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lavoro pubblicato martedì 1 maggio 2018
ultima lettura sabato 13 ottobre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nessuno vuole essere Qualcuno

di sognatriceprofessionista. Letto 167 volte. Dallo scaffale Pensieri

Immaginate ognuno di noi come un fuoco. Un bel fuocherello scoppiettante. Che succederebbe se sopra quel bel fuoco ci posaste una bella campana di v...

Immaginate ognuno di noi come un fuoco. Un bel fuocherello scoppiettante. Che succederebbe se sopra quel bel fuoco ci posaste una bella campana di vetro? Beh, all’inizio niente di particolare. Ma poi l’ossigeno comincerebbe a scarseggiare e il fuoco ad affievolirsi. Ci sarebbe sempre più fumo, tanto che a guardare fuori dalla campana si vedrebbero sagome confuse, l’irrealtà della realtà. Ecco, io sono così.

La mia storia comincia una manciata di anni fa, quando, da piccola, fui vittima di un abuso sessuale. Non mi soffermerò a parlare di questo trauma, anche perché c’è ben poco da dire: in breve, ero una bambina un po’ troppo vitale che si è fidata di un amico, poco più grande, e che credeva di fare un gioco. Non penso nemmeno sia stata colpa di questo mio “amico”, anzi, francamente credo che sia finito a viversi una vita peggiore della mia. No, il problema non fu il trauma in sé. Fu quello che successe dopo.

Ripeto, non fu una cosa immediata. Ci volle del tempo. Sì, ma del tempo per cosa? Essenzialmente, per capire quello che avevo fatto. Le conseguenze delle nostre azioni, che lo vogliamo o no, hanno sempre un peso. Niente si fa “tanto per”. Una volta cresciuta, con la consapevolezza del mio passato seduta sulla mia schiena, piano piano e involontariamente ho cercato di mimetizzarmi. Ovviamente non ho mai parlato con nessuno del mio trascorso, figuriamoci. Troppo imbarazzante e mi sarei mostrata troppo vulnerabile. No, nessuno doveva sapere niente. E così mi sono costruita una maschera. In classe ero la classica ragazza che se ne stava per i fatti suoi e di cui probabilmente non ci si ricorda finché non si legge l’elenco dei nomi e qualcuno dice “Ah sì, c’era anche lei”. Ogni tanto c’ero anch’io, a far battute, a ridere e a scherzare, ma a parte questo dubito che qualcuno possa dire di avermi conosciuto davvero. Non tanto perché ci fosse poca voglia da parte dei miei compagni, quanto piuttosto per la mia paura di aprirmi con le persone. Lo so, non c’è niente di nuovo in questa storia, è il classico “trauma e chiusura in sé stessi, e allora?”. E allora c’è che per chi se li vive, questi traumi, poi spesso finisce col non vivere più. Non davvero. Si comincia ad aver paura di legarsi a qualcuno. Poi, nel mio caso, è arrivata la claustrofobia e la paura di soffocare. Per arrivare al presente, in cui ho attacchi di panico e non riesco quasi più ad uscir di casa. Per non parlare di tutte le paranoie o degli sbalzi d’umore o del rischio di finire in depressione e di dover prendere medicinali appositi. Tutto molto bello e divertente. Già.. Il mio fuoco vitale si sta affievolendo, non ho più voglia di combattere, ho perso qualsiasi motivazione o forza di volontà, ho perso me. Il fumo, sempre più denso, mi offusca la vista non solo verso l’esterno, facendomi vedere un panorama distorto, quasi lugubre, senza speranza, ma offusca anche la visione di me stessa. Io ho perso fiducia in me. Io sono nessuno. La maggior parte del tempo mi sento così. Ma oggi no. Oggi voglio fare un appello a chiunque si sia sentito come me. E penso che siamo in tanti. Una cosa mi ha aiutato e mi sta aiutando a superare tutto. Parlarne. Vi prego, vi scongiuro, qualsiasi problema abbiate, parlate. Con un amico, un familiare, anche con uno sconosciuto che vi ispira fiducia se ne avete voglia (consiglio spassionato per quest’ultimo caso: non scendere in particolari troppo personali, non si sa mai, potreste trovarvi con uno dalla bocca larga). Ma parlate. E se qualcuno non vuole ascoltare, non perdetevi d’animo. Prima o poi qualcuno arriva. Ma abbiate il coraggio di far sapere quello che pensate e provate. Niente è più liberatorio di questo. E niente può aiutarvi più di questo. Non perdete la speranza, anche se sembra impossibile; cercate di tenere almeno un lumino di speranza acceso. Ne uscirete. Non dall’oggi al domani, sarà difficile e a volte doloroso, ma poi sarà finito tutto. Poi potrete respirare. Fatelo. Respirate. A pieni polmoni.

Ecco, io sono così. O lo ero. Forse è vero che io sono nessuno, o forse no. Ma quello che ho scritto e il perché l’ho fatto avranno un effetto nella vita di qualcuno, o almeno me lo auguro. E, di fatto, ora io sono Qualcuno.

Respirate.



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