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lavoro pubblicato giovedì 26 aprile 2018
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ve la do io l'Unità d'Italia

di franco. Letto 306 volte. Dallo scaffale Umoristici

Il sequel di "Poi dicono che uno si droga Ritorna il professor Jacopo Lunatico e i suoi "viaggi allucinati", stavolta senza colleghe ma con la new entry Stefania, fidanzata nonché sostituta di Amedeo. Non più personaggi letterari ma nientepopodimeno che

Franco Marchitiello

Ve la do io l'Unità d'Italia

marchifra@gmail.com


Ve la do io l'Unità d'Italia

Ai "Poggi". Qualsiasi sia

il loro attuale cognome.


La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione

che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli

sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.

KLEMENS VON METTERNICH

Ed arrivarono quattro gendarmi

con i pennacchi, con i pennacchi.

Ed arrivarono quattro gendarmi

con i pennacchi e con le armi.

FABRIZIO DE ANDRE': "BOCCA DI ROSA"


Una piccola storia nella grande Storia

Nel tardo pomeriggio del 14 ottobre 1867, una barca si allontana lentamente da Caprera dirigendosi verso La Maddalena. A bordo di essa si trova Giuseppe Garibaldi, intenzionato a raggiungere la penisola nonostante il blocco navale, imposto per impedirgli di tentare, per l'ennesima volta, di restituire Roma all'Italia.

Una volta approdato, anche grazie ai diversivi messi in atto dai suoi collaboratori, trova rifugio in casa di Lady Collins sua buona amica. Luogo in cui resta nascosto fino alla sera del giorno sedici, quando dopo un'altra breve traversata, riesce a raggiungere la terraferma sarda.

Al termine di un lungo e faticoso viaggio, effettuato alternando il cavalcare con il camminare, dopo essersi riposato e rifocillato in uno stazzo nei dintorni di Olbia, nel primo pomeriggio del giorno successivo si imbarca su di una paranza messagli a disposizione, dirigendosi verso la penisola.

Di lui non si hanno più notizie fino al giorno 20 ottobre, quando i titoli dei giornali annunciano agli italiani e a chi li governa, nella circostanza Urbano Rattazzi, che Garibaldi è giunto a Firenze, mentre ancora poche ore prima i suoi sorveglianti, osservando con il cannocchiale la casa di Caprera, telegrafavano all'Ammiragliato che "Il generale tiene ancora il broncio".

L'impresa di Garibaldi, della quale queste righe sono il prologo, si concluderà drammaticamente a Mentana nei primi giorni di novembre del 1867, con la sconfitta ad opera delle truppe franco-pontificie ed il suo arresto.

Ma come fu possibile che i sorveglianti non si accorgessero della scomparsa dell'illustre vigilato? La versione più accreditata sostiene che un suo collaboratore, complice una notevole somiglianza, abbia vestito i suoi panni esponendosi alla vista degli osservatori. Sull'identità vi è divergenza, attribuendo qualcuno il ruolo ad un garibaldino di nome Gusmaroli, e altri sostenendo che si trattasse di Giovanni Froscianti, che gli fungeva da segretario.

Vi è però, riguardo all'identità del "sosia", un'altra versione non riconosciuta dalla storiografia ufficiale. Di questa versione, tramandata oralmente, scriverò in coda all'opera di fantasia. Per ora non mi resta che augurarvi una buona, e spero non noiosa, lettura.


Alcune avvertenze

Ritengo doveroso informare il lettore, che le parti storiche non sono tutte farina del sacco dell'Autore. Ho consultato numerosi testi e, fra quelli più compulsati, mi corre l'obbligo di citare Giuseppe Fiori per la: Vita di Antonio Gramsci; lo stesso Gramsci ma in qualità di autore de I Quaderni; Indro Montanelli e Marco Nozza per il loro Garibaldi e Giorgio Dell'Arti per il suo Cavour.

Per ciò che concerne i dialoghi fra i personaggi storici e quelli di fantasia, oltre ai tanti che sono solo frutto della mia immaginazione, e di cui mi assumo responsabilità ed eventuale biasimo, ve ne sono diversi desunti da documenti ufficiali e pubbliche dichiarazioni.

In quanto al linguaggio, mi sono sforzato non sempre riuscendoci, di trovare un giusto mezzo (o juste-milieu per dirla come Cavour) fra quello dell'epoca e quello in uso ai nostri giorni. Si potrà anche notare che mentre con Garibaldi e Mazzini i miei personaggi utilizzano il "Voi", a Cavour si rivolgono con il "Lei". Non per rispetto della figura istituzionale, ma certamente per un sentire i primi due più inclini al dare, e ricevere, confidenza.


Uno

«Io, la cravatta, proprio non riesco a sopportarla!»

«E allora dovresti fare come me: metterti un papillon».

«Carlu’, ma tu mi ci vedi con il farfallino?».

«E nemmeno io. In aggiunta, vi dico che se non la smettete di fare i narcisi davanti allo specchio, arriviamo a cerimonia finita».

Così ci rimbrotta Chiara, mentre a casa mia il suo compagno e io stiamo dando gli ultimi ritocchi al nostro abbigliamento. Per quello che la riguarda, lei ha risolto come al solito indossando, come cantava qualcuno, 'nu jeans e 'na maglietta. Ma Chiaruccia, pure con un saio francescano addosso, darebbe dei punti a qualsiasi modella, se non per il fisico sicuramente per l’innata eleganza che la fa notare fra mille.

«Poi dicono che siamo noi donne a perdere tempo con il vestire» prosegue. «Guardati, Jacopo, lo sposo sembri tu».

«E questa è una soddisfazione che non ti leverai mai, anche se dovesse succedere niente cerimonie».

«Mai dire “di quest’acqua non ne bevo”».

«Sai bene che non dipende da me. Comunque: visto che hai premura, per quello che mi riguarda sono pronto».

Poi, Carluccio, messo sull’avviso da una mia occhiata(ccia), le si rivolge: «Mamma mia, amore, ma quanto sei bella vestita così».

«Ma se sono vestita come al solito! Allora mi stai dicendo che gli altri giorni sono uno scorfano? Dai, andiamo che è tardissimo».

In effetti, tenendo presente l'ora e che il sabato la gente è tutta in giro; considerando la lontananza dalla chiesa dove si svolge la cerimonia; mettendoci che io alla guida non sono Nuvolari, arriviamo mentre la suddetta è cominciata da un pezzo.

Ora, quelli fra voi che non sono a conoscenza delle vicende precedenti, si chiederanno: «Ma questo chi è e che cosa ci sta venendo a raccontare?» Potrei anche delegare il compito di riassumerle ai non pochi che già sanno, e che vedo numerosi seppure con qualche assenza, cosa che spero dovuta a impedimenti di poco conto. Però preferisco informarvi di persona.

Come avrete sentito mi chiamo Jacopo, e mi fregio e mi pregio del cognome di Lunatico. Insegno presso un Liceo cittadino Italiano e Storia, come del resto facevo anche l'anno scorso, all'epoca in cui ebbe inizio la vicenda. Poco più che quarantenne, scapolo per congenita pigrizia e terrore di perdere la libertà, sono figlio di mamma paciosa ma apprensiva, e orfano di un padre che a suo tempo abbandonò la famiglia, per un modello più recente e meglio carrozzato, di moglie.

La mia vita scorreva liscia fino a quando non giunse, per una supplenza di Matematica, Fatima Lo Pizzo, trentenne di aspetto grazioso seppur minuta, e di modi spicci soprattutto nei confronti degli studenti. Come fu e come non fu ci innamorammo, e fatte salve alcune divergenze pedagogiche, la cosa pareva procedere. Oddio: non tutto filava liscio, in quanto Fatima oltre un certo grado di effusioni non riusciva ad andare. Tuttavia, pur dispiaciuto, non me ne facevo poi un gran cruccio.

Le cose sarebbero continuate sulla stessa falsariga, se il Carluccio con cui parlavo prima, insegnante di Discipline multimediali e fra l'altro, insieme alla compagna Chiara, da annoverare all'epoca fra i miei pochi amici, non si fosse fatto investire da un'automobile inguaiandomi. Sì, vabbe', direte voi, un tuo amico si fa investire e tu ti lamenti? Il fatto è che Carluccio, preposto a dirigere il giornale d'istituto, a causa dell'incidente dovette dare forfait ed il compito, dietro pressione di tutto l'universo mondo, dovetti accollarmelo nonostante fossi restio a farlo.

Il comitato di redazione era composto, oltre che da me nelle vesti di direttore, da Fatima e da Rosa Paisiello, insegnante di Scienze più vicina ai cinquanta che ai quaranta, procace al punto da far perdere la testa ad un nostro più giovane collega, tale Federico "Fred" Somma. Oltre noi docenti, ne facevano parte quattro studenti. Nell'ordine, rigorosamente alfabetico: Lucia Beneventano, meglio conosciuta come "Miss Disastro" per la capacità di inanellare gaffe una dietro l'altra. Studentessa svogliata ma simpaticissima e di grande umanità, oltre che generosa... anche nel concedere le sue grazie; Teresina De Notari, paradossalmente sua migliore amica in quanto autentico "cranio", oltre che seria, rigorosa e razionale oltre misura. Detta anche "la contessina" per il suo forbito eloquio del tutto naturale; Amedeo Fiorillo, sprinter di fama provinciale, bel ragazzo, giudizioso e ottimo studente ed infine... Giulia Perrella, che sapevamo orfana di entrambi i genitori, di qualche anno indietro con gli studi (e la causa non era mai stata chiarita). Non particolarmente attraente ma mordace al punto da contestarmi, continuamente, per la mia "carenza di nerbo".

La sera precedente l'inizio dei lavori ci ritrovammo per cenare, come da tradizione, in un ristorante cittadino. Lì, Lucia, uscita per salutare due presunti amici, dagli stessi subì un tentativo di stupro, non andato a "buon fine" grazie all'intervento di Giulia che, con nostra somma meraviglia, li convinse a desistere.

Prendo atto, che una buona parte di quelli che conoscono la vicenda per filo e per segno, mi sta chiedendo: «Ma almeno dicci chi sono gli sposi, e poi prosegui pure con i ricordi». Avete pienamente ragione e ora vi servo.

Della componente maschile – ma, scusate, vi risulta che in una chiesa possano esservi matrimoni “altri”?– non vi è indicazione in precedenza. Di quella femminile i “veterani” ne hanno sentito parlare a iosa. Infatti, colei che sta per salire i pochi scalini che conducono all’altare, anzi sicuramente lo ha già fatto, non è altri che la mia ex studentessa: Teresina “la contessina” De Notari.

A questo punto, sempre i veterani, si chiederanno: «Ma come: la signorina De Notari, a tuo dire e per quello che ci hai raccontato, destinata ad un brillante avvenire di studiosa e, probabilmente, di cattedratica, di punto in bianco, a poco meno di un anno dall'essersi diplomata, si sposa?» Ebbene sì! La persona che gli allibratori avrebbero dato cinquanta a uno come la prima a convolare, ha fatto saltare il banco. Ed eccola che attende di pronunciare i voti solenni, infilarsi la fede al dito e lanciare il bouquet.

Ma sono che cose che capitano, direte. Una vede un bel giovane, simpatico, estroverso, con un lavoro sicuro, e pensa: meglio un uovo di struzzo oggi che un pulcino macilento domani. Non vi pare? E no, niente affatto! Aspettate infatti che vi presenti il promesso sposo, sempre che, maledetto il traffico, non lo sia già diventato, e poi ne riparliamo.

Definirlo bel giovane mi parrebbe un poco esagerato. Poco perché per quello che riguarda la bellezza, brutto non è. Ma è sul "giovane" che si fonda l'esagerazione, visto che fra lui e Teresina corrono circa una trentina di anni di differenza. E in quanto all’uovo di struzzo... sarà il caso di dire che non di uno si tratta ma di decine. E tutte d’oro.

L’uomo che Teresina sta per sposare è di origine sinti, una delle tante famiglie di etnia nomade, comprendente fra gli altri noti circensi. Sin da poco più che adolescente, ha messo testa unicamente al lavoro. Crescendo, ha avviato tutta una serie di attività, sviluppatesi in maniera direttamente proporzionale all’avanzare dell’età.

Sposatosi a trent'anni con una sua coetanea, è rimasto vedovo dopo quindici anni di matrimonio, causa una grave disfunzione cardiaca della moglie. Tutto ciò circa cinque anni fa, in più trovandosi a crescere da solo un ragazzetto di circa sedici anni.

E’ proprio a causa di questi, o meglio del suo essere ciuccio, che lui e Teresina si sono conosciuti. Essendogli stata lei raccomandata, come persona adatta a sollevare il figlio dall’ignoranza della letteratura patria, oltre che capace di fargli collocare i personaggi storici nelle epoche appropriate, è capitato che dopo un paio di lezioni al figlio, al primo congiuntivo sbagliato dal padre, Teresina – degna allieva di cotanto maestro – si è sentita in dovere di tirargli, sia pure con il suo bel modo di fare, le orecchie. E, come è come non è, questo ha fatto sì che l’uomo si sia invaghito dell’idea di assicurarsi una professoressa a tempo pieno. Siccome una cosa tira l'altra, dopo un po' di tempo le ha chiesto se avesse qualche remora a sposarlo.

Ora, direte voi, sin qui tutto nella norma anche se un poco stretto. Ma, facci capire, Jacopo: com'è che Teresina, bellina, più che intelligente, mostruosamente colta e, cosa quasi dirimente, ben più giovane di lui e giovanissima in assoluto, quando ha ricevuto la proposta non gli ha risposto “No grazie”, rotolandosi per terra dalle risate? Mistero? Forse. Ma non per me. Però ora dovete portare pazienza, perché finalmente stiamo per entrare in chiesa, e nel frattempo lasciate che continui ad istruire quelli che mi seguono per la prima volta.

La sera successiva alla "cena con tentato stupro", ci mettemmo all'opera finché chi più chi meno iniziammo a sentire i morsi della fame. Cosa a cui pose rimedio Lucia, rifornendoci di alcune tavolette di cioccolato che erano nella disponibilità del capo bidello Alvaro, a cui lei teneva mano nei suoi traffici border line.

Mangiarlo ed accusare un malore, sia pure passeggero, fu simultaneo. Una volta passato, mi accorsi con mia grande meraviglia che anche tutti gli altri avevano mostrato gli stessi sintomi.

Ma si fosse trattato solo di questo! Ci ritrovammo in un istituto completamente svuotato di tutto, a fronteggiare un lunghissimo corridoio che decidemmo di percorrere, dopo l'ennesima discussione fra Fatima e Giulia, sempre pronte a beccarsi in ogni occasione.

Dopo una serie di anonimi incontri che ci indicarono la via da seguire, giungemmo in una vasta sala zeppa di quadri, ognuno di essi corredato dalla citazione di un capolavoro della letteratura, per poi accedere ad una stanza in cui si rese necessario svegliare un ometto, in tutto e per tutto somigliante allo Shakespeare tramandatoci dall'iconografia.

Questi, dopo averci accostato a dei personaggi... shakespeariani per alcune caratteristiche comuni ad entrambi, ci impose di recarci nella Parigi del Seicento allo scopo di intervistare... Cyrano di Bergerac. Cosa che facemmo e che potrebbe apparire, a coloro che non conoscono il seguito, come cosa da farmi inviare subito al Tso. Ma così non è, e con un poco di pazienza, chi ancora non sa capirà e... si ricrederà.

Due

Come previsto da Chiara, la cerimonia è già iniziata. Pertanto tutti gli invitati sono già sistemati nei banchi, cosa che mi permette di guardarmi attorno, per individuare chi sia presente fra colleghi ed ex studenti.

Prima che ci riesca io è Rosa a notarci, facendoci segno di raggiungerla. Mentre lo facciamo, prendo atto che la collocazione è ripartita “antropologicamente”. Sui banchi alla destra della navata, infatti, è assiso il clan della sposa con in testa i genitori di Teresina che, ad una prima occhiata, danno l'impressione di partecipare non agli sponsali della figlia prediletta, ma ad un funerale di persona a cui si teneva tanto.

Conoscendoli entrambi li saluto sorridente, e loro rispondono con un mesto cenno del capo. Alle loro spalle vi sono altri individui di entrambi i sessi che non conosco, ma che ipotizzo essere loro consanguinei. Immediatamente dietro il parentado, trovo schierati quasi tutti gli ex insegnanti della sposa oltre che miei colleghi. Dopo Rosa saluto Eleonora, alla cui maternità si deve l'arrivo di Fatima in istituto, ma senza il marito e, ringraziando gli dei, senza nemmeno uno dei suoi quattro figli. Stringo la mano alla nostra decana Immacolata, insegnante di Storia dell'Arte, e ad Augusto, docente di Filosofia, materia che se dipendesse da lui inizierebbe, e finirebbe, con Karl Marx.

Nel banco dietro di loro, suor Agnese tiene compagnia al sorridente a tutta dentatura capo bidello Alvaro, che tanta parte ebbe nella storia precedente. Non appena mi vede inizia con i salamelecchi finché, facendo un poco la carogna, non ne pongo fine chiedendogli cosa sia venuto a vendere.

Non posso fare a meno di provare una punta di malinconia al pensiero che manchi Fatima. Regolarmente invitata, ha inviato (mi si dice) un bellissimo regalo ma ha declinato. La capisco e rispetto la sua decisione. So, come tutti, che si è trasferita in una cittadina del nord, ma non tanto vicina a quella dove vive la sua famiglia.

Dopo un’indagine mia un poco più approfondita, sono venuto a conoscenza che è ancora single. La cosa mi ha rallegrato constatando che seppure ancora incerta sulle sue inclinazioni, almeno non ha provato a forzare la situazione.

Allo stesso tempo, il vedere Rosa mi porta a pensare a Fred. Ora lui insegna in un Liceo linguistico, nemmeno troppo distante dal nostro istituto, ed entrambi facciamo in modo di incontrarci ogni tanto, anche se solo per bere un caffé insieme.

Ancora più indietro ci sono, seduti compostamente (e quasi non pare vero), molti degli ex compagni di scuola di Teresina nonché miei ex studenti. Mi volto per salutarli, in special modo Amedeo Fiorillo. In quanto alle altre due con cui ho diviso le avventure che man mano sto descrivendo, una è seduta a lato della sposa.

Inseparabili, nonostante caratteri, filosofie di vita e chi più ne ha più ne metta, durante gli anni dello studio (e per la testimone si fa per dire), Teresina ha voluto che il legame con Lucia Beneventano si rafforzasse ulteriormente, pregandola di farle da comare d’anello. In quanto all'altra, e intendo Giulia Perrella, la sua assenza è dovuta soltanto all'essere la maestra di cerimonia (o wedding planner, come si dice oggi), impegnata a sistemare gli ultimi dettagli nel ristorante dove si terrà il pranzo.

Ora, da un accentuato sbuffare; da diversi occhi rivolti al cielo; da qualche scrollata di spalle, da parte di quelli che fra voi conoscono le precedenti vicende, desumo esservi un pizzico di curiosità in merito agli sviluppi, sempre che ve ne siano stati, di ciò che è accaduto in coda alla storia precedente.

Non posso darvi torto, ma allo stesso tempo devo pregarvi di portare un poco di pazienza, visto che è doveroso accennare, sia pure brevemente, anche al gruppo in quota allo sposo, seduto numeroso e composto nei banchi di sinistra.

Un estraneo, imbevuto di stupide prevenzioni, sapendo che si sta celebrando il matrimonio di una persona di etnia nomade, individuerebbe gli invitati dello sposo in quelli seduti nella parte destra. Questo grazie a Rosa, al solito stretta in un abito di due taglie inferiori e ad Augusto, addobbato ad imitazione del Lider maximo.

Ma nemmeno Suor Agnese, in borghese ed equipaggiata con una gonna a fiori proveniente direttamente dal Sessantotto, scherza. Per non parlare di alcune mie ex studentesse che sembrano essersi agghindate per un casting, ma non di quelli in cui mandereste le vostre figlie.

Fortuna vuole, che colei che le avrebbe surclassate tutte, ha dovuto per forza di cose restare sobria in quanto testimone della sposa. Naturalmente si parla sempre di una sobrietà sopra le righe, avendo Lucia tenuto fede al suo credo: mai più senza minigonna.

Quelli in quota allo sposo, di sobrietà possono dare lezioni. Osservandoli, mi viene da pensare che non sfigurerebbero in un matrimonio giapponese (così, passando anche io fra gli imbevuti di prevenzioni). Se ne stanno ordinati e composti e tutti quanti vestiti di scuro, nelle varie tonalità andanti dal grigio forte al nero seppia, passando per il blu cielo di notte.

Non riesco a capire quali fra loro siano i parenti e quali i dipendenti, ad eccezione del figlio ciuccio, involontario mezzano di queste nozze, che se ne sta imbronciato fra due tipi dotati di montagne di muscoli.

Il ristorante dove si tiene il pranzo di nozze è poco fuori città ed è affacciato sul mare. Ci arriviamo dopo un tre quarti d’ora di strombazzamenti, di imprecazioni e di ingiurie verso un paio di automobilisti, che a loro volta hanno augurato un rapido divorzio. Va detto, per amore di verità, che il suono dei nostri clacson è passato quasi inosservato nel concerto globale del sabato mattina.

Mentre gli sposi si avviano insieme al fotografo, per adempiere ad uno dei passaggi della liturgia, inizia lo struscio fra i tavoli dove quelli che si conoscono si fanno raccontare, e raccontano, cosa sia capitato dall’ultima volta che ci si è visti.

In un tavolo prendiamo posto io Chiara e Carluccio, e a noi si aggregano Rosa ed Amedeo che è venuto da solo. La cosa non mi meraviglia più di tanto, per quel poco che so della sua fidanzata. Come dite? Sì, certo. E' vero: ho omesso di dirvi che Amedeo, oltre all'essersi iscritto in Giurisprudenza, ha smesso i panni del solitario pur essendo appetito da tante. Ma, se permettete, di questo parleremo dopo.

Mi guardo attorno, cercando di non far notare a cosa sia rivolta la mia attenzione, fino a che Chiara non mi molla un calcio da sotto il tavolo indicandomi, con un cenno del capo, la direzione corretta. Seguirei il suo consiglio, se non mi corresse l'obbligo di seguitare a ragguagliare i nuovi amici sulle antiche vicende.

Dicevo di Cyrano di Bergerac. Ma non solo lui. Di seguito venimmo in contatto con uno Javert a caccia di Jean Valjean; di uno strano Monsignore, non esistente in letteratura, capace di riuscire a sconvolgere Giulia. Questi ci consigliò di seguire le tracce di Napoleone Bonaparte; cosa che facemmo giungendo giusto in tempo per vederlo sconfitto a Waterloo, per subito dopo incontrare un Fabrizio Del Dongo tallonato dall'amante della zia: il Conte Mosca.

Proprio mentre questi si allontanava, mi ritrovai in un istituto tornato allo statu quo ante, così rendendomi conto di aver sognato.

Ma non di sogno si era trattato, visto che ciò che avevo provato io era stato condiviso da tutti gli altri. In breve, stabilimmo di aver assunto una droga in fase di sperimentazione ancora non commerciabile, e che la sostanza era inserita nel cioccolato, consegnato a Lucia dagli stessi due falliti stupratori, con lo scopo di recapitarla ad Alvaro. Decidemmo che mentre io avrei chiesto spiegazioni al bidello, Giulia si sarebbe incaricata di indagare sul chi fossero i proprietari della sostanza, e di come muoverci per difenderci dalle loro "rimostranze".

La sera successiva decidemmo di reiterare l'esperienza. Tutti ad eccezione di Fatima che venne però, in qualche modo, obbligata a partecipare. In successione incontrammo Lucia Mondella, evocata dalle innocenti fantasie di Amedeo; Cassandra, la mia eroina letteraria preferita; la piccola Scout Finch, de Il buio oltre la siepe, con la quale si confrontò Giulia ed infine, in una Londra cupa e deserta, finimmo per bussare alla porta di un Dottor Jekyll freddo e raziocinante, che mise Fatima di fronte a ciò che in cuor suo sapeva, ma che rifiutava di accettare: l'essere omosessuale.

Da quel momento lei uscì dalla scena, così come noi dal sogno indotto. Nei giorni seguenti, dopo aver accertato la buona fede di Alvaro convinto che nel cioccolato vi fosse un afrodisiaco, Giulia mi chiese di supportarla nell'opera di mediazione con i proprietari della droga. Allo stesso tempo rivelandomi tutta la verità su se stessa.

Di fronte alla tomba della madre, mi raccontò che dai quindici ai diciotto anni aveva vissuto in Belgio in quanto il padre, che non era morto ma da anni sepolto vivo nel carcere vicino, si era dissociato dall'organizzazione in cui era il vice di un noto criminale (fra l'altro di lei padrino di battesimo), comparsoci nei panni del "Monsignore".

Temendo per la sua vita l'aveva allontanata, così come aveva fatto alla nascita quando, in qualche modo volendo tutelarla, l'aveva registrata all'anagrafe con il cognome materno. In seguito, il padre era sceso a patti con il suo ex capo (sebbene non con i magistrati), assicurandogli il silenzio in cambio della sicurezza di Giulia. Cosicché lei era potuta tornare iscrivendosi, seppure con anni di ritardo, nel nostro istituto.

Recatici a colloquio con il padre, Giulia e io ricevemmo la sua assicurazione che si sarebbe fatto carico del problema, previo risarcimento ai proprietari della sostanza, risolvendolo con il peso della sua parola, ma anche in quanto agevolato dal non prestarsi, il prodotto, ad essere commercializzato.

Chiusa positivamente la vicenda, mi apprestavo a partire per le meritate vacanze quando, a distanza di pochi giorni l'uno dall'altra, due persone bussarono alla mia porta.

Per primo Fred che, riuscito nell'intento di portarsi a letto Rosa, ora si ritrovava a non poterne più, visto che la nostra collega intendeva rifarsi con lui di anni di astinenza. Liquidatolo, sia pure con parole e consigli di circostanza, pensai che finalmente la vicenda potesse considerarsi conclusa. Sennonché...

Giulia piombò a casa mia, decisa ad accertare se oltre che complicità, simpatia ed interessi condivisi, ci potesse essere fra lei e me un qualcosa di più. La sua indagine andò a buon fine, in quanto ci ritrovammo a spartire una sensuale passione, erompente dal carsico fiume di una più che gradevole condivisione quotidiana.

"Dopo", ci trovammo d'accordo sul vivere i momenti successivi giorno per giorno senza entusiasmi e senza depressioni, stando a vedere cosa ci avrebbe riservato il futuro.

Tre

Seguo il consiglio di Chiara guardando nella direzione che mi ha indicato; e come sempre mi accade, la vista di Giulia mi scioglie qualcosa dentro facendomi tremolare le gambe. Per fortuna, essendo seduto, la cosa non può essere notata.

Mentre si avvicina al nostro tavolo mi appago della sua visione, cercando di non far trasparire a chi non sa (cioè Rosa ed Amedeo) cosa provi per quella donna. Oggi, che è vestita per l’occasione, è bella anche fuori oltre che interiormente. Una volta arrivata, principia la sceneggiata che le tocca recitare - con me come spalla - ogni volta che ci si ritrova con persone che non siano Chiara e Carluccio.

«Ciao professo’, come stai?»

«Bene, Giulia, e tu?»

«E non c’è male!»

«Visto che sei qui, fammi capire una cosa».

«Dimmi».

«Naturalmente lo si deve a te questo incubo di scenografia, vero?»

«Di quale incubo parli?»

«Questa pacchianeria, che definirla kitsch mi parrebbe di nobilitarla, di addobbi, cotillons, vagonate di gamberi e aragoste fuori stagione. E mi fermo qui per carità di patria».

«Ti rispondo come farebbe il mio ex professore di italiano, hai presente il soggetto, sì? Bene: “Vuolsi così colà dove si puote, ciò che si vuole e più non dimandare”! E per tua informazione, sappi che il pranzo verrà allietato, come mio regalo di nozze, da un noto cantante neo-melodico». E fa il nome di uno fra i più conosciuti e retribuiti.

Ridono tutti tranne me, odiando sia il genere che la musica eseguita in certe occasioni. Poi Giulia si accomiata, assicurandoci che ci raggiungerà a fine pranzo. Mentre si avvia, rassicurata dall’essere Rosa ed Amedeo impegnati in una loro conversazione, mi sussurra: «Ah, professo’: ricordati che ti amo». Allontanandosi prima che possa ribatterle, e ribadirle, che l’amo pure io.

Finalmente gli sposi partono per un lungo viaggio di nozze, dove avranno occasione di visitare gli splendori di Vienna, Praga e Budapest, seguiti subito dopo - verso un'altra direzione - dai genitori di Teresina, povere anime che da quando la beneamata figlia ha presentato loro il futuro genero, con il suo carico di figlio, anni e milioni di euro, ancora non riescono a rendersi conto se hanno vinto al Super Enalotto, oppure se sono capitati nel bel mezzo di una black comedy. Noi, invece, ci armiamo di salatini, noccioline, patatine, due bottiglie di “quello buono” e iniziamo a bivaccare.

Nel frattempo ci hanno raggiunto sia Giulia che la sofisticatissima, per l'occasione, testimone della sposa. La prima, stanchissima, si spalma su una sedia posta di fronte a me, così che per forza di cose ci si possa guardare senza destare sospetti.

E’ la prima volta che ci ritroviamo tutti assieme, ad esclusione per ovvi motivi di Teresina, noi protagonisti dell’avventura ai limiti, ed oltre, della fantascienza. Questo mi porta a riflettere sull’essere, Giulia ed io, in flutti perigliosi fra la Scilla del poter essere individuati come coppia da Rosa, Lucia ed Amedeo, e il Cariddi che a loro volta Chiara e Carluccio scoprano ciò che ci unisce agli altri tre.

"Ma quando mai", stanno pensando alcuni fra voi, vero? Per fortuna noto anche sorrisi ironici. Perché, vedete, mentre il rapporto fra me e Giulia è in cassaforte, in quanto gli unici depositari sono Chiara e Carluccio, l’altro è anche patrimonio di Lucia. Che però, per fortuna, sta filosofeggiando su di un diverso tema.

«Io proprio certe cose non me le spiego. Ma niente niente ci fosse in corso un'epidemia?»

Breve digressione: Lucia ha sorpreso, non solo me, iscrivendosi a “Scienze infermieristiche”. Perfettamente in regola con il corso di studi, è oltretutto molto apprezzata da docenti, colleghi e pazienti con cui viene in contatto durante il tirocinio, per la sua diligenza, abnegazione e simpatia. E per come si veste e si muove, ma questo solo dai maschi delle tre succitate categorie. L'unico suo problema, è il doversi abbigliare con pantaloni e maglioni larghi quando è di turno in Cardiologia. Fine della digressione.

«Cioè Luci’?» la interroga Rosa.

«Cioè questo fatto che adesso, se non ci sono un tot di anni fra i due, non ci si piglia più. Vabbe’, per carità, Teresina è mia sorella e mo anche comare, però gli anni sono tanti lo stesso. Quasi quasi potrebbe esserle nonno».

«Esagerata!» Facciamo in coro tutti.

«E come, no! Belli miei: se fate i conti anche se stretti stretti ci stiamo dentro».

«Luci’: l’importante è che si vogliano bene».

«Su questo non ci piove, Rosa. Però… vedete: se vogliamo, i dieci anni fra prof Carluccio e Chiara ci stanno tutti. Dieci anni l’uomo più grande vanno bene».

«Perché, monsignor Della Casa cosa dice in proposito?» faccio io.

«E questo mo chi è? Io di monsignori conosco…» poi, cambiando discorso causa occhiata fulminante di Giulia: «Quelli che non capisco sono i dieci anni di differenza che ci sono fra qualche persona e…» sguardo canzonatorio su Amedeo, «come si chiama, Amede’, Giuliana?»

«Stefania. Si chiama Stefania, Luci’. Ma tu veramente dovresti aggiungere altro. Che è bruttarella, insegna filosofia, e poi puoi anche dire che a parecchie persone risulta antipatica; e che noi due, a sentire quelli che se ne intendono, insieme non ci facciamo niente».

«Ma quando è che ce la fai conoscere?» intervengo, soprattutto per cercare di deviare il discorso.

«Presto» risponde Amedeo, «sempre che alla qui presente Lucia non dia eccessivo fastidio».

«Iih ma quanto sei scemo Amede’, ma certo che la voglio conoscere io pure. Ma io intendevo fare un discorso generale. Adesso ci manca solo che Jacopo e Giulia si mettano assieme…»

Carluccio guarda Chiara e lei guarda i camerieri che, sigaretta alle labbra e giacche sbottonate, vanno indolentemente sparecchiando. Io provo a concludere il mio tempo terreno, strafogandomi di salatini, patatine ed un’oliva tutte insieme; Amedeo fa spallucce e Rosa ridacchia. Giulia, invece, conferma ancora una volta che le coppie non le forma il computer. Perché, in tal caso, questa donna sarebbe la compagna di un genio e non di un modesto professore come me. Fredda, asettica, ghignante, Giulia, parlando a tutti e a nessuno, scandisce:

«Mah, guardate, io ci ho provato a convincerlo. Però lo sapete come è fatto Jacopo. Lui, fra una storia e l’altra, deve fare passare dieci anni. E quindi mi ha detto di ritornare fra nove».

Ridiamo tutti! Chi di cuore, chi ironico, chi per dovere. E qualcuno con ancora i brividi lungo la schiena.

Ma come si è arrivati a questo punto? Al punto cioè che ci si cinguetta "amore" di qui e "tesoro" di là, e poi si ha timore che gli altri, persone a cui vogliamo bene e di cui ci fidiamo, si accorgano della cosa? Per capirlo è necessario partire dal momento in cui Giulia uscì da casa mia, dopo la prima volta che facemmo all'amore.

Subito dopo la nostra reciproca dichiarazione di intenti, quella di vivere il nostro rapporto alla giornata, per un non breve periodo non ci vedemmo. Lei impegnata nella preparazione dell'esame, e io intento ad occuparmi dell'organizzazione delle vacanze, ci si sentiva un paio di volte al giorno al telefono, mantenendo i nostri discorsi più adeguati ad una affettuosa amicizia che ad una bruciante passione.

Poi partii con mia madre e, al ritorno, prima di rimettermi in viaggio per le mie vacanze solitarie, ci si incontrò soltanto per festeggiare, con i modi "dovuti", la sua brillante promozione. Provai ad accennarle che insomma, forse, magari, se le avesse fatto piacere… ma lei fu decisa nell'affermare che non le pareva il caso, e di godermi le vacanze nel mio eremo in totale solitudine e senza nemmeno sentirci. Così partii, ma non appena tornato la prima cosa che feci fu il chiamarla.

Dopo diversi tentativi, ottenenti sempre come risposta "Il telefono da lei chiamato potrebbe essere spento o non raggiungibile” smisi, anche in quanto gli impegni dell’anno scolastico appena iniziato, prendevano tutto il mio tempo. Dopo due o tre giorni, però, ripresi a farlo in modo sistematico, ma sempre con lo stesso risultato.

Pur restandoci malissimo, dopo una settimana in cui non facevo che chiamare inutilmente, cercai di farmene una ragione. Mi addolorava il pensiero che le fosse passata la cotta, o quel che era, e che avesse trovato un modo così poco "elegante" per rendermene consapevole.

Debbo confessare che più di tutto, mi infastidiva l'aver sbagliato il giudizio su di lei. La Giulia che conoscevo - a questo punto potendo ben dire "che credevo di conoscere" - avrebbe senz'altro messo fine al rapporto spiattellandomelo in faccia.

In ogni caso vicenda chiusa. Anche se, facendo l'indifferente, non mancai di chiedere a Teresina ed Amedeo se loro ne avessero notizie, quando la prima venne a scuola per ritirare il diploma, ed il secondo per chiedere un consiglio. Non ritenni, per ovvi motivi, indagare presso Lucia, che del resto non era mai stata fra le intime di Giulia. In ogni caso mi gettai tutto dietro le spalle, pure se ogni tanto mi pungeva vaghezza.

Fu la sera di una splendida giornata novembrina che, improvvisamente, pensando fra le tante cose a Giulia, feci la straordinaria scoperta di non essere lei una fra le tante cose, bensì quella più importante. Mi resi conto che senza di lei mi sentivo sperduto; che mi mancava da morire il suo senso dell’umorismo e l’ironia spesso rivolta a se stessa e a me; oltre che il bastare mezza parola per intenderci su certe questioni, intorno alle quali altri avrebbero speso frasi su frasi. Ma, soprattutto, sentivo il vuoto della perdita di una grande complicità mai venuta a mancare.

E mi mancava, in maniera lancinante, la prospettiva di vivere con lei il resto della mia vita e che Cyrano, il “nostro” Cyrano, aveva sintetizzato con “Solo questo può dirsi amore vero./Esser distinti, ma sempre cosa sola". Fu così che ad una settimana esatta da questa epifania, presi l’indolente, svogliato, fatalista Jacopo e lo feci uscire a calci nel culo da casa mia, ordinando a me stesso di ritrovare Giulia Perrella. Magari solo per dirle quello che provavo e poi mi mandasse pure a... ci siamo capiti!

Nel periodo intercorso fra il piangermi addosso e la decisione presa, che la cosa mi stesse sconvolgendo lo rese palese il verificarsi di alcuni episodi, tali da indurre Rosa e Carluccio a chiedermi, ripetutamente, se non avessi qualche preoccupazione di carattere sanitario.

Pur avendoli rassicurati, tuttavia continuava a capitare che restassi, in aula, per buoni dieci minuti senza fare nulla; cosa che stupiva gli studenti che stavano con me da più anni, abituati ad un prof Lunatico sulle barricate già dal primo minuto della prima ora.

Ma la cosa più eclatante, e grave, consisteva nell'essermi messo a discutere di politica con Augusto. Ogni santo giorno ce ne stavamo a discettare sui meriti (tanti) del regime castrista e sui demeriti (tutti) dei nostri attuali governanti; ciò secondo la sua versione. Mentre io mi limitavo a sostenere una più equa distribuzione degli uni e degli altri.

Naturalmente non ne venivamo a capo, ma questo un poco consolava lui, ora che persino la compagna di vita si era convertita al partito di maggioranza, per aver trovato un qualcuno che non gli desse sempre torto; consentendo a me, per una mezz'ora, di non sentirmi un vegetale con le spine.

Poi, una volta presa la decisione, solo a quello mi dedicai. Ma prima di parlarvene, essendomi accorto di aver lasciato qualcosa in sospeso, permettetemi di riferirvi quello che venne a sottopormi Amedeo, in balia dei suo dubbi relativamente ad una questione... cardiaca.

Quattro

Lei si chiamava, e si chiama ancora, Stefania Sciomenta. Aveva, come emerso dallo “scazzo” fra Lucia e Amedeo, ventinove anni. Insegnava Filosofia e, per non farsi mancare niente, in uno dei più prestigiosi licei cittadini. Non era un gran bellezza e nemmeno media; lo appurai in quanto Amedeo mi mostrò una sua foto. Sull'essere o meno simpatica e brillante non avrei saputo dire. A suo tempo avrei giudicato.

Amedeo l’aveva conosciuta dopo una gara. Non in quanto facesse sport, ma per il praticarlo il fratello più giovane che lei aveva accompagnato; anche lui, fra i tanti, finito alle spalle del mio amico sui cento metri. I due, come spesso capita nel post gara, avevano fraternizzato e lo sconfitto gli aveva presentato la sorella.

Ora, per quali vie imperscrutabili un uomo e una donna, dopo venti minuti di chiacchiere, decidano che la cosa non possa finire lì, non chiedetemelo. Io posso capire lei perché Amedeo, se lo vedi una volta e specialmente se sei femmina (ma anche no), non te lo scordi. Ma lui?

Lui mi raccontò di essere rimasto incantato dal suo modo di parlare e dal come esponesse i concetti, oltre che dalla loro solidità. Ma che poi tutto questo era sparito, cancellato da un bruciante desiderio fisico. A dimostrazione, per l'ennesima volta, che la libido è soggettiva oltre che pure un poco cecata.

In conclusione, visto che lui dopo un paio di uscite insieme “come amici”, continuava a rimanere sul vago, aveva preso lei l'iniziativa esplicitandogli quello che provava. Amedeo, pur confessandole che l’attrazione era reciproca, le aveva chiesto di dargli un poco di tempo per pensarci su. Al che, Stefania aveva risposto di comprendere le ragioni della richiesta, ma si faceva in dovere di precisargli di essere persona che quando le dicevano “no”, lo prendeva come un no e dei “forse” non sapeva che farsene. Comunque, un paio di giorni di tempo glieli concedeva, malvolentieri ma li concedeva.

«E da me che vorresti, il “Visto si approva", Amede’?» così gli dissi non appena ebbe ad espormi lo stato delle cose.

«No di certo, Jacopo. Ma essendo tu persona esperta, matura e seria...»

«Amede’, te lo sei dimenticato il fiasco con Fatima? Eppure c’eri».

«Ma che c’entra, quello che è successo non lo si può di certo imputare a te».

«Ma ti pare che un uomo esperto non si sarebbe accorto che Fatima… lasciamo stare. Che vuoi che ti dica? Che è troppo più grande di te, è più colta e più tutto? Che essendo tu con gli ormoni a mille ti scoperesti chiunque? Non ti dirò niente di tutto questo. Anzi: non ti dirò proprio niente in quanto sei tu a dover scegliere. Solo, lascia che ti faccia un paio di domande».

«Ma certo, dimmi».

«Che cosa ti fa essere così dubbioso? La differenza di età e di tutto quello che abbiamo accertato? La paura di essere preso per il culo dagli amici che diranno, alle spalle ma pure in faccia: “Amedeo si è messo con la zia”? Oppure da quello che potrebbero dire i tuoi genitori quando gliela presenterai? Dimmi, Amede’».

«Un poco di tutto questo, Jacopo. E che la cosa, per tutti questi fattori, naufraghi più veloce di quanto io corra i cento».

«Amede’: tu la guardi mai quella serie in cui sono protagonisti quattro nerd, che sono anche scienziati, e le loro rispettive compagne?»

«No, perché?»

«Vedi: là viene enunciato un teorema di uno di cui non ricordo il nome, in cui si afferma che per sapere se un gatto chiuso in una scatola è vivo o morto, devi per forza aprire la scatola. E quindi fai tu. Io, di mio, ho già abbastanza cazzi per la testa e scusami per il linguaggio, ma ormai non ho più la responsabilità della tua educazione».

«Va bene, Jacopo, anche se non può sembrare, mi sei stato di aiuto. Grazie».

«Meglio così. Ci vediamo e, Amede’: tienimi aggiornato!»

Amedeo disse sì a Stefania. Qualche amico che lo sfotteva lui lo mollò, così come fece lei con quelle fra le sue che ridacchiavano su certe ingenuità di lui. In quanto ai genitori… quelli di lei non se ne curarono, in quanto da tempo Stefania viveva per conto proprio. Quelli di Amedeo, in principio perplessi e diffidenti, ben presto si resero conto che influsso positivo avesse la compagna sul loro “ragazzo”, in gamba e serio ma ancora tutto “in potenza”, aristotelicamente parlando.

Ma torniamo a me e alla mia ricerca di Giulia. Dopo un paio di mattinate ed altrettanti pomeriggi trascorsi a far la guardia alla tomba della mamma, mi resi conto, anche dallo stato dei fiori, che per quella via non avrei risolto niente tranne che prendermi delle solenni bagnate, poiché in quel periodo non smetteva un attimo di piovere.

Vi è da dire, che da tempo sapevo essere fittizio il recapito lasciato a scuola, ed i fantomatici zii solo dei prestanome. A quel punto non rimaneva che una sola strada e, nonostante la sapessi scomodissima, decisi di percorrerla. Quindi, fatta la mia brava domandina, rimasi in attesa di una risposta che, arrivata tre giorni dopo, mi permise di recarmi a colloquio con Giuseppe Palamita, carcerato modello, dissociato ma non pentito - almeno per la legge - nonché padre di Giulia. Tanto per la precisione, nella domandina alla voce “relazione con il detenuto”, avevo replicato quanto scritto a suo tempo da Giulia, cioè “futuro genero”.

Il suo accogliermi cordialmente, riuscì a dissipare l'apprensione che provavo nel dover chiedere ad un padre, con un curriculum vitae come il suo, notizie della figlia essendo a lei interessato in un determinato modo. Una volta esauriti i convenevoli, in cui appurai che chi stava meglio di umore era quello a cui era stata ristretta la libertà, venimmo al dunque.

«Mi fa piacere rivedervi, professo’, pure se sono certo che la vostra visita non è dettata dalle opere di misericordia corporale. Mi sbaglio?»

«Non vi sbagliate. Il fatto è che sono venuto a chiedervi una cortesia».

«Non c’è bisogno di dirmi quale. Però, prima, sarebbe meglio fare due chiacchiere fra uomini».

«A disposizione».

«Bene. Innanzitutto, parliamoci chiaro: io, di quello che c’è o c’è stato fra voi e mia figlia, conosco ogni singolo aspetto».

«Ah!»

«E se vi siete messo nella testa che uno qualunque di questi aspetti mi scandalizzi, o mi metta in soggezione, siete fuori strada. Rispetto talmente e ho tanta stima di Giulietta, da sapere che ogni sua azione è conseguenza di un ragionamento serio».

«Non c'è dubbio».

«Proprio! Così, se ha interrotto i contatti con voi, lo ha fatto per un motivo serio, anche se non mi ha voluto mettere al corrente dei particolari. Però…»

«Però?»

«Il "però" sta nel fatto che se Giulietta, a una mia domanda, ha dato una certa risposta, allora viene a dire che il motivo serio non è dovuto a un vostro sgarbo nei suoi confronti».

«Questo è certo, don Giuse’. Io a Giulia voglio bene e… oltre».

«Di questo ne sono più che certo».

«Grazie per la comprensione. Mi stavate dicendo della domanda a cui ha risposto in un certo modo».

«Io le ho chiesto: “Giulie’, bella di papà, ma se il professore mi viene a chiedere come fare per mettersi in contatto con te, papà tuo cosa gli deve rispondere?”».

«E lei che ha detto?»

«Ha detto, testuali parole: “Papà, stai pur certo che Jacopo… il professore come lo chiami tu, mai e poi mai si prenderà il disturbo di venire qui”. Al che io ho risposto, perdonatemi, “Giulie’, il professore è un poco ingenuo ma non è fesso. Vedrai che viene!”».

«E in buona sostanza?»

«Che io non vi do il numero, in quanto il mio consiglio è quello di andarci di persona. Cosicché vi fornisco l’indirizzo e il suggerimento di presentarvi lì dopo le sette di sera. A quell’ora la trovate di sicuro».

«Io proprio non so come ringraziarvi».

«Ebbe': un modo ci sarebbe».

E adesso, pensai, cosa mi chiederà? Di andare a sparare al suo ex capo? Di studiare un piano di evasione? Tutte scemenze, a cui non credetti nemmeno per un istante, e feci bene. In quanto:

«Visto che veramente avete a cuore Giulia, non badate a certe… situazioni e tenetevela stretta. Così mi farete un piacere personale. In ogni caso grazie per la visita».

Così, dopo avermi dato l'indirizzo, mi congedò avviandosi verso il suo sepolcro. E a me si strinse il cuore, non solo per essere lui il padre della donna che amavo.

Nella vita precedente, avrei iniziato ad interrogarmi, a riflettere, a ponderare quale approccio tenere e come e cosa dire. In questa nuova vita la sera stessa, alla sette meno un minuto, varcai il portone del palazzo dove al secondo piano – come da informazione del padre – abitava Giulia. Un palazzo più vecchio che antico, situato proprio a metà percorso fra due chiese connotanti una via famosa, non solo localmente, per l’artigianato e le librerie.

Principiai a salire le scale, e un po’ per l’agitazione e in gran parte per la loro ripidità, sostai per qualche secondo sullo stretto pianerottolo del primo piano, così consentendo il passaggio a due persone che mi rivolsero un cenno del capo.

Risposi con un meccanico "buonasera", per poi riprendere l'ascesa verso il paradiso (o il Calvario, secondo come mi avrebbe accolto Giulia). Arrivato al terzo scalino della rampa il fulmine mi colpì, avendo realizzato che i due che avevo appena incrociato, erano la replica esatta dei buontemponi che la sera della cena avevano avuto intenzione di trastullarsi con Lucia.

"Ma quando mai", mi dissi. "Ma ti pare possibile che quei due potrebbero vivere nello stesso palazzo in cui vive Giulia? Ti sei sbagliato. In fondo non è che si vedesse granché". Dettomi questo, visto che avevo una questione da niente da risolvere, ripresi a salire fino a giungere al pianerottolo del secondo piano. Lì si affacciava un'unica porta e pure priva di campanello, così da costringermi a bussare in un modo che mi sarebbe piaciuto poter definire deciso.

Il “chi è?” venne pronunciato forte e chiaro dalla voce di Giulia. Restai indeciso se rispondere "un amico", oppure con un "io" o magari, che so, “Jacopo”. Alla fine, scelta la busta numero tre, diedi la risposta. Dopo di che rimasi ad aspettare alcune ore, o almeno così mi parve, sino a che una mano aprì la porta e, a seguirla, il resto di Giulia addobbata come nei suoi giorni peggiori: tuta di un paio di taglie più larga; pantofole disneyane; capelli da reduce da una corsa in motocicletta (senza casco) e, per non farsi mancare niente, un grembiule da cucina su cui campeggiava la scritta "fuck you". Ma era Giulia, era bella, l'amavo disperatamente, e se mi avesse respinto, mi sarei ammazzato (o almeno ci avrei pensato un poco su).

Cinque

«Ah, tu qua stai?»

«E non mi vedi?»

«Certo. Entra. Fammi un piacere: vienimi dietro, che sto in cucina finendo di lavare i piatti».

«Tu lavi i piatti a quest’ora?»

«Perché, c’è un orario fisso?»

«No, ma…»

«Ho sfamato un paio di persone, e adesso sto mettendo in ordine».

«Un paio di persone? Dimmi una cosa: mentre salivo le scale ho incrociato due tizi che mi sono sembrati, pensa un po', i due che facevano dondolare Lucia la sera che…»

«Tranquillizzati, la vista ce l’hai ancora buona. Erano loro».

«E sono venuti a mangiare qui, senza paura di essere avvelenati?»

«Li ho amnistiati. Ma questo non ti deve importare… per ora. Sei stato a trovare papà?»

«Tu che dici?»

«Già! Che dovrei dire? l'hai fatto».

«Non te lo aspettavi, eh?»

«Sinceramente non me lo aspettavo, ma... ci speravo».

«Questo vuole dire…»

«Siediti, per favore, che dobbiamo parlare».

«Io per questo sono qui».

«E già, per questo che stai qui, no?»

«Giu', non fare la cretina che non lo sei. E nemmeno la vittima. Chi si è data alla latitanza sei tu, e io mi sono consumato il dito a furia di schiacciare il tasto con il replay del tuo numero, va bene?»

«Io l’ho fatto per il bene di entrambi».

«Capisco. Hai constatato che non funzionava, e allora...»

«Tu non capisci un cazzo di certe cose e mai capirai! Funzionava troppo, ecco perché, Jacopo. E prima che le cose diventassero, per me ma anche per te, irreversibili, dovevo appurare una cosa».

«E cioè?»

«Che tu tenessi così tanto a me, come io tengo a te al punto di rischiare di perderti. Mi sono messa in gioco perché… tu lo sai che le mezze misure non mi sono mai piaciute. Fra noi andava troppo bene. Quando mi hai invitata a passare le vacanze insieme, ho pensato: "Adesso la vacanza? Poi mi presenta a mammà? E che succede? Non è che ci siamo messi su una china, scendendo dalla quale le cose accadono per forza di inerzia?" No, cosi non poteva e doveva andare. E allora mi sono detta: "Giu’, fai in modo di appurare se questa cosa, bella, che vi è capitata può andare avanti, ma non per abitudine. Quindi, sapendo come è fatto lui, che si spacchi il culo per capire, e farti capire, se ti vuole veramente". Bada: non l’ho fatto per orgoglio o per volermi "affermare” nei tuoi confronti. L’ho fatto per difesa personale, anche in quanto... ma questo te lo dico dopo».

«E se non ti avessi cercata?»

«Allora vuol dire che doveva andare così. Mi si sarebbe spezzato il cuore, ma me ne sarei fatta una ragione».

«Invece sono qui».

«Sei qui smentendo le mie previsioni. Mi dicevo: "Figurati se Jacopo va in carcere per chiedere a papà". Pensa che non sono andata più nemmeno al cimitero, per non renderti le cose facili».

«Me ne sono accorto!»

«Vero? Ti ricordavo come eri con Fatima e come ti comportavi con quella poveretta, che se non avesse avuto già certe inclinazioni, stando con te le sarebbero venute. Quel rapporto lo trascinavi e io, un rapporto così, non lo volevo!»

«Quindi non mi aspettavi».

«Oddio, la speranza, come si dice, è l’ultima a morire. Ma sappi che era in coma profondo. Però quello che conta è che ora sei qui».

«E ora?»

«E ora posso ricominciare a vivere».

Come è andata a finire? Non lo sapevate già da prima? Ah, voi volete sapere come è finita quel giorno. E non è anche questa una domanda oziosa? Però, se pensate che quel giorno avesse esaurito le sue sorprese, sbagliate di grosso.

Mentre aspettavo che Giulia mi portasse il caffè a letto, sua benevola concessione, pur con l'avvertenza che sarebbe stata la prima e l’ultima volta, andavo rimuginando non sulle quisquilie tipiche del vecchio Jacopo, pronto a porsi i dubbi sulla sua libertà “sì bella e perduta”; mentre a questo Jacopo non pareva vero di farsi ammanettare, metaforicamente, da questa tipina dai modi spicci e dalla lingua lunga. Nossignore! Il pensiero che, tranne per una mezz'ora, non aveva smesso di assillarmi, era relativo a cosa mai ci facessero, gli Stanlio e Ollio del crimine, a cena da Giulia!

Poi lei tornò con il caffè e certi pensieri li riposi sotto il cuscino. Venendomi ancora più facile quando, infilatasi sotto le coperte, mi sequestrò il braccio usandolo per circondarsi le spalle. Al che, credendo di aver capito l’antifona, le feci presente che a causa dell’età avanzata necessitassi, prima di dare corso ad una nuova manovra, di qualche ora di tregua.

«Ma quando mai. Dobbiamo solo parlare».

«Ah, bene, di cosa? Tanto, se a te va, stanotte mi fermerei a dormire».

«Mi andrebbe e come, ma dipenderà da te».

«Per quale motivo dovrebbe dipendere da me? La proposta l’ho fatta io, quindi…»

Giulia si girò verso di me, appoggiò il mento sul mio petto e mi guardò. E vedendoci preoccupazione in quello sguardo, di conseguenza iniziai a preoccuparmi pure io.

«Quando sono andata da papà a chiedere consiglio per la mia attività…»

«Non sapevo che papà tuo si intendesse di organizzazione di matrimoni».

«Amore mio, non cominciare con il tuo solito difetto. Statti zitto e lasciami parlare. Anche perché la cosa è un poco delicata».

«Sia fatta, come al solito, la tua volontà».

«Dunque: papà lo ha fatto e mi ha assicurato, nei limiti delle sue possibilità, una mano di aiuto. Poi, mentre me ne stavo andando, mi ha detto: “Giulie’ bella di papà, ma al professore hai intenzione di dirlo?”».

«Ma dire che?»

«Jacopo, ma sei capace di startene cinque minuti zitto! Io gli ho garantito, a papà, che te lo avrei detto, anche se ritenevo molto improbabile che mi avresti cercato».

«E ora, posso chiedere cosa dovevi, dovresti e mi dovrai dire?»

«La cosa è molto difficile. Ma devo dirtela, anche correndo il rischio che sia tu ad andartene e stavolta… senza darmi una possibilità».

«Addirittura? Ci credo poco. Comunque tu dimmela e poi si vede».

«Vabbe’ traiamo il dado! Iniziamo col dire che fare da maestra di cerimonia, è solo la parte presentabile della mia attività».

«In che senso "presentabile"?»

«Uffa, lasciami parlare senza interrompermi. Saprai certamente, e se non lo sai ti informo, che se dovessi campare solo da quello che faccio alla luce del sole, dovrei andare a chiedere l'elemosina».

«E quindi?»

«Quindi... tu hai presente che gli italiani certi lavori non intendono più farli, vero?»

«Naturale che l’ho presente. Ora solo gli extracomunitari sono disposti a fare certe cose. Poi, gli stronzi dei nostri connazionali si lamentano che i neri gli portano via il lavoro».

« Ecco, bravo. Io, in un certo senso, sto facendo l’extracomunitaria».

«Cioè? Vai a raccogliere pomodori?»

«Ridi ridi, finché sei in tempo. Guarda che la cosa è ben diversa. Ho detto “in un certo senso”, perché io faccio... Mamma bella del Carmine, come te lo dico? Vedi, amore, io ho preso quei lavori che alcuni italiani non hanno più intenzione di fare».

«Reitero: cioè?»

«Tu prima giurami che qualsiasi cosa ti dirò mi perdonerai. Potrai anche lasciarmi, ma mi dovrai perdonare».

«Giu’, datti una mossa, eh?»

«E va bene! Allora, devi sapere che con l’aiuto di quei due che conosci, e altre persone che come loro sono rimaste… diciamo così, disoccupate, ho preso in appalto tutte quelle attività che le altre paranze non si degnano più di fare: contrabbando; organizzazione di festeggiamenti "privati" con fornitura di nostre accompagnatrici, che se poi vogliono scopare a noi viene un contributo per "rimborso spese", e altre cosucce. Ma, te lo giuro sul nostro amore, niente droga, niente estorsioni e strozzinaggio e soprattutto… disarmati. E’ il nostro essere innocui oltre che rispettosi a proteggerci… Jacopo, amore, come mai ti sei alzato? Mi rispondi? Quando sei così calmo mi fai paura. Te ne vuoi andare? Va bene lo capisco. Ma prima dimmi che non mi odi».

«Giu’, sto andando in bagno e poi mi rimetto a letto. Solo soddisfa una mia curiosità: oltre ai consigli di tuo padre ne hai avuto… altri?»

«Più che un consiglio un viatico. Il “Monsignore”, al secolo l'esimio Angelo D'Isola, padrino mio ed ex capo paranza di papà, mi ha fatto pervenire un messaggio».

«Un sms?»

«Non è il suo stile. Un cesto di rose con un bigliettino in cui c’era scritto Luca 15,11-32».

«Ora come ora non ho presente».

«La parabola del figliol prodigo, che puoi leggere in due modi: uno è il bentornato in un mondo che, secondo lui, è sempre stato il mio; l’altro in cui si identifica con il padre, misericordioso nei confronti del figlio».

«E che quindi nulla osta a che tu ti dia da fare. Senti, amore mio, non credere che me ne stia fregando. Sto solo facendo finta di niente perché… tu hai imbastito questo po’ po’ di cancan per capire se ti amavo. Be’, ti amo a tal punto che sono disposto ad accettare pure una compagna che delinque. Non fare quella faccia, sto chiamando le cose con il loro nome e tu lo sai! Bene: se annuisci ci siamo. Vuol dire che da questo momento niente voglio venire a sapere di quello che fai, a meno che tu non ti senta in pericolo; e allora sarebbe tutto un altro discorso».

«Grazie, amore. E poi non ti preoccupare del sapere o meno. Questa nostra relazione non deve essere messa a conoscenza di nessuno. Agli occhi del mondo noi non esisteremo come coppia, e per vederci dovremo fare le acrobazie, proprio come se fossimo amanti clandestini».

«Giulia, guarda che a me non me ne frega niente del giudizio delle persone. Se qualcuno si turerà il naso venendo a sapere ciò che fai, quel qualcuno esce dalla mia vita».

«A dire il vero, sono io che non posso permettermi di avere da spartire qualcosa con te».

«Ma che vai dicendo? Che ti vergogni di far sapere che stai con me?»

«Non è questione di vergogna, figuriamoci. E' solo una questione di credibilità. Cosa penserebbero nel mio ambiente, se si venisse a sapere che sto con un professore? Ma adesso basta. Sei soddisfatto, si? Allora che ne diresti di soddisfare anche me?»

Sei

La cosa che più mi infastidiva, in tutta questa segretezza da carbonari, era il nascondere la nostra relazione a quelli che erano diventati nostri complici: Rosa, Teresina, Lucia ed Amedeo. Oltre che, naturalmente, a Chiara e Carluccio. Quando in seguito glielo feci notare, Giulia ci pensò sopra, per poi concedere la deroga solo per gli ultimi due in quanto: «Sono amici tuoi da tanto tempo, e anche per me lui è una persona cara. Lei non la conosco, ma se sta con Carluccio ed è amica tua…»

«Su Chiara ci puoi mettere la mano sul fuoco» confermai.

«Comunque non mi pare il caso di stare a specificare i motivi della segretezza. In quanto agli altri… se lo sa Lucia, dopo un paio d’ore finiamo sopra i giornali».

«Non hai torto, però la cosa mi dà fastidio».

«Posso capirlo, però sei incoerente».

«E per quale motivo?»

«Perché mai, nemmeno una volta, ti è venuto in mente di raccontare del nostro viaggio a Chiara e Carluccio».

«Ma che c’entra adesso. Non è una storia che riguarda solo noi, ma anche altre quattro persone, per non parlare di ehm…»

«Della tua ex fidanzata. Pure questo è vero, però… senti Jacopo: lasciamo le cose come stanno, tranne che per Chiara e Carluccio. A loro diremo che stiamo insieme ma che preferiamo, per il momento, non pubblicizzare la cosa».

«E come lo giustifichiamo?»

«Che tu vuoi, essendo io stata da poco una tua studentessa, lasciare passare un poco di tempo. Potrebbe andare bene, no?»

«Quindi, passo io come quello che vuole fare il clandestino».

«E dai, amore».

«Va bene. Ma fammi capire una cosa: quando dici “per il momento”, è tanto per dire oppure…»

«Jacopo, non lo so! Certe mattine quando mi sveglio e non ti trovo accanto a me, visto che quel giorno casa mia sarà troppo trafficata, mi prende una tale rabbia mista a tristezza che mi viene voglia di dire ai ragazzi che sto con te, e che sono cazzi miei se tu non fai parte del giro. E se c’è qualcuno a cui non garba se ne può pure andare affanculo».

«Allora fallo! Se ne perdi qualcuno ne troverai altri».

«Non è così. Sarei sputtanata per sempre e dovrei chiudere, perché se ne andrebbero tutti. Nessuno vorrebbe essere comandato da una, che in un momento di "debolezza", potrebbe inguaiarli confidandosi con un "estraneo"».

«E trovarti un’attività seria? Concedimi che ho detto "seria" e non "onesta"».

«Che mi metto a fare? Mi iscrivo all’università a perdere tempo? L’impiegata, posto che ci sia la possibilità? La commessa? Ah, ho capito: no Jacopo, non ti sposo e non faccio la casalinga. Non ci sono portata e poi non si campa una famiglia di due persone, più eventuali, con il tuo stipendio. Non se ne parla nemmeno. Piuttosto: ti ricordi che mi proponesti di venire con te in vacanza?»

«Certo! Ma tu dicesti che non ti sembrava il caso, visto che stavi maturando la tua decisione».

«Già, è vero. Senti: la proposta è sempre valida?»

Passammo, nel mio eremo del centro Italia, tre giorni meravigliosi. Scoprendo, al di fuori dal nostro ambiente, tante cose l’una dell’altro ma anche di noi stessi. Poi, fatalmente, si dovette ritornare e ricominciò il tran tran.

In quel periodo, a scuola, facevo fatica a non sovrapporre agli occupanti dei banchi di quinta, il volto di quelli che li avevano preceduti. Il confronto, purtroppo per gli attuali, era impietoso. Intendiamoci: erano, e sono, ragazze e ragazzi degni di stima ma, come direbbe qualcuno, senza il quid necessario, pur avendo fatto rispetto all'anno precedente un notevole salto di qualità.

La cosa, del resto, è comune a molte ultime classi. Credo che su ciò influisca anche il patrimonio di ricordi. Il sapere che a fine anno scolastico l’equipaggio si scioglierà, predisponendosi ad altri e diversi imbarchi. Si rammenteranno gli episodi relativi a tutti coloro con cui si sono divise paure, gioie, delusioni e soddisfazioni. Torneranno in mente i litigi ed i tentativi di intrecciare una relazione; le discussioni e le critiche; i compiti passati e le colazioni e le sigarette condivise. Le volte che ci si è sfogati di non poterne più dei genitori, o quando si è aiutata l'amica impacciata nel fare il test di gravidanza. Alla fine, si assolverà persino la furbetta che faceva la civetta con il ragazzo dell'amica, quando lui veniva a ricreazione.

Ma vi è dell’altro. Quando una quarta, ormai quasi nella sua interezza visti i tempi, trasmigra in quinta, assume un’aurea che si espande per tutto l’istituto, contagiando persino preside, professori e personale non docente. Per non parlare poi delle classi inferiori che, spesso, per dare forza ad un loro ragionamento, lo concludono con un “Ma se l’hanno detto quelli di quinta!”

Una quarta divenuta quinta, è come quel cardinale uno fra tanti in principio di conclave, che non appena proclamato Papa si eleva, di colpo, sopra tutti i suoi confratelli.

Sono bravi ragazzi e degne ragazze quelli della quinta di quest’anno, e voglio bene loro. Provando solo un poco di fastidio, quando Almerinda Tufano cerca di coinvolgere, me ed il resto della classe, in discussioni sulle trasmissioni televisive più in voga, quelle cioè in cui ci si fa i porci fatti degli altri. Non che i suoi compagni si tirino indietro dal commentare; ma da lei non riesco ad accettarlo perché, vedete, lei già dal primo giorno ha occupato il banco che era stato di Giulia.

Fu durante una di queste riflessioni, che Teresina venne a scuola per parteciparmi il suo matrimonio. Esattamente qualche giorno dopo che Giulia e io tornammo dalla nostra prima vacanza insieme.

Alvaro mi comunicò, tutto sorridente, che la signorina De Notari desiderava parlarmi. Gli dissi di farla accomodare un attimo nell’atrio, e che finita la lezione l’avrei incontrata più che volentieri.

Una volta esauriti i convenevoli, le chiesi di accompagnarmi al bar, sia in quanto avevo necessità di un caffè, sia per poterla ascoltare, qualunque cosa avesse da dire, senza essere interrotti da colleghi e studenti. Mentre attendevamo di essere serviti ci dedicammo a rievocare comuni ricordi. Finché, nel corso della chiacchierata, non mi resi conto che la Teresina capace di fare la statua di sale durante una conversazione, non muovendo né ciglio né muscolo, non era più fra noi.

Questa Teresina muoveva gli arti superiori, per il suo costume e le sue abitudini, in modo frenetico e allo stesso tempo non smettendo di allungare e ritrarre le gambe, al punto che un poco per preoccupazione e un poco per contagio, iniziai ad imitarla. Per fortuna arrivarono i caffè così che potei chiederle: «Teresi’, bella di Jacopo, mi spieghi perché sei tarantolata?»

«E’ una cosa seria, Jacopo».

«Madonna mia: non dirmi che qualcuno di casa sta male».

«Ma no! Per fortuna si tratta di ben altro».

«Meno male, va’, e quindi?»

«Quindi…il fatto è che fra qualche settimana… ebbene, Jacopo, mi sposo, ecco!»

«Chi, tu?»
«No, Giovanna d’Arco. Ma dai!»

«No, hai ragione, scusa, ma il fatto è che proprio non me lo aspettavo».

«Be’, forse nemmeno io».

«E con chi… scusa la domanda banale, ma sono nel pallone».

«Non lo conosci, come non lo conosce nessuno dei miei amici. Il fatto è che…»

E Teresina mi descrisse il suo “promesso”, con le stesse parole o quasi con cui l’ho descritto a voi.

«Mi hai fatto proprio una sorpresona, Teresi’. Non c’è che dire. E non sei la sola».

«Sì, so di Amedeo, ci siamo visti da poco e ho conosciuto Stefania».

«E come ti è parsa?»

«La giusta incubatrice».

«Meglio per lui».

«Poi la scelta di Lucia, che non mi aspettavo».

«La sua è stata una scelta positiva».

«Deduco che della mia scelta, così come quella di Amedeo, tu dia una lettura negativa».

«Ma no, non fraintendere. Io intendevo positiva relativamente alle aspettative su Lucia».

«Non hai torto. Ah, senti, sei riuscito a metterti in contatto con Giulia? Devi sapere che ha riattivato il suo vecchio numero».

«Sì, sì, come no. Ci siamo sentiti un paio di volte».

«Bene, l’ho trovata più serena. E tu?»

«Io sto bene, ma perché me lo chiedi?»

Per la prima volta da quando ci siamo rivisti, Teresina ride. «Ma no, scemo, intendevo tu come hai trovato Giulia!»

«Ah… sì, anch’io l’ho trovata serena».

«Cosa ne pensi, Jacopo?»

«Di Giulia?»

«Ma allora ti ho proprio traumatizzato. Non intendevo di Giulia, ma del mio matrimonio».

«Teresi’, noi siamo e resteremo amici finché morte non ci separi. Per quello che siamo e per quello che ci è capitato assieme. Due cose sole contano: che tu sia felice e che lo ami. Se sussistono queste due condizioni, allora lascia che io pronunci le immortali parole dei nostri avi: ne' ma a me che me ne fotte?»

«Sono felice? Improbabile. Però anche io sono serena, non come mi è parsa Giulia, quello no. Lei mi ha dato l’idea di essere arrivata al traguardo, io invece sono alla partenza, sapendo che ho una lunga strada da fare, però avendo i mezzi adatti a percorrerla.

«Lo amo? Gli voglio bene, questo è poco ma sicuro. Abbiamo troppo discusso sull'amore, fra noi due e con gli altri, anche grazie a fonti autorevoli, da doverne discutere ulteriormente. Voglio bene anche al suo ragazzo e cercherò di considerarlo figlio mio».

«Teresi’».

«Dimmi».

«C’è ancora la confidenza di una volta fra noi?»

«Sempre».

«E allora in nome di tutti gli dei dell'Olimpo, mi vuoi spiegare perché butti a mare un avvenire da studiosa, per sposarti con un uomo che potrebbe essere papà tuo, oltre che con figlio adolescente a carico? Avevi necessità di una relazione di qualsiasi tipo? E’ vero che non sei Lucia, ma una mezza dozzina di uomini, di età appropriata, saresti riuscita ad attrarli. Se non ti conoscessi… ma no, lascia stare, non farci caso».

«E se invece tu stessi pensando giusto?»

«Si, vabbe’, adesso vuoi épater le bourgeois. Non ti credo!»

«Non è solo per questo, naturalmente. Certo, il suo stato patrimoniale aiuta. Soprattutto aiuta i miei che, va detto a loro onore, hanno cercato di dissuadermi. Gentilmente e ragionevolmente come nel loro costume ma lo hanno fatto. In realtà, se proprio volessi trovare la causa principale della mia decisione, potrei dire che per la prima volta in vita mia ho scelto la concretezza».

«Ah. Lo studio è astrazione?»

«E dove porta lo studio, la laurea, la specializzazione? Forse all’estero, a languire fra le nebbie del Norfolk o fra le rocce dei Pirenei, sia detto con tutto il rispetto. Io, come te del resto, sono figlia della mia città. Ad un certo punto, il pensiero di studiare in funzione di un futuro fra il certo e l'incerto, a migliaia di chilometri di distanza, mi ha fatto venire il mal di stomaco. Ho pensato: sto sempre sui libri, e passi se fossero libri che mi appassionano veramente, ma questi dove mi portano?»

«E quindi hai scelto di sposarti, di fare da mamma al figlio di tuo marito, in attesa di averne di tuoi».

«Ci trovi qualcosa di sbagliato in questo? Il mondo forse perderà una ricercatrice, capace di rivelare cosa ha veramente determinato la poetica del Leopardi. Ma, dimmi: al di fuori di un centinaio di persone, a chi importerebbe di una tale scoperta?

«E poi, lo sai. Te lo dissi, e ripetei, in quei meravigliosi momenti che passammo insieme a quegli altri pazzi, che ero stanca del “dovere” sia con la “d” maiuscola che con la minuscola. Teresina “la rigorosa” non abita più qui».

«Non capisco ma, come diceva qualcuno, mi adeguo. Se a te va bene così, chi sono io per obiettare?»

«Ma no, Jacopo, si parla in maniera accademica in quanto “tutto è compiuto”. Tu, piuttosto, come stai veramente?»

«Bene, sto bene, credimi».

«Chissà perché ma ti credo, al di là che me lo dica tu. Ti vedi con qualcuna?»

«Intendi una donna?»

«No, un armadillo! Ma lo choc del mio matrimonio ancora non ti è passato?»

«No, è che… sai: dopo la batosta di quello che è successo con Fatima, ci vorrà del tempo prima che…»

«Ma non farne passare troppo, anche se devo riconoscere che lo scontro con la realtà di Fatima…»

E se tu, bella mia, sapessi con quale altra realtà mi sto scontrando.

«Già, hai ragione. Comunque, ti faccio i miei migliori auguri e ti prego di presentarli anche al futuro sposo».

«Glieli farai tu di persona quel giorno. Non farmi lo sgarbo di mancare».

«Sai che di regola i matrimoni mi intristiscono. Ma tu sei tu e non mancherò».

«Grazie, Jacopo, ti voglio bene».

«Pure io, Teresì».

E con ciò, messo fine ai riepiloghi sia remoti che prossimi, posso iniziare a mettervi al corrente dei nuovi sviluppi in presa diretta, come se fosse la prima volta anche per me.

Sette

Una stanchissima Giulia mi ha raggiunto a tarda sera, dopo aver sistemato gli ultimi dettagli e liquidato, finanziariamente si intende, il neo-melodico. Quando le ho chiesto se avesse voglia di qualcosa – e non intendevo essere malizioso – mi ha risposto che non aveva voglia di nulla, nemmeno di “quello”, ma solo di dormire abbracciata a me.

Mi ha detto, prima di cadere in coma, che essendo l'indomani domenica, per me giorno festivo, aveva fatto in modo di liberarsi di un paio di impegni così da poter rimanere a letto a nostro piacimento.

Cosicché, ora ci stiamo godendo un’intimità da vecchia coppia collaudata, con la consapevolezza che a letto, oltre che dormire e leggere, si può fare anche altro. Stiamo per esplorare questa possibilità quando, nel silenzio e nella pace della mattinata domenicale, il citofono mi comunica che qualcuno ha scelto un brutto momento per venire a farmi visita.

Raccontavano quelli avevano vissuto durante il periodo della guerra, che quando suonava l’allarme la gente scappava terrorizzata verso i rifugi, così come si trovava e lasciando ogni cosa a mezzo. Ecco: un istante fa ho capito cosa intendessero.

Giulia schizza da sotto le coperte raccattando i vestiti e filandosela in bagno. Io, in preda al panico, resto un attimo a bocca aperta perché Giulia mi passa davanti agli occhi come Eva nell’Eden. Poi, mentre finalmente sto andando a verificare quale uragano si stia abbattendo su di noi, faccio in tempo a sentirle dire: «Jacopo, se è tua mamma dille che stavi con una zoccola».

Scuoto la testa, mi avvicino alla sirena d’allarme, sollevo la cornetta e, al mio “chi è”, risponde la voce di Amedeo Fiorillo. Il quale, con accorati accenti, mi prega: «Jacopo fammi salire. Ho combinato un guaio!»

Ora, se alle nove del mattino di una domenica, bella anche se di incerto clima, mentre ve ne state a letto in compagnia della vostra fidanzata sia pure clandestina, con l’uzzolo di dare corso a certe pratiche che la Chiesa consente, ma solo se servono a procreare (però Giulia, quando ho posto il problema, mi ha detto di non preoccuparmi), e alla vostra porta bussa un tipo riflessivo e pacato come Amedeo, che vi dice tutto agitato di avere combinato un guaio, voi che pensate? Ma come minimo che ha ammazzato qualcuno, o no?

E invece no. E forse sarebbe stato meglio di sì.

Il “guaio” che ha combinato Amedeo, è stato quello di polemizzare con Stefania subito dopo l’intimità – poi dicono che fare sesso fa solo bene – a proposito di letteratura e personaggi della stessa. Bene, noto che avete già capito, quindi sintetizzerò.

Ad un certo punto, preso dalla foga, le ha buttato in faccia che lui, uno di quelli citati, l’aveva conosciuto. Poi, invece di fare retromarcia alla sghignazzata di lei che lo sfotteva per tale affermazione, le ha raccontato per filo e per segno del nostro viaggio.

Dopo avergli chiesto per ben tre volte, anche senza il canto del gallo, se quello che stava raccontando se l’era sognato – essendo certa, dall’alito, che lui non avesse bevuto -, in silenzio aveva iniziato a rivestirsi decisa ad andarsene, finché non si era resa conto che quella era casa sua.

Quindi, spogliatasi nuovamente, e causa temperatura tornata sotto le coperte, gli aveva imposto di dirle la verità. Reiterata lui più volte la sua versione, e lei accertatasi che ogni volta questa collimava con le precedenti, se n’era uscita con una scemenza che mai pensereste possa pronunciare, e con tali accenti, una docente di filosofia di un rinomato liceo: «Madonna mia, io non ci posso credere al culo che tieni tu!»

Poi, mentre Amedeo, terminato il racconto del "guaio" resta in silenzio, odo il rumore di una porta sbattuta alle mie spalle. Non faccio in tempo a girarmi che da lui si alza alto un nitrito, mentre il suo sguardo travalica la mia persona. Intuendo cosa abbia visto, prego che non sia ciò che penso.

Preghiera sprecata! Giulia, in reggiseno e mutandine, mi replica uno spettacolo che per Amedeo è una prima assoluta, mentre io penso con reverenza a colui che ha affermato, per la prima volta, che al peggio non c'è mai fine.

Il «Giu’ anche tu qui?» di Amedeo, si infrange contro il «Ma che cazzo hai combinato, rincoglionito!» di Giulia. Ed io, pure in preda di due sentimenti opposti: strangolare Amedeo e portarmi a letto Giulia, mi vesto dei panni di re Salomone, invitando lei a tornare in bagno per rivestirsi “perché se no prendi freddo”, e lui a calmarsi. Che per rimediare ai casini che si vanno sommando c’è sempre tempo.

E ora, seduti di fronte con me di lato, non fanno altro che guardarsi muti ed in cagnesco. A dirla tutta, se è vero che Amedeo l’ha combinata bella, altrettanto lo è stato il nascondere ad un amico, che due delle persone a cui tiene di più hanno una relazione. Ed è proprio l'avere Giulia la coda di paglia, a far sì che ora lui non sia un corpo rigido, in attesa della scientifica per i rilievi del caso.

«E da quando va avanti questa storia?» sbotta Amedeo.

«Be’, più o meno… da quando Giu’?» faccio io, cercando di interrompere il suo mutismo. Riuscendoci in quanto: «Affanculo tutti e due!»

«Più o meno da cinque mesi».

«Bella faccia tosta che avete! Proprio ieri facevate finta di esservi rivisti dopo chissà quanto tempo. Sapete proprio recitare bene».

«Dovevamo, Amede’. Perché, vedi… Giulia, posso parlare?»

«Affanculo tutti e due».

«Ecco: ci risiamo. Devi sapere, Amede', che Giulia ha un’attività, diciamo così, "collaterale", richiedente un minimo di riservatezza. Il sapere che ha una relazione potrebbe metterla in imbarazzo con… i colleghi».

«Che stronzata! Ma poi noi siamo amici. Se non vi fidate degli amici…»

«Pure Lucia è amica quanto te, capisci a me!»

«E’ vero. Quindi non lo sa nessuno?»

«Solo Chiara e Carluccio».

«Nemmeno Rosa e Teresina?»

«Ti ho detto, e ripeto, solo loro e… adesso basta, amore». Naturalmente mi sto rivolgendo a Giulia. «Di’ qualcosa pure tu».

«Affanculo tutti e due».

«Buonanotte, si è incantato il disco. In ogni caso, questo è l’unico motivo per cui non l’abbiamo fatto sapere».

«Ebbe’, in effetti altri motivi non ce ne sono. Siete liberi e poi Giulia è orfana e…»

«Amede’».

Mi giro verso Giulia, sorpreso perché ha parlato, e non per replicare il mantra.

«Dimmi».

«Hai detto bene, se non ci si fida degli amici di chi ci si deve fidare? Io sono una, e tu lo sai avendo passato anni nella stessa classe, a cui le falsità fanno schifo. Quindi è arrivato il momento di dire la verità. Ma oltre a te, va detta anche a Rosa, Lucia e Teresina. Poi, per la par condicio, quello che ora sa Stefania lo devono sapere anche Chiara e Carluccio. Quindi ne riparliamo quando Teresina torna dal viaggio di nozze».

«Amore, dimentichi una cosa, anzi una persona».

«Non la dimentico proprio per niente! Il marito di Teresina non è giusto che sappia di questa storia. Lui non lo paragono a Stefania né, tanto meno, a Chiara e Carluccio. In quanto all’attività che svolgo… ho notato come mi puntava al matrimonio, non certo per essere questa strafica, soprattutto perché ce n’erano ben altre. No, lui qualcosa ha intuito e altro gli deve essere venuto all'orecchio».

«Ma che ci sarebbe da sapere su di te, me lo volete dire?»

«Abbi un poco di pazienza Amede’, tanto fra una settimana Teresina torna».

E’ necessario, per non lasciare niente in sospeso, riferire che quando a Chiara e Carluccio venne raccontato della vera vita di Giulia, compresi i reali motivi della nostra clandestinità; loro, dopo aver ascoltato attentamente, emisero la sentenza per bocca di Chiara.

Diretta, come suo costume, affermò che di chi fosse figlia Giulia non gliene fregava, ad entrambi, un cazzo e di cosa facesse per vivere… idem come sopra. Quello che contava era come si atteggiava e comportava nei loro, e nei miei, confronti. E, visto come stavo e come si era comportata Giulia negli anni della scuola, erano ben felici di poterla definire amica. Fu così che per la prima volta da quando (ed era tanto tempo ormai) la conoscevo, vidi Giulia piangere non appena restammo soli.

Otto

«Sembra una riunione di quelle indette da Poirot per smascherare l’assassino».

«Uh mamma mia, Teresi’: ma tu, nonostante le gioie del sesso, sempre alle stesse cose pensi?»

Così ribatte Lucia, ad una Teresina che diventa di mille colori, mentre ci accomodiamo nel salotto di casa mia stretti come acciughe, visto che lo spazio è quello che è e noi siamo in nove.

Finalmente conosco Stefania di persona, così constatando che non è brutta come in fotografia. E' peggio! Però non è intelligente ma lo è di più e a me fa un mazzo tanto culturalmente. A Teresina, l’unica alla quale ho accennato sia pure a grandi linee il motivo di questa rimpatriata, ho anche spiegato il perché per il quale non è stato esteso l’invito al marito. Ne ha convenuto, aggiungendo che se avessi deciso di farlo, lei mi avrebbe vivamente sconsigliato. Il marito è proiettato verso altri interessi con al primo posto la famiglia e, in secondo luogo, la gestione ed il mantenimento delle sue attività.

La riunione ha vissuto due fasi: la prima quella del piacere di ritrovarsi tutti insieme, compresa Teresina che pur presente il giorno del matrimonio, essendo l'interprete principale era in tutte altre faccende affaccendata.

A questo è seguito il processo di integrare Chiara, anche se con lei è stato facile essendo la compagna, da tempo immemorabile, di un Carluccio amato e rispettato da tutti.

Più difficoltà, pensavamo Giulia ed io, avrebbe presentato l’inserimento di Stefania che invece, lasciata da subito l'ala protettiva del suo amato accompagnatore, ha iniziato a veleggiare nella pozzanghera del mio salotto, passando da un gruppetto all’altro e facendo subito sangue con Giulia, visto che un paio di volte le ho colte a ridacchiare guardando, alternativamente, me ed Amedeo.

Poi, è arrivato il momento che gli ignari hanno cominciato a chiedersi - e a chiedermi - per quale motivo li avessi precettati. Ritenendo inutile rinviare ancora, ho chiesto loro di sedersi e ho guardato Giulia che, annuendo, ha cominciato a parlare:

«Per prima cosa devo chiedere scusa a delle persone qui presenti. Ad Amedeo, a Lucia e a Teresina, oltre che a Rosa. A loro, per anni, ho raccontato delle fesserie. Poche ma tutte di sostanza. Qui, come stanno veramente le cose, lo sa da un anno Jacopo e da qualche mese Chiara e Carluccio. E se oggi mi sono decisa a fare questo passo dopo averne parlato con Jacopo… ebbe’: questa parte volevo lasciarla a dopo, ma visto che è capitato l’argomento… sappiate che io e Jacopo stiamo assieme».

Poi, nel silenzio generale, si alza la voce un poco stridula di Lucia. «E questo c’era da immaginarselo, visto che eravate sempre cane e gatto a scuola».

Terminate le risate, le congratulazioni di chi non sapeva, una carezza ad entrambi da parte di Teresina ed un vigoroso cenno del capo da parte di Rosa, che ho interpretato come un “e adesso sì che si ragiona”, Giulia riprende:

«Ma questa non la considero una bugia. Almeno non grave come quella di avervi taciuto, sia pure per motivi di sicurezza che io... non sono orfana, almeno per parte di padre. Il cognome che porto è quello di mia madre, in quanto papà mio, che di cognome fa Palamita, è in carcere a vita per essere stato il braccio destro di un boss, con tutte le conseguenze che potete immaginare. Si è dissociato, ma questo non gli lava colpe e peccati. Però sempre papà mio è».

Stavolta nemmeno Lucia trova niente da dire. Restano tutti zitti e qualcuno anche a capo chino, come per meglio assimilare le parole di Giulia che ha ancora ha qualcosa da dire, come io Chiara e Carluccio sappiamo.

«E questo non è tutto. Al momento, dietro la facciata di, come si dice adesso, wedding planner, ho messo su un’attività che spesso tocca l’illecito; però senza mai sconfinare nel criminale. L’ho deciso per tanti motivi che non sto qui a spiegare e che forse non ho chiari nemmeno io. Ecco, questo è tutto. Se mi volete perdonare le bugie e quello che faccio, come hanno fatto Carluccio, Chiara e, soprattutto» e dicendolo mi rivolge lo sguardo che mi fa diventare le gambe di burro, «la persona a cui tengo più della mia vita, vi ringrazio e se no… me ne farò una ragione».

Come sono orgoglioso di aver insegnato, sia pure talvolta solo stronzate, a quei tre. E sono anche orgoglioso di avere Rosa come amica e collega. Seppure, ragionando fra sé e sé, potranno farsi venire qualche dubbio, di getto le ripetono con accenti, toni e parole diverse, le stesse cose che le hanno detto Chiara e Carluccio quando sono stati messi al corrente.

Poi, dopo che è tornata una parvenza di calma, in cui riesco a ribadire sia pure edulcorandoli, i motivi per i quali le cose dette non devono uscire da questa stanza (con prolungato e intenso sguardo a Lucia), si alza forte e chiara la voce di Teresina.

«E quindi tutto si tiene!»

«In che senso, Teresi’?» replico io.

«Nel senso che il Monsignore era il padre di Giulia».

«No, Teresi’. Il Monsignore era il boss di papà, incidentalmente anche mio padrino di battesimo».

«Ah, ecco perché» fa eco Amedeo «sei riuscita ad appianare le cose con i proprietari del cioccolato».

«E non solo!» si intromette Rosa. «Scommetto che è per questo che sei riuscita ad impedire che Lucia venisse… sì, insomma, diciamo manomessa».

Questo fa sì che, all’unisono, Chiara e Carluccio prorompano con un «Ma si può sapere di che caspita state parlando?» Così capisco che non mi resta altro che cominciare la seconda puntata.

Non sto a descrivere le svariate esclamazioni di Carluccio, durante e dopo il mio racconto, che vanno dal «Se non fossi tu a dirmelo e loro a confermarlo…» al «Uh Madonna, ma Jekyll lo ha detto proprio papale papale?» il tutto, inframmezzato da gestualità e mimica, come da migliore tradizione nostrana. Al termine, mentre lui finalmente tace, è Chiara a prendere la parola, ma solo per rivolgersi a Giulia: «Fammi capire, Giù, ma il “direttore” ti ha detto proprio di vegliare su questo individuo mio amico con cui fai all’amore?»

«Che ci vuoi fare, Chiara mia, ognuno ha la sua croce».

Così ancora una volta sono oggetto di divertimento e nemmeno a mia insaputa. Ma Carluccio, che non si fa rubare la scena abituato com’è a calcarla in più modi, chiude la digressione per farci conoscere il suo pensiero:

«Io mi sbatterei la testa contro il muro».

«E perché mai, Carlu’» gli dico, sorpreso da quella uscita.

«Perché se non fosse stato che sono capatosta, e avessi dato retta a Chiara non attraversando da solo, quella sera a scuola ci sarei stato io e non tu».

«Carlu’ con tutto il rispetto», interviene brusca Giulia. «Mi dispiace che ti sia fatto male ma, come si dice, “mors tua vita mea”. Se non fosse successo, adesso Jacopo magari era sposato con Fatima».

«Ma lascialo dire» conclude Chiara, «tanto anche se ci fosse stato non avrebbe potuto “partire”. Lo scemo si è scordato che a lui il cioccolato fa schifo».

Ma in tutto questo intrecciarsi di ricordi, rivelazioni, scoperte, sentimenti esposti, ammonimenti alla discrezione, che ci ha visto partecipi e compresi del momento, una persona ha taciuto e nemmeno mosso un muscolo: la buona (si fa per dire) Stefania Sciomenta, compagna del nostro Amedeo.

Ed è a lei che mi rivolgo, curioso di capire cosa ne pensi e come valuti, da donna e da filosofa, tutto l’ambaradan. E, detto fatto, glielo chiedo.

«Mettiamo subito le cose in ordine: per quello che riguarda Giulia, tutto ciò che ha avuto la bontà di raccontarci sono fatti solamente suoi e al limite tuoi caro Jacopo. L’unica perplessità che ho, è relativa al cosa ci faccia una come lei con te, ma qui ho la coda di paglia, in quanto nemmeno riesco a capire cosa ci faccia io con Amedeo».

Con questo ci ha sistemato e arrivederci e grazie.

«Per la parte riguardante il vostro fantastico, meraviglioso, impagabile viaggio, per capire cosa ne pensi vi basterà valutare gli aggettivi che sto usando. Vi invidio… quasi vi odio per questo. Avete realizzato quel sogno che ho sin da quando ho iniziato, a quattro anni e mezzo, a comprendere il significato dei segni sulla carta.

«I tre quarti dei personaggi che avete incontrato li adoro. Vi dico solo una cosa: se ritenete di considerarmi vostra amica, e mi pare di sì visto che mi avete messo a parte di simili confidenze, vi scongiuro di coinvolgermi casomai dovesse capitare un'altra occasione del genere».

Sto per dirle che questa circostanza ha le stesse probabilità che un magnate, burino e razzista, diventi presidente degli Stati Uniti, quando mi rendo conto che sto per venire meno ad uno dei miei capisaldi filosofici: "Mai dire che di quest'acqua non ne bevo"!

Nove

Sto scambiando un paio di “roventi” messaggi con Giulia (qualcuno di voi certo ricorderà come prendessi in giro quelli che lo facevano, vero?), quando Alvaro si affaccia alla porta della presidenza, avendo il lupo Andrea Canonico, preside di questo istituto, perso il pelo non solo metaforicamente, ma non il vizio di squagliarsela con scuse varie, lasciando a me il compito di reggere la baracca.

Alvaro mi comunica che Lucia, o meglio la signorina Beneventano, desidera parlarmi. Gli dico di farla passare e poi, visto che non sembra intenzionato a levare le tende, gli lancio la stilettata: «Chissà che la signorina Beneventano non voglia vendermi qualcosa». Al che, sentendosi rammentare i suoi peccati, sia pure per interposta persona, fa entrare e si dilegua.

Che ci sia qualcosa che non va non lo deduco dall’essere lei agitata, perché da quando la conosco lo è perennemente. Ma per essere venuta sin qui in camice da infermiera, cosa per lei al di fuori del concepibile. E, come volevasi dimostrare, me lo conferma all'istante.

«Uh, Jacopo, meno male che sei libero! Ho chiesto un’ora di permesso a scuola ma non devo sgarrare nel rientro. Quindi fammi parlare senza interrompermi, perché è cosa seria!»

«Ne hai facoltà, Luci’»

«Allora: devi sapere che stamattina, facendo il giro dei reparti, sono capitata in Nefrologia, e lì ho visto che c’era un paziente nuovo, uno anziano, ma più di te».

«Ti ringrazio».

«Di niente! Lui stava dormendo, così ho chiesto agli altri occupanti della corsia chi fosse. Loro mi hanno risposto che era uno tutto strano, e diceva che lo dovevano chiamare Ciccio o ‘Ntuono».

«Che razza di nome sarebbe?»

«Mo ti spiego! Sembra che questo scemo sia un fanatico di Tammurriata nera e non perde occasione, qualunque cosa stia facendo, di cantarsela. Dice che gli serve per concentrarsi».

«Buon per lui. E, Luci’, a noi che ce ne viene?»

«Aspetta che il bello deve ancora venire! Me ne stavo per uscire dopo qualche frizzo e qualche lazzo con gli altri pazienti, quando uno mi ha detto una cosa che mi ha fatto rizzare i capelli in testa: “Ma lo sapete, infermie’, che questo dice di essere un grande chimico, e che le sostanze che riesce a preparare lui sono cose dell’altro mondo?”».

Io guardo Lucia e lei guarda me. Io sospiro e lei fa altrettanto. Ci guardiamo restando in silenzio come mai ci era capitato in precedenza. Poi, mentre cerco appigli su appigli per negare ciò che penso, provo a dirle: «Luci’, senti a me. Non è detto che... potrebbe essere un millantatore, un povero scimunito, oppure in preda ad una fantasia provocata da un medicinale a cui magari era allergico…»

«E già, mo noi diamo i medicinali alla sanfasò».

«Non intendevo dire questo».

«Jacopo! Io mi giocherei quelle che non ho, sul fatto che è lui il tizio della roba nel cioccolato».

E visto che anche io ne sono convinto, mi travesto da conte zio e provo a troncare e sopire. «Va bene, Luci’. Ammettiamo, senza concedere, che questo… com'è che lo chiamano o si fa chiamare?»

«Ciccio o ‘Ntuono».

«E perché no, invece, Peppe o Giro?»

«E io che ne so, Jacopo».

«Comunque, questo signore, che sia o non sia colui che ha contribuito a spingerci in orbita, a noi cosa ci rappresenta? Il sapere che sia stato lui ci cambia la vita? Vogliamo denunciarlo? Vogliamo chiedergli i danni per una cosa che non ci ha danneggiato, anzi: per quello che mi riguarda…»

«E hai ragione. A quest’ora stavi sposato con Fatima, e per scopare ti toccava andare a zoccole».

«Luci’!»

«Iih e quanto sei puritano e protettivo. Non sono più una tua studentessa, rilassati».

«Hai ragione ma è più forte di me. Ma, continuando il discorso: che senso ha sapere che sia lui o meno il “chimico”? E no, Luci’, dimmi che quello che sto pensando è sbagliato».

«Ma quando mai!»

«No, no, no! Io dei tuoi “ma quando mai” ho terrore. Lucia Beneventano: cosa ti stava o ti sta passando per la testa?»

«Scemenze, Jacopo, scemenze del tipo che mi piacerebbe sapere quale tipo di sostanze sarebbe capace di combinare, e con quali effetti».

«Scemenze, hai detto bene! Quindi levatele dalla testa, torna al lavoro e sappi che mi fa sempre piacere vederti».

«E pure a me. Giulia come sta?»

«Impegnata, pure troppo».

«Tienila cara».

«Grazie del consiglio. Ah: una cosa».

«Dimmi».

«Ma com’è che io, in quattro anni, non sono riuscito a farti migliorare la lingua parlata, e in pochi mesi invece stai cominciando a farlo?»

Ride, non mi risponde, mi manda un bacio con la punta delle dita, ed esce dalla comune.

A Giulia, chiedo se ha conoscenza del cosiddetto Ciccio o ‘Ntuono. Non mi dice né sì né no, ma vuole sapere perché glielo stia domandando. La butto sul leggero, redarguendola che non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, ma lei fa una smorfia poco buffa e insiste. Così non mi resta altro che raccontarle della visita di Lucia.

Finalmente, la mia pur non ufficialmente signora, si degna di rispondere:

«No, Jacopo, di persona non lo conosco. So della sua esistenza, ma cosa faccia e per conto di chi non ti saprei dire. Se lo ritieni il caso posso informarmi, però se è vero quello che tu e Lucia pensate, non vorrei svegliare il cane».

«Ma no, tesoro, era solo per una curiosità spicciola. Lascia stare e lasciamo che i morti seppelliscano i morti».

«Dici bene. Piuttosto, senti: il marito di Teresina è partito e lei mi ha chiesto se le faccio un poco di compagnia. Ce ne andremo in giro a fare spese, ma tu puoi incontrarci “casualmente”. Così, senza dare nell’occhio, potremo fare finta di essere una coppia normale».

«Amore mio, non per rinfacciartelo, ma se non lo siamo dipende da te. Io te l’ho detto tante di quelle volte…»

«Che vuoi fare di me una donna onesta… ma sì, facciamoci una risata. Hai ragione, dipende da me. Però, intanto, fammi capire una cosa. Benché cresciutello pure una mamma la tieni. Hai pensato a quello che potrebbe dire lei?»

«No! Ed è un no in parte perché stimo mia madre capace di comprendere certe cose. Ma anche in quanto del suo parere non me strafotterebbe proprio niente».

«Madonna mia, Jacopo, ma allora sei preso proprio male da questa scema».

«E che ci vuoi fare? Se Orfeo per amore di Euridice è sceso fino agli Inferi, non sono sceso io nelle buie segrete di un carcere?»

L’indomani pomeriggio incontro, “per caso”, Giulia e Teresina in una delle vie cittadine più belle: quella che prende il nome di una città spagnola. Teresina è carica di buste e pacchetti, al punto che ne ha anche per Giulia che, non appena ci incontriamo, me ne passa la gran parte, e io penso che lo faccia per far credere che il legame sia fra me e la nostra amica.

Quello che c’è stato e c’è fra noi, fa sì che mi possa permettere di dire a Teresina che ne è passata di acqua sotto i ponti, da quando sembrava Cenerentola in versione umile. Lei si fa una risata e mi fa presente che i soldi sono fatti per essere spesi. Ciò che negli anni della scuola, pareva disinteresse nei confronti dell’abbigliamento, era solo dovuto alla necessità di risparmiare.

Poi, mentre costeggiamo uno dei tanti palazzi nobiliari che… nobilitano la via, rammentiamo entrambi i fatti che vi si sono svolti, mettendone al corrente Giulia. Il palazzo in questione, le raccontiamo, è stato l’ultimo rifugio dei difensori della Costituzione del Quarantotto, prima di venire sgominati dai mercenari svizzeri di Ferdinando II.

Adesso non chiedetemi cosa lo abbia provocato, ma ad un certo punto Teresina e io ci siamo, intellettualmente, accapigliati. Il motivo è il solito, uno dei pochi, se non l’unico, che ci ha diviso in tutti questi lunghi anni: l’essere lei convinta della fedeltà ai fatti della storiografia ufficiale, mentre io sostengo, ho sostenuto, e sosterrò che vi è una storia sotterranea, e alquanto maleodorante, nell’annessione del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia. Da come sto definendo la questione, potrete farvi un’idea di come la pensi, visto che parlo di annessione rifiutandomi caparbiamente di adoperare la parola “Italia”.

«Teresi’» sbotto, dopo un centinaio di metri di contesa. «Ogni volta io ti porto dati, e tu invece ne esci con le romanticherie della fede che muoveva i garibaldini, capace di aprire in due il Mar Rosso. Sappiamo entrambi quale fosse il numero delle truppe di stanza in Sicilia, inoltre non difettose di qualità. Senza contare i rinforzi arrivati da Napoli».

«Continuo a non farmi capire e sono quasi cinque anni! Io non ho mai affermato che lo spirito di chi lotta per un ideale, sia sufficiente per vincere le guerre. Ho solo rifiutato, sempre, la tua tesi della corruzione. Sai bene quanto me, che una parte delle truppe venne trattenuta a Palermo per paura di una rivolta».

«Tutto giusto. Però, nonostante questo, a Calatafimi fra prima linea e riserva c’era un qualcosa come circa tremila uomini. E stiamo parlando di truppe scelte e bene armate. In più, si trovavano in posizione sovrastante. Sennonché Landi, quando la battaglia è ancora in bilico, che ti fa? Invece di gettare il migliaio e più di soldati di riserva in campo, si “preoccupa” di proteggere la strada per Palermo».

«Mamma mia, Jacopo, ma come sei testardo! Io non discuto i fatti! Solo che quello che tu definisci tradimento, io lo chiamo eccesso di prudenza o, se vuoi, incompetenza».

«Improvvisamente nel regio esercito borbonico diventano tutti prudenti o incompetenti? Mah, a me pare un poco forzata la cosa».

«Lo sai, in verità, a cosa è dovuta questa tua visione?»

«Dall'essere io un meridionalista piagnone, che attribuisce le nostre ataviche carenze ai malvagi settentrionali?»

«Ma no! Tu non sei fatto così. Però il tuo punto di vista, e non parlo solo di questa vicenda ma del Risorgimento tutto, è inficiato dal tuo carattere di scettico blu. In ogni avvenimento storico ci vedi dietrologia, secondi fini. Sei incapace di pensare che le cose, talvolta, si possano fare per idealismo, coerenza, generosità».

«E adesso mi fai torto, Teresi'. Io non sono così».

«Invece non ha tutti i torti, Jacopo» interviene Giulia. «Tu sei così anche in amore».

«Come, in amore!»

«Tu, sotto sotto, credi che le persone che ti vogliono bene, ti stiano vicino finché non trovano niente di meglio».

«Ma quando mai. Io sono certo del tuo amore come del volermi bene della qui presente signora... Aaah, adesso ho capito. Pure tu ti sei messa a fare la psicologa un tanto al chilo. Io sarei così per essere stato abbandonato da papà in età adolescenziale. Io invece sono così perché sono un epigono del già sette volte presidente del consiglio».

«E adesso lui cosa c'entra, detto con il rispetto dovuto a tutti i defunti?»

«C'entra, c'entra, Teresì. C'entra quando afferma, o meglio affermava, che a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia quasi mai. Per il resto hai detto bene tu, io in tutta la vicenda del Risorgimento ci vedo qualcosa di poco chiaro. Influenza di stati europei per spostare equilibri; interessi economici di multinazionali ante litteram; società esoteriche e tutto l'ambaradan. Certamente la, chiamiamola base, fu composta da idealisti, persone di fede oneste e coraggiose, persone che "ci credevano" e che ci lasciarono la pelle o si fecero la galera. Ma i vertici? Basterebbe citare la figura di Crispi, ne convieni?»

«Su Crispi posso anche convenire con te. Ma non su Mazzini, Garibaldi...»

«Ma per l'amore della Madonna del Carmine, Teresi'. Passi per Mazzini ma non mi citare Garibaldi che ne ha fatte più di Carlo in Francia. Sai a chi lo paragono? A quelli che si gettano in ogni scazzottata per il gusto di farlo. In sintesi, tu il Risorgimento lo vedi come epopea, impresa epica che si lascia dietro anche qualche miasma. Io lo tratto come fatto storico che, come tutti i fatti storici, nei miasmi ci sguazza. Senza contare che tu sei tifosa della cosiddetta Unità, mentre io ne resto, ogni giorno di più, fortemente perplesso».

«Sai cosa ci vorrebbe per dirimere questa annosa querelle fra noi due? Un pizzichino di quella famigerata sostanza, che invece di proiettarci fra le braccia di personaggi letterari, ci facesse capitare in quel periodo. Non trovi?»

E Giulia e io restiamo con lo sguardo fisso davanti a noi, per paura che anche soltanto sbirciandoli, i nostri volti possano rivelare quello che sappiamo.

Dieci

Non appena finito di cenare, mi appresto a guardare un film propendendo per una commedia leggera. Prima però telefono a mammà, per sentirmi dire che sta bene ma che è una vita - leggi due giorni - che non mi faccio vedere. Le assicuro che sto bene pure io, e che mi fa piacere che anche per lei sia così.

Giulia, mentre ancora accompagnavo le signore nel loro shopping, mi ha comunicato che per tutta la sera e parte della notte sarebbe stata impegnata, assicurandomi che mi avrebbe chiamato la mattina seguente prima che andassi a scuola. Le ho risposto, forse ancora sotto l’influsso della conversazione precedente, come Garibaldi a Bezzecca, rimediando una mezza gomitata da parte sua.

Poi, mentre sto scegliendo uno dei film in cui l’ex fidanzato di una nostrana soubrette capeggia una banda di ladri, mi prende il disgusto per il film, l’arredamento, la casa e per tutto l’esistente compreso me stesso, ma ad eccezione di Giulia.

Mi chiedo cosa ci faccia io qui da solo, né più né meno di come lo sono stato per anni, quando invece ho una relazione con una donna bella, sexy, intelligente, colta, simpatica… e va bene, forse sto esagerando. Allora diciamo una donna che amo da morire, vi suona meglio così?

Poi, terminato di inveirmi contro, inizio a prendermela con lei. L’accuso di non rendersi conto di quanto sia breve la vita; che ogni istante sprecato poi lo rimpiangeremo a calde lacrime; che, quando si vivono rapporti come il nostro, è delittuoso frapporre ostacoli al viverli pienamente. Che… mi sono rotto le palle, adesso la chiamo e le dico che sto andando a dormire, magari solo a dormire, da lei. Mi avvicino al tavolino dove ho riposto il telefono, ma non faccio nemmeno in tempo a prenderlo che quello squilla, segnalandomi sul display che è proprio lei a cercarmi.

«Ciao, stavo per chiamarti io».

«E che volevi?»

«Veramente, hai chiamato tu».

«Già… è mezz’ora che non riuscivo a decidere se chiamarti o meno».

«E adesso che l’hai fatto?»
«Sono contenta. Volevo solo sentirti. Tu, invece, che volevi?»

«Venire da te».

«Jacopo, no! Non se ne parla nemmeno».

«Ma starò attento, dai, lascio la macchina cento metri prima e faccio portone portone».

«Come una spia da operetta. Ma smettila».

«Sul serio, vedrai che non darò nell’occhio».

«Non è questo il problema».

«E allora qual è?»

«Uffa… non te lo posso dire».

«Devi ricevere qualche altro bel professore?»

«A parte che tu di bello… Jacopo: tu cosa mi dici sempre? Che non vuoi sapere niente, no? E allora niente ti dico».

«Ma stavolta, visto che ci mette i bastoni fra le ruote, ci tengo a saperlo».

«E va bene e peggio per te. E' arrivata della… merce. Siccome il magazzino è pieno, ebbe’… n’è avanzata una discreta quantità ed è tutta qui a casa».

«Discreta quanto?»

«Il tanto da fare sì che se viene la finanza, o altri corpi dello stato, io finisco nei guai e pazienza, l’ho messo in conto. Ma se trovano te, visto il tuo lavoro, sei rovinato. E se ti succede una cosa del genere io mi sparo. Quindi… gira al largo!»

«Giu’, della mia vita sono responsabile io. Quindi se solo questo è il problema, fra mezz’ora sono lì».

«O mamma mia bella. Ma come devo fare con te? Va bene. Però dammi un’ora di tempo per organizzarmi, d'accordo?»

«Va bene, a dopo, ti amo».

La finanza per fortuna non si è fatta viva e nemmeno polizia, carabinieri, vigili urbani ed esercito. Però Giulia, nonostante avesse organizzato un simulacro di servizio di sorveglianza, in grado di darmi un minimo di preavviso per potermela squagliare, ha passato una notte agitata.

Svegliatasi alle cinque del mattino, ha fatto un paio di rapide chiamate parlando a mezza bocca, e ora mi impone di non alzarmi dal letto perché «Stanno arrivando Stanlio e Ollio, come li chiami tu, a ritirare la roba».

Mentre lei si dedica al "lavoro", io non posso fare a meno di riflettere che in fondo a quello stratificarsi di abitudini, che definiamo coscienza, un poco di disagio dovrei provarlo per aver “tifato” contro le forze dell’ordine. Mi consolo, pensando che la squadra per cui ho fatto il tifo non è una qualsiasi, ma è veramente quella del cuore.

Alvaro, il capo bidello, ha una vera e propria venerazione per Giulia per avergli lei salvato il culo nella vicenda del “cioccolato”, ma credo anche che ne abbia un poco di timore. Ed è per questo che mentre leggo il giornale in sala professori in attesa dell’ora di lezione, mi annuncia tutto compunto: «Professo’, qui c’è la signorina Perrella che vorrebbe conferire con voi».

Annuisco, visto che se parlassi la mia voce potrebbe uscire non tanto normale, e lui la fa entrare. Lei si guarda intorno e poi, accertatasi di essere soli, mi dà un rapido bacio. Dopo aver rievocato che da quelle famose sere in cui corremmo la nostra avventura, lei non era più entrata lì, le chiedo se sia successo qualcosa e ne ricevo conferma.

«Sì e no, amore. Ma niente che tu non riesca a risolvere. Stamattina mi ha telefonato Lucia, chiedendomi se tu mi avessi parlato del “chimico”».

«Tu che le hai detto?»

«E che le dovevo dire? Che me ne hai parlato, e che non me ne passa nemmeno per la testa di pensarci».

«Hai fatto bene».

«Però lei ha insistito. Era come se volesse lanciarmi una sorta di messaggio, ma io non ho raccolto. L'ho pregata di scusarmi ma che al momento avevo da fare, e ho riattaccato».

«Sì, va bene, ma non capisco cosa dovrei risolvere io».

«Jacopo, per prima cosa tu un poco di ascendente su di lei ce l’hai. Secondariamente sei molto più pacifico di me. Io potrei anche arrivare a darle un cofano di mazzate. Quindi parlale, e dille che lei il chimico, o Ciccio o ‘Ntuono che sia, se lo deve levare dalla testa».

«Va bene, vedrò cosa si può fare. Tu, tutto a posto?»

«Sì, sì. Stanotte vengo io da te, ti va?»

«E me lo chiedi?»

Generalmente, dopo aver parlato con Giulia, resto sempre per una decina di minuti in stato di contemplazione, mentre nella testa iniziano a scorrere fotogrammi di momenti del nostro rapporto.

Stavolta non è così e la cosa mi preoccupa, sia per essere cambiato il film, sia perché quello che sto guardando non appartiene al genere di commedia con happy end, ma a quello dell’orrore. Ed è un film pure di quelli brutti, di quelli che non solo mi rifiuto di guardare, ma persino di comprare il dvd e tenerlo a casa. Hai visto mai che nottetempo mi saltino fuori zombi e licantropi?

Però questo film, benché più terrificante di tanti altri, chissà come mai mi affascina, facendo sì che aumenti la mia paura. Mi chiedo se per caso non avesse ragione il povero Nietzsche, quando affermava che se guardi l'abisso quello finisce per guardare te.

Adesso ho di fronte due opzioni: la prima è quella di dire a Giulia, che sapendo come è fatta Lucia, meglio sarebbe lasciar cadere la cosa anziché parlarne, così da farla accanire ancora di più. L’altra è imporre tassativamente a Lucia – già, ma con quale autorità?– di dimenticarsi di costui e del suo armamentario, ma soprattutto tenere lontana la questione da me e da Giulia, che come lei sa ha ben altri… altre cose per la testa.

Dopo aver metaforicamente giocato a testa o croce, decido che fra l'affrontare la mia compagna o Lucia, tutto sommato quella con cui ho qualche possibilità è la seconda. Così, prendo il telefono, e la chiamo per fissare un appuntamento.

Con Lucia ci prendiamo il caffè, chiedendoci delle rispettive attività e di come vada la nostra vita sentimentale. La mia è notoria e lei mi comunica che approva incondizionatamente l’essermi messo con Giulia. A me, dice lei, fa bene perché così mi toglie un poco di grigiore, e in quanto a Giulia: «Ebbe’, la conosci meglio di me. E’ bella e brava ma ha bisogno di qualcuno che le dia una regolata, facendo le veci del padre. E chi meglio di te?» Grazie tante eh, penso. Ma non lo dico!

In quanto a lei... «Credimi, mi sto dando una calmata. Esco solo con un medico. Per ora siamo solo amici, e se poi fra amici ci scappa anche di finire a letto, mi sai dire che c’è di strano?»

«Già, che c’è di strano» le rispondo, pure non essendone convinto. Del resto questo spiega pure come mai Lucia, che con l’italiano nonostante i miei sforzi si prendeva a schiaffi, ora stia cominciando a riallacciare i rapporti. Ah, potenza dell’amore o quel che è. Poi, è il momento di venire al sodo e ci vengo:

«Luci’: Giulia mi ha detto che le hai telefonato, però non è riuscita a capire bene quello che volevi».

«Uh, veramente Giulia non ha capito? Non è che invece ha mandato te per cercare di sbrigare la pratica?»

«E va bene. Diciamo pure che Giulia, di questa storia, non ne vuole sapere».

«Ma quale storia. Io l’ho chiamata per sapere come stavate e poi, fra le altre cose…»

«Adesso sei tu che fai la furba. Veniamo al dunque, cosa volevi, anzi: quale era il messaggio?»

«Il messaggio, come lo chiami tu, è che io sono diventata amica di Ciccio o ‘Ntuono».

«Ma perché, è ancora ricoverato?»

«Ma quando mai. Lo hanno dimesso due giorni fa. Siccome abbiamo socializzato, sono andata a casa a trovarlo».

«Luci’, ma tu per socializzare intendi…»

«Ma se è appena di poco più vecchio di te! Nooo, ci sono andata per… parlare, ecco. Gli ho portato una stecca di sigarette, qualche pastarella…»

«Ma tu fossi uscita pazza! A uno che è stato ricoverato in Nefrologia porti le pastarelle? E tu saresti una futura infermiera?»

«Jacopo, io sono per la medicina della psiche».

«No, tu sei tutta scema!»

«Guarda che se a uno gli fai fare la vita del malato, quello si ammala sul serio».

«Luci’: se uno viene ricoverato vuole dire che è già malato. Comunque non sono qui per discutere sulle scuole di pensiero della medicina».

«Eh, lo so. Tu vuoi sapere di cosa abbiamo parlato».

«Non è che lo voglia sapere, però se me lo dici...»

«Veramente ha parlato sempre lui, e praticamente mi ha confermato quello che avevamo pensato: che il ripieno del cioccolato lo ha composto lui».

«Bravo! Un applauso, e uno anche a te che sei riuscita a scoprirlo. E chi è Miss Marple nei tuoi confronti?»

«Chi la conosce a questa. Per tornare al fatto, io gli ho chiesto se lui era capace di creare qualsiasi sostanza e lui ha detto… aspetta, come ha detto? Ah, sì. “Io posso mescolare sostanze e preparare prodotti che possono proiettarvi ovunque e farvi incontrare chiunque! Volete incontrare il Duce?”… a proposito, ma chi è questo Duce?»

«Lascia perdere che è meglio e vai avanti».

«"Volete parlare con Giulio Cesare, e io vi accontento! Vi andrebbe di incontrare Garibaldi? Eccomi a disposizione”».

«Ma le pastarelle, magari accompagnate da qualche sostanza alcolica, le aveva già mangiate?»

«No, no, era a digiuno. Scusa, Jacopo, ma perché sei così cinico?»

«Cinico? Ma quando mai… ah, ho capito, volevi dire “scettico”. Lo sono perché non mi pare possibile una cosa del genere. E lasciami prevenire una tua eventuale obiezione, sull'avere noi sperimentato le sue capacità, dicendoti che secondo me la cosa è irripetibile. L'altra volta, chissà come, ha avuto la botta di culo di creare quella sostanza e adesso se ne vanta, senza rendersi conto dei guai che potrebbe passare».

«Io sono pronta a scommetterci tutto quello che ho, che lui è in grado di fare quello che dice».

«Scommessa rifiutata, Luci’. Se vuoi andare a trovarlo sei libera, se vuoi farti preparare una sostanza che ti spedisca ad Hollywood padronissima. Ma non cercare di coinvolgere me, e soprattutto Giulia, in questa questione».

«Vabbe’, ho capito la cosa, come si dice, la anfi…»

«L’antifona. Complimenti per la ricerca dei termini giusti. Questo medico ti deve avere proprio fatto perdere la testa».

Undici

Tornato dall’incontro con Lucia, avverto come una sorta di disagio. Provo a capirne la causa e, dopo aver escluso la fame, l’esserci qualche libro o dvd fuori posto, non l’assenza di Giulia, in quanto quello è un disagio perenne; scopro che è legato ad un qualcosa che ha detto la mia amica. Ma in che momento della discussione e cosa, proprio non mi viene in mente.

Provo a far finta di non pensarci, in modo che venga a galla "spontaneamente”, ma non succede. Quindi, siccome non ho voglia di cucinare né di andare a scroccare la cena a mammà, me ne vado alla trattoria in cui mi rifugio in circostanze come questa, e dove sanno come trattarmi.

E’ solo la mattina dopo, grazie all’involontario aiuto di Teresina, che riesco a capire la causa del disagio che, una volta risolto l'arcano, mi passa ma caricandomi di preoccupazioni.

La novella signora e mia ex allieva mi invia un messaggio: “So che forse, ma solo forse, mi sto dando la zappa sui piedi ma, per amore di verità, ti mando una mail con allegato un articolo che ho trovato. Fermo restando che rimango, fortemente, della mia opinione. Un bacione”.

Così, apro la posta e trovo la mail, con allegato un articolo in cui si parla di elargizioni, utili a finanziare il piano di annessione del Regno delle Due Sicilie. Non faccio nemmeno in tempo a finirlo tutto, che quattro sillabe mi schiudono le porte della memoria, facendomi ricordare cosa abbia detto il famigerato “chimico” a quella pazza scatenata di Lucia: che lui era in grado di fare incontrare, a chi volesse farlo, Ga-ri-bal-di!

Eh no, Jacopo Lunatico, no! Punto primo, tu credi ancora che costui (il chimico non Garibaldi) millanti. Punto secondo, Lucia è fuori persino dalla galassia. Punto terzo, tieni famiglia, sia pure sui generis. Punto quarto, Giulia ti spara e poi invoca il delitto d’onore, anche se è stato abrogato.

Però, se la calunnia è un venticello la curiosità è un tornado e io ci sono proprio in mezzo. Cerco di non farlo ma continuo a pensarci e ripensarci. Così, quando Giulia, fuori sede per l'organizzazione di un matrimonio, durante la telefonata mi chiede se ho parlato con Lucia, non faccio lo gnorri perché la insospettirei, mentre se approfondissi la questione, conoscendomi, penserebbe che non me ne importa. Di conseguenza le espongo tutto per filo e per segno, compresi i miei commenti e, come volevasi dimostrare, Giulia… non abbocca e mi fa: «Amore mio, ma non è che tu, a tempo perso, ti stessi facendo venire qualche pensiero?»

«Giu’, io l’unico pensiero che ho in questo momento…»

«Jacopo: non posso nemmeno rimproverarti, visto che quel pensiero è venuto pure a me. Però, fino a domenica notte, non se ne parla».

«Domenica notte? Una vita!»

«Ma se è già sabato sera!»

«Appunto: una vita. Per quello che riguarda la storia di Lucia stai tranquilla. Non ho detto "stai serena", bada. La cosa non mi interessa, anche perché continuo a pensare che la persona racconti solo un cumulo di stupidaggini».

«Va bene, se mi assicuri che è così, ti credo».

Vi giuro che, da quando sto con Giulia, non solo non ho mai toccato un’altra donna né l’ho guardata e tanto meno pensata. Però, in un qualche modo, ora la sto tradendo visto che non faccio altro che riflettere sulle prospettive che si potrebbero aprire, se il chimico fosse veramente in grado di realizzare quello che millanta, o che è Lucia alla quale la "fantasia" non manca, a fargli millantare.

Innanzitutto… ebbe’, credo che un “viaggio” in una certa epoca potrebbe dirimere l’annosa questione fra me e Teresina, incentrata sul dilemma corruzione sì corruzione no. Poi, sono o non sono un professore di Storia? Il veder svolgere gli avvenimenti che caratterizzarono la nostra annessione al Piemonte sotto i mei occhi, sarebbe una cosa strabiliante. Un’esperienza unica ed impagabile.

Ora, qualcuno di voi mi fa notare che, essendo io un’insegnante al soldo dell’italiano e di chi lo rappresenta, non possa permettermi il lusso di parlare ai miei studenti del “Bieco Cavour che corruppe lo stato maggiore borbonico e patapim e patapam”. Nossignore! Io devo (dovrei) spiegare la storia come da programma e da manuale, magari non mettendomi sull’attenti ad ogni squillo di tromba, o facendo risuonare il “Si scopran le tombe si levino i morti” (che, detto fra noi, porta pure male). Di fatto lo spiego come Ministero comanda. La mia voce scandisce che grazie agli eroici sforzi di Cavour, Mazzini e Garibaldi, il sud d’Italia venne finalmente liberato dal tirannico Borbone.

Lo dico, ma dico anche che ci sono versioni diverse, limitandomi asetticamente ad illustrarle. Ma poi, siccome il padreterno mi ha fornito due mani e una faccia, e a noi che viviamo in queste terre pure la sapienza dell'usarle nel modo appropriato, faccio esporre ad esse la spiegazione di come penso siano andate veramente le cose.

Resta il fatto che seppure questo Ciccio o ‘Ntuono fosse veramente in grado di fare quello che dice, e Giulia mi concedesse di sperimentarne le peculiarità, resterebbe sempre il problema di determinare come ritrovarsi, e in che veste, nell'epoca di nostro interesse.

Stavolta non si tratterebbe di incrociare personaggi di fantasia. Qui una Lucia Mondella che si dà alla bella vita non la troveremmo, per quanti sforzi potesse fare Amedeo. Per meglio dire: un Nino Bixio che a Bronte abbraccia gli jacqueristi, qui non entrerebbe nel quadro. Ma poi arresto il corso di questi pensieri perché... cosa c’è di meglio, il sabato notte, che pensare alla persona che ti è più cara nella vita?

Lucia si fa una risata e scuote la testa, mentre il suo accompagnatore mi guarda torvo. L’ho attesa all’uscita dall’ospedale e ora, dopo che ha chiarito a “lui” chi fossi “io” facendogli un poco addolcire l’espressione, ce ne stiamo al bar a berci il caffè. Visto che lui non si rende conto (o non vuole) che è momentaneamente di troppo, ci tocca parlare in codice.

«Luci’, senti, avrei necessità di parlare con quel signore che conosci tu. Quello che… insomma…»

«Ah, Vuoi dire quello che lavora all’agenzia di viaggi?»

«All’agen… ah sì, sì, lui».

«Quindi ti è tornata la voglia di partire?»

«Be’, per adesso volevo solo farmi fare un paio di preventivi, sai com’è».

«Va bene, non c’è problema, trovo un momento libero e ci andiamo».

«Ma no, Luci’, ti ringrazio per la disponibilità, ma non è il caso che ti disturbi. Basta che mi dai l’indirizzo…»

«Nessun disturbo, Jacopo, e poi chissà che non decida pure io di farmi un viaggetto». Poi, da consumata attrice, si rivolge a quello che ho capito essere il medico con cui si accompagna, a meno che non sia tornata all’antico: «Che dici, Giorgio, te lo faresti un viaggetto con me?»

Lui deglutisce senza rispondere e lei riprende a parlarmi: «Quindi, visto che è capitata l'occasione, ci andiamo insieme. Io adesso mi guardo l’agenda e il primo buco che trovo ti chiamo».

«Guarda, Luci’, domani non ho lezioni, quindi se a te va bene si potrebbe anche fare di mattina».

«E adesso vedo».

Ringrazio, saluto, vado a pagare il conto, senza che il dottorino nemmeno si degni di dirmi di lasciar stare. Poi, mentre mi avvio verso l’uscita, la carogna, lei non lui, mi colpisce a tradimento: «Uh, Jacopo, toglimi una curiosità: ma viene pure chi sai tu con te?»

A “chi so io” per ora decido di non dire niente. Prima voglio farmi una mia idea e poi, eventualmente, raccontarle tutto. Metti che accerti che sia corretta l'ipotesi dell’essere il chimico un fanfarone, litigo – e di brutto – con Giulia gratis et amore dei? Sì, lo so, tutto il ricamo sulla lealtà, sulla sincerità, sul dirsi tutto. Ma c'è qualcuno in grado, su questo argomento, di scagliare la prima pietra? Ebbe', visto che qui non è arrivato nemmeno un sassolino, andiamo avanti.

Lucia non fa passare nemmeno un’ora, che mi chiama comunicandomi che domani mattina alle dieci va bene. Mi fissa l'appuntamento in un bar da dove, dice lei, la casa del chimico dista poche decine di metri. Annuisco a me stesso e ringrazio lei.

Quindi, come aveva detto Giulia quando mi aveva comunicato il suo ramo di attività, abbiamo tratto il dado. Sono proprio curioso di capire, guardandolo negli occhi e valutando la persona, se questo racconta una marea di sciocchezze oppure… e mentre in superficie spero che la verità sia la prima, sottovoce mi dico che non mi dispiacerebbe se fosse l’oppure ad essere vero.

Ma poi tutto precipita, perché Giulia mi chiama per dirmi che domattina, essendo io libero e lei altrettanto, ci potremmo vedere a casa mia intorno alle dieci, se a me va bene.

«Ma figurati. Non vedo l’ora» recito spudoratamente, in attesa di inventarmi una scusa. «Quindi alle dieci? Benissimo, ti aspetto…» e poi, finalmente, si apre uno spiraglio fra le nuvole del cielo tempestoso.

«Uh, no, madonna mia. E io me n’ero proprio scordato. Perdonami, amore, ma proprio non posso».

«Ah no? Posso sapere a quale importantissimo impegno dovrei cedere il passo?»

«L’impegno non è importantissimo, ma ho dato la mia parola e non posso tirarmi indietro».

«E, per scendere nel concreto, per cosa e a chi hai dato la tua parola?»

«Al tuo ex preside, ma che per somma sfortuna è ancora il mio. Mi ha chiesto di dargli una mano per evadere alcune pratiche e io, pur potendo dirgli di no, non l’ho fatto. Lo sai come sono, no?»

«Lo so sì. Comunque, quando è così. Peccato però, una volta che siamo liberi tutti e due...».

«Non me ne parlare! Maledetto a me che mi faccio sempre coinvolgere».

«Ma dai, amore, è cosa di niente. Ci rifaremo».

Pensate che io adesso mi debba sentire in colpa per aver mentito a Giulia? Ebbene… no! Ed è un no convinto, in quanto a Giulia, in qualsiasi modo andrà a finire la questione, glielo racconterò. Voi potreste replicare che tanto valeva dirglielo subito. E no, ribatto io, certamente voi un poco la conoscete ma non tanto bene quanto me. Perché se glielo avessi detto ora, tanto avrebbe detto e tanto avrebbe fatto che mi avrebbe dissuaso. Oppure avrebbe dissuaso Lucia. Con metodi su cui è meglio non indagare.

Ed è così che mi ritrovo, alle dieci spaccate, di fronte alla porta dell’appartamento del famigerato Ciccio o ‘Ntuono, trasecolando quando Lucia, invece di bussare, bellamente tira fuori una chiave dalla borsetta e con quella apre la porta.

Quando lei si accorge che sono rimasto a bocca aperta, me la fa chiudere spiegando che la chiave gliela ha data lui, casomai si sentisse male e avesse bisogno di aiuto. Faccio finta di crederci e annuisco, mentre lei mi fa strada.

Ora, non è che mi aspettassi l’antro dello stregone però, che so: un poco di piatti sporchi in cucina; una canottiera sul divano; qualche cicca di sigaretta in una tazzina con i rimasugli del caffè. Ecco, questo mi aspettavo. Invece no! Questo disgraziato, si fa per dire, ha una casa da esposizione sia nell’arredamento che per la pulizia. E io comincio a pensare che ciò di cui questo si vanta non sia poi così irreale.

Quando finalmente lo vedo, cade anche la mia ultima perplessità. Perché Ciccio o ‘Ntuono, o Achille Pedicelli essendo così registrato all’anagrafe, è un bell’uomo dall’apparente età di cinquanta anni. Apparenza ingannatrice, visto che in seguito Lucia mi metterà al corrente che di anni ne ha dodici di più.

Nel mio immaginario lo avevo sempre visualizzato come una sorta di Aqualung… come chi è questo Aqualung? Ah già, signorina, forse lei è troppo giovane ed i suoi gusti musicali non sono tanto per la quale. No, non intendevo offenderla e vengo al dunque. Il suddetto Aqualung è un barbone o homeless, per dirla in modo politicamente corretto, protagonista di un brano di un gruppo il cui leader, scozzese, suona il flauto e a tempo perso alleva salmoni. Il nome? Ma che glielo nomino a fare, tanto a lei non direbbe niente!

Dicevo: non proprio un barbone, quello no. Ma non mi aspettavo di trovarmi di fronte una persona in giacca e cravatta, poco dopo le dieci del mattino e a casa sua.

Guardo Lucia e lei sostiene lo sguardo, rispondendo alla mia muta domanda con un altrettanto silente “No, non l’ho fatto… per adesso”. Ci accomodiamo attorno ad un tavolo e, dopo aver scambiato un poco di convenevoli in cui la fa da protagonista Lucia, lui viene subito al sodo:

«Mi diceva la nostra comune amica che voi, caro professore, siete molto curioso di appurare se quello che ho avuto la fessaggine di confessare in un momento di debolezza, sia la verità oppure uscito dalla fantasia di un uomo, inizialmente debilitato dalla malattia, e in seguito incantato dalle fattezze dell'angelo qui presente».

Mi viene da pensare che ancora più persuasivo è l’angelo, se sotto il camice indossa una microgonna ed inizia ad accavallare le gambe. Ma questo pensiero lo tengo per me, mentre lui prosegue.

«Quindi, avendomi illustrato Lucia la vostra intelligenza e serietà, ho deciso di raccontarvi le cose come stanno».

«E vi dispiacerebbe se pure io venissi illustrata su come stanno le cose?»

Dodici

Non è stata Lucia a parlare né il chimico. Né, tanto meno, la voce della mia coscienza. Nessuna delle loro tre voci mi agghiaccerebbe come fa questa, in una tale circostanza.

«Mi perdonerete se sono entrata, ma la porta, questi due, se la sono dimenticata aperta» si rivolge Giulia a Ciccio o Ntuono. Poi mi guarda, e penso che finché campo o finché stiamo insieme (che per quello che mi compete ha la stessa data di scadenza), non voglio più essere guardato da lei in questo modo.

«Giulia», faccio io, ma poi mi fermo perché lei scuote la testa. Lucia, invece, la butta sul ciarliero: «Uh Giu’, ma che bella sorpresa, ma chi te l’ha detto che stavamo qua?» Poi, in qualche modo, cerca di tenermi fuori dai guai: «Guarda che sono stata io a volere che Jacopo non ti dicesse niente».

Giulia le appoggia una mano sulla spalla e le dice che non fa niente, e che non ce l’ha con lei. In tutto questo, il padrone di casa da vero uomo di mondo, prima fa il distratto e poi se ne esce con l’invito di prammatica: «Che ne direste se prima di metterci a parlare ci bevessimo un poco di caffè?»

Quando lui si allontana per trafficare in cucina Lucia lo segue e io, e quella che spero sia ancora la mia compagna, restiamo soli. Ci guardiamo e poi scoppiamo a ridere, finché lei non mi mette una mano sul braccio.

«Amore mio: non nascondermi più niente, per favore. Se lo fai tiri fuori una parte di me che mi fa schifo».

«Giu', se l’ho fatto è stato solo…»

«Jacopo, cerca di capire: lo so bene perché l’hai fatto. Ma quando mi sono accorta che avevi raccontato una balla, perché tu le balle non le sai raccontare, mi si è chiusa la vena. Ti ho visto, nella mia testa, fra le braccia di un’altra pur sapendo che era impossibile. Ma una cosa è la ragione e un’altra la paranoia. Allora stamattina ti ho seguito, ed è questo che mi fa più schifo, tranquillizzandomi solo quando ho visto che avevi un appuntamento con Lucia».

«Perché, Lucia non è pure lei una donna?»

«E pure bella e bona, Jacopo. Ma tu sei costituzionalmente incapace di fartela con un'amica... a parte me. Ma lasciami finire, ti prego. Quindi, ho fatto due più due e allora… e che ci vuoi fare, mi ha preso pure a me la curiosità».

«Va bene, Giulia, ti chiedo scusa. Prometto che da oggi in poi mi comporterò bene. Se vuoi te lo scrivo nella letterina di Natale».

«Ma quanto sei scemo» e mentre lo dice lascia la sua postazione per sedersi in braccio, fino a che un colpo di tosse maschile e un “Uh, ma guardali come sono belli” femminile, ci fa capire che il caffè è pronto.

«Io sono stato sin da piccolo un fanatico di queste cose». Così esordisce Achille Pedicelli meglio conosciuto come Ciccio o ‘Ntuono o il chimico. «Se vi raccontassi tutti i guai che ho combinato a casa di mammà e papà, non ci basterebbe tutta la giornata. Ve li risparmio. Poi, da grande, potevo non perseverare? Mi sono fatto l’Industriale e poi mi sono iscritto a Chimica. Ma là mi sono accorto che la scuola non faceva per me. Tutto fumo e niente arrosto: teoria a bizzeffe, formule e altri orpelli. Così mi sono deciso a fare da solo e a sperimentare. Ma anche qui vi taccio le tappe di una carriera, e vengo subito al punto che vi sta a cuore».

«Caro signore» lo interrompo, «in verità a noi non sta a cuore proprio niente. Siamo solo curiosi di sapere come siete arrivato a scoprire quella sostanza, che come vi avrà certamente raccontato la nostra amica lingua lunga, ci ha indotti a quella “fantasia”».

«Come ci sia riuscito, non lo rivelerò nemmeno sotto tortura».

«Certe volte, le frasi fatte possono trovare riscontro nella realtà, specialmente se le cose si vanno a sbandierare in giro».

Lui si volta verso Giulia e quello che vede, e coglie, nel suo sguardo, non gli deve piacere molto perché si rivolge sia a me che a Lucia: «Ma la signora vostra amica, chi è precisamente?» Noi non rispondiamo, visto che è lei stessa a farlo.

«Tranquillizzatevi, da me non avete niente da temere in nessun senso. Però, conoscendo un poco le cose di questo mondo, mi chiedo se vi rendete conto con chi avete avuto a che fare».

«Signora bella, io certe domande non me le pongo. E’ venuto uno mai visto né conosciuto, e mi ha chiesto di preparare una sostanza diversa dalle solite e che facessi pure a mio piacimento. Poi, se la cosa avesse avuto successo, se ne sarebbe parlato. La cosa non deve aver avuto riscontro positivo, visto che non se n’è più parlato».

«In parte è così. La cosa, pure efficace e di grande effetto, dal punto di vista commerciale non dava affidamento. Ma in tutti i casi, anche se lo avesse dato, ebbe’… diciamo che la ditta che ve l’ha commissionata è fallita».

Lui ci pensa un po’ su, deglutisce e riprende «Capisco. Quindi voi mi consigliate?...»

«Ma non mi permetterei mai di consigliare a voi, uomo di esperienza, una qualunque cosa. Al massimo, se proprio fossi al vostro posto, mi dedicherei a qualcosa di meno “impegnativo”».

Lui sospira, si alza e si mette a passeggiare, mentre io e Lucia lo seguiamo con lo sguardo, e Giulia tiene fisso il suo su di un punto in cui fa bella mostra una pianta. Poi il chimico si ferma, allarga le braccia e riprende:

«E che ci vogliamo fare. Sono stato poco avveduto. Per fortuna mi state assicurando che la ditta ha fallito. Ma siete proprio sicura che tutti i dirigenti…»

«I pesci grossi sono tutti in fondo al mare, quelli più piccoli… ebbe’, sapete come vanno le cose, li ha pescati qualcun altro».

«E questo qualcun altro?... »

«E questa “qualcuna”, diciamo che vi ha preso in simpatia e che quindi potete campare tranquillo. Ma, come disse nostro Signore all'adultera: “Vai e non peccare più”».

Lui si risiede pesantemente e poi, da persona intelligente quale è, annuisce. Giulia gli sorride, sorride a Lucia e sorriderebbe anche a me se non mi sentisse dire: «Ma così, tanto per parlare, non è che avevate qualcosa altro di pronto?»

«Qualcosa ci sarebbe».

«Cioè?»

Lui, prima di rispondere, dà un'occhiata a Giulia che lo rassicura: «Don Achi', ma voi lo vedete com'è capatosta il mio fidanzato? E che ci vogliamo fare. Degnatevi di una risposta, ve ne prego».

«Se me lo dite voi, signora bella... dunque, vedete: questa qui più che sull'immaginazione come era per l'altra, agisce sulla memoria. Quando incontrerete un personaggio storico...»

«Caso mai capitasse!» faccio io.

«No, no. E' certo che lo incontrerete, ci metto la mano sul fuoco» ribatte lui.

«Il mio fidanzato vuole dire "se mai capitasse" di ingerire la vostra sostanza. Non ne sta mettendo in dubbio l'efficacia» mette il punto Giulia.

«Ah, ho capito. Quindi, se mai capitasse, voi ne avreste la rappresentazione in base a tutto quello che avete, come posso dire... ecco, assimilato di lui. Anche le cose piccole o insignificanti che, magari, non le ricordate nemmeno più».

«Se ho ben capito, mi state dicendo che, facciamo l'esempio di Garibaldi, mi direbbe quello che già so e penso di lui?»

«Bravo professo', avete capito bene».

«E allora lo vedi che non ha senso?» mi dice Giulia. «Come faresti a scoprire se è giusta la tua idea o quella di Teresina, se quello che ti direbbe lui o chiunque altro, sarebbe solo frutto delle tue conoscenze?»

La guardo e dico che ha perfettamente ragione, che la sua tesi non fa una grinza ed è da manuale, etc. etc. ma c'è un "però", ed è grosso come una casa. Quindi devo porre una domanda al chimico.

«Sentite, don Achille: che cosa succederebbe se insieme a me venisse una persona che ha, del personaggio, esperienza altrettanto vasta ma completamente opposta?»

«Mi perdonerete se vi rispondo così, ma non posso farne a meno: non lo so proprio e non è nemmeno un problema mio. L'unica cosa che vi posso dire, è che pure stavolta, come quella precedente, tutti coloro che parteciperebbero vedrebbero e sentirebbero le stesse cose».

«Capisco. Perché vedi, amore», così dicendo mi rivolgo a Giulia e non al chimico, «venendo con noi Teresina il problema sarebbe risolto».

«O ne nascerebbero altri. Comunque la cosa non s'ha da fare, per dirla come don Rodrigo tramite i bravi».

«Già», faccio io a malincuore. Ma subito mi si risolleva il morale, quando Giulia pone a sua volta una domanda al chimico.

«Ma così, sempre tanto per parlare, come è che si stabilirebbe il periodo storico da "visitare"?»

«Lo stabilisce il dosaggio» risponde lui. «Più aumenta e più si va in là nel tempo. Ma più si va avanti e più aumenta sia il tempo di… diciamo soggiorno che il pericolo di assuefazione. Tenete presente, che per periodo intendo un arco di tempo di una ventina d'anni, ma di questo non ne sono tanto certo».

«E quale potrebbe essere, a vostro giudizio, un limite abbastanza sicuro?» lo interrompo.

«Facciamo una cosa, voi mi dite il periodo che vi interessa e io vi dico la fattibilità».

«Dunque, vediamo un po’» faccio finta di pensarci su, ripreso da Giulia che con un mezzo sorriso mi rinfaccia: «Ma smettila, ipocrita, che lo sappiamo benissimo quale periodo ti interessa».

«Va bene, mi arrendo. Diciamo quello della spedizione dei "Mille"».

« Ah, allora Garibaldi non era solo tanto per fare un esempio. E non c’è problema. Dose bassa. Di conseguenza si rimane circa un'ora sotto l'influsso. Questo, però, se da un lato rende quasi nullo il periodo di assuefazione, allo stesso tempo, come vi ho spiegato, fa sì che il tempo virtuale sia poco più del doppio rispetto a quello reale. Quindi chi va si deve sbrigare a parlare con i personaggi, oppure riandarci in un'altra occasione. In ogni caso, se doveste farlo, fareste bene a far passare almeno un paio di giorni fra un'assunzione e l'altra».

«E quale sarebbe il limite di sicurezza?»

«Fino a tre dosi nessun pericolo di assuefazione. Un'altra dose potrebbe darvi, nei giorni seguenti, un poco di nausea e qualche mal di testa. Diciamo che la quarta è l'avviso ai naviganti. Oltre... non garantisco».

Giulia scuote la testa e si alza. Io faccio altrettanto, ma di malavoglia, mentre Lucia rimane incollata alla sedia, facendoci capire che si trattiene.

Poi, La mia compagna mi fa una domanda, a cui spetta dare una risposta ponderata e, soprattutto, sincera.

«Fammi capire una cosa: ma perché ci terresti tanto a rifare l’esperienza? E' voglia di rivivere un bel periodo? Curiosità scientifica? Dimostrare a Teresina la giustezza della tua teoria, oppure prendere atto che ha ragione lei e metterti l'anima in pace? Cosa ti spinge a voler assumere una cosa, che come l’altra a dire il vero ma allora eravamo inconsapevoli, potrebbe essere dannosa?»

«A parte che per la seconda assunzione eravamo ben consapevoli… cosa mi spinge? Lo hai detto tu. Il capire se la mia visione del Risorgimento è corretta e che di conseguenza, a scuola, vi abbiamo imbottito di storie edulcorate, mentre in realtà l'Italia è stata costruita sull'imbroglio, la truffa e l'inganno. Cosa che vista quella contemporanea poco mi sorprenderebbe. Ma sempre pronto, se mi sbagliassi, ad insegnare la storia ufficiale e, a partire da domani, senza fare smorfie e senza alzare gli occhi al cielo».

«D'accordo, credo di capire e capirti. Però come la mettiamo col fatto che le cose che appureresti sarebbero frutto della tua conoscenza? Zitto! Lo so cosa stai per dirmi, che se viene Teresina allora... e se invece, venendo pure Teresina, finireste per tirare, diciamo Garibaldi, per la giacchetta provocando un casino colossale?»

«Non credo. Ma se mai lo sperimenterò mai lo saprò. E del resto» cerco di buttarla sullo scherzoso sentimentale, «non ci sarai tu a togliermi dai guai?»

«Sai, a dirti la verità non mi dispiacerebbe rifare questa cosa. Non credere che non ci stia male al pensiero di essere passata da studentessa, e pure brava come tu stesso puoi testimoniare, a fare la contrabbandiera e la mezza maitresse».

«E allora facciamolo, Giulia, facciamolo, dai!»

«No, amore. Tu se vuoi vai pure, ma io non vengo».

«Ma se hai detto un minuto fa che ti farebbe piacere. Qual è il problema reale? Tu non hai paura di niente e nessuno e in quanto a me... e dai, Giu', cosa vuoi che possa succedere».

«Non lo so, Jacopo. So solo che non mi va di venire. Forse, sotto sotto, spero che non andandoci io tu alla fine rinunci. Sono contorta, lo sai bene».

«Ma non dire sciocchezze! Ci andrò, e mentre me ne starò là a qualche secolo di distanza tu, in realtà, sarai a qualche metro da me».

«Quindi avete deciso?» si fa sentire il chimico. «Se è per il sì, mi fate sapere in quanti siete ad usufruire del prodotto e, tempo ventiquattr'ore, è pronto».

«Non ancora» gli risponde Giulia. «Dobbiamo parlarne fra noi e soprattutto capire da quanti verrà usato. Ma, se decidessimo per il sì, visto quello che in passato ci è capitato anche a causa vostra, ci dovrete fare un bello sconto». E io la guardo meravigliato, non riuscendo a capire se faccia sul serio o stia scherzando.

«Non parliamo di prezzo nemmeno per sbaglio. Sono in debito con voi tutti, ed in particolare con voi due signore, sia pure per motivi diversi. Quindi ve ne farò gentile omaggio».

«Però un regalino te lo devi lasciare fare, non è vero Achille?» sentiamo dire a Lucia mentre usciamo. E ad entrambi non resta che alzare gli occhi al cielo.

Tredici

E ora, qui a casa mia, ci ritroviamo gli stessi della riunione delle "rivelazioni". Mentre Giulia riferisce quello che ci ha detto il chimico, e gli altri assimilano le sue parole, io li guardo uno per uno e rifletto sugli intrecci della mia vita con le loro.

Guardo Rosa, che nonostante la non più giovane età, fa ancora fischiare gli uomini per strada. Professoressa brava ed umana, un matrimonio sbagliato e niente altro, fino a che non si è tuffata fra le braccia di un nostro giovane collega.

Sempre a proposito di professori, ecco Carluccio. Qualche cretino potrebbe commiserarlo per la sua cifosi, mentre invece ha una vita pienissima in virtù delle sue passioni, e su tutte questa meravigliosa, sincera fino allo spasimo compagna, che risponde al nome di Chiara.

Poi c'è Amedeo, che diventi o meno un atleta di livello nazionale, niente gli potrà togliere la pacatezza, la gentilezza d’animo e la voglia di approfondire anche le minuzie. Accanto a lui la sua compagna Stefania, di dieci anni più “vecchia”. Tipa tosta, decisa e schietta, ed in grado di tenermi testa come conoscenza e cultura.

Tutta seria sta Lucia, come poche volte l’ho vista a scuola. La cara, simpatica, estroversa e generosa (sia con le virgolette che senza) Lucia, che spero voglia tuffarsi con me in questa replica. Poi Giulia. E che ne parliamo a fare? Giulia è la mia vita. Per Giulia ho accettato cose che voi umani… vabbe’, ci siamo capiti. E lei altrettanto in quanto, alla torta delle sue sofferenze, ha aggiunto la ciliegina dello stare con me.

Il mio sguardo si ferma su Teresina. Campassi cento anni, studenti come lei non ne avrò mai più. Teresina, che al presente percepisco malinconica, e mi chiedo ripromettendomi poi di chiederlo a lei, se il matrimonio stia andando nella giusta direzione.

Intanto, Rosa ci sta rendendo edotti della sua decisione: «No, cari. Vi ringrazio ma stavolta non ci sto. Ho paura che non riuscirei a divertirmi come l'altra volta. Poi, non vorrei che mi succedesse quello che è capitato al ritorno. Non che lo rimpianga, ma... stavolta passo la mano. Largo ai giovani».

Ne prendiamo atto, attendendo che altri si pronuncino. Lo fa Lucia, dicendo: «Siccome questo casino l’ho avviato io in qualche modo, avrei partecipato comunque. Ma anche perché sono curiosa di capire se qualche professore di mia conoscenza ci ha detto le cose come stanno, oppure ci ha raccontato un sacco di balle. Scherzi a parte, Jacopo, il discorso che ti ha fatto Achille non l'ho capito, ma ci vengo lo stesso».

«Luci’» la interrompo «Mi devi scusare se non ti ho detto di estendere l'invito al tuo compagno, però…»

«A chi?»

«Al tuo… a quello con cui esci, il medico...»

«Uscivo! Finito, chiuso, stop!»

«Ma cosa ti ha fatto» le chiede la solita, ingenua nonostante sia ora una donna sposata, Teresina.

«Quello già stava parlando di trovarci un appartamento. E che miseria: ma ti pare che io alla mia età mi vado a inguaiare in una relazione fissa? Roba da pazzi... esclusi i presenti, naturalmente».

Risata generale e viso rosso peperone di Teresina. Poi, visto che nessun altro si fa avanti, principio io ad interrogare, andando sul sicuro in quanto chiamo alla cattedra Amedeo che però, per la prima volta, mi delude.

«No, Jacopo, e il no è unicamente perché ho paura di prendere un qualcosa che potrebbe inguaiarmi con l’antidoping. Fra un mese ho i regionali e non voglio rischiare».

«Ti capisco perfettamente. Tutta la mia comprensione. E voi due, che ne dite?»

Chiara e Carluccio si guardano, poi scuotono entrambi la testa e per tutti e due parla lei: «Quando tu e Giulia ci avete “convocato”, abbiamo subito pensato ad una ipotesi del genere. Ci siamo parlati e abbiamo detto che non lo avremmo fatto. Saremo felicissimi di essere messi al corrente dei risvolti della storia, ma non ce la sentiamo di partecipare direttamente. Carluccio perché… non voglio io, ed il motivo è che possa sentirsi male. Lo sapete tutti di quanto sia delicato. In quanto a me la voglia ce l’avrei, ma dove va lui vado io, e se non si muove lui non mi muovo nemmeno io».

Non permetto a nessun muscolo, anche il più insignificante, di voltarsi verso Giulia. Ma il bruciore del suo sguardo mi sta trapassando la nuca.

«Va bene, per ora siamo io e Lucia e…»

«Ah, ma allora parliamo e non ci capiamo» interviene Stefania.

«Stefa’, io pensavo…»

«No, Jacopo, eppure l’altra volta sono stata precisa. Se dovesse capitare io ci sto».

«Sì, ma...»

«Sì, ma, un controfagotto! Mi considerate un’amica? Siccome credo di sì allora anche io entro nella lista, o no?»

«Certo! Però nel momento in cui non veniva Amedeo, ho pensato…»

«Con tutto il rispetto, e lo dico in maniera convinta, per quello che pensa sulla coppia Chiara, io sono io e Amedeo è un altro. E che, adesso mi dovrei mettere a correre i cento metri perché lo fa lui? Nossignore. Lui non va? E vado io, sempre che vi stia bene».

«Ma ci mancherebbe! Quindi anche Stefania è dei nostri. Andiamo avanti. Teresi’?»

Teresina mi guarda e le noto gli occhi luccicare, ma ho l'impressione che non sia per la contentezza e l’eccitazione.

«Sto quasi male nel dirlo. Anzi toglierei il quasi se non fosse per il motivo. Che occasione: rifare una tale esperienza, analizzare un periodo storico e verificare la giustezza o meno della mia tesi rispetto a quella di Jacopo. Che occasione, ripeto. E me la perdo. Però, conoscendo la tua profonda onestà intellettuale, sono certa che anche se dovessi aver torto tu, lo ammetterai senza problemi».

«Ma di cosa stiamo parlando, Teresi'! Questo rimette in discussione tutto. E che miseria, mi dici che caspita ci vado a fare? Per sentirmi dire, da Garibaldi o chi altro, cose in cui credo già? Non ha senso. Però dovresti essere così gentile da spiegarci il motivo della tua defezione».

Teresina scuote la testa e sorride. Ed è un sorriso che non le ho mai visto e che le si va allargando man mano che parla.

«Non intendo assumere nessuna sostanza sconosciuta. Non in quanto tema per la mia salute, ma per il rispetto e l’amore verso quella creatura che ho l'impressione mi stia fiorendo dentro».

E mi ritrovo ad avere i lucciconi agli occhi, visto che nel dirlo ha definito l'eventuale, futuro, nascituro, come lo si fa nella nostra lingua madre. Poi, parte il subisso di abbracci, congratulazioni, domande, felicitazioni, lacrimucce e bisbigli, mentre io guardo di sottecchi Giulia, e lei mi rilancia un sorridente labiale in cui leggo “vaffanculo, non ci casco”.

Ci riporta sulla terra come al solito Lucia che, stranamente, sembra aver colto lei sola un distinguo, da tutti noi saputo o voluto ignorare.

«Ne' coma': ma tu sei sicura di essere rimasta, per dirla come la canzone di Peppe o Ntuono, sott' 'a botta 'mpressiunata?»

E quando Teresina le fa presente che sicura sicura non è, ma che tutti i segnali sembrano portarla a quella conclusione, lei annuisce. Mentre noi restiamo sullo sfondo ad osservare quel rimando tennistico fra le due. Poi, Lucia le fa un'altra domanda, anzi "la" domanda: «Teresi', ma mettiamo il caso non fossi incinta, ci verresti?»

«E me lo chiedi pure?»

«Allora, se hai un quarto d'ora di pazienza... e se ce l'avete tutti quanti, cercherò di vedere cosa si può fare». Così dicendo si alza, prende la borsa, ci fa un cenno, ed esce dalla comune lasciandoci lì come tanti fessi, cosa che per la maggior parte di noi non è nemmeno la prima volta.

A dire il vero Lucia mantiene la sua promessa. Nemmeno un quarto d'ora dopo essere uscita, eccola di nuovo fra noi con un'espressione seria in volto. Mi chiede se il bagno sia sempre al solito posto e, dopo che glielo confermo, si avvia decisa. Poi, come ripensandoci, si rivolge a Teresina chiedendole se può, per favore (altro segnale inquietante questo), di accompagnarla.

Quando rientrano pochi minuti dopo, Lucia è quella di tutti i giorni, cioè spavalda e ridanciana e Teresina... pure. Nel senso dell'essere la solita, ma con una espressione indefinita che non riusciremmo a capire, se non fosse lei stessa a spiegarci:

«Questa meravigliosa scema della mia amica, comare, sorella, lo sapete dove è andata?» E al nostro muto diniego, lei riprende: «In farmacia, a comprare uno di quei gingilli che ti consentono di scoprire se sei incinta o meno». Lei tace e noi rimaniamo appesi alle sue parole, rispettosi dei tempi della sua narrazione, ma sforzandoci di non urlarle di sbrigarsi a parlare.

Per fortuna non dobbiamo attendere molto e, quando lo fa, appuriamo che: «Non so, sinceramente, se essere contenta o delusa del responso negativo del test. Però, se penso che per procreare c'è tempo mentre questo nuovo "viaggio" è un'occasione irripetibile, allora mi sento più che consolata. Pertanto... contate pure su di me».

Così tiro un sospiro di sollievo, fregandomene se posso apparire egoista. In fondo, come ha detto lei stessa, a restare incinta, marito permettendo, fa sempre in tempo. Ma non partecipando lei, mi dite che senso avrebbe avuto mettere su tutto questo can can?

Poi, proprio mentre stiamo per passare a discutere dei dettagli organizzativi, interrotti da Lucia che (naturalmente coram populo) raccomanda a Teresina di non "inguaiarsi", nei pochi giorni che mancano alla partenza, una mano si posa sulla mia spalla, e la voce che ho conosciuto in tutta la gamma delle sue tonalità si fa sentire.

«Le parole di Chiara mi hanno fatto riflettere, così come quelle di Stefania. Non saprei… non so a chi dare ragione e per quale delle due “filosofie” propendere. Però una cosa in questi minuti l’ho capita. A Jacopo sto togliendo molto. Non solo in termini di presenza fisica ma anche di quella mentale.

«Ci sono sere in cui sono così stanca o preoccupata, o entrambe le cose, che la mia testa è da un'altra parte. Ma lui c'è, talvolta pure lui stanco perché insegnare a certi diavoli scatenati, come sappiamo bene, non è uno scherzo. Ma lui è li che mi tiene fra le braccia o mi fa ridere, e quando non possiamo stare vicini fisicamente, mai mi fa mancare la sua solidarietà.

«E pure questo gli costa: quello di solidarizzare con una mezza delinquente, lui così ligio al dovere e alle leggi, anche quelle inique. Detto questo, pur capendo Stefania, io sto con Chiara e vado dove va Jacopo. Almeno questo regalo glielo voglio fare, visto che lui ci tiene. Perché, parliamoci chiaro: io, di Italia sì Italia no, me ne fotto bellamente».

Tre sere dopo, io e le mie compagne attorniati dagli altri che, per un motivo o per l'altro, hanno deciso di fare da spettatori, ingolliamo la dose che ci condurrà verso l'ignoto, accompagnandola con una passabile crema catalana.

Quattordici

Non sono solo io, ormai esperto per esserci stato due volte, a non far fatto fatica nel riconoscere in questo fabbricato che abbiamo di fronte, un carcere. Ma anche Stefania e Teresina e persino Lucia. Naturalmente non ho citato Giulia in quanto lei, un carcere, lo fiuta da lontano.

In questa piazza su cui domina l'edificio che abbiamo riconosciuto, niente ci indica in quale luogo essa sia situata. Vista l'epoca in cui abbiamo inteso approdare, l'unico che potrebbe averne attinenza, non essendo collocato in un luogo inaccessibile, è quello di Montefusco dove venne imprigionato Carlo Poerio. Ma pure, Teresina ed io, non escludendolo, riteniamo altamente improbabile che lo sia.

Giulia prova a scherzarci su, dicendo che è talmente tanta la mia apprensione, che ho fatto materializzare il luogo dove, nei miei incubi, lei andrà a finire. Non nego le mie paure, ma allo stesso tempo resto convinto che questo carcere ha qualcosa a che fare con la storia d'Italia. Visto che stando fermi non ne caviamo piede, e che non c'è nessuna Fatima a rallentarci come in passato, ci avviciniamo così da riuscire a leggere cosa vi sia scritto sulla targa apposta di fianco al portone d'ingresso. E quello che leggiamo fa scattare reazioni prevedibili, all'infuori di una che proprio non mi aspettavo.

Se aver letto sulla targa che questo è il carcere di Turi, fa sì che con Teresina ci si guardi basiti mentre Giulia e Lucia ci guardano dubbiose, in Stefania ciò produce una viva e profonda, oltre che trasparente, emozione.

Ben conscio che tutto quello che andremo a vivere sarà solo il prodotto di ciò che si annida nella nostra memoria, anche di quella che non serbiamo; è a lei che chiedo come, e perché mai, abbia fatto in modo di farci arrivare sin qui. Tralasciando di indagare sul che cosa ne sia delle teorie del chimico, relative alla connessione fra dose e periodo.

«Che vuoi che ti dica? Sicuramente sono stata io sia pure in maniera involontaria, visto che sicuramente nessuno di voi ha pensato alla persona che è stata, o è, reclusa qui».

«Stefa', io la sua biografia in gran parte la conosco. Anche se, a dirti la verità, del suo pensiero so solo lo stretto indispensabile, e quel poco non me lo fa sentire vicino come pensatore. Senza contare che per me, politicamente, è di un'altra era geologica. Non so voi...» E così dicendo mi rivolgo alle altre che ci stanno ascoltando, delle quali due sempre più perplesse.

Teresina allarga le braccia, come per dirmi "idem come sopra", mentre è Lucia ad incaricarsi di dare voce a quello che pensano lei e Giulia: «Ne', ma ce lo fareste il santo piacere di dirci chi è che hanno messo in questa galera?»

Resto zitto, ritenendo giusto e doveroso che sia Stefania a spiegare. Lei non si lascia pregare e, mentre lo fa, non smette di tenere gli occhi puntati su quel portone, pronta a catapultarsi ma insicura sul risultato, non essendo una veterana come noi, ben consci che nessun ostacolo materiale può frapporsi tra noi e le nostre proiezioni:

«Qui è stato imprigionato Antonio Gramsci, politico e pensatore italiano. Che per ciò che mi riguarda... sapete: non abbiamo mai avuto l'occasione, in precedenza, di metterci reciprocamente al corrente di come la pensiamo politicamente. Ci siamo visti molto poco, e sempre con la "mediazione" di Amedeo.

Ma a quello che mi è parso di capire, e non è che ci sia voluto molto, sia tu che Teresina» dice rivolgendosi a me, «siete pienamente democratici e antirazzisti; Giulia è un'anarchica di fatto, ma più o meno la pensa come voi e Lucia... come potrebbe essere non democratica una con il suo grande cuore? Io, però, per anni, sono stata una militante politica, lasciando a voi immaginare in quale organizzazione. Poi, visto che i giornali li leggete anche voi, capirete perché una come me non lo sia più».

«Quindi si spiega la nostra presenza qui. Quello che non capisco, Stefa', è il motivo. Non ti pare che la persona che qui si trova, si trovava, si dovrebbe trovare... uffa, mi imbroglio sempre sui tempi verbali quando "viaggiamo", ci porti, per così dire, un poco fuori tema?»

«Niente affatto, Jacopo, lui ha scritto sul Risorgimento delle pagine di fondamentale importanza, imprescindibili ai fini della nostra ricerca. Sai bene che i personaggi storici ci potranno dare la versione dal loro punto di vista, che però sarà sempre difforme l'uno dall'altro. Ma solo da lui riusciremmo a cogliere una sintesi, resa credibile non solo dalle sue capacità, ma anche da una prospettiva lontana dagli avvenimenti.

«Mi pare plausibile. Però, fammi capire una cosa, perché hai detto "riusciremmo" e non "riusciremo"? Grazie a Dio, al contrario di qualche persona di mia conoscenza, tu l'italiano lo parli divinamente».

«Ma perché ero convinta che avremmo incontrato i personaggi in una sorta di terra di nessuno, non nei luoghi in cui hanno vissuto, o sono stati costretti a vivere come in questo caso».

«Oh Stefania cara» si fa sentire Teresina. «Non stare ad angustiarti. Noi siamo capaci di penetrare in qualunque castello e sconfiggere qualsiasi drago. Ne abbiamo passate ben altre; cosa vuoi che sia un semplice carcere? Bando agli scherzi, non c'è nessun problema. Entreremo e ne usciremo, stanne certa».

«Parlate, parlate pure» ci interrompe Giulia. «Nel frattempo, tanto per cambiare, la persona di tua conoscenza è già entrata. E sarebbe ora che lo facessimo anche noi prima che Lucia faccia in modo di non farci più uscire. Hai visto mai che si metta a cantare "Bandiera rossa", pure senza conoscere le parole?»

Ma nessuno ci arresta, né nel senso della carcerazione, né nel senso del fermarci. Superiamo il piantone, incrociamo alcuni secondini, cediamo il passo ad un impiegato, circumnavighiamo uno scopino. Tutti ci guardano ma nessuno emette verso. Percorriamo il lungo corridoio su cui si affacciano le celle, osservando che sono tutte vuote tranne una, in cui mi sembra di riconoscere...

«Sì, è lui», mi conferma Stefania, una volta messa al corrente dei miei sospetti. «Quindi, siccome l'hanno tradotto qui nel Trenta e ci starà fino al Trentadue, siamo capitati in questo arco di tempo».

Quindi, ho visto bene! Proprio del presidente della repubblica più amato nella storia d'Italia si tratta. Oddio, visto che al tempo della sua elezione avevo appena cinque anni, durante il suo mandato ne ebbi solo vaga contezza, grazie alla sua foto esposta in tutte le scuole da me frequentate; solo in seguito avendo agio e modo di conoscerne storia e figura. Così mi trovo a pensare che cosa proverebbe se gli dicessi: «Detenuto Pertini, lo sapete voi che, fra quasi mezzo secolo, diverrete il primo presidente socialista della storia repubblicana?»

Ma naturalmente non posso farlo, anche perché Stefania interrompe queste mie elucubrazioni (che Lucia avrebbe definito in altro modo), per dirmi che quasi sicuramente il compagno Antonio Gramsci lo troveremo nel cortile, di certo impegnato ad insegnare a quei pochi, che "grazie" alla sistematica calunnia tesa a infangare chi è solito pensare con la propria testa, ormai gli stanno intorno e vicino.

Così è. Quando ci avviciniamo, lui solleva appena il capo per rivolgerci un cenno di saluto. Persino a noi, ormai avvezzi ad entrare in contatto con personaggi famosi, fa effetto questo incontro. Forse in quanto questo è (stato) un uomo reale. Riusciamo quindi a compenetrare l'emozione di Stefania, per il suo incontrare una persona il cui pensiero è stato così determinante per il suo.

Ci sediamo leggermente discosti da coloro che lo stanno, quasi incantati, ad ascoltare mentre afferma: «Non ci si illuda che il Risorgimento sia stato una conquista del popolo. Esso ha fatto la sua parte, soprattutto come massa di manovra, ma sempre in modo subalterno rispetto alle élites intellettuali e cosmopolite. E ciò a causa dell'assenza di una vera coscienza di popolo, per difetto di una vera cultura nazional-popolare. Questo ha fatto sì che in tale vuoto, soprattutto per lacune del movimento democratico che non sostenne le rivendicazioni contadine, prevalesse il moderatismo capace di dare il suo volto, e le sue peculiari caratteristiche, alla formazione dello stato. Il difetto di fondo del processo unitario, ed il suo più grande limite, è stato quello della mancanza di uno "spirito" giacobino che spostasse in avanti l'equilibrio, facendo così in modo di fungere da contrappeso alle forze reazionarie.

«In quanto alle diatribe su chi sia stato, fra i vari personaggi, colui che ha più inciso sul processo unificativo, ebbene: innanzitutto raccomanderei ai compagni di non fare lo stesso errore che fece il Crispi, attribuendo al Cavour un ruolo di semplice diplomatico atto, tramite manovre di corridoio, a legalizzare quanto compiuto da Garibaldi e, in un certo qual modo, da Mazzini.

«Questo fu anche, ma non solo! Addirittura affermo che al di là di questa operazione, il Cavour riuscì a far sì che riparandosi e manovrando dietro lo scudo di Vittorio Emanuele, fosse la sua linea, quella del moderatismo, a passare piuttosto che quella radicale, sia pure del radicalismo confuso di Garibaldi, e di quella repubblicana del Mazzini».

L'ora d'aria termina e con essa la lezione. I compagni-detenuti-studenti si allontanano, commentando a bassa voce quanto hanno appreso, e noi ci avviciniamo a quell'esile figura di docente.

Quindici

Pure Lucia, tanto spavalda e sicura nell'avventura precedente, appare intimidita. Forse ciò che la frena è la constatazione, sia pure solo a livello di intuizione, della grandezza di questa mente capace di astrarsi da un corpo sofferente, oltre che da uno spirito trafitto dalla condizione di carcerato; dalla lontananza degli affetti, con il corredo di incomprensioni collaterali, e da un "fuoco amico", attirato dalle sue prese di posizione proprie di chi non abdica dalla propria onestà intellettuale. Anche Lucia, se conoscesse le parole, non potrebbe non definire questo omino rattrappito hombre vertical!

Nemmeno difetta di gentilezza, caratteristica propria delle grandi persone. Non chiede, quando ci presentiamo, né chi siamo né da dove veniamo. Accetta di buon grado di rispondere a Stefania quando questa, timidamente, gli domanda: «Saresti così gentile, compagno, di spiegarci quale sia in realtà, e nel suo nucleo più profondo, l'oggetto del contendere fra ciò che tu pensi e la linea maggioritaria del Partito?»

Lui sorride e scuote il capo. Spero che non ci abbia preso per agenti provocatori dei fascisti o dello stalinismo. Però si ferma, ammicca ad una guardia mettendoci a conoscenza che trattasi di persona fidata, essendo originario di un paese vicinissimo al suo e infine, appoggiandosi al braccio di Stefania, prova a spiegarsi.

«Non vi appaia la mia come blasfemia, se proverò a farmi capire tramite una parabola. Del resto non fu solo Gesù ad esprimersi attraverso esse. Non sono forse le fiabe delle parabole? Quindi sia consentito anche a me farlo. Voi tutti avrete ben presente che trovasi, sulla cartamoneta, una scritta ammonitrice sull'essere punibili i falsari, nevvero?» Facciamo tutti un cenno d'assenso e lui prosegue: «Ebbene: ammettiamo che per un disguido di stampa, il punisce divenga pulisce. Le persone con le quali io polemizzo, se fossero operatori di giustizia, una volta catturato un falsario, state pur certi che si munirebbero di acqua e sapone nettandolo da capo a piedi».

Gramsci sorride, e ci guarda come per accertarsi di chi, fra noi, abbia afferrato il senso intrinseco delle sue parole. Mi inorgoglisce poter constatare che pur non essendo io il primo a coglierne il senso, pure esso è stato colto da tutti. Ma lui, nel frattempo, pone l'asticella ancora un poco più in alto.

«Continuo a credere che, nella situazione attuale del paese, fare ricorso a formule stereotipate, a parole d'ordine accademiche, a letture da manuale, sia operazione deleteria oltre che dannosa. Non possono sussistere situazioni cristallizzate in questa fase storica, in quanto ognuna va "interpretata", affrontandola senza soluzioni preconcette, ma lavorando giorno per giorno "con chi ci sta". Nel caso presente, il purismo, l'integralismo, lo snobismo non fanno altro che il gioco dell'avversario. Sarebbe necessario valorizzare ciò che unisce, invece di evidenziare ciò che divide.

«Inoltre, credo che seguire pedissequamente le altrui idee, siano pur esse provenienti da persone di eccelsa fama e grande competenza, porti all'appiattimento, al conformismo. Al "pulire" i falsari, piuttosto che interpretare filologicamente ciò che è scritto sulla banconota. Altrimenti si ritorna all'ipse dixit, arrestando il processo di crescita sia individuale che collettivo. E una mente libera da preconcetti si ottiene solo in un modo. So di essere monotono, ma continuerò fino alla fine ad esortare allo studio, in quanto si ha bisogno della intelligenza, intesa come apertura della mente, di tutti. E ora, vogliate perdonarmi, ma mi corre l'obbligo di ritornare in cella».

Così dicendo, si avvia verso la sua cella e verso il destino che tutti conosciamo, lasciandoci ammutoliti. Mentre a me viene da pensare a quanto siano attuali quelle parole e quelle analisi. Ma non faccio a tempo ad esternare questo mio pensiero, che Stefania praticamente esplode, buttando nella pattumiera il suo linguaggio abituale:

«Ma lo sapete cos'è che, realmente, mi fa incazzare come un caimano digiuno da una settimana? Passi per i fascisti e che ci vogliamo fare. Passi per i servi sciocchi di Stalin e pace. Ma quello che mi imbufalisce è il nostro presente! Ma come: questo povero uomo rinuncia a una vita piena, agli affetti, agli studi, alle amicizie, e per cosa? Predica, ma senza paternalismi, il rigore, la limpidezza del pensiero, la coerenza, e con quali risultati? Il massimalismo da lui additato come pericoloso, oggi ce lo vediamo in tutte le salse.

«Questi spuri nipotini che si richiamano a lui, ne dicono e combinano di tutti i colori, senza stare nemmeno a riflettere per un attimo sulla realtà dei fatti. Gentucola che sputa sentenze, in suo nome, sull'esserci la democrazia a Cuba oppure che Israele sia il male assoluto; così come fino a trenta anni fa gli Stati Uniti erano per loro il "Grande Satana", ma sotto sotto vagheggiavano di percorrere la Route 66 e non si perdevano un "mattone" hollywoodiano. Persone che non appena provavi a contrastare i loro ragionamenti a senso unico, subito ti davano del fascista. Gli stessi, o almeno i loro eredi, che oggi stanno consegnando il paese all'oscurantismo, ai razzisti e agli incapaci.

«Ma poi, vogliamo parlare dell'uso che ne hanno fatto della sua memoria? Persino nella sua terra d'origine, invece di analizzare il suo pensiero, hanno fatto di lui una madonna pellegrina da esporre in inutili, verbosi, convegni, frequentati da pseudointellettuali finto pensosi; sciamannate signore che lo adorano perché fa tendenza, pur senza mai aver letto un rigo dei suoi scritti; amministratori la cui fascia della funzione struscia per terra. E che dire delle futili pubblicazioni, dove si abbina il suo nome a qualsiasi argomento purché se ne parli... dell'autore, beninteso.

«Persino nella sua cittadina di adozione, a quello che mi risulta, lo si santifica a prescindere – e manca solo che gli si accendano candele votive – usandolo come "attrazione locale", nemmeno fosse un Maradona qualunque. Al punto che persino gli eredi politici di coloro che lo hanno perseguitato, si pavoneggiano vantandosi della comune cittadinanza».

«Io non ho capito niente, né di quello che ha detto lui, né di quello che vai dicendo tu, Stefa', Però a me mi ha fatto l'impressione di una persona malata, ma che però in altre circostanze sarebbe stato un tipo spassoso».

«Lucì, in quanto a sembrarti malato, non c'è bisogno di essere esperti come te. Ti posso assicurare che, al momento, è molto malato. Siamo nel 1930 o poco più e gli rimangono sei o sette anni di vita, e gli ultimi brutti assai».

«E mi dispiace, poverello».

«Ormai... e comunque sull'essere spassoso ci hai preso», prosegue Stefania. «Lui sapeva e poteva essere autoironico e divertente, anche in questo differente dai suoi compagni sempre seri, quasi cupi, tutti concentrati sulla rivoluzione prossima ventura e sulle manovre di partito. Manovre, intendiamoci, che avevano una loro ragion d'essere e una grandezza, e che non hanno niente a che vedere con quelle miserande di adesso. Lui, invece, aveva interessi diversificati, con radici profonde sia nella sua terra che nella famiglia».

Ormai fuori dal carcere, ci fermiamo nella piazza da dove siamo arrivati, in attesa di un evento che ci indirizzi sul da farsi. Niente e nessuno appare all'orizzonte allo scopo di darci un'indicazione. Bei tempi quelli in cui, per consentirci di trovare Cyrano, ci apparivano procaci giovinette. Ma questo a Stefania, visto l'interesse di quella per Amedeo, è meglio non dirlo. Resta il fatto che siamo lì fermi, bloccati, e senza sapere cosa fare.

Poi Giulia fa notare a tutti che non è il caso di affannarsi, mancando pochissimo alla cessazione dell'effetto della sostanza. Mentre, in un "a parte" con me, mi fa notare che il carcere da cui siamo usciti, fa meno schifo di quello di novanta anni dopo. Ne convengo e ci aggiungo il carico da undici, rammentandole che mentre quelle erano carceri di una dittatura, le contemporanee sono il fiore all'occhiello di una moderna democrazia... e noto che la maggior parte di voi, per fortuna, se la sta ridendo bellamente.

Ma che ci vogliamo fare? Del resto non viviamo in un paese che, dell'intellettuale che abbiamo incontrato poco fa, se ne ricorda solo allo scopo di consentire la passerella a quaquaraquà di provincia e madonnari di ogni forma d'arte, come ha giustamente tuonato Stefania? Ma è meglio che smetta, se no va a finire che scado nel moralismo e lui, il prigioniero, fermamente disapproverebbe.

Un altro motivo che mi impone di chiudere il discorso, è che nel frattempo ci siamo risvegliati. Mentre per noi habitué il passare dal sogno indotto alla realtà non comporta problemi, per Stefania non è così semplice, anche se non tarda a riprendersi, per subito rivolgersi all'amore suo dicendogli: «Madonna mia, che cosa strana e bella che è questa». Mentre io, invece, faccio fatica a contenere Carluccio, che vuole sapere "tutto e subito".

Sedici

I due giorni che seguono ripropongono la solita routine: la mattina a scuola; la sera lunghe telefonate con Giulia, in stato d'allerta causa spostamento merce; una visita a mammà che, benché non sia un'aquila, di qualcosa si deve essere accorta perché non fa altro che guardarmi e ridacchiare. E quando, un poco scocciato, le chiedo cosa ci sia di così divertente, mi risponde: «Che vuoi che ci sia bello di mammà, niente, niente. Le cose tue le conosci solo tu».

Per fortuna stasera, avendo stabilito che tre giorni sono un lasso di tempo sufficiente a smaltire gli eventuali postumi della precedente assunzione, sono certo di rivedere, e toccare, Giulia. Stefania ha insistito affinché andassimo tutti, "viaggiatori" e non, a cena a casa sua per questo giro. La prospettiva mi incuriosisce, ma anche un poco mi preoccupa non ritenendo una persona in mille faccende affaccendata, in grado di preparare una cena degna di questo nome.

Questo non toglie che ho continuato, sia pure a sprazzi, a fare alcune considerazioni sull'incontro con Gramsci, che sia detto con tutto il rispetto per lui ed il suo pensiero, continuo a ritenere se non una perdita di tempo - ai fini della nostra indagine - sicuramente una "cartuccia" sparata a salve.

Il problema non è l'essere o non essere stati comunisti. Io non lo sono stato ma nemmeno sono stato "anti". Questo, naturalmente, quando ho iniziato a capirne di più tramite lo studio. Papà mio, poi, era monarchico e, prima che abbandonasse me e mammà, più volte lo avevo sentito inneggiare al re. Solo dopo che ci riappacificammo e riprendemmo a frequentarci, appurai che 'o Re che intendeva lui non era né Vittorio Emanuele né il "re di maggio" Umberto, bensì Franceschiello Borbone.

Anche se con il senno di poi, i comunisti li ho sempre stimati ma non entrando mai in sintonia con loro, più che altro per una questione caratteriale; trovandoli troppo rigidi, troppo incollati al pezzo e spesso con il paraocchi. Però ho sempre apprezzato il loro differirsi da tutti gli altri in tema di onestà. Persino quando fu arrestato un loro esponente, e venne accertato il suo avere preso tangenti, si stabilì che non si era tenuto una lira in tasca, avendo versato tutto al partito. Però tutte le belle storie finiscono e infatti, da qualche anno a questa parte...

«Io adesso sto cominciando a capire perché Amedeo si è messo con lei» mi dice, sottovoce, Rosa mentre ci stiamo gustando la cena, in piedi anche per il limitato numero di sedie, a casa di Stefania.

«Be', ormai le conosciamo tutti le sue doti».

«Ma questa è la principale, secondo me. Ma tu lo senti come cucina questa guagliona? Gesù: questa ha sbagliato mestiere!»

«Ma certo che lo sento. E non solo con le papille gustative, ma con l'olfatto, con il tatto e persino con l'udito».

«Ma che vai dicendo, Jacopo, con l'udito?»

«Certo! Vedi, cara Rosa, questa cena è musica».

Rosa ride, dopo avermi ribadito che sono scemo. Però, al di là delle mie scemenze, va detto che Stefania mi (ci) ha sbalordito per la bravura nell'arte culinaria che, sinceramente, non pensavo possedesse. Quindi, oltre che essere colta, intelligente, spiritosa e anche di buon cuore, le va attribuita pure questa virtù. Peccato, veramente peccato, che sia "diversamente bella". Già, voi direte, è se era pure bella si metteva con Amedeo?

Ma, a proposito di bellezza, nell'atmosfera di stasera ce n'è tanta. Del resto il nucleo di questo gruppo sta insieme da anni e, fatte salve momentanee bufere, è sempre stato coeso. E' vero che Carluccio non ha viaggiato con noi, ma è sempre stato amatissimo da quelli che sono i suoi ex studenti. E in quanto a Chiara e a chi ci ospita, le loro doti si sono ben attagliate alle nostre: purezza di cuore e apertura di mente.

Dopo cena, lasciamo passare un'altra mezz'oretta fra chiacchiere, lazzi e frizzi, finché Stefania non ci richiama all'ordine porgendoci i piattini contenenti un ben amalgamato tiramisù, con cui accompagnare la nostra innocua cicuta.

La casa, bianca, grande ma non enorme, attorniata da altre costruzioni più piccole, si mostra ai nostri occhi una volta riusciti a superare l'intrico della pineta. Man mano che ci avviciniamo, notiamo i segni di un'attività organizzata da mano e mente attenta ed esperta, tale da ottenere aiuole ben curate e fiorite, e coltivazioni ordinate e spoglie da erbacce. Oltre che, grazie all'udito, farci constatare tramite numerosi muggiti e belati, la presenza di un consistente allevamento.

Non incontrando anima viva, ne approfittiamo per sbirciare all'interno di alcuni locali, notando la presenza di un forno e di un frantoio, per poi fermarci di fronte all'ingresso della bianca magione.

Pur avendo ben presente la necessità di sbrigarci, visti i limiti di tempo, pure siamo restii a bussare alla porta come ci suggerisce Lucia. Idea che a dire il vero non è tanto campata in aria. Lei sostiene, non senza ragioni, che: «Io a voi non vi capisco proprio. Lasciando stare il passato, anche l'altro giorno non è che abbiamo esitato tanto, eppure eravamo davanti a un carcere. Qui solo di una casa si tratta».

Di conseguenza ci avviamo più o meno decisi, e faremmo quanto suggeritoci se non ci fermasse l'udire una voce, proveniente dal retro della casa, che esorta qualcuno a muoversi. Incuriositi, ci avviamo in quella direzione e, svoltato l'angolo, ai nostri occhi si presenta una scena che a noi marci cittadini, ignoranti come siamo di un mondo a noi alieno, incanta al punto di non farci fare più un passo.

Un uomo, con colpetti sulla groppa e chiamandole ad una ad una per nome, sta introducendo una decina di vacche all'interno di quella che sicuramente è una stalla. Una volta entrato l'ultimo animale, chiude le due ante di legno e le sbarra con una trave. Poi, accendendosi un sigaro, si avvia nella nostra direzione ma senza affrettarsi.

Pur non sicuri di chi andassimo ad incontrare, una volta pervenuti in questo luogo, abbiamo capito subito dell'essere giunti nell'eremo sardo di Garibaldi. E infatti eccolo qui davanti a noi in tenuta da lavoro, visto che non ha mai disdegnato quello manuale. Mi rallegro del fatto di averlo trovato subito, e anche dell'essere capitati nel periodo successivo alla, cosiddetta, impresa dei Mille. Avendo notato quanto sia sviluppato il compendio, sappiamo per certo che ciò sia avvenuto dopo il 1860.

Quando ci ritroviamo vis-à-vis, mi rivolgo a lui, compenetrandomi nella parte, con uno stentoreo «Vogliate gradire i nostri più sentiti omaggi, generale!», non capendo il motivo per cui Teresina continui a tirarmi la falda della giacca. Con non poca meraviglia da parte nostra, ad esclusione di lei che scuote la testa, mi sento rispondere con una robusta risata a piena gola.

«Mi fa piacere che anche voi ci siate cascati, nonostante mi abbiate visto da presso» ridacchia il "generale", mentre Teresina ci spiega che se non fossimo stati (io non fossi stato) così infervorati, avremmo dovuto accorgerci che il pastore era sì somigliante, ma non era certamente Garibaldi.

L'uomo, dopo aver smesso di ridere, ci informa di chiamarsi Giacomo e di essere uno dei dipendenti di Garibaldi. Il generale, ci dice, pur essendo in loco, non desidera ricevere visite. «Come potete immaginare» aggiunge, «l'animo suo è ancora esacerbato per la sconfitta, seguita dall'ulteriore vile episodio dell'arresto. Di conseguenza si fa di tutto per incomodarlo il meno possibile». Gli assicuriamo che tutto vorremmo tranne che disturbarlo, ma abbiamo percorso un lungo cammino per terra e per mare, al solo scopo di potergli parlare anche se solo per pochi minuti.

Lui annuisce, e pur capendo le nostre ragioni, l'unica cosa che ci può concedere è l'andare ad informarsi se, putacaso, si possa essere ricevuti. Lo ringraziamo mentre lui, dopo averci chiesto di attendere fuori dalla porta, scompare all'interno della casa.

Restati soli, ci diciamo che almeno ora si è sicuri di essere capitati nel 1867, avendo il suo dipendente fatto riferimento alla battaglia di Mentana, con la successiva, sia pur breve, reclusione nella fortezza del Varignano. Questi non tarda molto e quelle che ci porta sono buone notizie, in quanto il generale acconsente a riceverci. «Personalmente» ci dice «la cosa mi fa piacere. Non potrà fargli che bene ricevere delle visite dopo quello che gli è capitato. In special modo per la beltà delle signorine qui presenti».

Così dicendo, apre la porta e ci sollecita ad entrare. Mentre percorriamo l'atrio, Teresina mi confida: «Sai, Jacopo, cosa mi ha fatto venire in mente la somiglianza di quell'uomo con Garibaldi?»

«Che essendo molto più giovane di lui possa essere un figlio segreto?»

«Ma no, scemo! Lui deve essere nato quando Garibaldi nemmeno aveva coscienza di dove fosse Caprera. Pensavo invece che possa essere stato lui ad aver ingannato i sorveglianti, quando l'Eroe è fuggito per cercare di liberare Roma».

Faccio spallucce, ma poi non rinuncio alla stoccata: «E tu chiediglielo, magari a te lo dice, visto che lo definisci "Eroe"». Siamo però costretti a interrompere lo scambio, in quanto Giulia e Stefania ci stanno sollecitando, con ampi gesti, ad entrare.

Cantava, a suo tempo, un allora giovane cantautore che "gli eroi son tutti giovani e belli". Non aveva tutti i torti, intendendo con ciò che, nell'immaginario collettivo, coloro che compiono grandi imprese vengono pensati come fisicamente perfetti. Ma nella realtà, sia pure virtuale, l'uomo che dà le spalle alla finestra parrebbe raggiungere, a fatica, il metro e settanta.

Una volta entrati tutti ci sollecita ad avvicinarci, mi stringe la mano e la bacia alle "signore", trattenendo un poco più a lungo quella di Lucia. Poi, dopo averci fatto accomodare, dimostra il suo non eccessivo gradimento per la visita: «Ebbene, caro signore e gentili signore, qual vento vi porta ad irrompere, senza essere stati invitati, a casa mia?»

Urge risposta. E' d'uopo che sia acconcia. E' necessario che non lo costringa a metterci subito alla porta. La trova, e non se ne poteva dubitare, Teresina. Ma pare così debole, così fragile, così impalpabile che non dovrebbe funzionare: «Innanzitutto, generale, vogliate accettare le nostre scuse per non avervi preavvertito. Ma, come voi ben sapete, le comunicazioni con la vostra isola non sono così semplici».

Lui fa un gesto come per dire "so, so", consentendo a Teresina di riprendere: «Veniamo a rappresentarvi che la nostra casa editrice, di recente fondazione e composta da personale che all'epoca delle vostre imprese non era nato, e pur se lo era incapace di coglierne la portata» e la disgraziata si volge nella mia direzione, «intende far sì che la nostra generazione ne venga, nel modo più veritiero, a conoscenza. In special modo l'impresa che, a nostro unanime parere» e la vipera ancora si volge verso di me, «è la più grande fra tutte: la liberazione del meridione d'Italia dalla tirannide borbonica».

Io, mentre la Giuda, al secolo Teresina, parla, non faccio altro che guardare il viso di Garibaldi, allo scopo di coglierne i primi sintomi di una di quelle arrabbiature per cui, dicono, andava famoso. Pronto a dare il segnale di ritirata, allontanandoci prima che ci aizzi contro dipendenti ed eventuali cani.

Per fortuna, mentre la mia ex allieva continua a parlare, noto il viso dell'uomo addolcirsi e, proprio mentre lei va a concludere, spianarsi in un sorriso.

Ma del resto dovevo immaginarlo. Anche se la motivazione addotta era risibile, e che con un Cavour (per non parlare di un Mazzini) non avrebbe funzionato, con l'uomo di fronte a noi che è quel che è (o che era) funziona. Cosa non secondaria, in quanto proveniente da una donna che non è più quella che abbiamo conosciuto ai tempi del liceo, infagottata e fisicamente alquanto goffa, ma una ben agghindata e truccata signora. Di conseguenza, al fin della tenzone l'uomo abbocca:

«Ebbene gentile signora. Come voi tutti sicuramente saprete, la mia vita è stata un'odissea». E a questo punto devo farmi forza per non ridere, ricordando una uguale battuta pronunciata in un film comico - o che almeno pretendeva di esserlo - da un famoso attore-regista romano. «Sin da giovane io fui portato all'atto di eroismo. Come è ben noto, all'età di otto anni salvai una lavandaia dal perire nelle acque in cui, incautamente, si era avventurata. All'età di sedici io già andavo per mare, sia pure ancora in qualità di mozzo, vedendo luoghi di certo inusuali per un mio pari età».

Mentre Garibaldi prosegue la descrizione della sua vita, a me viene da pensare che stiamo perdendo del tempo prezioso. Se continua a tenere questo ritmo, allo scadere delle due ore starà ancora rievocando le battaglie sudamericane. Il problema che si affaccia alla mia riflessione, è alquanto semplice nell'analizzarlo quanto complesso nel risolverlo. In sintesi, si può tradurre con "Ne' ma a questo come lo interrompiamo?", soprattutto senza che ci butti fuori di casa.

Ma benché talvolta ci abbia fatto incappare in svariati ed assortiti guai, pure a posteriori mi tocca dare ragione a Teresina, quando nell'avventura precedente catalogò Lucia come donna del fare. Infatti anche stavolta Lucia fa e, per renderle giustizia, fa più che bene.

Protendendosi in avanti, e facendo in modo che prenda aria gran parte di ciò che una signorina perbene dovrebbe occultare, poggia una mano sulla gamba del narratore... no, no, caro signore, non sulla mia. Sì, ha ragione, in effetti pure io sto narrando. Io però mi riferivo al narratore di Caprera. Insomma, a Garibaldi. Ci siamo capiti? Grazie. Allora proseguo. Poggia la mano sulla gamba in questione e, lanciandogli uno sguardo assassino, sussurra: «Ma carissimo generale, ciò che voi ci state raccontando è impresso in lettere di fuoco nella nostra memoria. Ma noi desidereremmo» Ebbe', lo dice in un tale modo, che se non avessi Giulia a portata di schiaffo, un sospiro lo tirerei anch'io, «conoscere qualche fatterello un poco più... come dire, piccante, ecco!»

«Piccante, gentile signorina?» Dice lui, e chissà perché deglutisce e la voce si arrochisce.

«Ma no! Forse mi sono espressa male, che sciocca che sono. Io non intendevo "piccante" nel senso che date alla parola voi uomini. No no. Ma intendevo, che so, qualche storia segreta. Soprattutto qualcuna riguardante la vostra grande impresa. Intendiamoci, genera': di imprese ne avete fatte tante, ma per noi che siamo meridionali, la più grande resta la liberazione della nostra gente».

Uh madonna mia! Ma chi è entrato nel corpo di Lucia, in senso spiritual-demoniaco? Niente niente al ritorno dovremo ricorrere ad un esorcista?

Però, che sia una Lucia a denominazione controllata o una Lucia posseduta dal demone dell'intelligenza, lo scopo che ci eravamo prefissati l'ottiene, perché Garibaldi le rivolge un sorriso a sessantaquattro denti e, afferrata la manina che ancora sosta sulla sua gamba, prima la bacia indi la lascia andare, per iniziare a raccontare.

Diciassette

Dieci minuti dopo siamo punto e a capo! Come faremo a cavare il ragno di qualche informazione utile dal buco della sua logorrea, senza che si inalberi sentendoci insinuare che deve le sue vittorie all'oro inglese o piemontese, più che al suo genio militare?

Però non c'è bisogno di inventarci niente, visto che è lui stesso che entra a piedi uniti, come è (era) solito fare, nell'argomento:

«Debbo confessarvi che non mi accinsi all'impresa con soverchio entusiasmo. Indelebile in me era l'impressione suscitatami dal fallimento del Pisacane, un'altra fra le tante sciocchezze del Mazzini. A proposito di costui, e intendo Pisacane, va detto che non sempre fra lui e me vi fu accordo pieno. Egli deplorava alcuni aspetti del mio intendere l'arte militare, cosa dovuta ad una diversa formazione».

In verità, ma questo guai a dirlo al generale, il conflitto era più profondo. Pisacane avversava la concezione leaderistica puntando, in questo concorde con Mazzini, alla sollevazione popolare. Oltre tutto era molto più "sveglio". Infatti, durante la difesa della Repubblica romana, a Garibaldi le cantò chiare ordinandogli di soprassedere al tentativo di marciare sugli Abruzzi, ritenendo le manovre dell'esercito borbonico al confine con gli Stati pontifici una provocazione. In effetti, la paura di Pisacane e del Comitato che governava Roma, era quella di stuzzicare il cane delle potenze straniere che, apparentemente, pareva dormire. Ma, nel frattempo, il generale ha ripreso a parlare.

«Tuttavia lo si doveva fare e lo si fece. Tralascio il descrivere le peripezie del viaggio, di cui certamente sarete informati, sbarco compreso, in cui il solito Bixio ne combinerà un'altra delle sue arenando il "Lombardo" e in seguito facendo il bis, con un altro mezzo, nel corso della traversata verso la Calabria. Ma lasciamo stare. Gli voglio bene come ad un figlio ma mi fa fare delle figuracce...»

E Teresina e io ci guardiamo, pensando all'unisono se Garibaldi abbia catalogato anche i fatti di Bronte, sotto la voce "figuraccia".

«Sbarcammo e rapidamente ci avviammo. Per farla breve, quattro giorni dopo entrammo finalmente in contatto con l'esercito borbonico. Vi debbo confessare che non mi aspettavo fossero così ben organizzati e preparati. Inquadramento perfetto, divise in ordine, risposta pronta ai comandi. Rendendomi conto che sarebbe stata dura, ordinai di sparare solo quando si fosse visto il bianco dei loro occhi, per poi gettarci nel corpo a corpo dove avremmo imposto la nostra attitudine nel farlo. Ma poi, un cretino di cui non voglio menzionare il nome, disattese i miei ordini scatenando un assalto dissennato, costringendoci a percorrere centinaia di metri allo scoperto».

«Ma comunque la vinceste, generale!» gli fa Teresina, garibaldina ad honorem, e lui ha il buongusto di emettere una serie di "ehm" e "uhm", prima di proseguire:

«La vincemmo, la vincemmo... ebbene: la vincemmo! Ma, a dirla tutta, la battaglia quando la loro tromba batté la ritirata, era ancora in bilico. Noi restammo lì a guardarci in faccia e a chiederci perché mai ciò avvenisse. Badate: non stavamo vincendo ma avremmo potuto farlo, pur consapevoli che oltre quelli che stavamo contrastando, a disposizione di Landi ve n'erano altri di riserva belli freschi. Ma, nonostante ciò, essi ordinatamente ripiegarono».

«E vi sarete chiesto il motivo, da grande esperto quale siete» fa sentire, per la prima volta, la sua voce Giulia.

Lui la scruta e pare non coglierne quella punta d'ironia, che soprattutto quando si rivolge a me, talvolta sfocia nel sarcasmo. Resta un poco a pensarci su e poi risponde a lei e a tutti noi: «Certo che me lo chiesi. Ne parlai, come era ovvio, con Nino e intendo Bixio e con Turr e Sirtori che mi fornirono, ognuno, una diversa interpretazione. Uno affermò l'essere Landi un pavido se non addirittura un codardo; un altro dall'aver ricevuto egli "ordini superiori", e a questo proposito si fece il nome di Leopoldo, conte di Siracusa e zio di re Francesco, tra l'altro marito di una Savoia, capace di "influenzare" ambienti di corte. Ma tempo dopo, strani fatti accaddero, tali da indurmi a riflettere su tutta la campagna di Sicilia».

«Ad esempio?» chiede, finta ingenua, Teresina.

«Ad esempio ad esempio. Che so... badate: prendetelo per quel che vale. Lo si consideri solo come un tentativo teso ad intorbidare le acque. Resta il fatto che poco meno di un anno dopo gli avvenimenti di cui si parla, Landi, già degradato e collocato a riposo, si presentò alla cassa del Banco di Napoli allo scopo di riscuotere una polizza di ben quattordicimila ducati. Sennonché, ci si accorse che la polizza in questione era smaccatamente contraffatta, avendo qualcuno aggiunto tre zeri ai quattordici originali.

«Il Landi, poco prima di morire, inveendo contro di me mi accusò di averlo imbrogliato, avendo a suo dire ricevuto la polizza dalle mie mani. Per fortuna, tempo dopo, fu lo stesso figlio del Landi a smentire, e a chiedere a sua volta una mia smentita. Cosa che naturalmente feci».

«Cosa pensaste fosse successo?»

«Vedete, caro signore, continuo a credere che dietro a questa, come ad ogni altra manovra contro di me, vi fosse quell'anima nera del Cavour!»

«Ma non ne avete le prove, generale».

«Ma ho le prove di tante altre. Potrei fornirne un elenco lungo e dettagliato, ma non mi pare il caso. Sarà la storia a fare giustizia!»

E noi, che la storia l'abbiamo letta e riletta, annuiamo. Pur consapevoli che a distanza di oltre centocinquanta anni, ancora si stenta a capire. Poi, Teresina decide di andare a toccare un altro nervo scoperto. Più nostro che dell'interpellato:

«Generale, lasciate che si faccia un balzo in avanti e si approdi al vostro arrivo a Napoli, il sette di settembre del milleottocentosessanta».

«Ah, be'... sì, certo. Ecco: la prima sensazione che provai, debbo ammetterlo, fu di meraviglia. Come ben si conosce, giunsi con pochi miei fedeli in treno proveniente da Salerno. Una volta giunto alla stazione di Napoli, venni accolto da una folla plaudente alla cui testa si trovavano dei gentiluomini... dicevate, signora?»

La "signora" in questione è Giulia, che non è riuscita a trattenere un "Gentiluomini? E come, no", occultandolo con un colpo di tosse mal riuscito. Lui, dopo averla guardata, riprende: «I più importanti fra loro erano il ministro degli interni, Liborio Romano, ed il capo della guardia cittadina, tal Salvatore De Crescenzo. Per un momento ebbi timore che tale entusiasmo potesse soverchiarmi anche fisicamente. Ma ciò fu presto fugato dall'essere, la folla, contenuta da bravi giovani, tutti portanti, come segno distintivo, la coccarda tricolore.

«Ma dicevo della mia meraviglia. Essa era dovuta al vedere schierata una folta rappresentanza dell'esercito del Borbone, che lungi dal compiere un qualsivoglia atto ostile nei miei confronti, al contrario mi presentava le armi. In seguito, partendo dalla stazione, venni condotto a visitare la bella Partenope. Visita che ebbe il culmine con il doveroso omaggio alla teca contenente il sangue del santo Gennaro. La sera, in concomitanza con la popolarissima festa di Piedigrotta...»

«Mi perdonerete, generale, se ardisco interrompervi» lo frena Teresina. «Ma mi incuriosisce un particolare. Fatto salvo il vostro coraggio e la risaputa audacia, non trovate di essere andato oltre, avventurandovi nella capitale di uno stato ancora nemico, praticamente solo ed inerme?»

«So che può apparire il gesto di un folle, del resto non sarebbe stata nemmeno la prima volta. Però, in quel caso, avevo ricevuto ampie assicurazioni, tramite persone di altissimo livello e responsabilità, che mi si attendeva per sancire ufficialmente la caduta del Borbone, intanto vilmente fuggitosene in quel di Gaeta».

«Eppure, generale, a noi risulta che le cose non siano proprio andate così, fatta salva la vostra buona fede» intervengo io.

Lui pare inalberarsi, ma poi Lucia gli spara uno dei suoi sorrisi, e lui ritrova la compostezza: «E allora come sarebbero andate le cose secondo voi, giovanotto?»

«In realtà, Francesco II venne sottoposto ad un ricatto morale o, per dirla in termini più diplomatici, ad una moral suasion, da parte di quella persona di "altissimo livello" rispondente al nome di Liborio Romano. Gli si prospettò l'apocalisse della battaglia strada per strada, della strage di inermi, di un presunto bombardamento. E lui, che amava Napoli, prese la decisione di partirsene. Gli va riconosciuto che lo fece, come si dice dalle nostre parti, cu ‘na mana annanze e n’ata arreto, che sta a significare senza portarsi via nulla, né soldi né opere d'arte.

«Che non fosse fesso come alcuni lo hanno descritto, bastano a testimoniarlo le parole che rivolse allo stesso Romano al momento del congedo: "Don Libò guardateve 'o cuolle". Facendogli in tal modo capire che era a conoscenza degli intrighi che costui stava macchinando. E che il caro don Liborio di intrighi e macchinazioni fosse ben capace, lo prova che» e qui mi prendo il gusto di lanciargli una stilettata in quanto, padre della patria o meno, io l'uomo Garibaldi, salvato il personaggio storico, non l'ho mai sopportato, «il Romano fosse da tempo in corrispondenza con il conte di Cavour».

Lui bofonchia qualcosa per poi esplodere: «Cavour. Sempre lui! Sempre a cercare di mettermi i bastoni fra le ruote. Pronto a seminar zizzania fra me e Sua Maestà. Se fosse dipeso solo dal Re e da me, da tempo avremmo ricongiunto Roma all'Italia. Fatto salvo il rispetto che si deve ai defunti, io ancora ne esecro il ricordo. Ad ogni passo me lo sono ritrovato contro. Osò mandarmi il suo reggicoda, il La Farina, in Sicilia a predicare l'annessione quando l'impresa era ben al di là da compiere, Costui agì calunniando Nino, per colpire la mia credibilità attraverso lui, al punto che trovandomi contro la pubblica opinione, fui costretto ad allontanarlo... Bixio intendo. Poi, finalmente, mi liberai anche del La Farina e si potè procedere secondo i piani e le intenzioni».

Mi rendo conto di aver esagerato e aver lasciato che i miei sentimenti mi prendessero la mano. La stessa mano a cui Giulia sovrappone la sua, quasi ad ammonirmi. Il fatto è che da quando sto percorrendo i sentieri dell'amore, la mia inerte paciosità se ne è andata per la sua strada, così da farmi diventare il passionale che mai avrei voluto essere.

Per fortuna con noi c'è Teresina, che avendo per anni tenuto a bada Lucia, non fa fatica ad ammansire l'irato eroe dei due mondi (sia detto senza ironia). E lo fa traendo profitto da quel piccolo equivoco in cui siamo incorsi al nostro arrivo:

«Abbiate la compiacenza di rispondere ad una nostra curiosità, che niente ha a che vedere con le vostre imprese, sul chi sia l'uomo che ci ha introdotto alla vostra presenza. Siamo stati talmente colpiti nel constatarne la somiglianza con voi, che ci piacerebbe saperne di più».

Garibaldi ridacchia come se stesse riportando alla memoria uno scherzo ben riuscito. E che in fondo di uno scherzo si sia trattato, ne veniamo a conoscenza dalla sua stessa voce:

«Errate, pensando che ciò non riguardi un'impresa. Buon Dio, forse è stata l'unica nota positiva di tutta la vicenda: prendere per il naso gli sgherri del Rattazzi, lasciandoli convinti che non mi fossi mosso da Caprera. Egli è il mio fido G. ovvero Giacomo. Il mio buon pastore nonché complice, a cui non posso dare il merito di ciò che ha fatto, unicamente per preservarlo dai rigori di quella stessa legge che, pochi mesi fa, mi ha rinchiuso al Varignano. Ma a voi lo dirò sulla vostra parola che niente verrà pubblicato».

Annuiamo compunti e convinti e lui prosegue: «Bene. Quando giunse il tempo di partire per dar corso all'ennesimo tentativo di liberare Roma, culminato nei noti fatti di Mentana con mio conseguente arresto, si pose il problema di come fare per non destare i sospetti di chi mi sorvegliava pattugliando queste acque». Così facendo, fa compiere alla sua mano un gesto circolare, teso a mostrare lo spettacolare panorama comprendente Caprera e l'isola della Maddalena che la fronteggia, per poi proseguire.

«Fuggire non fu complicato. Grazie all'aiuto degli amici e di... ehm... una cara amica, riuscii in pochi giorni a raggiungere il continente. Il problema che mi ero posto riguardava il come guadagnare tempo, e che di conseguenza non si desse l'allarme per la mia fuga. Fu qui che entrò in gioco il buon Giacomo, che porta il cognome di Simone. Egli prese il mio posto, bardato come ero io solito, e lo stratagemma riuscì perfettamente. Se persino voi che lo avete visto da vicino siete stati tratti in inganno, ancor più lo furono coloro che lo osservavano da lontano, sia pur muniti di cannocchiale. Vi fu da superare un unico ostacolo: avendo egli meno di trent'anni, la sua barba era scura; ma a ciò pose rimedio mia figlia Teresita sbiancandogliela con un'abbondante razione di acqua ossigenata. Ma di tutto ciò vi pregherei di serbare il segreto».

Ed è grazie al rammentare questo episodio che lui ritorna di buonumore, facendo sì che ci possa accomiatare in serenità ed amicizia da questo audace, coraggioso ed onestissimo uomo. Seppure incapace, politicamente e non solo, come il suo matrimonio con la Raimondi dimostra, di vedere al di là del suo naso.

Diciotto

Fuori dalla casa, visto che anche il pastore-complice sembra essersi volatilizzato, Stefania mi prende per un braccio e mi fa fermare per rimproverarmi: «Senti un po', io non mi sono permessa per tutta una serie di motivi, però l'episodio di Bronte dovevate fare in modo di chiarirlo».

«Ci ho pensato, e credo pure Teresina, vero?» lei annuisce e io proseguo: «Però non volevo mettere troppa carne al fuoco. Già l'avevo fatto incazzare abbastanza».

«Chissà se poi ne era a conoscenza» obietta Giulia.

«Del fatto in sé e anche di altri, in quanto Bronte è stato il più eclatante ma non l'unico, non si hanno riscontri che sapesse o meno, anche se non credo che Bixio e Crispi agissero di testa loro. Del resto, lui era pienamente contro la sovversione dell'ordine sociale. Era venuto per fare l'Italia, mica la rivoluzione. Però, alcuni suoi decreti, vedi l'abolizione del macinato, avevano illuso le masse contadine che fosse giunta l'ora de "la terra a chi lavora". Ma quando mai! Tutto doveva rimanere come prima e... devo consigliarti di rileggere Il Gattopardo?»

«No, no, Jacopo, non c'è bisogno. Lo conosco a memoria» mi risponde sorridendo Stefania, mentre Giulia, sempre pragmatica, suggerisce di "darsi una mossa". Così che dandocela, la "mossa", in breve ci ritroviamo fuori dai possedimenti garibaldini.

Ed è proprio qui che si verifica un fatto di proporzioni epocali: per la prima volta da che ci conosciamo, Teresina me ne dice di tutti i colori. Il tutto nasce da una domanda innocente, nella sostanza e nelle intenzioni, di Stefania: «Naturalmente, Garibaldi va ascritto a te, Teresì». Lei annuisce, e io faccio il catastrofico errore di fare un ghignetto di sarcasmo, facendo sì che venga giù il cielo:

«Ma quanto sei odioso, certe volte, Jacopo! C'era bisogno di fare il professorino del senno di poi nei confronti di quel sant'uomo? Ma dove è finito lo Jacopo così discreto e sensibile? Quello che si avvicinò con estrema delicatezza ai personaggi letterari. Nemmeno Lucia al massimo del suo "splendore" si sarebbe comportata così».

«A me tenetemi fuori dalle vostre storie, che non è cosa» si fa sentire la citata.

«A parte il fatto che professore lo sono davvero, come ben sai, lasciami dire che forse non hai tutti i torti. Ma il punto non è questo: qui non stiamo parlando di personaggi di fantasia, Teresi'. A me non è mai piaciuta la sua tipologia di persona. Continuo a sostenere che chi mette in atto simili sconvolgimenti, dovrebbe essere un poco più riflessivo e non agire d'impulso. Oltre ciò, non sopporto la sua sopravvalutazione storica. E che miseria: c'è chi è arrivato a paragonarlo, a rischio di querela, a Napoleone Bonaparte!»

«Io non mi sono mai permessa di arrivare a tanto. Ma almeno a Garibaldi un merito bisogna senz'altro darglielo».

«E cioè?»

«E cioè, Stefania cara, quello di aver gettato un sasso, ma che sasso, un vero e proprio macigno nello stagno, accelerando un processo che se si aspettava di risolverlo per via diplomatica, saremmo ancora sudditi del Borbone».

«E chi te lo dice che sarebbe stato un male?» faccio io, andando sul perfido.

«Oh, smettila, Jacopo, e ragiona. Le sue fughe in avanti hanno costretto gli altri a dare un colpo di acceleratore. A partire da quel Cavour che tanto ammiri».

«Ah, quindi se incontreremo Cavour sarà grazie a te?» fa Stefania.

«Certo che sì. Anche perché ho proprio voglia di dirgliene quattro, a proposito del danno di aver riunificato l'Italia perché, qui lo dico e non lo nego, l'Italia è stata riunificata per suo merito. Anche se io preferisco dire per sua colpa».

«E a te, Giulia, chi potrebbe toccare?»

«A questo punto credo Mazzini» risponde Giulia, ma non raccontandola tutta.

«E a te, Luci'?» prosegue l'indagine Stefania.

«Io niente. Io mi sto godendo la gita!» fa lei, secca.

«Ne', ma si può sapere che ti sta pigliando?» la rimbrotta Giulia.

«Che mi sta pigliando? Lo volete proprio sapere? E' che sto in stato confusionale. Ed è colpa tua, Jacopo».

«E ti pareva. Si può sapere perché sarebbe colpa mia?»

«Tu a scuola ci hai nascosto alcune cose. Se non a tutta la classe, almeno a noi amiche tue e ad Amedeo, la verità ce la potevi dire!»

«Luci', se ti spiegassi non sarebbe meglio?»

«Ci dovevi dire la verità su coso, su Garibaldi».

«Ma la verità su cosa?»

«Su cosa? Ma lo sai... lo sapete che quello, quando ci stavamo salutando, mi ha toccato il culo? E non parlo di una strusciatina!»

La rivelazione di Lucia ci mette di buonumore e con Teresina facciamo pace, rimanendo però sulle nostre reciproche posizioni. Le faccio presente che è grave non essersi accorto che quei "patrioti" in coccarda, incitanti la massa ad acclamarlo, fossero dei bad boys (e addolciamola così), e che qualche domanda se l'avrebbe dovuta fare riguardo all'essere entrato in città senza nessuna opposizione, ricevendo l'onore delle armi da un nemico... in armi.

Teresina mi fa presente che ha cercato di estorcergli cosa ne pensasse, ma si è subito resa conto che da lui non se ne sarebbe cavato niente. Non per amore di segretezza ma per l'ignorare completamente certe trame.

Giulia media, non per il quieto vivere ma in quanto convinta che non il solo Garibaldi non si sarebbe accorto di niente: «Teresina ha ragione» dice lei. «Con il senno di poi siamo tutti esperti. Liborio Romano era uno che giocava su più tavoli e invece di rimetterci 'o cuollo, come da vaticinio di Franceschiello, si guadagnò la medaglietta di deputato "italiano".

«In quanto all'essere stato appaltato l'ordine pubblico alla criminalità organizzata, ebbe': vogliamo parlare di quello che è successo in Sicilia, dopo lo sbarco degli Alleati nel 1943?» Le diamo ragione, camminiamo per un tratto e mentre ancora lo stiamo facendo... ci svegliamo.

Anche stavolta, impieghiamo le due ore seguenti a raccontare per filo e per segno tutto quello che ci è capitato a "Caprera". E chissà quanto tempo ci porterebbe via il "dibattito", se...

La domanda cruciale la pone Amedeo rivolgendosi a Teresina, per cercare di capire se l'eterna disfida fra me e lei stia vedendo prevalere uno dei due. Teresina scuote il capo e si prende un buon minuto per riflettere su quello che sta per dire:

«Ad essere sincera la situazione è in stallo. Almeno per quello che riguarda me. Continuo a propendere per la mia tesi sull'esserci stati, nella costruzione dell'unità d'Italia, episodi poco chiari, contraddittori e persino truffaldini, ma il tutto non elevato a sistema. Non credo alle teorie del complotto e nemmeno ad un "Grande Vecchio". Per ciò che riguarda il mio giudizio su Garibaldi, ebbene...»

«E dillo mia ex allieva preferita, dillo!»

«Lo sto dicendo, Jacopo, lasciami il tempo. Per quello che riguarda Garibaldi, visto da vicino... mi perdonerete se cito il titolo di un libro di un ex grande statista...»

«E questa è proprio bella!»

«Che cosa, Stefania?»

«Che tu definisca il fu sette volte presidente del consiglio, sia grande che statista. Con tutto il rispetto che si deve ai morti ma... ci siamo dimenticati i processi che ha affrontato e la "qualità" delle imputazioni?»

«Amica mia, io non ho dimenticato niente. Ti posso assicurare che pur non essendo ancora nata, quando il suo partito ha chiuso i battenti, quella parte di storia la conosco, e bene. Voglio anche aggiungere che mai sarei stata dalla sua parte, così come non lo sarei stata dalla tua, se avessi vissuto in quel tempo».

«E allora mi sai dire come fai a definirlo grande statista?»

«Se mi è permesso» mi intrometto «pur non volendo fare l'esegeta di Teresina, credo che lei voglia affermare un principio che sostiene da tempo. Cioè che la storia del nostro paese è un qualcosa in cui, ci piaccia o no, ci devono stare dentro tutti sia i belli che i brutti. In sintesi: dovremmo prendere esempio dalla Francia, dice sempre lei, dove non nascondono i "cattivi" sotto il tappeto, ma danno il giusto rilievo sia a Robespierre che a Napoleone, sia a Marat che a De Gaulle».

«E quindi, fammi capire, Jacopo, qui, ad esempio, dovremmo mettere sullo stesso piano che so... un Mussolini e un Pertini?»

«E da me che vuoi, Stefa', io sto interpretando il pensiero di Teresina».

«E lo stai interpretando male, Jacopo. E ti licenzio da mio esegeta. In realtà, cara Stefania, non voglio dire proprio questo. Il giudizio storico non cambia e non può cambiare. Ma non possiamo fare come facevano nella ex Unione Sovietica. Lì, quando un leader politico cadeva in disgrazia, oltre alla pallottola in testa veniva pure cancellato da tutte le foto conservate negli archivi. Io dico che non si possono lasciar cadere nell'oblio coloro che ci sono stati politicamente avversi e che, a nostro giudizio naturalmente non oggettivo, hanno danneggiato la comunità nazionale».

«La cosa mi pare leggermente diversa rispetto alla Francia o all'ex Unione Sovietica, Teresi'», fa sentire la sua voce Carluccio. «Nessuno parla di negare la storia, però nemmeno possiamo mettere in un ideale Pantheon chi ha fatto certe scelte. Io comunque la penso diversamente da entrambe, e prendo in esame proprio il signore a cui facevi riferimento. Per tutto il male che si possa dire di lui, certo non gli si può mettere in conto una guerra disastrosa con seguito di guerra civile, o quelle orrende leggi razziali, non ti pare?»

«Quindi anche fra chi ha fatto danni dovremmo fare delle distinzioni?»

«A me pare di sì, cara Teresina. E' vero che la storia la scrivono i vincitori, ma certe cose sono accadute e le responsabilità sono chiare. Poi, se vuoi a dirtelo, non mi pare che in Francia abbiano messo così in rilievo la figura di Petain».

«Quindi?»

«E quindi si è fatto tardi. Io ho un impegno e pure Jacopo, non è vero, amore?» Dice, ammiccando verso di me, Giulia. Ed io, capita la piacevole antifona, la spalleggio: «Uh, madonna, è vero! Voi continuate pure senza di noi».

Ma ormai la serata è conclusa e a Teresina rimangono in canna sia eventuali puntualizzazioni sull'argomento, sia il giudizio su Garibaldi. Abbracci, baci e tutto il resto e ci si dà, per impegni irrinunciabili di quasi tutti noi, appuntamento fra cinque giorni a casa di Teresina, visto che il marito sarà in viaggio, con figlio annesso allo scopo di fargli imparare il mestiere.

Ma in questi cinque giorni ne succedono di tutti i colori! Tante e tali che, se non mi sbrigo a mettervi al corrente, qui si fa notte. Alcune di queste cose, scommetterei che sono destinate a cambiare in qualche modo la mia vita. Ora ve le espongo e abbiate pazienza se sarò un poco prolisso. Dunque, innanzitutto lascerò perdere la cronologia per privilegiare l'importanza, partendo da quelle più risibili per finire alla più rilevante. Mi fate notare che sto dando un giudizio di valore? Sì, e allora? Non si tratta forse della mia vita? Quindi, la scelta di come raccontarle è a mio insindacabile giudizio.

Diciannove

Accenno di sfuggita alle problematiche legate al mio mestiere, che hanno avuto il culmine in una solenne litigata con il mio "capo", al quale ho immediatamente rassegnato le dimissioni da vice, facendo sì che il buon preside Canonico, sentendosi bruciare il paglione visto che lo sollevo dai due terzi delle sue incombenze, ha fatto retromarcia e ritirato la circolare che dettava le norme, restrittive, sull'abbigliamento.

L'altra litigata ha visto protagonisti Stefania ed Amedeo. Ne sono venuto a conoscenza in quanto entrambi mi hanno telefonato chiedendomi un parere. L'oggetto del contendere riguardava la decisione del mio ex allievo di voler sospendere, temporaneamente a detta di lui, gli studi di giurisprudenza per arruolarsi. Ora io chiedo, soprattutto a coloro che hanno condiviso le vicende della precedente avventura, voi ce lo vedete Amedeo in divisa? No, vero? E io nemmeno. Stavo per prendere le parti di Stefania, quando lui mi ha spiegato che l'arruolarsi era in funzione di poter far parte del gruppo sportivo dell'Esercito. Avrebbe continuato a studiare sia pure a "marce basse", ma in compenso allenandosi a livello professionale.

Capendo le ragioni dell'uno, ho fatto presente all'altra che Amedeo avrebbe potuto anche laurearsi in un anno e mezzo, ma in quanto a dare sbocco professionale alla sua laurea... e quindi ben venisse una certezza sia pure minima.

Subito dopo è venuta la questione di Lucia! Ah, eravate in pensiero, vero, che non fosse ancora apparsa all'orizzonte una questione legata a Lucia? Comunque niente di importante se non per essere, la questione, stavolta non riguardante il "cuore", ma all'avere ricevuto una proposta di lavoro.

A Lucia è stato chiesto, da una casa di abbigliamento specializzata in intimo femminile, non molto nota ma con una nomea di rispettabilità (ve lo posso assicurare perché ho immediatamente preso informazioni), di fare da modella al loro nuovo catalogo. La cosa non mi ha meravigliato, e chi conosce Lucia non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Quello che mi ha lasciato perplesso (in positivo), è che la "vecchia" Lucia non si sarebbe posta nemmeno per un attimo il problema, passando istantaneamente da allieva infermiera a modella di lingerie. Questa, invece, aveva dei dubbi e mi ha chiesto un parere: «Se ti devo dire la verità, Jacopo, a me la cosa mi intriga» e figurati quanto intrigherebbe quelli che vedrebbero le foto sul catalogo, ho pensato «Però quello che sto facendo mi piace e non vorrei perderlo. Ma il regolamento è chiaro sul non poter svolgere altre attività. E poi, te lo immagini se capitasse a quelli dell'ospedale di vedere le foto?»

«Ebbe'» le ho replicato, «Magari si svuoterebbe Cardiologia causa decessi». Ma poi, ritornando serio, le ho fatto presente che al di là di inclinazioni, desideri, voglie e sogni di gloria, si prendesse il sicuro e lasciasse perdere un lavoro così effimero.

Problemi, certo. Ma non tanto seri quanto quello di Teresina. Sentendoci come facciamo tre volte la settimana, quando le ho chiesto come stesse, invece di rispondermi con il consueto "bene grazie e tu?" mi ha confidato di non sentirsi tanto bene avvertendo, soprattutto la mattina, un poco di nausea.

A questa notizia, benché non esperto di certe questioni, pure mi è venuto il dubbio, visto che Teresina non è solita fare colazione con salsicce, bacon ed uova, che questi disturbi fossero causati da "altro". Quindi, ho iniziato a ragionare con me stesso, arrivando a fare calcoli su calcoli per capire se, fra il test negativo e le nausee, vi fosse compatibilità di tempi.

Però, questo comportava di appurare se si fosse verificata la causa prima per farlo succedere, e che per accertarlo avrei dovuto chiedere a lei ma, nonostante la grande confidenza, pure non me la sentivo di domandarle quando avesse fatto per l'ultima volta all'amore.

Riemergendo dalle nebbie dei miei pensieri, ho sentito Teresina dire: «Tu cosa ne pensi?» e quindi ho dovuto risponderle che se n'era andato il campo e se, per favore, potesse ripetere.

«Ti giuro che se con Lucia non mi avesse fatto eseguire il test, penserei di essere incinta, ma così non è. Anche con i tempi non ci siamo perché, come mi ha spiegato lei, bastano una decina di giorni dal concepimento per avere certezze. E visto che da due giorni prima del test ad oggi non è... successo niente...»

«Ah no?» ho risposto, ringraziando gli dei di essere solo, visto che mi sentivo la faccia di brace. «No, in quanto» ha proseguito lei «fra una cosa e l'altra non c'è stata più possibilità. Mio marito in questo periodo è continuamente in viaggio, e quando torna è distrutto dalla stanchezza. Anche se...»

«Anche se?» ho azzardato.

«Anche se, talvolta, mi chiedo se non mi abbia sposato per dare una madre con le mie caratteristiche a suo figlio. So di non essere attraente, ma...»

«Ma quando mai» ho sbottato. E non l'ho detto tanto per dire, visto che già diverse volte ho accennato alla metamorfosi in positivo di Teresina.

Ma per non farla lunga, dirò che ci siamo salutati con l'assicurazione da parte sua, che portata a compimento la nostra attuale avventura, una capatina dal medico l'avrebbe fatta.

Ma veniamo alle cose veramente serie. Quelle che riguardano la mia persona, comprendendo nel pronome "mia" anche Giulia.

Per tutta una serie di motivi, in questi giorni non ci siamo visti. Potete immaginare come ci sono restato male quando, finalmente insieme, ho notato una Giulia ben lontana dal mostrare il solito entusiasmo, lo stesso di quando ci si ritrova dopo una lunga separazione di tre giorni.

A cena, poi, ha fatto in modo che quello che aveva nel piatto crescesse invece di diminuire. Siccome l'avevo preparato io e lei la mia cucina l'apprezza, mi sono reso conto che avevamo problema, e di che tipo e qualità è stata lei stessa a rivelarlo: «Ah, quasi dimenticavo, tanti saluti da papà».

Al che ho risposto «Grazie, come sta? »

Lei mi ha guardato con lo sguardo della Giulia che ha bisogno di rifugiarsi fra le mie braccia, e non con quello che ho imparato a temere. Di conseguenza le ho preso la mano e le ho chiesto: «Che c'è, amore, papà tuo non sta bene?»

«A sentire lui sta magnificamente. Ma io lo trovo giù, abbattuto».

«Giu', papà tuo sta in carcere, non all'Hotel Excelsior».

«Jacopo, fammi il piacere di non dire scemenze, che papà in carcere ci sta da un bel po'. Però così non l'avevo mai visto».

«E' vero, hai ragione tu, cosa pensi che abbia?»

«Che ne so. Lui dice di star bene, che non è stato mai meglio. Siccome a dire le bugie, vista l'esperienza che ha, è bravo, io non riesco a capire se sia vero o meno. Però sono sicura che c'è qualcosa che non va».

«Giulia, vuoi che vada a parlarci io? Chissà, magari, fra uomini... perché ridi?»

«A parlarci tu, con papà? Ma a te quello non direbbe niente, figurati».

«Mi devo offendere? Eppure ho sempre avuto l'impressione che mi stimasse».

«Ma che hai capito, scemo. Papà ti stima anche troppo. Il punto è che di te ha soggezione!»

Sempre in tema di genitori, l'altra botta, e che botta, è arrivata da mammà la sera in cui, essendo più vedovo bianco del solito, sono restato a cena da lei. Tutto è filato a meraviglia, visto che la pasta alla genovese era superba (en passant per i profani: per pasta alla genovese non si intende la "pasta con il pesto") e l'annecchia che stava per seguire sicuramente della stessa qualità (sempre per i profani: l'annecchia è la carne di un vitello che non abbia superato l'anno di età. Il termine deriva dal latino annicula), quando lei, a bruciapelo, mi ha detto:

«Jacopo, bello di mammà, senti una cosa: ma tu, a Giulia tua, quando me la porti a conoscere?»

Mia madre è una donna accorta, esperta e intelligente. Ed è solo per questo, per l'avere atteso che io ingoiassi l'ultimo zito prima di parlare, che sono ancora vivo e non morto soffocato. Lei si è data da fare a servire il secondo, in un tentativo mal riuscito di non dare peso alla cosa, mentre io finalmente ho ritrovato la parola:

«E tu, di grazia, come è che sai di Giulia?»

«Che ci vuoi fare, bello di mammà, lo sai come è fatta la gente. Viene una e ti dice: "Madonna mia, che bella guagliona è quella che sta con Jacopo vostro". E io a dire che sarà un'amica, e quella: "Se se, amica! E le amiche mica si tengono strette così". E io sorrido, facendo finta di fare quella che non si vuole sbilanciare. Poi ne arriva un'altra che mi viene a dire che il mio Jacopo, ma chi l'avrebbe immaginato, ogni tanto sale le scale di un palazzo che non ha una buona fama.

«Stavolta mi meraviglio davvero, perché ti conosco. Ma quanto ti conosco, mi chiedo? Allora... mi informo. Bada, amore di mammà, non ti faccio né seguire né spiare. Non l'ho mai fatto nemmeno per quel feten... per la buonanima di papà tuo, figuriamoci per te. Mi informo e vengo a sapere tutto. Anche che questa guagliona, Giulia, al di là di chi sia e di cosa faccia, è una persona perbene, seria, affidabile. Cioè che è, come mi ha detto una persona, "la nuora che tutte le mamme si augurerebbero"».

Mia madre non mi aveva mai fatto, da che ho memoria, un discorso così lungo e approfondito. Ed è per questo, oltre che per l'argomento, che mi sono commosso. Così, visto che lacrima tira lacrima, ci siamo messi a piangere tutti e due. Poi, dopo aver fatto onore all'annecchia, non essendoci niente di meglio che un bel pianto per stimolare l'appetito, l'ho messa al corrente di come stessero le cose, promettendole che sentita Giulia avrei cercato di combinare la cosa.

Finita qui? Possiamo passare dal personale allo storico? Dai, Jacopo, parlaci del viaggio seguente. Chi avete incontrato? Cosa vi ha detto? Avete scoperto qualcosa?

Calma calma, belli! Perché c'è un'altra cosa che è capitata ed ha una grande importanza. Non solo per me ma anche per tutta la mia compagnia di giro. Una cosa che ha fatto sì che un cerchio si chiudesse, una volta tanto con l'happy end".

Venti

Alvaro, capo bidello, mi ha bloccato (corsi e ricorsi storici, direte) mentre uscivo dall'aula di terza, sventolando una busta bianca. Porgendomela, a voce moderata ma non troppo, si è messo a fare lo spiritoso: «Professore bello, c'è posta per voi». L'ho ringraziato, l'ho guardato male ma lui, imperterrito, mi si è affiancato. «Chissà chi vi scrive, professo'». E io, invece di rispondergli con il classico "Ne' Alva', ma a te che te ne fotte", avendo riconosciuto la grafia (in questo caso veramente calli) sulla busta, ho scrollato le spalle e accelerato, rifugiandomi in presidenza.

Una volta seduto, emozionato sino al punto di fare fatica ad aprire la busta, ho fatto mille ipotesi sul motivo che avesse indotto Fatima a contattarmi dopo tutto questo tempo. Infine, rotti gli indugi, ho iniziato a leggere bastandomi solo poche righe per commuovermi.

Carissimo Jacopo. Non è per formalità che ti definisco così, ma perché sei ancora molto caro al mio cuore. Le vicende della vita hanno fatto sì che fra noi oggi possa esserci, almeno da parte mia, solo affetto. O meglio: l'amore che può legare due amici che hanno condiviso un tratto di strada, che per chi ti scrive è stato di grande arricchimento.

Non ti meravigliare di quello che stai leggendo, caro Jacopo. Io ho imparato tante cose nel mio soggiorno presso la "nostra" scuola (credevi che non mi fossi mai accorta di quanto ti infastidiva il mio definire "vostra" la scuola?) Ma queste cose le ho imparate tardi per potertele - e potervele - dire di persona. Però sono ancora in tempo per scrivertele, sperando che tu le legga.

Sto insegnando, come Teresina sa e quindi sicuramente saprai anche tu, a Bresso presso un Liceo Classico. Anche qui i ragazzi sono, chi più chi meno, un poco indisciplinati. Insomma: sono come tutti i ragazzi. L'unica cosa che li differenzia rispetto ai "nostri", è che quando c'è da studiare sono dei bulldozer. Lo sono perché vogliono arrivare, vogliono fare un passo in avanti se non due o tre, rispetto ai loro genitori. Studiano, studiano e non pensano ad altro, almeno durante le ore di scuola. Del loro privato non so nulla, con me non ne parlano. A dire il vero non lo fanno nemmeno con il loro insegnante di lettere, bel ragazzo, atletico, brillante ma... che nostalgia di quello per niente bello ed a tratti goffo, della mia precedente scuola. Tu sai di chi parlo, vero?

Ti penso sorridente mentre leggi queste righe. Sorriderai di meno quando leggerai che circa un mese dopo che insegnavo qui, rimasta sola in sala professori dopo un'ora di lezione filata liscia come l'olio, improvvisamente mi sono messa a piangere pensando a tutti voi.

Sì, Jacopo, a tutti voi! Non solo a te, no. Ma a Teresina, Amedeo, i colleghi, persino allo scorbutico preside Canonico e alla segretaria (a proposito come la chiamavate? Wonder woman, se ricordo bene). E a Lucia, soprattutto a Lucia e a Giulia, che non sopportavo per due motivi. Il primo è che ero certa fosse innamorata di te, e che a te non era indifferente in nessun senso, ed il secondo... Dio mio, Jacopo, sapessi che male mi fa scrivere che mi turbava. Solo oggi riuscendo a spiegarmi il perché

Ho scritto "soprattutto", riferendomi a Lucia, perché questa popolana, popolare, svogliata, intelligentissima, con un cuore immenso ed una sincerità disarmante, è la degna, degnissima icona della città vostra che è anche quella di mio padre, e che ho dovuto abbandonare non avendo allora il coraggio, che pur non acquisito del tutto, ora in qualche modo possiedo.

Mi mancate. Mi manca la vostra spontaneità, la vostra coesione, l'essere sinceri e leali l'una nei confronti dell'altro. Sento la mancanza anche dei vostri limiti e difetti. Ed è per questo che vi ringrazio.

Non lo farò di persona perché non reggerei, ma fallo tu per me e ringraziali anche per avermi costretto a condividere quella "storia" di cui non scrivo. Hai visto mai che la lettera capiti in mani sbagliate? Chissà oggi come sarei piena di rimorsi se non aveste "insistito" tanto per farmi partecipare.

Questo periodo è stato durissimo, sai caro Jacopo? C'è voluta una lunga ginnastica per far sì che non prendessi più per il culo me stessa (vedi? Ora anche io uso certi termini!). Ho faticato tanto per riuscire a cavarmi il dente delle illusioni, provando tanto dolore nel mettermi di fronte allo specchio, dicendomi che quella persona che vedevo riflessa era molto diversa, e in aspetti essenziali, da quella che mi immaginavo fosse.

E' stata dura mio caro amico, ma sto iniziando a farcela. Perché, vedi, la mia vita scorre grigia e monotona. Però sarebbe più giusto dire scorrerebbe se, lo dico con gioia e timore, da circa un mese non mi vedessi con... qualcuna. Lei fa la commessa nel supermercato dove faccio la spesa. Qualche sguardo, qualche parola, molti sorrisi, un reciproco riconoscimento e ora... qualche cena e qualche cinema, più che altro per poterci, al buio, tenere per mano. Anche lei, come me, è ancora nella fase del "vorrei ma non posso" ma, se Dio vorrà (Lui, sono sicura, non avrebbe niente da dire, al contrario dei suoi sacerdoti), insieme riusciremo a fare ulteriori passi in avanti.

Ora ti lascio alle tue incombenze. Continuerò a pensarti/vi con amore e rimpianto. Tu leggi pure integralmente la mia lettera sia agli altri che a quanti frequentano il vostro giro, in quanto ho l'impressione... ma no: ne sono certa! Che esso si sia ampliato. Statti bene carissimo amico mio. Ti abbraccia la tua Fatima.

P.S. Ti scrivo per posta ordinaria in quanto, visti i tempi biblici con cui consulti la tua mail, questa chissà quando la leggeresti (e poi ricordo che preferisci le lettere scritte a mano).

P.P.S. Che bello sarebbe sapervi insieme Giulia e te.

La lettera l'ho letta in anteprima a Giulia, che ha pianto tanto da innaffiare un giardino. Allo stesso modo si sono commossi tutti, poco fa, quando l'ho letta pubblicamente prima di imbarcarci per un'altra delle nostre visitazioni storiche. Ma, prima di andare, mi corre l'obbligo di informarvi che anche a casa di Teresina abbiamo mangiato divinamente. Grazie al fatto che ha alle sue dipendenze una cuoca molto brava.

Mentre per l'ennesima volta passiamo dalla realtà alla virtualità indotta, mi assale il pensiero che potremmo non incontrare Cavour, se stavolta dovesse trattarsi di lui. Infatti, fra la proclamazione del Regno d'Italia e la sua morte, trascorsero appena nove mesi o giù di lì. Ma non ho nemmeno il tempo di preoccuparmi in quanto, di colpo, ci ritroviamo in una vasta anticamera affollata da decine di persone che paiono non vederci, sperando che nemmeno ci sentano, visto che Lucia a voce "moderata" (e intendo quella che per lei è moderazione) ha osservato che sembriamo essere finiti nel bel mezzo di un funerale.

Ed è naturale che mi venga da pensare che Cavour è morto, e che non ci resti altro da fare che un giro per la Torino del 1861, pur non conoscendo, nessuno di noi, quella contemporanea., Oppure stare qui a dolerci per tutto il tempo insieme agli altri. Poi, mentre proseguo nel lucidare la parte down del mio bipolarismo, sento toccare il braccio da una mano, nella fattispecie quella di Teresina, che ha un osservazione da fare: «Senti, Jacopo, Cavour è morto nel palazzo di famiglia, ricordo bene?»

Mi scuoto, imponendo allo Jacopo razionale di imbavagliare quello nevrotico, e cerco di riflettere su quanto mi sta dicendo Teresina. Faccio un rapido ripasso, avendo dedicato al personaggio ben più tempo che ad altri, e le rispondo che, sì, Cavour è morto nel palazzo di famiglia.

«E non ti sembra un'anticamera troppo grande per essere quella di un palazzo, sia pure nobiliare?»

«Mi stai dicendo...»

«Ti sto dicendo che credo questa sia l'anticamera del ministero. Di conseguenza...»

«Di conseguenza il primo ministro è vivo!»

«Ma allora tutte queste facce addolorate come te le spieghi?»

«Non saprei».

«Perché stanno ripassando la parte» irrompe Stefania.

«Che parte?»

«Teresi', questi sono maneggioni decisi a fare man bassa di appalti, concessioni e quant'altro».

«Va bene, probabilmente hai ragione tu. Ma quello che Teresina e io non abbiamo capito è la parte... della parte».

«Ma la parte dei dolenti, dei piagnoni, di quelli che hanno bisogno, necessità. Di quelli pronti ad offrire tanto per poco, fatto salvo poi pretendere tanto offrendo poco, una volta acquisito ciò che li interessava».

«E' molto probabile. Quindi siamo nell'anticamera del ministero e lì dentro sicuramente c'è Cavour. Resta il problema di come fare per comparire alla sua presenza».

«Uh, Jacopo, diciamo di essere giornalisti come per Garibaldi».

«Luci', Garibaldi, povera stella, un drago sul campo di battaglia ma per il resto... Cavour non è, o era, farina per fare le ostie».

«E allora?»

«Allora pensiamoci un poco tutti quanti».

Pensiamoci. E' una parola! Me ne sto lì assumendo la posa del pensatore di Rodin ma i pensieri divagano, divergono, scivolano e... ci siamo capiti: non me ne viene uno a pagarlo oro. Così, fra il cercare l'ispirazione, la curiosità per il posto in cui ci troviamo e per evitare lo sguardo delle altre, lascio che il mio, di sguardo, percorra tutto il salone fino a soffermarsi sulla fatidica porta: quella che immette alle segrete stanze del Nostro.

Noto che sulla sommità di essa è posto un grande orologio, di quelli con le lettere romane, con alla base una scritta. Dalla nostra postazione, non vedendo bene, chiedo a Lucia notoriamente un'aquila dal punto di vista oculistico, cosa lei riesca a leggere.

Lucia esegue e comunica: «E' una data. Deve essere quella del giorno».

Poi, visto che sembra convinta di aver esaurito il compito, le sibilo: «E sarebbe di troppo disturbo metterci al corrente del giorno in cui siamo?»

«Iih e come siamo suscettibili. Bastava dirlo: 20 maggio 1861».

«Grazie Luci'... 20 maggio, questo vuole dire che...»

«Fra nove giorni lui avrà il malore che in breve lo porterà alla tomba».

«Sì Teresi', proprio così».

«Jacopo».

«Sì. Giulia, dimmi».

«Jacopo, andiamocene».

«E perché mai?»

«Io non me la sento di parlare con una persona di cui conosco la data della morte».

«Giulia, tesoro, anche di Garibaldi sapevamo quando sarebbe morto, e di Gramsci persino peggio».

«Hai ragione, però questa data... è troppo vicina, mi fa impressione».

«Dai, Giulia, cerca di essere razionale» prova Stefania.

«Stefa' so di non esserlo ma me ne può fottere di meno! Non lo so cosa mi ha preso. Magari mi sta venendo il ciclo oppure, a me, quello che ci siamo iniettati per via orale, produce un effetto collaterale, non lo so. Però sento un nodo allo stomaco, se penso che quando parleremo con lui gli resterà solo un mese di vita».

«Poco più di quindici a dire il vero».

«Quanto cazzo sono, sono, Teresì!»

«Sì Giulia, hai ragione, scusa. Tu stai evidenziando una tua sofferenza. E allora perché non resti qui? Noi entriamo, facciamo quel che dobbiamo fare e usciamo. Mal che vada ci sveglieremo tutti nello stesso posto, circondati dai nostri amici».

«Se resto da sola mi sembra di fare una vigliaccata».

«Tu, Giulia? Vigliacca tu? Questa è da raccontare!»

«Spiacente di dover interrompere questo scambio affettuoso, ma vi faccio presente che ancora non abbiamo risolto il problema di come entrare».

«E qui ti sbagli, caro Jacopo. Perché se è vero che alla data di oggi mancano pochi giorni alla morte di Cavour, è anche vero che è passato poco più di un mese dall'incendiario discorso di Garibaldi alla Camera, quello in cui al povero conte ne sono state dette di tutti i colori».

«Forse sto cominciando ad intravedere la luce».

«Vero? Quindi noi veniamo da parte di Garibaldi a cercare di ricomporre i cocci di un dissidio, che "potrebbe minare le fragili basi di questa nostra Italia finalmente unita" Che ne dite?»

«Dico che sei un genio, Teresi'».

«Grazie Stefania ma non è che ci volesse una tale genialità. Ci sarebbe arrivato anche Jacopo, se non stesse dando preminenza alla cosa che la merita più di tutte, cioè Giulia».

Le sorridiamo, sia io che l'amore mio, e ci prepariamo a compiere la traversata della sala, quando Stefania ha qualcosa da dire:

«Sì, perfetto. La scusa è buona anzi ottima, ma il cerbero alla porta come lo convinciamo? Pensate che non ci chieda le credenziali? E noi che gli mostriamo?»

«Cara Stefania. In questo mondo in cui ci stiamo aggirando, le cose accadono in quanto siamo noi che le facciamo accadere. L'esserci spacciati per giornalisti e ora per emissari di Garibaldi è superfluo, è un di più. Saremmo potuti entrare direttamente, come già ti fece presente Teresina davanti al carcere di Turi, e nessuno ci avrebbe fermati e nemmeno visto. Abbiamo libero accesso sempre, comunque e dovunque, perché di questa storia ne siamo gli autori».

«E allora, caro Jacopo, mi dici come mai abbiamo piazzato tutta questa cazzo di sceneggiata, quando potevamo entrare senza bussare?»

«Perché quando si è dentro una storia bisogna osservarne le regole! E ora, vogliamo andare?»

Mi alzo, si alza Teresina e, ancora scuotendo la testa, Stefania. Non si alza Giulia ma questo lo si sapeva. Però non lo fa nemmeno Lucia.

«Che fai, non vieni?» le chiede Teresina.

«No, andate voi. A me che quello muore fra un mese me ne può fottere di meno. Però non lascio Giulia da sola».

«Ma no, Luci', vai pure. Cosa vuoi che mi succeda?»

«Niente, lo so, ma pure io ho le mie fisime. E un'amica da sola non la lascio. Mi farebbe impressione stare lì dentro sapendoti qui in mezzo a una marea di estranei, sia pure immaginari».

«Caso mai virtuali, Luci'».

«Virtuali, immaginari, di fantasia. Tutto quello che vuoi, Jacopo. E' giusto che siate voi intellettuali a parlare cu stu cazz 'e Cavour, e lasciare che le popolane si mettano a sparlare di questa e di quello... esclusi i presenti, naturalmente».

Ventuno

Che creda o no essere noi emissari di Garibaldi, Cavour ci accoglie giovialmente. Non guasta l'essere lui assai sensibile al fascino femminile come ben sappiamo, cosa comune, del resto, a tutti i Padri della Patria, compreso il "re galantuomo" che non se ne lasciava scappare una. La presenza di Teresina aiuta, ma mi rammarico che Lucia abbia deciso di tenere compagnia a Giulia.

Per la parte che mi riguarda, posso affermare che verso quest'uomo ho avuto sempre un atteggiamento ambivalente. Da un lato ho sempre poco apprezzato il suo ricorrere a finzione, simulazione, disinformazione e tutte le altre parole che terminano con le due ultime sillabe, aggiungendovi "prostituzione", come per la vicenda della contessa di Castiglione.

Ma la mia parte razionale e pragmatica, forgiata da anni di studio, mi ha costretto malgré moi ad ammirarlo. Perché ci vuole intelligenza, coraggio, animo forte e persino fede, per essere capaci di tessere una ragnatela tale da invischiare regnanti, ministri, deputati, rivoluzionari e moderati (oltre che un paio di donnine), giocando sui loro conflitti e dissidi, per arrivare al suo scopo che poi era quello a cui tendevano chi più chi meno tutti: la riunificazione degli stati e staterelli italiani annettendoli al Regno di Sardegna. Che lo si chiamasse pure Regno d'Italia!

Ha giocato su troppi tavoli, ha manipolato troppe persone, quest'uomo piccoletto, grassoccio, faccia rosea con un filo di barba, per bersi che il generale è rammaricato per questo dissidio fra due Padri del neonato Regno. Garibaldi, gli dico, pur continuando a sostenere le sue ragioni, esecra il modo con cui le ha esposte e di questo si scusa. Lui annuisce un paio di volte, si toglie gli occhialini e, mentre li netta con un lindo fazzoletto, ci rivolge la parola.

«Vogliate rassicurare il generale che in me non v'è la minima ombra di risentimento. So, per esperienza personale, quanto le passioni portino le parole ad andar oltre le intenzioni. Così come si è pronti a travisare quelle altrui. Valga quanto detto dal suo fido Bixio, quel giorno alla Camera, per comprendere lo spirito che deve prevalere.

«Egli sappia la profonda stima che gli porto. Oltre che essere un galantuomo integerrimo, pochi gli sono stati emuli sul campo di battaglia. Oltretutto, ben comprendo il risentimento suo essendo stata mia, sia pure obtorto collo, la responsabilità del rendere Nizza, la sua adorata patria, alla Francia. Ma tale, ahimè, è la politica! In quanto al voler vedere Venezia e Roma riunite all'Italia, non vi anelo forse anch'io?»

«Veda Conte» ribatto, cogliendo la palla al balzo in quanto mi è venuta una pensata che mi pare confacente ai nostri scopi. «L'amarezza del generale è causata non solo da quanto Ella ha esposto. In fin dei conti la cessione di Nizza è un fatto politico. E la politica, si sa... ma soprattutto dall'incessante opera di mestatori professionisti, mai mancanti nelle pieghe di grandi imprese, che vanno insinuando che sia stato il suo Ministero, tramite rilevanti esborsi finanziari, a favorire il dissolvimento Napoletano».

Camillo Benso, conte di Cavour, ci guarda. Scuote la testa e sorride. «Il generale Garibaldi, è un uomo che ha reso all'Italia i più grandi servigi che un uomo possa rendere. Ha dato agli italiani fiducia in se stessi. Ha provato all'Europa che essi sanno battersi, e morire, sui campi di battaglia pur di riconquistare la loro patria. Ma tanto egli è valente nelle cose di sua competenza, quanto ingenuo nelle cose della politica. Pertanto non provo meraviglia che abbia prestato orecchio a simile fandonia. Pagare lo stato maggiore borbonico affinché gli cedesse il passo? E a che pro?»

«Ebbene, Conte, il pro è facilmente intuibile».

«Sì, sì, certo. Intendevo che non v'era il bisogno di usare mezzi così venali da parte nostra. Il Regno delle Due Sicilie era ormai agonizzante. E lo era in quanto stava sul gozzo a chi, in quel momento in Europa, disponeva di una industrializzazione superiore a tutta quella degli altri stati messi insieme».

«L'Inghilterra, intende».

«L'Inghilterra, mio buon signore. L'Inghilterra ricca di colonie e di miniere; di industrie e di linee ferroviarie, da sempre foriere di progresso e civiltà e capace, questa grande nazione, di esportarne la tecnica dello sviluppo. Il treno è progresso signor mio. A ciò dovremo in futuro mirare, per mutare quella che, con una felice formulazione, il Metternich ha definito "espressione geografica", in una nazione ed un popolo.

Il treno unisce rapidamente i paesi. Non più località ripiegate su se stesse, ma aperte al nuovo e alle idee provenienti dai luoghi dove esse vanno ad elaborarsi. Se mi è consentito il sillogismo, l'Inghilterra ama il progresso, il treno è progresso, l'Inghilterra ama il treno».

«Voglia perdonarmi, signor conte, ma tutto questo cosa ha che fare con il Regno delle Due Sicilie. O meglio: come ha contribuito l'Inghilterra a farlo cadere?»

«Chiedo venia per essermi lasciato trasportare dalla mia grande passione, operando una digressione corretta ma in fondo fuor di luogo. Ma ben si conosce il mio interesse, che diversi potrebbero definire mania, verso l'approntamento di una estesa rete ferroviaria. Ma ora spero che il tempo non vi manchi, visto che per dare risposta alla vostra domanda, è d'uopo partire da lontano ».

«In realtà, signor conte, di tempo non è che se ne abbia molto. Ma siamo così certi che ciò che ha da raccontare sia di estrema importanza, che ce lo faremo bastare».

«Ne sono lieto. Vedano: l'unico interesse di Britannia è sempre stato quello dell'espansione commerciale, più volte ribadito, ed esplicitamente, dai vari Gladstone e Palmerston. E questa espansione si regge sulla potenza marinara, ben rappresentata dalle strofe di un inno del 1700, famoso quasi quanto il God save the Queen. Esso canta:“Rule, Britannia! rule the waves/Britons never will be slaves. Traducendo all'impronta: Domina Britannia le onde, così che i Britanni mai potranno essere schiavi.

«Ora, va anche tenuto presente che è in costruzione quel canale di Suez ancora da completare, ma che pure lo sarà. Esso non farà altro che apportare importanza maggiore al Mare nostrum. Basterebbe, quindi, consultare una sia pur raffazzonata carta geografica, per constatare l'importanza strategica della Sicilia, isola su cui gli inglesi avevano da tempo messo gli occhi. Lo dimostra, fra i tanti episodi, l'appropriarsi da parte inglese, di un isolotto vulcanico sorto dalle acque fra Sciacca e Pantelleria nel 1831.

«Ma il contenzioso non era solo politico. Nell’inverno del 1835, il fratello di Ferdinando II, il principe di Capua, s’innamorò di una bella irlandese di nome Penelope Smith. Quando volle sposarla, il re suo fratello gli intimò di non darvi corso, emanando un decreto che proibiva ai membri della famiglia reale di lasciare il paese senza il suo permesso, e che un matrimonio senza la benedizione del re sarebbe stato da considerarsi nullo.

«Ora, ci si potrebbe chiedere come potesse indisporre l'Inghilterra, il non consentire le nozze di un principe con una cittadina britannica, se non si sapesse che la cittadina in questione non era altri che la nipote di Palmerston. Il fratello del re si rifugiò in Inghilterra sotto la protezione dello zio acquisito, e da lì si innescarono diatribe di tutti i tipi, corredate da parte britannica da una campagna di denigrazione e falsità nei confronti del Borbone».

«Mi perdoni, signor conte» interviene Teresina, «sembra quasi che Ella tenda in qualche modo a "rivalutare" il re di Napoli».

«Veda, mademoiselle, una cosa è la politica, un'altra la verità storica. Ma mi sia consentito proseguire. Nel 1816, intanto, era stato firmato un trattato che permetteva la riduzione dei dazi di importazione britannici nei porti del Regno delle Due Sicilie e, nello stesso tempo, essendo l'isola ricca di zolfo, ne fu autorizzata l'estrazione da parte di alcune compagnie inglesi. Queste, in breve tempo iniziarono, e la cosa non meravigli, a farla da padrone, tenendo i lavoratori in tali condizioni che questi si rivolsero al re, affinché si adoperasse a far ottenere loro condizioni meno disumane.

«A quel punto, Ferdinando assegnò il monopolio dello zolfo ad un'impresa francese, lasciando a voi immaginare quali reazioni ciò provocò nell'establishment britannico. Si arrivò al punto di suscitare azioni di guerra vere e proprie.

«Anche l'impresa del Pisacane, del resto fomentata e appoggiata da una giornalista inglese, Jesse White, fu motivo di contenzioso per la presenza a bordo della "Cagliari", requisita per il trasporto del Pisacane e dei suoi, di due meccanici inglesi. La loro prigionia scatenò una nuova serie di recriminazioni da parte britannica.

«Viste tali premesse poteva mai l'Inghilterra non adoperarsi per far crollare l'esecrata dinastia? Non era forse più conveniente, per essa, che la Sicilia fosse incorporata in uno stato amico? In quanto ai modi e ai mezzi... voci che si rincorrono parlano di fondi per svariati miliardi, distribuiti fra le alte sfere dell'esercito borbonico ma, ripeto, sono solo voci. Nessuna prova, nessun documento, nessun testimone disposto a parlare».

Sentendo tali parole, conscio che sto rischiando di calare una carta che ci farà cacciare se non peggio, mi gioco il pari e dispari e la sbatto sul tavolo:

«Sua Eccellenza vorrà perdonarmi se mi permetto di rammentare, che lei stesso ricevette una lettera dal Persano, in cui le si comunicava essere stati necessari, allo scopo di "ammorbidire" lo stato maggiore borbonico, ulteriori pagamenti, con somme raggiungenti anche i ventimila ducati. Inoltre, come convenuto - ciò affermava il Persano - egli aveva promesso, a nome di Sua Eccellenza, gradi, titoli ed onori».

Ed è proprio in un tale frangente, che Cavour non solo dimostra di essere il grande statista che è (stato), ma anche di avere il sang-froid del giocatore di razza, non battendo ciglio e non indugiando nel rispondermi: «Ah. Delle lettere, dice? Ebbene: ho come l'impressione che il buon Persano, per il resto degnissima persona, non rinunci a presentare le sue azioni come se da queste dipendessero le sorti di una dinastia o di uno stato. Io non ricordo di aver mai apposto la mia firma su lettere del genere; né alcuna in cui sollecitassi una corruzione di singoli o gruppi. Ripeto: ho amicizia e stima per il buon Persano, e non a caso lo volli a capo delle operazioni marittime. Ma non posso disconoscere la sua propensione alle millanterie».

E non solo, penso io, visto che si sta parlando dello stesso Persano a cui gli austriaci, nel 1866 al largo di Lissa mandarono a fondo una buona fetta di flotta. Poi smetto di pensare perché Cavour ha ripreso a parlare:

«Del resto che io sia stato a conoscenza o meno di tali manovre, ha poco o punto importanza. Ho visto realizzarsi ciò che era nei voti di Sua Maestà e del popolo tutto, è questo solo conta. Se da parte di questo Ministero vi è stata una avvedutezza tale, talvolta, da sconfinare nell'ambiguità, lo è stata in funzione di non compromettere i destini della Patria.

«Il nostro ragionamento era semplice: se Garibaldi avesse fallito, questo doveva a lui essere attribuito per intero. Se, al contrario, avesse trionfato, così come è stato - vuoi per il suo valore, vuoi per il marcio della dinastia borbonica, vuoi per l'intervento britannico - non avremmo respinto l'idea che si pensasse e dicesse che ne avessimo merito.

«Mi ero posto un imperativo categorico: realizzare l'unificazione dell'Italia dall'estrema punta della Sicilia, quella che volge all'Africa, fino agli estremi prolungamenti dell'Alpe. Ma avevo di fronte a me due ostacoli tremendi: l'Austria, che oltre ad amministrare direttamente il Lombardo-Veneto, largamente influenzava la politica di gran parte degli altri stati, ducati e granducati. D'altro canto vi era, temibilissimo, il pericolo democratico con, al termine di un suo pur sinuoso percorso, l'instaurazione di una repubblica. Restavo, e ne resto convinto tuttora, che il generale fosse il braccio armato di Mazzini.

Altro restava da fare e l'ho fatto. Ed è stato grazie alla mia opera di convincimento, mi si perdoni l'immodestia, nei confronti dell'Imperatore dei francesi che si è consentito a Vittorio Emanuele di marciare, senza indugio, verso lo Stato Pontificio così impedendo al generale di occuparsi di Roma. Mi è bastato paventargli le conseguenze di un suo intervento contro Garibaldi e ciò che questo avrebbe determinato.

«Mirabile impresa condotta alla perfezione, intendo l'attività diplomatica di Sua Eccellenza. Ma, mi permetto di chiederle: non è stata forse sopravvalutata l'influenza del Mazzini?»

«Forse. Ma anche, all'opposto, da non sottovalutare! Non si poteva correre il rischio di non tener di conto il suo grande ascendente, anche in ragione del suo rigore personale, del suo... oserei dire ascetismo».

«Pare quasi che lo ammiriate».

«E se fosse? Ma per quanto l'uomo Camillo Benso possa ammirarlo, il politico Cavour aveva, ed ha, il dovere di avversarlo. Ma non trattasi solo di conflitto ideologico vertente sulla forma da dare allo stato, o sugli articoli di esso costitutivi. E' un conflitto di metodi. Per Mazzini l'azione è diretta, estrema. E' il fare, l'iniziare, e poi la cosa andrà da sé, in questo più simile a Garibaldi di quanto ad entrambi piaccia credere.

«Io sono sempre stato per il giusto mezzo in qualsiasi espressione dell'agire. Per ciò che mi riguarda, resto della convinzione che ad ogni passo avanti ne debba seguire uno... di lato, posizione sempre più vantaggiosa rispetto al farne due in avanti ma che, senza consolidamento, ne procura ben di più indietro. E ora, se voleste scusarmi, altri affari richiedono la mia attenzione. Vogliate portare i sensi della mia più profonda simpatia al generale, rassicurandolo circa la mia immutata stima».

Usciamo senza che il segretario ci degni di uno sguardo, così come fanno tutti coloro che attendono di essere ricevuti. Preleviamo Giulia e Lucia e ci avviamo all'uscita. Una volta fuori, in pieno esprit d'escalier, mi sovvengono molte altre cose che avrei voluto chiedergli. Su tutte, e non vergognandomene, di raccontarmi la verità sulla vicenda della contessa di Castiglione. Faccio la cretinata di dirlo ad alta voce, così da guadagnarmi una gomitata di Giulia. Poi, sempre ad alta voce, espongo un mio pensiero che per ovvi motivi non ho potuto esternare a Cavour:

«Comunque, credete a me, il buon Conte non ci voluto dire tutto. A me nessuno toglie dalla testa che lui conoscesse per filo e per segno le manovre inglesi e, vado oltre, abbia movimentato un po' di azioni, visto che non gli era estraneo il giocare in Borsa».

«Non è così, Jacopo. E' vero che giocava in Borsa, però prendendo pure qualche batosta; ma tutto ciò prima del 1850 quando, una volta diventato ministro, si è liberato di tutte le partecipazioni azionarie».

«Teresi', tu lo sai, io la penso come il Divo Giulio, quello che non è stato accoltellato da Bruto intendo: a pensar male si fa peccato ma non si sbaglia quasi mai».

E mentre lei si appresta a replicare, mi accorgo di essere di nuovo nell'ampio salotto di casa sua.

Ventidue

C'è qualcosa che tormenta Giulia, al punto da sciupare questa notte in cui siamo riusciti a ritagliare uno spazio tutto per noi. Non per il non aver fatto l'amore perché, per entrambi, stare vicini mano nella mano se non avanza pure ci basta. Le ho chiesto un paio di volte cosa avesse, ma lei ha sempre negato che ci fosse qualcosa ed ha cercato di divagare parlando d'altro, al punto da farmi credere, maldestramente, di voler chiarire alcuni punti intorno a quello che ci siamo detti con Cavour.

Sto per cadere nelle braccia di Morfeo, divinità non certo all'altezza di Giulia, quando mi chiama. La seconda non il primo:

«Jacopo, dormi?»

«No, dimmi».

«Ho paura!»

Ci voltiamo entrambi, Giulia per potermi guardare negli occhi mentre si confessa, e io in quanto questa è la seconda volta che Giulia esce dal personaggio, sia pure un personaggio più scritto e descritto da noi che da lei stessa. La prima è stata nell'anticamera del ministero, dandosi della vigliacca, e ora confessando di aver paura.

«Ma di che, amore mio?»

«Il fatto è che non lo so... oppure non lo voglio sapere».

«E' qualcosa attinente a quello che stiamo facendo? Al tuo lavoro, a me?»

«Ma cosa ne so. So solo che mentre sto facendo una cosa qualsiasi, mi assale questo terrore, questo gelo improvviso. Ma non è un attacco di panico. Il fatto è che in quei momenti non vedo più il futuro. O meglio... o peggio cioè, lo vedo completamento deserto. Non ci sei più tu, non c'è quella schifezza di lavoro che faccio e non c'è papà. Mi ritrovo sola e disperata. Capisci, Jacopo, mi spaventa perché non è che questa cosa la sogni. Lo capirei e lo accetterei. Ne rimarrei turbata ma... chi se ne fotte. E' che proprio l'avverto mentre sono sveglissima».

«Non vorrei che dipendesse da quello che stiamo assumendo».

«Tranquillizzati. La cosa sta andando avanti da un paio di mesi».

«E me lo dici solo adesso?»

«Amore mio, ti do già abbastanza pensieri».

«E che ne dici se ora te ne do uno io. Oppure, chissà, dipende da come la prendi, te ne tolgo uno?»

«Di che si tratta?».

«Si tratta... insomma: Giu', mia madre sa tutto di noi due».

«Uh, madonna mia bella! E chi gliel'ha detto? Come ha fatto?»

«Ma non lo sai che questa città, tutto sommato, è un paesone? Il punto però non è questo. Sa tutto di te e vuole conoscerti».

«E io lo sapevo che prima o poi... ma sa tutto tutto tutto?»

«Tutto, Giulia. Di chi sei figlia, di cosa fai».

«E allora che ci vengo a fare? Per farmi dire con quale diritto mi accosto a una persona come te, io figlia di un ex camorrista, nonché contrabbandiera e mezza maitresse?»

«Giulia, amore, vaffanculo!»

«Ed è proprio quello che farò. Mamma tua ha già sofferto abbastanza».

«Punto primo, tu a mammà non la conosci. Proprio perché ha sofferto tanto è capace di comprendere molto più di altre persone. In secondo luogo, pure se con un giro di parole tutto suo, mi ha detto che quello che sa di te mette in rilievo i lati positivi della tua persona. E poi, siccome sa come la penso sulle cose della vita, se sto con te vuole dire che lo meriti. Sai come sono le mamme, no? Ogni scarrafone è bell' a mamma soia».

«Ma sei sicuro? Cioè, non è che mi dice...»

«Giu', ci andiamo a pranzo o a cena, decidi tu, anche se è meglio a pranzo. Quando lei invita un ospite e in questo caso, figuriamoci, la "fidanzata" di Nennillo suo...»

«Che cosa?»

«Così mi chiamava quando ero bambino. Disgraziatamente qualche volta ancora lo fa... se ridi ancora ti strangolo, anche se poi Stanlio e Ollio mi sparano».

«No, scusa, hai ragione. Continua».

«Dicevo che per un evento del genere cucinerà per sei persone. E se ci andiamo per cena, poi la notte la passiamo in bianco».

«Sei sicuro che sarebbe un male?»

«A stomaco pienissimo sì. Ma lasciami finire quello che volevo dire: lei niente dirà né niente ti chiederà. Se vorrai sarai tu a raccontare di te. A lei basterà vedere quello che scorre fra noi, i nostri occhi e le nostre mani come si cercano e capirà o, per meglio dire, avrà conferma di quello che sa già».

«E cosa sa?»

«Lo sai, Giulia».

«Lo so, ma in questo momento lo voglio sentire».

«Che sei la donna della mia vita».

«Grazie. Jacopo?»

«Sì?»

«Adesso il tuo stomaco non è pieno, vero?»

Giulia ha preferito andare da mia madre per pranzo, e non per paura di passare la notte in bianco, ma per avere più tempo per conoscersi. La cosa ha fatto piacere anche a mammà che, quando gliel'ho comunicato, ha annuito: «Si vede che è una donna di sostanza! Le cene sono per i signori, noi gente del popolo ci sediamo a tavola a mezzogiorno e ci alziamo alle cinque».

Come è andata? Che dire: si sono piaciute, essendo entrambe donne che hanno fatto le battaglie della vita, ma non solo per questo. Il pranzo, organizzato per sancire uno stato di fatto, non ha visto mettere in campo mediazioni, compromessi e aggiustamenti tattici. L'artefice del mio passato e quella del mio futuro, trovandosi a condividermi nel presente, si sono passate le consegne.

Mia madre ha ritenuto Giulia ben degna di caricarsi sulle spalle il fardello da me rappresentato, e lei è stata felicissima di accettarlo. Tutto questo senza scambiare una parola al riguardo, ma tramite parabole apparentemente lontane mille miglia dall'argomento, movimenti del corpo, sguardi e gesti. E il patto è stato formalmente siglato sulla porta di casa al momento del commiato, quando mia madre, rivolgendosi a Giulia le ha detto:

«Ricordati che questa è casa tua, figlia mia». Ricevendo, come accettazione, un «Grazie di tutto, mammà», mentre io me ne stavo in mezzo a loro, gonfio di orgoglio e soddisfazione oltre che di cibo. Ma preoccupato di non esserlo troppo, per questa alleanza fatta in mio nome ma sulla mia testa.

Per l'ultima puntata siamo tornati a casa di Stefania. Stasera niente cena: solo tè ed un assaggio di torte varie. Sappiamo che ci toccherà incontrare l'Apostolo del Risorgimento, per gentile intercessione di Giulia che ha sempre avuto un debole per lui. Mentre mangiamo, la rimprovero bonariamente di aver avuto sempre un debole per lui, accorgendomene sin da quando lo avevo spiegato a scuola, ma mai volendo confessare il perché».

«E adesso te lo dico: io mi sono sempre sentita affine ai ribelli, ma quelli seri, non gli avventurieri».

«Giu', tesoro mio, con questa scemenza colossale mi stai facendo pentire di averti dato sempre la media del sette in storia. Mi pare che, a suo tempo, la differenza fra ribelle e rivoluzionario di averla spiegata».

«Che ci vuoi fare, magari quel giorno ero malata».

«Adesso pure tu mi rispondi come faceva Lucia?»

«E io lo sapevo che in un modo o nell'altro Jacopo mi faceva entrare nel discorso» interviene, piccata, la nominata.

Personalmente, pur valutando fondamentale l'opera di Mazzini, non sono mai riuscito ad apprezzarlo come persona. Non mi è mai piaciuto il suo progettare imprese suicide in cui hanno gettato via la vita, senza costrutto, anime nobili (Pisacane docet).

Mi si obietterà che chi le intraprendeva era capace di discernere sia l'inutilità che i pericoli, ma pure attribuisco a lui gran parte della responsabilità. Insomma: un "cattivo maestro" che umanamente mi sta... sullo stomaco. Ed essendo il cinefilo che sono, non posso non paragonarlo al professore de L'attimo fuggente, personaggio che ho sempre esecrato e ritenuto pericoloso.

Buttato giù l'ultimo pezzettino di torta insieme all'ultimo sorso di tè, ingoiamo la pillolina magica e partiamo per il nostro ultimo viaggio, non prima però di dover allargare le braccia alla domanda di Teresina, che mi chiede se abbia idea di dove lo troveremo, visto che si è spostato più lui di qualche Papa recente. Le rispondo che la mia speranza è solo quella di intercettarlo in un'epoca successiva alla spedizione dei Mille, cosa che del resto e per fortuna è capitata con gli altri personaggi.

Nel guardarmi attorno per poco non mi viene un colpo. E non a me solo! Tutti, ad esclusione naturalmente di Stefania, abbiamo riconosciuto il luogo in cui siamo emersi. Persino Lucia che è quella fra noi più facile a distrarsi, se ne è accorta e subito lo rende pubblico:

«Uh, madonna mia, ma noi stiamo un'altra volta qua?»

«Perché dici così?» le chiede, ignara, Stefania.

«Devi sapere, Stefa', che qui Jacopo ha visto dissolversi il suo amore. Per fortuna di lei» ridacchia Giulia.

«Mi volete dire che...»

«Cara Stefania, Giulia ti vuole dire» e così dicendo l'occhiataccia se la prende, una volta tanto, la ridacchiante, «che siamo capitati nella Londra di metà Ottocento, come da nebbia, lampioni e fiume di lato vanno a dimostrare, come in ogni copione che si rispetti. Visto che conosci tutta la precedente storia, sappi che è questo il posto in cui la nostra amica Fatima ha preso atto di non essere etero».

«Però stavolta il dottore non lo incontriamo, vero?» interviene Lucia.

«No, Luci', tranquilla. Anche se il tuo essere etero non potrebbe mai essere messo in discussione!»

«Io però suggerirei a tutti di sbrigarsi» ci richiama all'ordine Teresina. Al che le faccio presente che ormai dovremmo saperlo che non dipende da noi. Pure se, in effetti, la situazione è anomala in quanto gli altri personaggi storici si sono presentati, per così dire, pronti all'uso oppure in quanto residenti in luoghi riconoscibilissimi. Qui, siamo proprio al buio in tutti i sensi e, oltretutto, non ci sono segnali che consentano di capire se questa è la Londra del dopo Sessanta, così permettendoci di poter interpellare Mazzini sull'impresa dei Mille.

Poi, mentre ancora divaghiamo e deambuliamo, per l'ennesima volta si reitera la magia del giungerci un segno capace di indirizzarci. Infatti, da una finestra, la sola illuminata, posta al terzo piano di un palazzotto, fuoriesce un languido suono di chitarra.

E per chissà quale percorso della memoria (o dovrei dire dell'anima?) mi vengono in mente le prime strofe di una poesia di Salvatore Di Giacomo:

Nu pianefforte 'e notte

sona luntanamente,

e 'a museca se sente

pe ll'aria suspirà".

E questo lontano ricordo riempie di tenerezza il mio cuore e placa la mia mente, rammentandomi di quanto io sia fortunato nel poter condividere tali momenti con la donna che non solo amo e desidero, ma che mi è sorella, complice e compagna. E con amici fedeli e fidati, tali da poter consegnare loro non la vita, perché questa affermazione è solo un modo di dire ma, più importante ancora, ogni riposto pensiero.

Ma l'uomo, in questo caso l'uomo Jacopo Lunatico, non riesce a disgiungere la tenerezza dalla malinconia, nascente dal constatare che simili momenti sono solo gocce nel mare, spesso burrascoso, della vita.

Poi mi riscuoto e burberamente, allo scopo di non lasciar trasparire la commozione, li apostrofo: «Dai, andiamo, se no ve la do io l'Unità d'Italia!»

Ventitré

Giuseppe, per gli intimi Pippo, Mazzini, dopo aver risposto al nostro bussare con un "avanti", poggia la chitarra e, osservatici ben bene uno per una - e va detto che contrariamente agli altri Padri della Patria non fa distinzioni di genere - ci invita ad accomodarci.

Ricambia il nostro "Buonasera maestro" con un cenno del capo, e ancora prima che uno qualunque di noi si inventi una scusa, ci spiazza chiedendoci: «Che notizie mi portate dalla bella Partenope?»

Ora, è vero che l'uomo era intelligente oltre che scaltro ed acuto, al punto da farsi beffe dei tre quarti delle polizie europee, ma come abbia capito la nostra provenienza proprio non me lo spiego. O meglio: non me lo spiegherei se Giulia, avendo intuito cosa mi passa per la testa, non mi dicesse tranchant: «Ma di cosa ti meravigli. Tu tieni un accento da fare spavento!»

Lascio correre e mi siedo anche io attorno al tavolo, rielaborando quello che so quasi come fossi in procinto di essere interrogato, così una volta tanto trovandomi dall'altra parte della cattedra. In verità, sarei in grande difficoltà sul tipo di risposta da dare, se non mi venisse in soccorso una copia dell'Observer aperta sul tavolo, che mi informa essere oggi, o tutto al più ieri, il 30 marzo 1861.

Ma le mie preoccupazioni sono superflue. La domanda di Mazzini è solo retorica essendo informato, sulla "bella Partenope" così come dell'Italia (dei suoi tempi), ben più di noi tutti. E, come volevasi dimostrare:

«Quindi il dado è tratto. Il Conte ha solennemente annunciato al mondo che Roma, e solo Roma, possa e debba essere la capitale del Regno. Non passerà molto tempo prima che ciò avvenga. La confusione che permea la scena internazionale favorirà senz'altro ciò che egli auspica. Tanta e tale, gli va riconosciuta, la sua abilità politica e diplomatica che l'impresa si renderà fattibile».

Caro Mazzini, se tu sapessi quello che sappiamo noi! Fra meno di un mese Cavour renderà l'anima a Dio e il povero Ricasoli non caverà un ragno dal buco. Ma questo, ovviamente, non possiamo dirlo. Mentre lui, al contrario, avrebbe ancora molto da dire, e a far sì che ci pensi lo favorisce la provocazione di Teresina.

«Non ne sembrate contento, Maestro».

«Oh, contento? La contentezza, mi si perdoni se in qualche modo ledo i vostri sentimenti, è degli stolti. Nel caso specifico come mai potrei esserlo? Vedrò, se Dio me ne darà la possibilità, quella Roma per cui fu sparso tanto sangue nobile, profanata dalla Monarchia. L'opera si compirà piovendo dall'alto e non per un vasto moto di popolo. Questo, come potete immaginare, produrrà conseguenze nefaste».

«Dite, Maestro?»

«Non pare chiaro, gentile signora? Noi avemmo in tutto il corso della nostra vita due stelle polari: Dio e il Popolo. Capimmo sin da subito che le sette potevano essere debellate, ma un'associazione che seminasse nelle coscienze non poteva esser destinata a fallire. Avemmo, ben chiaro, che l'Italia unica e indivisibile, soltanto assumendo una forma repubblicana avrebbe potuto adempiere al suo compito di contribuire all'unità delle nazioni d'Europa».

«Maestro, vogliate perdonarmi» lo interrompo. Lui storce un po' il naso e credo non sia dovuto all'interruzione, ma per il tono con cui ho pronunciato "maestro".

«Voi stesso, però, nell'ottobre del Cinquantanove, se la memoria non mi viene a mancare, inoltraste una lettera a Vittorio Emanuele, nella quale lo pregavate di "cingere la corona d'Italia"».

«Ricordate bene, in tutto e per tutto! La lettera era del giorno tre ed esattamente una settimana dopo l'Austria cedette la Lombardia, con estremo oltraggio, non al regno di Sardegna ma al nipote del Corso, affinché la recapitasse al Savoia. Che dire: sbagliai? Volli essere, per una volta, più realista del re?

«Vi sono dei momenti nella vita di un uomo in cui si è tentati di violare la propria integrità, addivenendo a qualsiasi costo ad un risultato. Lo si fa per disperazione di fronte all'immanità di un'impresa, o per essere avversato da più parti: persino da alcuni dei fedeli, incantati dalla sirena dell'uguaglianza sociale, teorizzata dallo studioso israelita tedesco. Oltre che, va da sé, da clericali e moderati di ogni taglia e misura».

«Tutto per l'Unità d'Italia».

«Sì, caro signore, l'Unità d'Italia. Anche se non quella sognata da noi: un Italia che si facesse da sé tramite l'autodeterminazione ed il sacrificio dei suoi figli migliori».

«Come Carlo Pisacane?» sbotta Giulia a cui, forse, l'infatuazione per Mazzini sta per passare.

Lui pare trasalire, ma subito si riprende. Volgendosi verso di lei le dice così come a noi, con un tono sommesso che non pensavamo potesse appartenergli: «Non so se voi siate a conoscenza di Jacopo».

Ci guardiamo fra noi perché, non essendoci presentati, ci chiediamo come abbia fatto a conoscere il mio nome, anche se non dovrebbe stupirci più niente. Lui, però, ci tranquillizza subito: «Ebbene: Jacopo Ruffini, il mio amico più caro, allievo prediletto di mio padre, e a mia volta considerato come figlio dalla di lui madre. Egli era il mio referente nella Giovine Italia a Genova, venendo colà arrestato nel maggio del Trentatré. Condotto in catene a Palazzo Ducale, un mese dopo, alla vigilia del suo compleanno, traendo dall'uscio della prigione un chiodo, si tagliò la gola per non esser costretto a rivelare le cose nostre».

Va detto, ad onore di Mazzini, che la voce, mentre racconta l'episodio, si è incrinata ma non tanto da non consentirgli di proseguire:

«Quindi, gentile signora, dopo questa orrenda vicenda il cui rimorso mi perseguita ancora, come potevo da allora in poi aver soggezione di progettare dei moti, in cui alto sarebbe stato il rischio per i partecipanti?»

«Alto, maestro? Diciamo pure missioni suicide», rincara la dose Teresina.

«Diciamolo pure. Ma nel caso di Carlo... Pisacane intendo, vi è dell'altro e non lo dico per in qualche modo giustificarmi. Sapete quanto me che egli si impregnò di idee socialiste. Ed era in ciò il senso del suo voler sollevare le masse. Certamente, forte era il desiderio di incitare le plebi contro il Borbone, ma dando a tale sollevazione una base, da lui ritenuta solida, di carattere sociale ed economico.

«Di contrasti e di conflitti ne avemmo, al punto che per un certo periodo ci separammo. Quando decise di tentare l'impresa in cui perse la vita, feci tutto il possibile per sostenerlo nel suo scopo del resto anche mio. Ed ora anche il suo fantasma si è aggiunto a quelli che sogliono farmi visita la notte. Ma, su tutti, è ancora quello del mio caro Jacopo a chiedermi conto e ragione, con la sua gola lacerata, di cosa ne ho fatto della sua vita».

Di fronte a tutto questo che dire? Ne avremmo di cose da chiedere e non poche. Ma quest'uomo è lacerato dai rimorsi e dalla convinzione di un totale fallimento della propria vita. Ancor più delle sue idee, non sapendo, non potendo sapere che quelle idee apparentemente sconfitte, faranno germogliare nel Paese la coscienza che non tutto si dovesse attendere dall'alto per grazia ricevuta. Che determinazione, volontà, intelligenza e, perché no, fede e passione, potessero supplire alla carenza dei mezzi ed alle avversità delle circostanze.

E che cosa importa se quest'uomo ha mandato allo sbaraglio centinaia di giovani, mentre lui era capace di svenire se sentiva un colpo di fucile; se ha predicato la teoria del "pugnale" e quindi connotandosi come terrorista.

Ciò che invece non gli si può perdonare, è l'aver fatto più danni della grandine sostenendo che la missione dell'Italia doveva essere religiosa e politica; liberandosi del papato per diffondere nel mondo la religione del progresso e della umana solidarietà. Una grande nazione, così affermava, doveva sostenere, e far trionfare, il principio di nazionalità. Tali esternazioni, come si può ben comprendere, hanno in seguito fornito un supporto ideologico alle colonizzazioni "civilizzatrici".

Dopo aver salutato siamo usciti, lasciando seduto a rivolgerci un cenno del capo un uomo mesto. Del resto nemmeno noi siamo troppo allegri, e in attesa che finisca l'effetto della dose, ci appoggiamo al parapetto che si affaccia sul Tamigi, restando in silenzio rotto infine da Teresina, non prima che abbia emesso un lungo sospiro:

«Poveretto. Se è vero che ha sulla coscienza tante "belle" morti, in realtà bruttissime, non meritava che i suoi ultimi anni fossero così dolorosi».

Siccome è un passaggio della storia di Mazzini che al momento resta un poco confuso nella mia memoria, anche in virtù dell'essersi rifugiata Giulia fra le mie braccia, chiedo a Teresina di ragguagliarci.

«Certamente. Allora: Mazzini venne arrestato nel Settanta a Palermo. Lo deportarono a Gaeta, da dove uscì profittando dell'amnistia per gli avvenimenti di Porta Pia e "dintorni". Avendo capito che ormai la sua vita politica era finita, e quella umana agli sgoccioli, scrisse alla sorella Antonietta, maggiore di lui di cinque anni, chiedendole di ospitarlo. Questa, vedova e di floride condizioni economiche, era sempre stata una fervida credente diventata, nella tarda età, una vera e propria maniaca.

«Avendo contezza di chi fosse e rappresentasse il fratello, profondamente sconvolta da una situazione conflittuale, per risolvere il dilemma chiese consiglio al suo confessore. Costui le intimò di non prendersi in casa uno scomunicato anima del demonio perché, se lo avesse fatto, avrebbe condiviso anch'ella la vendetta di Dio. Se però lui avesse pronunciato pubblica ammenda e rinnegato una vita intera, allora...

«Poteva mai Mazzini accettare una simile richiesta? Le rispose che non aveva nulla di cui pentirsi o ritrattare; che la sua unica volontà era quella di morire in famiglia o quel che ne restava, certo di aver sempre agito in buona fede e credendo in Dio. Sempre combattuta, Antonietta riportò le parole del fratello al confessore ma questi non recedette. Così che a lei non restò altro che rifiutare l'ospitalità al fratello, pur augurandogli di tornare un giorno alla vera religione».

«Ma tu guarda che stronza!» si fa sentire Lucia, dando voce al nostro unanime pensiero.

«Aspetta, comare, che ce n'è anche per lei. Di conseguenza Mazzini trovò ospitalità a Pisa ospite dei Rosselli».

«Rosselli, Teresi'? Per caso...»

«Non per caso, Jacopo. Proprio gli zii dei fratelli assassinati in Francia dalla Cagoule, su mandato del fascismo nostrano. Loro, quando ai primi di marzo del Settantadue, si resero conto che Mazzini ne aveva per poco, avvisarono Antonietta e i più cari amici di lui, che si mossero in massa. Ma la sorella, ancora una volta ammaestrata - mi pare il caso di dirlo - dal suo confessore non si mosse. Eppure Giuseppe Mazzini, il dieci marzo, spirò dedicando il suo ultimo pensiero a lei, almeno così si dice.

«Ma la "signora" Antonietta Mazzini si prese la sua paga il giorno dopo, quando nell'uscire di casa per - come ti sbagli - recarsi a messa, udì gli strilloni annunciare la morte del grande fratello, con conseguente suo svenimento nella pubblica via. Il mio rammarico, e sono certa anche il vostro, è che non si ruppe la testa.

Ripresasi, riuscì persino a recarsi alla stazione Principe il giorno quindici, ad accogliere e baciare il feretro del fratello. Nei giorni seguenti non fece altro che rammaricarsi, non tanto per non averlo accolto, bensì per non essere riuscita a... convertirlo».

«Poveretto lui. Dio ce ne scampi e liberi da certi parenti».

«Che ci vuoi fare, Lucì, uno i parenti non se li sceglie. Quello che gli capita si prende» le dice Giulia.

«Sì, va bene. Lei era quel che era e amen, ma adesso veniamo al sodo: da questa mezza intervista cosa ne abbiamo tratto?»

«Cara Stefania, non possiamo certo negare che pur non comprendendolo del tutto, lui sia stato l'unico a dare pari dignità, anzi ritenendolo l'elemento basilare per l'Unità d'Italia, al popolo. Persino i democratici, prima di lui, per non parlare dei moderati e dei monarchici, nei confronti del popolo avevano la puzza sotto il naso. Pensate che nello statuto di alcune associazioni, e penso a quella dei fratelli Bandiera... mi pare si chiamasse l'Esperia, c'era scritto a chiare lettere che fossero da evitarsi le affiliazioni fra "la plebe"».

«Teresi': ti lascio passare il termine "Unità d'Italia", ma qui bisogna capirsi su cosa si intenda per popolo».

«A me sembra chiaro, Jacopo».

« E a me no, se permetti».

«Uffa, e allora facciamola questa chiarezza: te la ricordi la composizione sociale dei rivoltosi delle cinque giornate di Milano, vero?»

«Operai, artigiani, possidenti, preti, ingegneri, avvocati, facchini, scalpellini, servi, portinai, cocchieri. Basta o serve altro?»

«Spiritoso! Ma per venire a noi: tu questo come lo definisci, élite, nobiltà, alta borghesia? Io lo definisco "popolo"!»

«E anche io. Ma era massa di manovra. La guida era di estrazione alto-borghese o, in tutti i casi, di intellettuali».

«E forse non è successo altrettanto nelle due grandi rivoluzioni?» interviene Stefania. «Basterebbe ricordare le biografie di Robespierre e Danton per quella francese, e di Lenin e Trockij per quella russa. Anche se, per la seconda, poi arrivò il contadino georgiano».

«Stefania, guarda che Stalin è stato una sorta di mutante che ha scompaginato i giochi, ponendo una pietra tombale sulla rivoluzione russa».

«Veramente, Teresi'...»

«Veramente, care le mie amiche, cerchiamo di non divagare che l'ora è tarda. Mi rivolgo soprattutto a Teresina che non vuole capire, oppure sono io che non mi spiego».

«La seconda che hai detto».

«Può darsi che tu abbia ragione, ma solo perché tu guardi il quadro globale e io quello locale. Tu hai lo sguardo rivolto al nord dove è nato tutto, e alle grandi città con la loro stratificazione sociale. Io no, io guardo al sud, ai contadini, ai cafoni zappaterra. A quelli strozzati dai latifondisti. Quelli che mangiavano pane e cipolla e andavano scalzi d'estate e d'inverno. Lo sai quanto gliene fotteva a loro dell'Unità d'Italia? Ma non è tutto qui. Vogliamo parlare delle élites intellettuali, dei nobili meridionali e della loro voglia di Unità? Parliamone, e diciamo che sono partiti leone leone e sono finiti coglione coglione. Convinti che questa cazzo di Unità avrebbe portato progresso, benefici e chissà cos'altro, si sono trovati cu ‘na mana annanze e n’ata arreto».

«Be'...»

«Be' niente, Teresi'! Ma come: noi vi accogliamo a braccia aperte, o fratelli del Settentrione, e voi iniziate con la prepotenza, pretendete che si capisca il piemontese, ci mettete in galera per ogni sciocchezza quando ci va bene, e se ci va male ci fucilate? Ma jatevenne affanculo. Io mi butto coi briganti o, nella maggior parte dei casi, lavoro sotto sotto per fottervi facendo resistenza passiva: la bella faccia davanti e il gesto dell'ombrello quando vi voltate».

«Jacopo?»

«Dimmi, amore».

«Guarda che le ultime parole le hai pronunciate da "sveglio", e gli amici che non erano con noi ti stanno guardando come si può guardare un pazzo».

Ventiquattro

Giulia ha ragione. Cosicché mettiamo al corrente gli altri di quanto abbiamo visto, detto e sentito. Non appena terminato, Carluccio viene subito al sodo: «Allora, che mi dite, fu vera gloria o tutta una truffa?»

Siccome i capi delle due correnti siamo Teresina ed io, a noi tocca cominciare. Galantemente le cedo il passo e lei parte:

«Sarò schietta e sincera: non ho acquisito elementi per suffragare la mia tesi, né per respingere quella di Jacopo. Abbiamo sentito descrivere avvenimenti di cui eravamo a conoscenza, e raccolto opinioni su questi e sui personaggi storici che li hanno visti protagonisti. Opinioni spesso dettate dall'antipatia personale, però nessuna prova concreta. Persino la storiaccia della polizza di Landi, Garibaldi la mette in conto a Cavour ma senza esserne certo, e così è stato per tutto il resto. Questo significa che pur sapendone un po' di più, quello che ci interessava non l'abbiamo appurato. Sei d'accordo, Jacopo?»

«Che vi devo dire? Personalmente sono propenso a dare ragione a Teresina. Niente di nuovo sotto il sole. Abbiamo appreso alcune cose che non conoscevamo, ma soltanto per non essercele raccontate a vicenda e questo è quanto. L'unico fatto positivo lo dobbiamo a Stefania che ha evocato Gramsci. Sinceramente conoscevo poco delle sue idee e mi fa piacere ora saperne di più. In quanto al resto... ebbe': è stata un'esperienza ma fine a se stessa. Però, anche conoscendone il finale, la rifarei di nuovo».

«Io no, ve lo giuro!»

«Come mai, Luci'».

«Perché? E dai Jacopo, una noia mortale. L'altra volta invece mi sono divertita come una pazza. Vuoi mettere Cyrano o quel gran bono di Fabrizio Del Dongo? Ma poi: te la ricordi la scena di quando abbiamo scoperto che Lucia Mondella metteva le corna a Renzo?»

«Le corna a Renzo?» sobbalza Carluccio.

«Ma sì, dai, ce l'hanno raccontata» lo riprende Chiara.

«E vuol dire che mi ero distratto».

«Sì, come no. Vabbe', vuol dire che a casa te la racconto di nuovo io, e se non capisci la parte delle corna te la spiego».

Ridiamo tutti, e la prima a tornare seria è Stefania «Tu, Giulia, che dici?»

«Oh, io mi riservo l'ultima parola» così che a me scappa un "tanto per cambiare", a cui lei non dà seguito proseguendo: «Visto che quello che ho da dire poco ha a che fare con l'oggetto della ricerca. Poi credo che spetti a Stefania parlare. Perché lei è quella meno influenzata dal "tifo" per l'una o l'altra teoria, e ha un diverso approccio nei confronti della storia».

«Eh già, Stefania butta tutto in politica».

«Io butterei a te se non ti amassi tanto», replica Stefania ad Amedeo. «Comunque non hai tutti i torti. Il solo modo di analizzare che conosco è questo, e come ha giustamente capito Giulia, ho un paio di cosette da dire».

«E dille figlia mia, dille che l'ora è tarda».

«Grazie, Rosa. Partiamo da una constatazione. Cara Teresina e caro Jacopo: non vi è venuto in mente che ogni volta che avete adombrato, secondo me sin troppo diplomaticamente, l'ipotesi della corruzione degli alti gradi borbonici nessuno ha mai smentito seccamente?»

E già. Non ci avevo pensato. E con un'occhiata Teresina mi comunica la stessa cosa.

«Non vi pare che Garibaldi avrebbe fatto fuoco e fiamme, sentendo ipotizzare essere le sue vittorie dovute ad una sorta di Calciopoli della Storia?»

«Be' ripensandoci...» fa Teresina.

«Appunto, ripensandoci. Comunque la verità non la sapremo mai. Sapete? Anche io qualche libretto l'ho letto. Oltretutto, mi diletto ad esplorare blog e siti di nostalgici filoborboni, o soltanto di persone che ritengono che il sud sia stato depredato. E allora inizio a riflettere su un regno che aveva per capitale una città che nel Cinquecento superava i centomila abitanti, la sola insieme a Parigi, Milano e Venezia. Che nel Settecento, dopo Londra e Parigi con più di quattrocentomila, solo la nostra bella città, insieme ad Amsterdam passava i duecentomila.

«Allora penso che, forse, questo regno non era così retrogrado come lo si è voluto dipingere. Certo, nei confronti del Regno di Sardegna, almeno per la parte piemontese di esso, era ben che dietro; ma da qui a descriverlo come è stato artatamente fatto ce ne corre».

«Quindi tu propendi...»

«Io non propendo per niente, Jacopo. Come ha detto Giulia, io analizzo. Non sto né da una parte né dall'altra. E ho analizzato che il Regno delle Due Sicilie dava fastidio, e dava fastidio perché si proponeva di diventare una potenza al pari delle altre. Soprattutto dava fastidio all'Inghilterra, come ci ha detto papale papale Cavour. Lui ci ha parlato delle risorse economiche messe in campo dalla "perfida Albione". Ma gli inglesi, oltre ai soldi, invasero l'Europa con le loro maldicenze, calunnie e falsità propagate con ogni mezzo, veri e propri fake di quel tempo. E questo anche tramite alcuni "patrioti" nostrani.

«Ve ne dico una per tutte: A sentire loro c'era una forca in ogni angolo del Regno. In verità, dopo i fatti del 1848, non vennero eseguite condanne a morte. E' vero che i condannati furono quarantadue ma la pena capitale fu commutata, da parte di Ferdinando II, in carcere sia pure duro. Al contrario, nel solo quinquennio dal 1851 al 1855, il "galantuomo" Vittorio Emanuele, fra una scopata e l'altra, mandò a morte centotredici condannati».

«Giusto a proposito» interviene Carluccio. «Ma come mai non avete pensato di intervistarlo a Vittorio? Ve ne siete dimenticati oppure non lo avete proprio voluto?»

«La seconda che hai detto, Carlu'» gli rispondo. «Ma tu te lo immagini un tête-à-tête con Vittorio Emanuele, insieme a quattro giovani e belle donne? E quello si sarebbe fatto a carne di porco. Perdona noi maschilisti, Stefa', e prosegui pure».

«Fermo restando che le giovani donne appetibili sarebbero state tre, perché quando mi guardo allo specchio mi vedo, continuo a ribadire che continuandosi a scrivere la storia da parte dei vincitori, ecco che il Regno delle Due Sicilie fu descritto come un Impero del male ante litteram».

«Si, Stefania, però...»

«Nessun però, Teresina cara. Sono troppo incazzata per accettare dei distinguo. Sai bene che è da quella storia che ne discende la nostra. Quella che vede un Italia ancora unita dal punto di vista amministrativo, ma divisa per pil, reddito pro capite e tutto quello che ci volete mettere. Io non affermo che il bieco nord abbia rubato le risorse all'ingenuo sud; una gran parte di male ce la siamo fatta da soli tramite i nostri antichi rappresentanti, per non parlare dei moderni. Però alcuni dati di fatto sono oggettivi.

«Innanzitutto, quello di inviare nel Mezzogiorno appena annesso, o liberato fate voi, tutta una nomenclatura venuta ad insegnarci come si vive e si amministra, e basterebbe pensare ai prefetti. Che si rivolgeva in piemontese o lombardo, pretendendo di essere compresa da gente che, come detto in precedenza da Jacopo, non conosceva l'italiano in quanto, giustamente cazzo, parlava la propria lingua: quella del proprio stato che non era, sino a pochi giorni prima, quello italiano.

«Ma voglio rammentarvi anche cosa significò la leva obbligatoria, con l'effetto di consegnare alla miseria più nera migliaia di famiglie, togliendo loro le braccia più robuste. E vogliamo parlare degli appalti pubblici? Ferrovie, forniture militari, lavori pubblici, assegnati a ditte ed imprenditori del nord.

«Il sud? Carne da cannone, braccia a poco prezzo. Ma, del resto, circa cento anni dopo, i nostri corregionali sono andati a costruire la potenza economica di un altro tipo di monarchia torinese, venendo considerati dalla pubblica opinione piemontese poco più che animali, ma costituendo fonte di reddito per i proprietari di appartamenti, capaci di stiparli anche in otto in una camera così costringendoli a fare i turni per dormire. Animali sì, ma da mungere!»

«Stefania non ha torto» si fa sentire Carluccio. «Io non lo so se l'Unità d'Italia sia stata realizzata corrompendo. Però so che è stata fatta sulla testa della maggior parte dei meridionali. Tu, Teresina cara, sei troppo colta per non sapere che i referendum per l'annessione furono risibili. Basterebbe leggere Il Gattopardo per farsene un'idea. Vedete, amici cari, noi meridionali siamo descritti come piagnoni, menefreghisti, sfaticati e imbroglioni. Non voglio dire che fra noi non ce ne siano, per carità. Sicuramente ne abbiamo più della media nazionale, oltre che avere dato veste organizzativa al Male. Quello che tengo a sottolineare, però, è che se rubiamo una cassetta di frutta noi, i giornali scrivono "Napoletano scassinatore".

«Persino quando un signore, lassù al nord, buttò nel cesso milioni di lire, frutto di una tangente, perché gli stavano perquisendo l'ufficio, il suo "padrone" lo definì "mariuolo", termine dialettale prettamente nostro, pur essendo il mariuolo milanese al cento per cento. Quello che voglio dire, è che solo per il sud si applicano gli stereotipi: napoletani camorristi, siciliani mafiosi, sardi banditi, calabresi ndranghetisti. Avete mai sentito dire mai da qualcuno, milanesi tangentisti?»

«Se ci tenete a sentire la mia, non ho intenzione di deludervi» parte in quarta Teresina. «Dirò le stesse cose che dico sempre e che questa "gita di piacere" ha contribuito a rafforzare. Partiamo proprio dal mio essere convinta che all'unire l'Italia abbia contribuito una consistente parte di popolo. A questo proposito, perdonatemi, trovo capziose le distinzioni di classe. Bisogna mettersi d'accordo sul termine, in quanto per me sotto la voce "popolo" rientra qualsivoglia gruppo sociale o categoria professionale.

«Voi, cari Stefania e Jacopo, attribuite al termine una valenza per l'appunto classista. Quasi quasi, mi viene da pensare che per voi popolo equivalga al lumpenproletariat o proletariato straccione di marxiana memoria. Non spalancare i tuoi begli occhioni cara Stefania...»

Sì, Teresina non dice tanto per dire. In effetti l'unica cosa bella, esteticamente, di Stefania sono gli occhi.

«Qualcosa, sia pure non condividendo, di Marx l'ho letta anche io. Ma "tirrem innanz" come disse Amatore Sciesa mentre lo portavano al patibolo... e prevengo la puntualizzazione di Jacopo, dicendo che anche questa frase, forse, fa parte del mito. Per quello che riguarda tutte le ipotesi di corruzione, raggiri, compravendite, furberie ed inganni, ebbene: c'è da meravigliarsi o scandalizzarsi? Io non lo faccio e ammetto che ce ne sono state, pure non credendole elevate a sistema come fa il mio ex docente e amico carissimo. Però il fatto in sé non mi turba ed il perché ve lo dico subito.

«Se lo scopo di tutto questo era unificare un paese, che pur non essendo un'espressione geografica era - e in parte lo è ancora - di composizione variegata, mi pare che il fine sia stato raggiunto grazie a determinati mezzi. E pazienza se a te quel fine, caro Jacopo, ancora non scende giù e a me invece sì».

«Però concordo con voi sul giudicare ignominioso il comportamento di gran parte di coloro, sia civili che militari, venuti ad amministrare l'ex Regno. Lo paragono, fatte le debite proporzioni, a quello nazista nei paesi occupati. E come per quello, credo fosse doveroso combatterlo».

Venticinque

Teresina tace. Si può essere d'accordo o meno con quanto ha detto, ma non si può negare che anche se dicesse sciocchezze, comunque le direbbe divinamente. Poi, ad interrompere il silenzio, ci pensa Stefania che si rivolge a Carluccio: «Lo sai che citando il "Capo" del mariuolo, mi hai fatto pensare, ancora una volta, che sui corsi e ricorsi storici il Vico avesse ragione?»

«In che senso?» faccio all'unisono con Teresina e in contemporanea con Carluccio.

«Nel senso che i personaggi che abbiamo conosciuto "da vicino", oggi avrebbero trovato una collocazione politica adatta a loro. Prendiamo Mazzini: dogmatico, estremista, con il popolo sempre sulla lingua, e allo stesso tempo incapace di capirne una minchia del suddetto. Qualsiasi cosa facessero gli altri per lui era sbagliata; qualsiasi cosa andasse male colpa del tradimento, o del popolo che non aveva capito. Non notate quanto somigli al modo di argomentare, e di rapportarsi, di chi oggi fa lo sfasciacarrozze, preferendo una radiosa sconfitta ad una condivisa vittoria?»

«Sì, ci può stare, per quello che ne capisco» replica Carluccio. «E, visto che ci siamo, di Garibaldi che mi dici?»

«Oh, ma per Garibaldi è ancora più facile. Movimentista e movimentatore; una ne fa cento ne pensa... anche se quasi tutte sbagliate. E ancora: pronto a cavalcare l'opinione pubblica, fosse pure quella ristretta a poche centinaia di persone e pronto a liquidare chi non si allinea integralmente. Vi ricorda qualcosa?»

Le diciamo, chi sorridendo chi alzando gli occhi al cielo, che sì ci ricorda qualcosa e quindi, senza che nessuno intervenga per dirle di continuare, prosegue: «Per quello che riguarda Cavour, il paragone lo devo fare con il passato perché, cari amici, l'organizzazione nella quale avrebbe certamente militato, è bella che svanita. Uno con il suo pragmatismo, la capacità di fare compromessi, nobili o meno, l'abilità di raggiungere l'obiettivo prefissato facendo il minor danno possibile o, come affermava, "applicare i limiti del possibile", mi ricordano un altro a lui postero, ma come lui tutto sommato piemontese: Palmiro Togliatti».

E, a questo punto, quasi tutti mostriamo a Stefania i volti su cui ben stampata vi è la perplessità, esclusa Rosa antica militante. Perplessità a cui do voce io: «Ci perdonerai, Stefa', ma non riusciamo ad apprezzare questa similitudine. Di Togliatti sappiamo poco, almeno io...» E Giulia si fa sentire con un "figuriamoci noi". «So che è stato segretario del Partito comunista fino alla sua morte; so anche che ha vissuto per anni in Unione Sovietica e lì si è dovuto barcamenare per non passare guai con Stalin, ma poco più. In concreto solo una nota a piè di pagina dell'esame di Storia contemporanea, e sinceramente l'argomento non mi appassionava tanto da volerlo approfondire».

«Hai ragione, Jacopo, scusami e scusatemi tutti. Ora chiudo. Solo volevo dire, per concludere, che anche lui come Cavour, era capace di ribaltare alleanze o cambiare linea politica in ventiquattr'ore».

«Come mai poco fa hai detto che dovevi fare un paragone con il passato e non con il presente?» le chiede Teresina.

«Perché tutto ciò che in passato era tattica, cinismo, voltafaccia e lotta serrata, talvolta persino calunnia e denigrazione personale, aveva un suo scopo di fondo: l'affermazione delle proprie idee intese a farle divenire patrimonio del collettivo partitico.

«Oggi no, cazzo, proprio no! Le stesse identiche cose, ma volte ad affermare il singolo, il clan, la consorteria, fottendosene bellamente se questo va a discapito del buon nome dell'organizzazione o causa la sua sconfitta. Tutto questo, nel migliore dei casi, per dare spazio al proprio ego o per far vedere di avercelo più lungo. E nel peggiore... be' basta leggere i giornali. E adesso basta che vi ho stufata e mi sono rotta. Dai, Giulia, che tocca a te e scusa se abbiamo monopolizzato la discussione».

«Ma no, Stefa', non ti preoccupare. Come ho detto prima, io sulla vicenda in sé ho poco da dire. L'Italia è stata fatta ma in quanto agli italiani... e lo dice una che ancora non è stata fatta... e siete pregati di non fare battute sconce su Jacopo! Devo constatare, invece, che siamo tornati tutti insoddisfatti. Jacopo e Teresina per non averci ricavato nulla; Lucia per non essersi divertita; Stefania, in fondo in fondo, pur essendo rimasta inizialmente affascinata dal ritrovarsi a tu per tu con cotanti personaggi, una volta tirate le somme si è resa conto che il costrutto è stato poco. E poi ci sono io che sto qui a meravigliarmi della tua di meraviglia, amore mio! E anche di quella di Teresina.

«Ma come: voi due che siete quelli più colti e intelligenti e sembrerebbe quelli più razionali, veramente veramente vi eravate illusi di appurare la verità sui fatti del Risorgimento? Vi eravate convinti davvero di riuscire a portare alla luce le manovre e gli intrallazzi, e su questo la penso come Jacopo, che ci sono stati? Ma fatemi il piacere!

«Volete che vi dica la verità? Ebbe', secondo me la ricerca "storica" è stata solo una scusa! Stefania ha voluto provare l'esperienza che abbiamo fatto noi in passato, e questo lo arrivo a capire. Devo dire che sentendola raccontare questa esperienza, se non l'avessi fatta in precedenza avrei voluto sperimentarla. Lucia... be' è Lucia. E' inutile che ne parliamo. In quanto a te, Teresi', perdonami, ma ci siamo sempre dette in faccia le cose, non sarà che la condizione di moglie e matrigna ti tolga un poco l'aria?»

«E' possibile, Giulia. Può darsi che anche questo abbia influito sulla mia decisione di reiterare l'esperienza. Ma se questo è stato non l'ho fatto in maniera conscia».

«Ma certo, Teresi'. Ti conosco. Ti conosciamo troppo bene per avere il minimo dubbio sulla tua buona fede. In quanto a te, mio amato compagno a mezzo servizio...» Giulia si volge verso di me e io sento che mi prenderò il triplo della razione, e che di questo siano certi tutti, lo sottolinea il commento a mezza bocca, sia pure udibile, di Carluccio: «E mo vengono 'e mazzate!»

«Jacopo: non sarebbe ora di crescere? Non sarebbe ora che pensassimo alle cose concrete? Che ci si vedesse tutti noi per cene, condite dal piacere di stare assieme e di scambiarci opinioni, fare commenti, elaborare teorie o solo fare pettegolezzi? La nostra comune amicizia non ha bisogno di questi mezzi per ampliarsi e rafforzarsi. E se ci riflettete, siamo così forti come gruppo che abbiamo integrato, naturalmente anche grazie alle belle persone che sono, rapidamente sia Stefania che Chiara, oltre che Carluccio. Ma lui, del resto, è sempre stato uno di noi a sua insaputa».

«D'accordissimo, amore ma... perché ti rivolgi a me?»

«Perché in qualche modo sei sempre tu, consapevolmente o meno, al centro della storia. Sembra quasi che la scriva tu».

«Esagerata!»

«No, Jacopo, non lo sono. E la cosa mi dà ai nervi. Tu sei stato un ottimo insegnante, questo te lo riconosciamo tutti, ex studenti e colleghi. Sei una persona colta, sensibile e squisita. Ma sei anche pieno di fisime, tic, pregiudizi e insofferenze. Quindi mi sono chiesta come mai dove vai tu si debba andare tutti noi. La cosa, essendo la tua compagna, da un lato mi inorgoglisce e dall'altro mi fa incazzare».

«Scusami Giu', ma questa non la capisco».

«E te lo spiego io, Stefa'» mi decido ad intervenire «La signora Perrella, un lontano domani in Lunatico, è gelosa! Ha paura che mettendomi in evidenza possa suscitare altri appetiti».

«Ma sentitelo! E' arrivato il George Clooney dei poveri. Ma fammi il favore, va', gli "appetiti"... A me da fastidio che una persona come te, inadatta costituzionalmente alla conduzione di altre persone, sia così influente sulle nostre vite. Ti rendi conto che hai messo in moto tu un processo che avrebbe potuto comportare serie conseguenze?»

«Ti debbo ricordare che c'è qualcun altra qui presente che ci ha offerto, più o meno un anno fa, cioccolato corretto?»

«Uh, Jacopo, ma tu sempre questa storia tiri fuori?»

«Tranquilla, Luci'. E' solo per la precisione».

«Certo, il cioccolato drogato ce lo ha procurato Lucia, anche se lei non ne sapeva niente» prosegue Giulia. «Però, la seconda volta...»

«La seconda volta l'abbiamo voluto tutti, anche tu», la interrompe Amedeo, confortato anche da Rosa.

«Ma ditemi la verità, Teresi', Amede', Luci' e anche tu, Rosa. Se Jacopo avesse detto "io non vengo", ci saremmo andati? Io no di certo. E voi?»

E alla domanda di Giulia tutti rispondono, chi scuotendo il capo chi emettendolo flebile, un no. Poi Lucia, rivestendo i vecchi panni di "Miss Disastro", scompagina tutto. Principalmente la sua vita.

«E dai, l'altra volta non è successo niente e nemmeno stavolta abbiamo avuto fastidi. Tu stai bene, vero?» e questo, Lucia, lo dice rivolgendosi a Teresina.

Io sono un uomo raziocinante, anche se in diversi momenti il raziocinio lo mando a puttane. So che l'istinto ferino non mi appartiene, non è nelle mie corde. A Giulia sì, invece! Giulia è una fiera della giungla, avverte il terremoto prima degli umani, annusa la tempesta in arrivo e percepisce l'odore del sangue. Ed è per questo, che in modo apparentemente incomprensibile, se ne viene fuori con una sciocchezza, che vista con il senno di poi, si rivela come un tentativo di frapporre una porta di carta velina fra noi e l'uragano.

Nel frattempo Teresina si volta verso Lucia e fra il sorpreso ed il perplesso le chiede: «Perché non dovrei stare bene, scusa?»

«Ma no, niente».

«Che significa "niente", Lucia. Cosa ti ha fatto pensare che potessi star male?»

Ma intanto, pur non essendo nessuno di noi in possesso dell'istinto di Giulia, con diverse gradazioni stiamo cominciando a renderci conto che qualcosa non va.

«Ma no, sai... ebbe', se lo vuoi proprio sapere... ti ricordi il test di gravidanza?»

«Pensi che potrei dimenticarlo?»

Ora anche Teresina percepisce che quella che sembrava una brezza era l'avanguardia dell'uragano o, per continuare con le metafore, quel tremolio non era dovuto al passaggio di un Tir, ma era la prima scossa di terremoto.

«Ah, ecco, te lo ricordi. Ebbe'...» e ora Lucia, che pure nella nostra personalissima Waterloo aveva scambiato le cannonate per tuoni, si rende conto di ciò che sta per capitare. Ma ormai è troppo tardi: «No, niente. Il fatto è che il coso... il test...quello che... hai capito. Ebbe'... si era rotta la finestrella».

L'atmosfera è così gelida che persino un orso bianco chiederebbe un paio di coperte. Ci spaventiamo per le conseguenze, solo ipotetiche, ma soprattutto per il pallore improvviso apparso sul volto di Teresina, e per l'aridità delle sue parole:

«Lucia, vediamo se ho capito bene. Tu stai dicendo che il test che mi hai fatto fare non ha dato riscontri, in quanto la finestrella dove doveva apparire il responso...»

«Ebbe'... si è scheggiata e non sono riuscita a capire bene se la faccina era triste o allegra».

«Quindi, io ho assunto una sostanza chimica sconosciuta, non essendo sicura di non essere incinta. E così? »

«Eh sì. Proprio».

Teresina non dice niente. Sempre più pallida si alza, prende la borsa e, arrivata in prossimità di Lucia, le allunga uno schiaffo. Uno solo e nemmeno troppo forte, ma bastevole a spezzare un legame che pareva indistruttibile. Quello schiaffo lo sentiamo tutti noi sulle nostre guance. Io in conseguenza delle parole pronunciate da Giulia poco prima. Lei per aver definito quello che c'era fra tutti noi, come un qualcosa di forte e indissolubile. Ma anche tutti gli altri, in quanto un dissidio fra due persone che si vogliono bene è un dramma anche per coloro che vogliono bene ad entrambe.

Nessuno prova a fermare Teresina. Nessuno tenta di consolare Lucia che, senza versare una lacrima, non fa altro che ripetere, come una litania: «Ma lei ci teneva così tanto».

Ventisei

Non passano due giorni, che a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro, mi arrivano due messaggi, entrambi dello stesso tenore: ti devo parlare.

Certe volte si può anche arrivare a chiudere, e per sempre, i rapporti personali. Ma l'intesa acquisita da anni di amorevoli frequentazioni, quella non la si può cancellare. In sequenza, hanno chiesto di approfittare della mia presunta saggezza sia Lucia che Teresina. Ci penso un poco su e vista l'urgenza, dopo aver riflettuto sulla scaletta delle consultazioni, decido che è meglio che le incontri al più presto, ma dando la precedenza a Lucia.

Così la chiamo e fissiamo l'appuntamento presso lo stesso baretto, prossimo all'ospedale dove studia e lavora. Quello in cui prendemmo (io presi) la decisione di ascoltare cosa avesse da dirci il chimico. Quando entro, Lucia è seduta in un angolo con davanti un qualcosa che parrebbe essere un cappuccino.

Passando davanti al bancone ordino un caffè e mi siedo di fronte a lei. C'è fra noi troppa confidenza e troppa conoscenza per dovermi rifugiare nel formalismo di chiederle come stia. Del resto posso vederlo da me che non sta bene. Pare essere invecchiata, in queste poche ore, di diversi anni; anche perché, per la prima volta a mia memoria, non ha sul viso l'ombra di trucco.

Nemmeno lei mi chiede come sto. In questo momento non gliene potrebbe fregare di meno di me e di tutto il mondo, fatti salvi i suoi familiari più stretti e, naturalmente, Teresina. Ed è proprio a lei che si riferiscono le prime parole che pronuncia:

«Jacopo: non è che hai sentito Teresina?»

«Mi ha mandato un messaggio quasi simultaneo al tuo».

«E ci hai parlato?»

«Lo farò dopo avere sentito te».

«E perché prima io?»

«Perché un buon avvocato difensore, mi diceva papà mio, prima ascolta il cliente cosa ha da dire, e dopo la pubblica accusa».

«Allora tu mi difenderai?»

«Io penso che tu, anche se colpevole, abbia diritto come chiunque alla difesa».

«E lo so che sono colpevole».

«Questo è già un passo avanti, Luci'».

«Madonna del Carmine, ma quanto sono stata stronza! Ma ti giuro, Jacopo, che quando l'ho vista così delusa del non poter fare quella cosa con noi, non me la sono sentita di lasciarla in quelle condizioni. Ti giuro che se il test fosse risultato positivo glielo avrei detto. Ma quando ho visto che la finestrella era scheggiata e non si capiva niente...»

«Ne hai approfittato. Vuol dire che per aver stabilito che in caso di positività glielo avresti detto, il reato verrà derubricato da premeditato a colposo. A parte gli scherzi, Luci': tu sei consapevole di quello che potevi combinare?»

«Adesso sì. Al momento ho pensato che Teresina fosse la solita fifona».

«Lucia cara. Io non ho figli e nemmeno tu. Ma avendo conosciuto madri, in primis la mia, mi sono persuaso che questa particolare categoria di persone abbia la soglia di apprensione molto più alta di noi umani».

«Ma poi: sarà o non sarà incinta?»

«Questo non cambia le cose, Dovrei dire speriamo che non lo sia, ma non lo farò. Ti dirò, e non lo faccio per tranquillizzarti, che se lo fosse non credo che ciò che abbiamo assunto possa procurare danni al feto».

«Grazie. Mi stai consolando».

«E mi dispiace, meriteresti ancora per un poco di macerarti nel rimorso. Statti bene, Luci'. Io ora sento Teresina e poi ti faccio sapere. Cercherò di perorare la tua causa, ma vista la reazione che ha avuto, equivalente per un'altra persona a quella di massacrare te e i tuoi cari, ho paura che combinerò poco e niente».

«Ma tu fallo, anche in nome di quello che mi hai insegnato».

«E che tu non hai imparato. Ciao Luci'. Ti voglio bene!»

Anche Teresina incontro al bar. Ambiente ben diverso, essendo in prossimità della sua abitazione di persona più che benestante. Non c'ero mai entrato e sicuramente non ci entrerò mai più. Non mi piacciono i posti in cui non guardano la persona ma quello che indossa. Sicuramente, si aspetterebbero di vedere Teresina chiamare un cameriere per farmi cacciare via; grande è la loro meraviglia quando lei mi butta le braccia al collo, baciandomi entrambe le guance.

Pertanto, essendo sotto la protezione della "signora", posso sedermi e ordinare il solito caffè.

Con Teresina bisogna partire con i convenevoli. Nonostante quello che si è consolidato fra noi, in fondo resta sempre la studentessa che aveva pudore di sedersi in presidenza. Sarà anche a suo agio in questa Costa Smeralda di bar, ma di fronte a lei ci sono io, ed essendo soli le viene il riflesso condizionato dello Jacopo vicepreside.

Dopo tutta una serie di come stai e come sto, di che dice Giulia e che fa tuo marito, partiamo in quarta, anzi... parte lei: «Jacopo, sono incinta».

A proposito di riflessi condizionati: non appena lei pronuncia queste parole, mi guardo intorno per capire se qualcuno l'abbia sentita, e ancora peggio non pensi che l'autore del misfatto sia io. Lei se ne accorge e ride dicendomi: «Jacopo, smettila, qui lo sanno bene chi sono io e chi è mio marito».

«Allora scusami tanto e auguri. Quando lo hai saputo?»

«Ieri mattina. Sono incinta di due mesi. Ho eseguito l'ecografia e aderito all'effettuazione del test combinato, che fortunatamente non ha riscontrato nessuna anomalia».

«Sia lode agli dei. Il papà è contento?»

«Non sta più nella pelle. Jacopo... che bello se anche voi...»

«Veditela con Giulia, io sull'argomento non voglio entrarci».

«Già, tu cosa mai potresti entrarci?»

«E il tuo figliastro?»

«Non mi piace che lo si definisca così, in quanto lo considero come mio figlio. Comunque, a lui non abbiamo ancora detto niente».

«Capisco, il padre lo deve preparare».

«Preparato deve esserlo, ma lo farò io».

«E mi pare giusto»

«E ora...»

«Veniamo al dunque. Era solo per questo che volevi incontrarmi?»

«Non solo, anche per il piacere di vederti, ma soprattutto per quello che è successo fra me e Lucia».

«Io le ho parlato un'ora fa. E' distrutta».

«Mi spiace, anzi mi addolora. D'altro canto...»

«Una lezione la deve ricevere. Senti, ti propongo una soluzione: tienila ancora un poco a bagnomaria e poi, dopo che è stata a macerarsi...»

«No, Jacopo, le cose non stanno a questo punto. Tu penserai che io sia arrabbiata e che voglia punirla. Ma io non voglio niente di tutto ciò. Sarebbe meschino, infantile ed inutile. Domani stesso la chiamerò per tranquillizzarla; per rassicurarla e per dirle che le voglio bene e chiederle scusa per lo schiaffo».

«Teresì, era un buffetto!»

«Nelle mie intenzioni era uno schiaffo e tanto basta. Ma così come sono consapevole della vita che sta crescendo dentro di me, altrettanto lo sono che l'essenza più profonda del legame che mi univa a lei è fuoriuscita».

«Teresi'!»

«Bada, Jacopo, non mi piace, anzi mi fa star male. Ma non posso porci rimedio. E' al di là e al di sopra della mia volontà e del mio raziocinio. Quel legame, che pareva indissolubile, è stato reciso dal colpo di spada di una menzogna... non dire niente: lo so che le intenzioni erano quelle di favorirmi, ma mi ha mentito e su una questione di somma importanza. Mi ripeto: Dio solo sa quanto vorrei non provare ciò che provo. Ma pure è così».

«Che posso dire?»

«A me niente, e nemmeno a lei, le dirò tutto io. Ma nel tutto non è contemplato quello che sto dicendo a te. Le dirò che ci siamo visti e che mi hai parlato, e mi farà piacere se penserà che questa riappacificazione è dovuta anche al tuo intervento».

«Sai quanto me ne può fregare. Spesso non mi prendo i meriti che ho, figuriamoci quelli che non ho».

«Lo so. Faremo "pace", come si suole dire. Continueremo a frequentarci, in compagnia e anche da sole. Scherzeremo e rideremo e talvolta potrà capitare di piangere insieme, Ma, Jacopo: lei sarà sempre mia amica, ma io non ho più una sorella».

«E pensi che lei non se ne accorgerà?»

«Non lo so. Ma se così dovesse essere non so cosa farci. Te l'ho detto, non dipende dalla mia volontà. Gli amori finiscono, e in certi casi si può restare ottimi amici, non credi?»

«Dici? Be', Teresi', perché non lo vai a raccontare a Giulia? Ma, mi raccomando, munisciti di un giubbotto antiproiettile».

Il giorno dopo squilla il telefono e sul display mi appare un numero a cui non corrisponde alcun nome. In ogni caso emetto il mio "pronto" in forma interrogativa e dall'altra parte, in maniera altrettanto interrogativa, sento pronunciare il mio nome ma preceduto da un "professore". Rispondo che son io quel desso, e a sua volta colui che mi ha chiamato si presenta con un nome e cognome sconosciuto, ma comunicandomi di essere "l'avvocato del signor Palamita".

Resto per un attimo nel pallone, prima di ricordarmi che il signor Palamita non è altri che il padre di Giulia. L'avvocato mi comunica che il suo assistito ha necessità e piacere di una mia visita, ma quando gliene chiedo i motivi, pur assicurandogli che non mancherò, lui nicchia e tergiversa. L'unica cosa che riesco a cavargli, è la necessità della riservatezza, anche nei confronti della mia compagna, nonché figlia del Palamita.

Ribadisco, che non appena riuscirò a trovare un momento libero, mi farò carico di inoltrare la richiesta di permesso, e lui mi rimanda che ha il piacere di comunicarmi che il permesso è già stato concesso, ed è valido per dopodomani alle dieci del mattino. Permesso concesso con procedura d'urgenza, vista la situazione ed il rapporto che lega il detenuto al visitatore. Non faccio a tempo a chiedergli quale sia la "situazione" che lui, dopo un rapido "ossequi", riattacca.

Ci sto a pensare un poco ma ormai la cosa non dipende da me. Potrei sempre andarci in seguito, ma che senso avrebbe fare uno sgarbo del genere a... mio suocero? Ormai ad entrare e uscire dal carcere mi sto abituando, così come il frequentare Giuseppe Palamita, che essendo persona seria nonostante tutto, non mi incomoderebbe se la faccenda fosse di poco conto. Ora che lo conosco bene, sono sicuro che non vorrà certamente "consigliarmi" di fare di sua figlia una donna onesta, tramite nozze riparatrici.

Così, la mattina di due giorni dopo, mi trovo di fronte a quello che "tecnicamente" è mio suocero, non potendo che constatare l'essere stata Giulia sin troppo minimalista. Quest'uomo sta male e lo conferma lui stesso quando glielo chiedo.

«Va male, Jacopo. Cioè...»

«No, don Giuse', Jacopo va più che bene. Professore me lo dicono già in troppi. Diamoci pure del tu».

«Grazie. E se tu volessi chiamarmi "papà", anche se...»

«No, Giuse', nessun "se". Se non ti chiamo papà non dipende da te, ma dal fatto che io, con questa parola, per molti anni non ci sono andato d'accordo. Però adesso fammi capire cosa e quanto va male».

«Stomaco».

«Stomaco che sta a significare?»

«Cancro allo stomaco. Incurabile. Ne ho per poco. Al punto che fra una decina di giorni mi fanno uscire e ricoverare in una struttura privata, sia pure sotto sorveglianza».

«Cristo!»

«E che ci vogliamo fare. E' toccato a me».

«Ma proprio non c'è niente da fare?»

«Finito! Ma è inutile tornarci. Se ti ho mandato a chiamare è per altro. Lasciami prima dire che so di lasciare Giulia in buone mani».

«Grazie, ma...»

«Jacopo, fammi concludere il discorso, se no mi impapocchio e non vado più avanti. Bene: io da te vorrei una cosa. Veramente ne vorrei due ma l'altra... è facoltativa».

«Dimmi».

«Fai in modo che Giulia mia non venga a sapere niente fino a che...»

«No, Giuse', questo non me lo puoi chiedere, va bene? Giulia ha il diritto... ma che cazzo! Sei tu che hai il diritto di condividere con tua figlia questi momenti. Non se lo perdonerebbe mai e non te lo perdoneresti nemmeno tu al momento di... ci siamo capiti.

«I gesti nobili, altruistici, il privarsi dell'amore, della solidarietà è una cosa che trovo morbosa. Pensi veramente che evitare a Giulia qualche mese di dolore serva a qualcosa? Cosa vuoi che sia il vederti in queste condizioni, rispetto al dover convivere per anni e anni con il senso di colpa del non esserci stata. Vuoi che ci maledica entrambi per averglielo nascosto?»

«Jacopo, mannaggia la miseria. E mo lo capisco perché i tuoi studenti ti seguono con attenzione. Forse hai ragione e forse no. Vedi tu. A te non posso impedire di dirlo a Giulia, va bene? Così mi scarico della responsabilità di essere stato io a farla soffrire. Ne ho già abbastanza, sulla coscienza, sia della sua sofferenza che...»

«Giuse': questo riguarda solo te. Io non faccio il prete, ma il professore».

«Hai ragione, perdonami».

«Perdonato. Piuttosto: l'altra cosa "facoltativa"?».

«Ecco: io a figlia mia la conosco troppo bene. Come diciamo noi, se il ciuccio non vuol bere hai voglia di fischiarlo. Quindi sta a te fare in modo che si metta in testa di fare la moglie e la mamma. Non mi dispiacerebbe, prima di chiudere questi occhi che hanno visto tanta malvagità, di sapere che il sangue mio si riversa in una nuova creatura e che questa, per mia fortuna e consolazione, porterà un nome onorato come il tuo».

«Giuse': tu stesso stai dicendo che Giulia non la smuove niente e nessuno».

«Niente e nessuno al di fuori di te! Tu certe volte, e per carattere e per paura di contrariarla, sei troppo arrendevole nei suoi confronti. Ma guarda che lei senza di te è persa. Tu hai paura di perderla, ma lei ha il terrore di perdere te».

Dopo averlo abbracciato e assicuratogli che a presto tornerò a trovarlo, sperando altrove, esco e come ogni volta non posso fare a meno di tirare un sospirone. Dall'uscita al parcheggio, e anche dopo mentre guido verso casa mia in modo automatico, non posso fare a meno di pensare alle difficoltà che mi costerà il dover dare questo po' po' di notizia a Giulia, ma pure va fatto e a me spetta. E penso anche che quel rifiuto di incontrarsi con il morituro Cavour, fosse in qualche modo un presagio di morte reale ed intima.

Per l'altra cosa che mi ha chiesto Giuseppe, ebbene... in fin dei conti la mia battuta si è rivelata veritiera: mio suocero vuole che faccia della figlia una donna onesta.

Ventisette

Per non farci mancare niente, sta venendo giù tutta l'acqua dell'universo, benché sia seppure da poco primavera, mentre Giuseppe Palamita, padre non molto esemplare ma pieno d'amore per la mia compagna Giulia, viene avviato verso l'ultima dimora, distante appena poche centinaia di metri da quella in cui ha trascorso tanti anni, fatte salve le ultime tre settimane.

Questo periodo è stato un calvario per lui e per Giulia, provando fisicamente e psicologicamente anche me. Ma io ne ho sopportato il peso solo di riflesso, così come sarà per gli strascichi.

E' un funerale per pochi. Subito dietro il carro funebre c'è Giulia che ha voluto me e mia madre al fianco, tenendoci entrambi a braccetto mentre io impugno un ombrello, e per cercare di riparare loro mi infradicio tutto. Dietro di noi Chiara e Carluccio , Stefania ed Amedeo, con Rosa a fare da spartiacque fra Lucia e Teresina. Quando le ho viste abbracciarsi piangenti, per un attimo ho sperato. Ma poi, mentre in Teresina nulla pareva mutato, ho colto come uno spegnersi nello sguardo di Lucia, capendo che aveva realizzato essere sua sorella partita, forse per sempre.

Dietro di loro, a rappresentare l'ex istituto della figlia del defunto (ma in realtà a titolo personale), suor Agnese ed Alvaro capo bidello, considerando Rosa più come facente parte della "famiglia" che come ex insegnante.

Ancora più dietro, a rappresentare l'altra famiglia di Giulia, Stanlio e Ollio che, molto compunti, hanno stretto la mano a tutti, compresa quella Lucia che, una notte di un secolo fa, avevano avuto intenzione di spupazzarsi.

Altre persone non ci sono. Giulia non ha voluto nemmeno far stampare gli avvisi funebri. Ha detto che chi doveva saperlo lo ha saputo, e che di corone di fiori e cuscini, sia lei che il morto, non sapevano cosa farsene. Eppure una corona c'è, ed è stata inviata da uno di quelli ai quali Giulia mai avrebbe voluto far sapere. Campeggia sul tettuccio del carro funebre, e sul nastro viola, si può leggere che la si deve all'affranto "compare Angelo D'Isola". Quando è arrivata, Giulia stava per farla rimandare indietro, ma l'ho persuasa che per un piccolo gesto di soddisfazione, avrebbe potuto procurasi dei problemi. «Papà tuo» le ho detto, «se ne sarebbe fottuto allegramente, credimi».

La cerimonia è sbrigativa. Quello che resta (pochi chili in verità) di mio suocero, viene interrato in attesa dell'approntamento del loculo. Poi, dopo il rinnovo delle condoglianze, ci si saluta e io scorto mia madre e Giulia verso l'auto bagnandomi sempre di più. Poi, una volta lasciata mia madre a casa sua, chiedo a Giulia cosa voglia fare.

«Non lo so. Proprio non lo so. Non so se venire da te o tornarmene in quel posto che definisco casa mia, e che ho cominciato a non odiare solo da quando ci hai messo piede tu. Non so nemmeno cosa farò da qui a dieci minuti. Dovrei desiderare di restare sola, ma se penso che stare sola significa stare senza di te, sto ancora peggio. Diciamo che voglio stare sola con te, a patto che per un poco non farai caso né a quello che farò né a quello che dirò. E soprattutto che non cercherai di farmi ragionare».

«Promesso».

«Allora portami a casa tua e ricordati di questa promessa».

Annuisco e mi dirigo verso casa mia. L'Ecclesiaste afferma che c'è un tempo per ogni cosa, quindi verrà anche il tempo della ragione. Ora, per Giulia, e io mi accodo, è il tempo dello sputare verso il cielo che di suo, di sputi ne manda giù ogni santo giorno.

Sarà perché sono stato indaffarato ad organizzare la villeggiatura di mia madre, per la prima volta esentato dall'accompagnarla avendomi consigliato, anzi ordinato, di stare vicino a Giulia; sarà che la Giulia in questione ha dovuto spartirsi fra il suo lavoro e le questioni burocratiche legate al defunto; purtroppo ci siamo visti ben poco. Anche stavolta ho lasciato più che volentieri a Carluccio l'onore e l'onere di fare da commissario d'esame e, una volta partita mia madre, mi sono dedicato alla pratica sportiva.

Adesso non penserete mica che ho chiesto ad Amedeo di prepararmi un programma di allenamento, vero? Chi fra voi ha imparato a conoscermi, sa benissimo che è più facile che quel famoso cammello (che poi si dice che il traduttore abbia preso fischi per fiaschi e che in realtà, nell'originale, fosse una gòmena) passi per l'altrettanto famosa cruna, piuttosto che mi si veda corricchiare per le vie e i parchi cittadini.

Infatti, nei suddetti parchi e nelle sopra citate vie, mi limito a fare lunghe passeggiate. Sempre con il telefono appresso in quanto Giulia, non appena si ritrova a poter respirare un momento, mi chiama per dedicare qualche minuto al nostro rapporto.

Come va fra noi e in generale? Per il secondo punto direi bene. Teresina con il pancione è uno spettacolo. A vederla, per chi non la conosce, sembra la classica puerpera. Ma per me che l'ho vista crescere in tutti i sensi, è un qualcosa che mi commuove ed immalinconisce allo stesso tempo. Ogni volta che per un motivo o per l'altro ci si vede, mi scorrono vorticosamente le immagini dei mille momenti passati insieme, sia quelli brutti che per fortuna non sono stati molti, che i tanti belli.

Qualche volta mi sono incontrato con lei in compagnia della sua scorta, e intendo quella del figliastro nonché studente privato. E' un bravo ragazzo ed è sinceramente affezionato alla matrigna (o mamma come lei pretende essere definita), molto premuroso verso il suo stato. Sono certo che sarà un guardiano attento e scrupoloso nei confronti del fratellino in arrivo.

Stefania ed Amedeo filano d'amore e talvolta in disaccordo. Stefania ho imparato a conoscerla e non solo perché insieme abbiamo condiviso l'esperienza recente. Un paio di volte abbiamo fatto un'uscita a quattro, rendendomi conto che, a lungo termine, la positività che ha portato nella vita del suo compagno le si potrebbe ritorcere contro. La sua pedagogia, pure efficace, è piuttosto pesantuccia. E' vero che Amedeo sta diventando uomo con una velocità superiore a quella che esprime in pista, ma questo potrebbe portare, compiuta la sua maturazione, al rigetto di un'insegnante così severa. Ma forse sto sparando solo cretinate. Tenete conto che all'esame di pedagogia ho preso ventitré e mi è andata pure di culo.

Brevemente dirò di Rosa che sembra essersi messa l'anima - e quel ben di dio del suo corpo - in pace. Ha avuto il suo momento di gloria e ora sembra aver deposto le armi. E' un bene? E' un male? Boh! Ai posteri l'ardua sentenza. Altrettanto brevemente accennerò a Chiara e Carluccio. Sono sempre gli stessi, nel molto bene e nel pochissimo male.

In quanto a Lucia... sono preoccupato! Uno che non sapesse e conoscesse direbbe: "Ma come, questa giovane donna, seria, lavoratrice e ora persino studiosa, ti preoccupa? Ma che tieni nella testa". Ma siccome a Lucia la conosco e non da adesso, anche se in certi momenti ho desiderato che si fosse iscritta in una scuola di Tokyo, questa Lucia seria, lavoratrice e studiosa non mi va giù. E non mi va conoscendo la causa prima di questa metamorfosi che ha un nome ed un cognome: Teresina De Notari.

Perché per quanto si frequentino ancora e ogni volta siano baci e abbracci, scevri da ogni traccia di ipocrisia (e chi mai potrebbe pensarlo conoscendole?), il loro rapporto non tornerà mai più come prima e questo lo sappiamo solo in tre (in quattro visto che a Giulia non ometto mai di dire niente).

Ora, direte voi, di positivo c'è che Lucia è maturata anche se questo le è costato, e le sta costando, una cifra. Forse avete ragione voi, ma io, tirando fuori un pezzetto della mia paciosità che ancora resiste, vi rispondo: è mai possibile che tutto quello che fa bene non piaccia? Per una volta, non si potrebbe fare in modo che le medicine avessero il sapore di, che so, fragola e pistacchio?

Debbo anche aggiungere, fra le altre cose, che Teresina ci ha chiesto di tenere a battesimo il nascituro. Abbiamo accettato, Giulia entusiasta e io un poco dubbioso, visto che con i tempi che corrono è un'assunzione di responsabilità di cui avrei fatto a meno.

Torno dalla mia ennesima passeggiata e il telefono squilla mentre sono sotto la doccia. Sì lo so, dovrei dire "sto prendendo una doccia", ma qui in giro di miei studenti non ne vedo. Contrariamente a quanto avrei fatto tempo addietro, non mi precipito a rispondere nudo e gocciolante, tanto al giorno d'oggi sai anche a posteriori chi ha telefonato.

Infatti, terminato di asciugarmi, scopro che è stata Giulia a chiamarmi e lo faccio a mia volta. Lei mi manda un messaggio in cui comunica di non poter rispondere e così via per un po', visto che ci si mette di mezzo pure una telefonata di mammà.

Poi, quando finalmente riusciamo a connetterci, dopo i soliti convenevoli e le espressioni di amorosi sensi, lei viene al dunque e mi informa che stasera è libera. Intono peana, lodi e quanto altro, stabilendo di vederci a casa mia alle otto (corrispondenti alle venti per chi risiede al di sopra della linea gotica).

Ventotto

La serata scorre tranquilla, come al solito da un poco di tempo a questa parte. Se non fosse apparentemente contraddittorio, potrei affermare che il nostro rapporto si è stabilizzato. Pur essendo ancora una coppia semiclandestina, visto che non viviamo insieme e svolgiamo attività lavorative che, ad essere ottimisti, si potrebbero definire poco affini, ci sentiamo di poter affermare di aver trovato un nostro equilibrio, costruito sulla consapevolezza che ci amiamo e che vogliamo vivere il resto della nostra vita, in qualsiasi modo e forma, amandoci.

Poco dopo cena, Giulia mi precede in camera da letto. Quando ci arrivo lei è già coricata e sta curiosando nei risvolti di copertina del libro che tengo sul mio comodino. Me lo indica e mi chiede se mi piaccia.

«Certo che mi piace, se no non lo leggerei».

«Ma quando mai, tu sei onnivoro e per giunta ossessivo - compulsivo, lo finiresti anche se facesse schifo».

«Ma questo non fa schifo, anzi! Anche se non credo che nella vita reale possa mai esserci un commissariato di polizia, come quello comandato da questo Adamsberg».

«Già, mentre invece persone che incontrano Cyrano, Garibaldi, Lucia Mondella o Mazzini...»

«Droga solo droga. E comunque è finita lì, amore».

«Me lo auguro».

Mi sdraio di fianco a lei e poi allungo la mano allo scopo di accendere la mia abat-jour, visto che lei ha spento la luce centrale accendendo la sua. Così facendo, tocco un pacchettino oblungo. Lo prendo, lo guardo e guardo Giulia. Lei sorride e mi dice di aprirlo, perché è un regalo per me.

«Giu', ma perché?»

«Ma niente, una sciocchezza, e costa pure poco. Però ci tenevo».

«Come vuoi, grazie amore».

Lo scarto e scopro che si tratta di una specie di minuscola picozza con due fili flessibili ad un'estremità. Cerco di capire di cosa si tratti, e devo aver fatto una faccia più strana del solito, perché Giulia scoppia a ridere:

«Non hai capito cos'è e a cosa serve?»

«No. E se saresti così gentile...»

«Jacopo: è una spirale intrauterina!»

«Ah, adesso ho capito. Allora mi vieni a dire che tu, prima di fare l'amore ogni volta... insomma: usi questa cosa qui?»

«Ma tu che pensavi, che non rimanessi incinta per virtù dello spirito santo?»

«No, ma...» Poi mi blocco perché afferro le implicazioni di questo "regalo". Quando mi riesce di guardarla di nuovo, Giulia, la donna che amo, non sorride più. Mi guarda seria, con la stessa serietà con cui rispondeva alle interrogazioni, l'identica di quando mi ha detto che ora poteva riprendere a vivere e di quando affrontò, la notte del tentato stupro di Lucia, Stanlio e Ollio. La serietà con cui mi raccontò della sua vera vita e di questo momento in cui mi prende la mano e mi dice: «Questo è quanto, amore. Sei abbastanza intelligente da capire che cosa significhi. Io la mia decisione l'ho presa. Se tu sei d'accordo, sappi che poi ne discenderanno tante altre, soprattutto per me».

«Vuoi dire che...»

«Cederò l'attività a quei due. Non vorrò nemmeno una "buonuscita" o percentuali sugli utili futuri. Finito. Stop. Giulia Perrella si licenzia, va in pensione. Farà se Dio vorrà la mamma, e a Jacopo piacendo la moglie. Che ne dici?»

«Che vuoi che dica. Ci siamo sempre detto tutto e allora ti dirò che sono... spaventato, ecco. Ma lo sono stato tante di quelle volte che una più una meno... e se dovesse essere, vabbe', a suo tempo ci penseremo».

«Bene. Era quello che speravo dicessi. A questo proposito, tu lo ricordi il proverbio?»

«Quale?»

«Quello che dice "aiutati che Dio ti aiuta? Perché, sai, qui di angeli che mi facciano concepire non mi pare di vederne».

Dopo aver dato una mano a Dio ad aiutarci, restiamo abbracciati. Mentre io penso a quello che potrebbe riservarci il futuro anche fra due o tre mesi, Giulia, invece, dimostra ancora una volta che, in quanto a pragmatismo, mi batte dieci a zero:

«E come lo chiameremmo?»

«Giulia, tesoro mio, che vogliamo fare, la gag del finale di Ricomincio da tre? La cosa è molto semplice: se è femmina le daremo il nome di mammà. Filomena non è un brutto nome, ti pare?»

«Certo! Chiamarla Concetta come mamma mia, mi pare troppo "localistico"».

«Perfettamente d'accordo. Se poi è maschio, di chiamarlo Quintiliano non mi passa nemmeno per la testa e per tanti motivi. Ma in ogni caso io credo che dovremmo chiamarlo come papà tuo, Giuseppe. E adesso perché ti metti a piangere?»

«Perché sono scema, va bene? Comunque sono d'accordo anche su questo. Certo che chiamare un bambino Giuseppe, oppure se è femmina Filomena, pare un poco anacronistico».

«E a noi che ce ne fotte della cronaca? Siamo all'antica e abbiamo vissuto nella storia. A chi non gli fa piacere si gratti le corna sue».

«Chissà come sarà… se succede».

«Bello o bella come la mamma, spero».

«Io non sono bella, Jacopo, e lo sai. Spero intelligente come il papà, ma senza le sue fisime».

«E allora, visto che hai cominciato tu, che non prenda certe caratteristiche dalla mamma».

Ridiamo entrambi e poi ci intristiamo, per riprendere a ridere subito dopo. Ed è così per un po’ di tempo finché Giulia non mi chiede di addormentarci abbracciati. Piano piano, mentre io non riesco a lasciarmi andare al sonno, sento il suo respiro prendere un altro ritmo.

Rimango sveglio per i pensieri che si vanno accavallando nella mia testa. Uno su tutti, il ritrovarmi a sperare che l'eventuale sintesi della carne e del sangue di entrambi, sia una cosa capace di superare i nostri difetti ed ampliare i nostri pregi. Ma devo averlo non solo pensato ma anche detto, perché Giulia, con la voce impastata, mi dice:

«Non illuderti».

«Cosa stavi sognando?»

«Non stavo sognando, ti ascoltavo. Non illuderti che sia come vuoi tu. Come sarà ce lo prenderemo, cercando di non fargli... o farle troppi danni. E adesso dormi, fammi il favore, che tu hai tre ore di lezione e io devo dismettere un'attività».

Ghilarza 1° febbraio 2017 - 13 gennaio 2018



Continuazione di "Una piccola storia nella grande Storia"

Giacomo Simone nacque a La Maddalena il 3 maggio del 1838. Il padre, Gian Pietro, era agricoltore mentre la madre, Maria Giuseppina Serra, pareva essere di migliore condizione risultando benestante (qualunque valenza potesse avere a quel tempo un simile termine). Della sua infanzia e adolescenza nulla si conosce e non si hanno sue notizie, fatto salvo il suo contrarre matrimonio con Maria Demuro, di un anno più anziana di lui.

Sui documenti ufficiali risultava di professione bracciante ed il suo luogo di lavoro, a partire dagli anni Sessanta dell'Ottocento, fu la tenuta di Giuseppe Garibaldi in Caprera, così come testimoniato dall'epitaffio posto sulla sua lapide, nel cimitero di La Maddalena.

Numerosi sono i racconti orali, (e chi scrive potrebbe darne testimonianza, avendoli raccolti dai diretti discendenti) che danno credito, se non certezza, ad essere stato il Simone colui che sostituendosi a Garibaldi, contribuì alla riuscita del piano di fuga del generale.

Ma non solo racconti orali! Si parla anche del memoriale di un garibaldino livornese, Andrea Carlo Pacini, che pare avvalorare questa tesi descrivendo uno scolorimento dei capelli e della barba di un giovane, tramite un intenso lavorio a base di acqua ossigenata, effettuato da Teresita, terzogenita di Giuseppe ed Anita Garibaldi. Cosa che non sarebbe stata necessaria sia per il Gusmaroli, allora sessantaseienne, che per il Froscianti di dieci anni più giovane del primo. Ma sicuramente operazione necessaria per il ventinovenne Giacomo Simone.

Non avendo diretta conoscenza del succitato memoriale, non lo addurrò come prova. Mentre per ciò che riguarda la citazione del "fido G." che affido a Garibaldi nel romanzo - cosa in uno scritto di fantasia più che legittima - non avendone trovata traccia nelle "Memorie" che pure ho letto, tralascio di riportarla in queste righe.

Giacomo Simone morì a La Maddalena il 26 aprile 1928, nella casa situata in Regione Moneta. Regione (o Frazione che dir si voglia) in cui a poche centinaia di metri, ventuno anni e qualche mese dopo, nacque un suo discendente. E questi, con i mezzi a disposizione, sia pure limitati soprattutto per capacità, ha inteso rendergli omaggio.


Ciò, al di là che la verità dei fatti sia quella di cui si parla in ambito familiare e locale, o che il Simone si sia limitato solo ad osservarli. Essendovi certezza, piena ed assoluta, della sua presenza sul posto al momento di tali accadimenti. Coincidenza vuole che invii questo lavoro alla stampa, dopo le revisioni del caso, nel giorno esatto del novantesimo anniversario della sua morte.

Nel romanzo precedente, in cui agivano gli stessi personaggi, pagai il doveroso tributo alle mie origini di parte paterna. Origini che hanno contribuito, in gran parte, a quel poco di creatività e fantasia di cui sono in possesso. In questo sequel, ho ritenuto di fare altrettanto nei confronti della mia componente materna (come si può evincere dall'albero genealogico che segue), a cui devo il pizzico di buon senso che possiedo.

Mi corre altresì l'obbligo di ringraziare, innanzitutto, mia moglie Rita Cadoni, e in rigoroso ordine alfabetico: Federico Castori, Angela Maria Licheri, Maria Luisa Onida e Rosa Piras, per averlo letto in anteprima, commentandolo e consentendomi di evitare qualche strafalcione. Oltre che i miei cugini, Mauro Cercignani e Giovanni Pintus, per le preziose informazioni fornitemi, in special modo dal secondo, sull'antenato, mio e delle loro mogli.

E infine, ringrazio tutti i miei personaggi, che tanto hanno insistito per far sì che facessi affrontare loro una nuova avventura. Anche se, come faccio dire a Giulia, e mo basta!


ALBERO GENEALOGICO

GIACOMO SIMONE

1838 - 1928

sposa

MARIA DEMURO

1837 - 1907

?

NINNEDDA GIOVANNETTA PIETRUCCIA CATERINA EDOARDO

?

1862 - ?

sposa

FELICINO POGGI

1866 - ?

?

GIANNINA SANTO MARIETTA LENA GIACOMINA CICCIOTTO

?

1892 - 1968

sposa

MARIA NUNZIA

SORBA

1895 - 1982

?

FELICE PINA GIANNINA FRANCESCA ANNA PIETRINA ELENA

?

1920 - 1999

sposa

CIRO

MARCHITIELLO

1918 - 1964

?

FRANCO

1949

sposa

RITA CADONI

1945



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