Nego di essermi sbaffato quella volta, la crostata di nascosto. Nego di aver mangiato l’uva da tavola che cresceva in canonica. Nego di aver frequentato gli scantinati del Malignani per giocare a “bestia” con i compagni di classe e dilapidare il mezzo abbonamento risparmiato. Nego, soprattutto, di aver raccontato un sacco di balle. Sono consapevole di ciò che dirai e riassumibile in:”Ma se ti ho beccato io!?” oppure : “I fatti dimostrano il contrario!” Ti sarà sfuggito, cara mamma, che Hegel pare dicesse: “Quando un fatto contraddice una teoria tanto peggio per il fatto.” Quindi, se c’è chi nega l’olocausto e le persecuzioni naziste, se c’è chi nega l’esistenza dei Lager, se c’è chi nega la persecuzione degli italiani d’Istria, se c’è chi nega le sofferenze degli esuli istriani, se c’è chi nega che per il solo fatto di essere Italiani si veniva scaraventati in una foiba, se c’è chi nega una banale targa ricordo in un parco o una via in segno di rispetto dei morti, se qualche Premier nega oggi quello che pomposamente a detto ieri potrò io, a buon diritto, negare di essere un pirla?.

Ti saluto affettuosamente (ma potrei negarlo) tuo

TERSITE

Risposta materna in tempo reale: “Ti ho partorito in casa e questo non mi concede il conforto di un ipotetico scambio nella culla. Stai comunque tranquillo, Tersi, anche io nego che tu sia mio figlio!”

Avevo usato lo pseudonimo a me molto caro di Tersite perché l’ironia e il sarcasmo mi parevano istintivamente gli strumenti più adatti per commentare il negazionismo.

Nessun giornale pubblicò il mio scritto per motivazioni legate ai tempi ed all’organizzazione editoriale e con ciò, dandomi il tempo di riflettere. In fondo in fondo che ne sapevo io delle Foibe? Sapevo, o sarebbe meglio dire so, quello che mi ha raccontato un riluttante Arrigo D’Ambrosi. Nato a Pinguente, in Istria nel 1928, ha vissuto tre quarti della propria vita a Gorizia da esule. Come molti, non parlava volentieri delle sue vicissitudini, forse per pudore o forse perché il ricordo a volte riapre ferite, che, in definitiva non gli è bastata una vita per far rimarginare. Arrigo, un ragazzo poco più che diciottenne cui i partigiani titini avevano ucciso il padre, si arruola nella milizia scegliendo di stare dalla parte di chi stava perdendo ma era l’unico modo per esprimere e rivendicare la propria italianità. I racconti, da lui raccolti, dicevano che il padre fosse stato legato con il filo spinato e bruciato nella pubblica piazza e che uno dei motivi che ne avevano segnato il destino di morte fosse l’aver estratto cadaveri italiani da una foiba. Erano anni terribili di lacerazione e del padre Antonio gli rimanevano delle foto pubblicate su diversi libri e riviste, dove si vedevano degli uomini che con corde e carrucole, estraevano corpi inanimati da quegli orrendi buchi. Per tutta la vita non è riuscito a sapere dove il padre fosse stato sepolto, dove portare un fiore o indirizzare un pensiero. Le Foibe hanno accompagnato la vita di Arrigo ma lui non era uno storico, non la scriveva la storia, non la determinava, la aveva vissuta e basta. Raccontava, per ignoranza storica, ciò che aveva vissuto sulla propria pelle, rispondendo, spesso malvolentieri, alle domande che gli rivolgevano. Diceva di essersi consegnato, insieme ad altri, a dei partigiani italiani che li rinchiusero in una stanza ad Aquileia. Nel suo racconto, i partigiani che lo avevano in consegna erano persone semplici non animate da rancori e per certi versi degli ingenui: non avevano perquisito ne Arrigo ne i compagni e questi erano prigionieri ma avevano in tasca un paio di pistole. Se ne disfarono giusto in tempo gettandole nella buca che fungeva da gabinetto perché poco dopo furono consegnati ai titini. Pareva, nel racconto, che i partigiani slavi avessero un grosso ascendente su quelli italiani: quasi una preminenza.

Trasferito in terra sotto il controllo slavo, un giorno Arrigo fu caricato, insieme ad altri sventurati su di un camion con destinazione foiba. Destino segnato. Avrebbero legato ai polsi e tra di loro i prigionieri e portati sull’orlo del baratro. Un colpo di pistola al primo che cadendo, ormai morto, avrebbe trascinato in Foiba tutti gli altri. Strada facendo una staffetta partigiana incrociò il camion e ne fece invertire la direzione: era crollato un ponte e servivano braccia. Citando quel episodio e molte conferme successive, Arrigo recitava una delle sue “verità” più convinte:”Se non è arrivata la tua ora non c’è niente da fare. Puoi morire solo quando è giunto il tuo momento.” Sembrerà banale ma ci descriveva la sofferenza di chi ha fatto un lungo tratto di strada fianco a fianco con la morte e la sorpresa di come la “nera signora” si distragga facilmente. Arrigo non era uno storico ed il fatto di aver sfiorato una foiba non lo rende maggiormente affidabile di uno storico che ha consultato carte e letto rapporti seduto in poltrona, sorseggiando un caffè. Molti conoscenti e diversi amici finiti in Foiba perché Italiani non davano a questo esule la possibilità di scrivere la storia: si doveva accontentare di averla vissuta. Ai tempi non si usava la locuzione “pulizia etnica” ma oltre trecentomila esuli, oltre trecentomila esseri umani messi nella “naturale condizione” di preferire un incerto destino italiano piuttosto di un certissimo destino slavo sono qualcosa che gli assomiglia e non in meglio. Trecentomila steli, oltre trecentomila fili d’erba, qualcuno un po’ ingiallito e qualcuno ricurvo sotto il peso di un destino che più “cinico e baro” non poteva essere. Strano tipo Arrigo, era uno che per sentirsi Italiano non aspettava la finale mondiale di calcio e nel proprio corpo conservava la memoria, purtroppo viva e dolorante, degli abusi. Dopo aver fortunosamente eluso la Foiba, il nostro futuro esule si ritrovò internato nel campo di concentramento di Borovnica in condizioni di trattamento sub animale. Ricordava come i prigionieri fossero alimentati con delle erbe secche messe a bollire per produrre un simulacro di zuppa di verdure e come ogni giorno fossero portati fuori dal campo per raccogliere legna o per altri lavori. Se qualche disgraziato prigioniero si fosse ferito o fatto del male fuori dal campo non sarebbe stato un problema: uno o due colpi di fucile toglievano qualsiasi dolore. Ma di munizioni i titini ne sprecavano poche perché la morte sopraggiungeva in modo naturale. Dopo due, tre o al massimo quattro giorni di dissenteria gli internati morivano silenziosi spegnendosi come lumi senza petrolio. Esternamente ai cancelli un crocicchio per lo più formato da donne, attendeva ogni giorno il passaggio di quei resti umani claudicanti, ricercando tra loro un congiunto, un figlio, un marito o un fratello di cui non si aveva più notizia. All’apertura dei cancelli usciva un reflusso esofageo di umanità che camminava senza poter rivolgere parola a chi, sul ciglio della strada, lo scandagliava cercando un segno, un tratto o una smorfia che testimoniasse la sopravvivenza ad una storia che qualcuno (uno storico) avrebbe scritto dopo cena e dopo aver telefonato a “mammà” per prenotare il pranzo del giorno dopo: quello con le melanzane.

Mesi di Lager cambiavano i connotati ed era difficile riconoscere una persona. Al cancello si era presentata più volte la nonna di Arrigo con la speranza di ritrovare il nipote ma quando passava non lo riconosceva ed i prigionieri non dovevano comunicare o farsi riconoscere: avrebbe potuto costar loro la vita. Un giorno Arrigo stava male più del solito e la fine che gli si presentava era quella di tanti: disidratato dalla dissenteria. Passando il cancello, di fronte alla nonna trovò la forza per dire velocemente e chiaramente:” Nonna sono io, vai dagli Americani a prendere la medicina sennò muoio!” ed il calcio del fucile di un miliziano lo colpì alla testa facendogli perdere conoscenza. Al suo risveglio gli altri prigionieri gli riferirono che la nonna era svenuta riconoscendo il barlume di nipote ancora rimasto e che poi con l’aiuto delle altre donne riuscì a capire cosa stava accadendo. Senza porre alcun indugio questa nonna coraggiosa ritornò a Trieste e si fece dare dagli Americani la “medicina” che avrebbe salvato la vita al nipote. E così fu :”Se non è giunta la tua ora….” salmodiava spesso Arrigo.

Poi le necessità titine di rispettare pseudo accordi fece si che Arrigo, insieme ad alcune camionate di prigionieri fosse consegnato al comando alleato. Con addosso alcuni stracci pidocchiosi dove allignavano pulci e bestioline varie fu parcheggiato per tre giorni al Silos di Trieste, dove era costretto a rimanere perché praticamente nudo. Sul Silos ha scritto parole poetiche Marisa Madieri nel suo Verde Acqua dove racconta e descrive la vita di alcune famiglie di esuli Istriani che erano stati rifugiati in quella costruzione. Arrigo era salvo ed era riuscito a salvarsi sia dalla Foiba sia dal Lager slavo. La sofferenza è come un fiume carsico, ti scava dentro, crea anfratti, grotte sotterranee e sifoni invisibili all’esterno. Esternamente la roccia asciutta e secca, dentro un labirinto di dolore. Come gli altri trecentomila fili d’erba anche lo stelo verde ma un poco ricurvo di nome Arrigo D’Ambrosi si trovò sradicato, estratto a forza e con brutalità dalla terra in cui era nato. L’incontro con Maria, che di cognome faceva Dazzara, sembrava un risarcimento del cielo e tutta la poesia di due disperazioni che si incontrano e si riconoscono produsse una famiglia e tre figlie. A Gorizia un gruppo di costruzioni militari (casermette) fu il luogo dove alcuni gruppi familiari di esuli trovarono ospitalità. Una grande stanza più un gabinetto “familiare” all’interno di un’altra grande stanza era la dotazione offerta agli esuli. Nell’area circostante le casermette ogni famiglia aveva un orticello proprio e di fondamentale importanza per la sopravvivenza. C’era chi faceva un recinto di fortuna per allevarvi galline, oche o anatre. A due -trecento metri correva la linea di confine lungo la quale il passare e ripassare dei “Druse” slavi fungeva anche da promemoria perché non ci si scordasse il proprio status di erba sradicata.

Delle violenze perpetrate dai fascisti, degli abusi di regime, delle deportazioni per decenni si occuparono politici, intellettuali, religiosi e umanità varia: di esodo e di Foibe neanche una parola. A fronte di letteratura, arte, politica e storia che, giustamente, avevano fatto scorrere fiumi di inchiostro per ricordare le ingiustizie fasciste, per gli infoibati neanche una goccia di inchiostro simpatico. Storici che lo dichiarassero pubblicamente, intellettuali che se ne occupassero ben pochi. Arrigo affermava che di pulizia etnica si fosse trattato ma lui non era mai stato uno storico. Lui era solo un filo d’erba ed anche sradicato. Che ne sapeva lui che la storia l’aveva solo vissuta, solo subita. La sua storia era sicuramente di parte e certamente l’obbiettività l’aveva persa in campo di concentramento. Persa come una scarica di dissenteria che uccide, persa come tanti amici e conterranei. Persa l’obbiettività gratis e non per un lauto compenso o la pubblicazione di un libro o una cattedra universitaria come certi storici. Le violenze sugli esuli non erano cessate. Più silente, più infida e più devastante per Arrigo, come credo per tutti gli esuli istriani, era la sofferenza per stupro dell’informazione e della verità che lungo decenni accompagnò la storia delle Foibe e dell’esodo. Se la pulizia etnica jugoslava era, forse, “comprensibile” non così era per la cancellazione della memoria dalla cultura e dal dibattito italiano sugli Istriani. Niente. Gli slavi avevano infoibato gli Italiani mentre l’Italia stava infoibando la loro memoria e quella dei profughi negando anche il più elementare diritto alla solidarietà della nazione. Niente. Pareva che l’Istria Italiana non fosse mai esistita, pareva che quella zolla di terra appartenesse alla fantasia nostalgica di qualche sprovveduto. Niente. Fili d’erba sradicata da una zolla che non esisteva. Identità zero. I fili d’erba Istriani si tenevano stretti l’uno all’altro, per non disperdere la memoria di un popolo, per non gettare in pasto all’oblio secoli di storia, di tradizioni e di cultura: per non lasciare alla mercé degli storici il loro passaggio su questo pianeta. Ho pensato allora e lo penso ancor di più attualmente che Arrigo, gli infoibati, gli esuli fossero la dimostrazione pratica di un proverbio africano: “Quando gli elefanti combattono chi soffre è l’erba.”

Dopo qualche millennio in cui i vulcani avevano zampillato in ogni dove, dopo 2 o trecentomila anni in cui la vita si era sviluppata solo nelle acque, lentamente alcune specie vegetali presero a guadagnare le sponde dei laghi e dei mari. In capo ad una decina di migliaia d’anni le sponde di mari e di laghi erano ricoperte di erba lunga e filiforme e di qualche raro albero. Riscaldate dal sole masse enormi di vapore lentamente, molto lentamente si alzavano verso il cielo, si espandevano lateralmente e condensando durante la notte precipitavano al suolo in minutissime goccioline di pioggia che bagnavano solo l’area circostante. Più che pioggerellina si trattava di una nebbia densa. Il verde circondava solo gli specchi d’acqua e tutto il resto del pianeta era deserto, secco, asciutto ed immobile. Nel cielo, sempre azzurro, mai una nuvola a dare refrigerio ed ombra. L’erba resisteva immobile succhiando l’acqua vitale dal terreno mentre l’aria era ferma e stantia. Tutti assiepati l’uno all’altro i fili d’erba, anche se esili e magri, crescevano in verticale ed era l’unico movimento che facessero in vita. Crescevano verticalmente nell’aria ferma ed immobile. Un giorno, un giovane e sprovveduto filo d’erba stanco di quella noia mortifera in cui i più anziani non facevano che parlare dei tempi in cui erano appena spuntati dal suolo disse:” Ho un idea! Proviamo a muoverci, a oscillare e spingeremo così l’aria e questa non sarà più ferma!”.

Uno stelo, più giallo che verde, chiese sarcastico:” E questa geniale idea che cosa produrrebbe eh?”

Imbarazzato il giovane filo d’erba disse:” Non lo so di preciso....ma comunque potrebbe essere una novità divertente!!” e senza aspettare altri commenti o approvazioni prese a oscillare da destra a sinistra, prima timidamente e poi sempre più energicamente.

:” Che bello!” gridò, anche colpendo accidentalmente qualche vicino. Quel piccolo movimento aveva mosso quasi impercettibilmente l’aria e quell’embrione di vento aveva colpito la anziana erba quasi gialla che stava alla sua sinistra. Era bastato quel “niente” perché un granello di polvere, ormai ospite fisso da vent’anni di uno stelo, cadesse dando un senso di sollievo neanche immaginato fino ad allora.

:”Oooh!? Meraviglioso.....ragazzo è......semplicemente....meraviglioso...grazie1” disse quasi commossa quell’erba ormai ripulita dalla polvere. In un istante tutti i fili d’erba si resero conto che qualcosa di grande, di straordinario era accaduto, forse, di più stava accadendo. Era dai tempi dei vulcani che l’aria non si muoveva. Preso da un entusiasmo febbrile qualcuno disse:” Facciamolo tutti insieme...dai...spingiamo l’aria!” Non ci fu bisogno di altre parole ed in capo a pochi minuti tutta l’erba che circondava quel lago prese a piegarsi a sinistra e a destra alternativamente.

:”Oh issa spingiamo!”

Tutti, senza esclusioni, spingevano l’aria prima in una direzione poi in un altra. L’aria cominciava a muoversi ed a soffiare il primo alito di vento. Un albero che stava lì, in mezzo, beneficiando del vento chiese anche lui di partecipare ed ottenuto il permesso iniziò a muovere i rami e le foglie per spingere altre masse d’aria da una parte all’altra. Erano trascorsi una decina di minuti e si era formato il primo vento della storia del mondo. Instancabili, i fili d’erba, ubriachi di gioia, oscillavano al massimo delle loro possibilità, formando un vento sempre più impetuoso. La massa d’aria in movimento prese con sé i semi leggerissimi, che erano destinati a cadere alla base degli steli, e li portò lontano spargendoli dappertutto. Il vento sferzò l’acqua del lago formando le prime onde a schiaffeggiare le rocce sulla riva. Cresceva il vento, che senza timori reverenziali avvinghiò una gran massa di vapore acqueo, per trasportarlo, volente o nolente, in cima ai monti dove, sbattuto sulle rocce, formò nuvole e pioggia. La prima pioggia torrenziale correva lungo i pendii trasportando polvere e detriti fino a formare il primo fiume limaccioso del pianeta. L’acqua che scorreva tra i monti ed il mare faceva vivere altra erba ed alla fine di altri diecimila anni quasi tutto il pianeta era verde e popolato di ogni tipo di piante e di erbe. Con frequenza irregolare tutta l’erba del pianeta si alternava nel compito di creare il vento:il vento della vita. Non c’era pianta che non si desse da fare per produrre vento, per spostare l’aria innestando il ciclo vitale che conosciamo anche ai giorni nostri. Un semplicissimo ed umile filo d’erba aveva cambiato il mondo e, forse, la nostra stessa esistenza dipende da quel filo d’erba anonimo che con la sua piccola iniziativa ha permesso la vita in superficie. Anche oggi come allora, le piante, gli alberi e l’erba senza alcuna distinzione si muovono per creare il vento. Lo si può tranquillamente osservare: quando c’è il vento c’è da qualche parte un albero, un arbusto o un filo d’erba che si prende l’onere di spingere l’aria, oscillando in ogni direzione. Come la vegetazione smette di oscillare così, si ferma il vento.

Gli esuli non sono storici, sono solo fili d’erba. Fili d’erba gettati in una cavità, in una Foiba. Fili d’erba dimenticati, fili d’erba sradicati, fili d’erba dignitosa e semplice come l’umanità di cui sono testimoni.

Come Arrigo, mica sono storici: sono solo fil d’erba. E’ un segno di speranza.

TERSITE



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