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lavoro pubblicato mercoledì 25 aprile 2018
ultima lettura domenica 20 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Milano Periferia Pt.1

di Daniyyel. Letto 252 volte. Dallo scaffale Pulp

Questo è il mio primo racconto pubblicato. Chiaramente non è completo ma se vedo un certo interesse continuerò a scrivere e a pubblicare..

Stavo tornando a casa, saranno state le tre del mattino se non più tardi. No non ero ubriaco, ma fatto si. Cannabis, indica, sativa, fumo, hasish, charas... in qualsiasi forma, colore o dimensione, ormai avevo assunto quella pianta.
Non perché avessi una particolare dipendenza o cercassi lo "sballo", come piaceva dire ai più anziani. Seriamente, che sballo sarebbe sciogliersi sul divano per ore senza sapere cosa si sta facendo? E' davvero considerabile "sballo"?
Comunque, mi facevo di questa roba non per divertimento, ma per necessità. Non sono mai stato bravo a combattere l'ansia, almeno non quando sono solo.
Sapete, finché siete circondati di gente, anche se palesemente non gliene frega un cazzo di te, l'ansia si tiene sotto controllo.
Non bisogna mostrarsi deboli, e alla fine la maschera che si indossa per imbrogliare gli altri, finisce per imbrogliare anche te.
Però quando si è soli, è lì che inizia la magia, il lento meccanismo del subconscio che fa sbavare il trucco sulla coscienza.
A quel punto sei fregato, sei te stesso contro te stesso, nessun arbitro, nessun giudizio non richiesto, solo il tuo.
E ogni pensiero pesa, negativo o positivo, ed è qui che entra in gioco la droga, non è una panacea certo, ma aiuta a non pensare, spesso.

La via di casa ormai la conosco bene, vivo da solo con mia madre, gli altri due fratelli hanno trovato dei lavori che li mantengono, certo, non una vita da re, ma nemmeno da morti di fame.
Uno dei due è pure andato a New York per una settimana, e il mutuo dice che lo estinguerà presto grazie alle entrate della sua piccola azienda di elettricisti.
Ormai le chiavi sono nella serratura del portone e la mia testa ha un unico pensiero, speriamo che non si svegli, potrei decidere di mettere fine a tutto se rincominciasse ancora con la paternale.
Sono dentro l'ascensore e mi guardo allo specchio: magro, con le occhiaie ed evidenti segni di incuria nel mio aspetto. La barba non la faccio mai e mi cresce ancora a macchie.
Ventitré anni e gli ormoni non danno una mano, non l'hanno data per l'altezza e penso che continueranno su questa strada.
Entro in casa, girando piano la chiave per evitare che la porta blindata faccia troppo casino.
Non mi serve la luce, nel buio mi sento a mio agio, anche se cammino a rallentatore.
La marijuana è nel pieno del suo effetto, sono intorpidito e rilassato, non sto pensando a niente se non alle azioni che compio: mi spoglio e mi preparo per dormire, fino alle 7, che domani ho lezione.

Lo so, sembrano davvero poche 4 ore di sonno, ed invece sono il mio sogno: ricordate il discorso di prima sul restare da soli?
Il pensiero inizia a vagare e la droga rende i pensieri solo più contorti ed irrazionali. La testa è piena di immagini senza senso, ma la sostanza mi convince a trovare un collegamento tra ognuna di esse, sembra vogliano uscire dal mio cranio facendolo esplodere.
Penso alla faccia di mia madre se dovesse trovare le mie cervella sul letto, e questo non aiuta, sarà una nottata lunga, droga o non droga, quando non riesci a spegnere la testa, sembra che l'unica soluzione valida sia tirare giù l'interruttore generale.

Dalla finestra della camera filtra un raggio di sole, potrebbe essere un passaggio romantico di questa storia, se non fosse che la mia testa ora pulsa e la luce della città non è quella di un paesaggio bucolico: è dura, fredda, affilata. Sembra sia fatta apposta per aumentare il mal di testa e cancellare la voglia di alzarsi.
Fa freddo, ho fame ma anche la nausea, inizio il mio solito rituale per svegliare il cervello, un bicchiere d'acqua e la tabellina del sette, la più difficile per una persona normale.
Mia madre è sveglia da almeno un paio d'ore, da lei ho ereditato l'altezza, gli occhi e l'insonnia.
"Oggi quante ore fai?". Pessima scelta mamma, parlarmi al mattino non è molto producente, non perché mi arrabbio facilmente, ma per le risposte insensate che ti darò.
"Quattro" le rispondo, penso di aver detto una cazzata, non so quante ore farò, non alle sette del mattino.

Finisco di prepararmi e sono in strada, mi stringo al giubbotto, che è ovviamente inadatto per la stagione, ad avere qualche risparmio me lo comprerei un capo più caldo, ma la scelta è semplice:
caldo o sonno, l'erba costa, non tanto, ma prosciuga buona parte delle mie finanze.
Mi avvicino alla fermata dell'autobus. Milano è fantastica, mette a disposizione un servizio di trasporti abbastanza efficiente, i mezzi arrivano in orario, ma sono sempre pieni e spesso di passeggeri non paganti. Italiani, egiziani, marocchini, turchi, rumeni, russi e ucraini, il più grande agglomerato di culture diverse le si può trovare solo qui. No, non a Milano, sulla "67", vecchia linea che collega la quasi periferia al quasi centro.
Da dove la gente povera parte alla ricerca dell'America, finendo per lavorare in qualche fast food mentre i figli di gente povera sporcano i tavolini che dovranno pulire. Deprimente? Forse, e forse un po' eccessivo, ma è la normalità.

Cuffie e musica strumentale mi aiutano a sopportare il viaggio. Milano è grande, forse anche troppo. Continuamente in espansione, un giorno abbattono una palazzina degli anni '20, il giorno dopo inizia il cantiere per un nuovo complesso di super-condomini ad isola, se i lavori non si fermano causa fallimento o mafia, o entrambe, spesso la seconda implica la prima.
Prendo la metropolitana linea rossa, o meglio, "La rossa ", dalla fermata Pagano.
Appena si aprono le porte subito la gente sgomita per sedersi, come se fosse una questione di vita o di morte trovare un appoggio per il culo che durerà al massimo sei, sette fermate. Io ne devo fare una ventina, e quindi so che, prima o poi, un posto lo trovo.
E come al solito il posto non riesco a prendermelo, mi toccherà aspettare.
Pagano, Cadorna, Cordusio ed infine Duomo. La metro è vuota, solito. Chi rimane in carrozza, dopo queste fermate, solitamente è uno studente o un senzatetto che cerca del caldo durante i periodi freddi dell'anno.

E mi fermo qui. Si mi fermo qui perché non ha più senso scrivere della mia giornata, a nessuno interessa della vita diurna di un normale studente universitario, questo non è un racconto amoroso per tredicenni, dove si incontra l'amore della propria vita tra i banchi di scuola. Le università non sono posti magici, sono posti dove si studia e si lavora, dove capisci che anche chi ti rivolge il saluto ti sputerebbe in un occhio se sapesse che hai preso il suo stesso voto studiando la metà. Zero gloria, zero romanticismo.
Ma ritornando al racconto, al suo fulcro, ritornando a casa, dopo sei ore di lezione. Bene ho detto una cazzata a mamma, poco male, ormai è al lavoro. Dicevo, dopo le lezioni mi fiondo verso casa, un saluto al portinaio che mi fa il gesto di avvicinarmi.
E' un brav'uomo, non è italiano, non so da dove viene e francamente me ne frego, ma è sempre gentile e mi avvisa se mi arriva un pacco senza che io debba per forza andare a chiedere.
"Ehi Sight, tutto bene?"
"Si si, tutto apposto" l'accento sembra un misto tra indiano e qualche altra lingua asiatica "E' arrivato pacco". Mamma avrà preso qualcosa su internet. Mi passa una piccola scatola, le dimensioni sono poco più piccole di una scatola di scarpe, ma pesa, più di un paio di calzature.
"Beh non vuoi un mio autografo?" Dico con un sorriso accennato "No, no, non serve" mi risponde con un sorriso a sua volta.
"Ciao Sight, grazie, ci vediamo" Mi fa un cenno con la testa e un chiaro sguardo di assenso, senza sprecare parole.
Nell'ascensore guardo il pacco. Cazzo ma è a nome mio? Non prendo mai a nome mio, uso di solito quello di mia madre, più per praticità, nel mio complesso ci sono svariati cognomi simili al mio, e quello di mia madre, "Manca", è chiaro e non ha quasi-omonimi.
Ma sottigliezze a parte, io non ricordo di aver comprato qualcosa e tutto ciò mi incuriosisce.
Entro in casa di fretta, controllo che non ci sia nessuno e apro alla svelta il pacco.
Aprendo la scatola ne trovo un'altra, pensando che fosse uno scherzo, tipo scatole cinesi infinite.
"Oh porca troia" Esclamo a voce alta accompagnato da una bestemmia che è meglio non riportare. Apro la seconda con fare scazzato e mi ritrovo davanti la cosa che meno mi sarei aspettato di trovare: un rotolo di banconote da cinquecento ben stretto da almeno quattro elastici.
Li conto, sono almeno ventimila euro.
Ora, non mi reputo proprio un coglione, certo non sarò un genio, ma quando vedo certe cose, dubito, immediatamente. Saranno false o tracciate e adesso la polizia mi entra in casa, saranno il cazzo che saranno ma sicuro non sono vere.
Purtroppo però questa volta sono vere. Perché purtroppo?
Guardate nella cazzo di scatola cosa c'è: una busta con una pistola, il calibro e il modello non lo so, so soltanto che dallo spavento corro al cesso a vomitare.

Mi avvicino con incerto alla scatola, come se da un momento all'altro la pistola potesse animarsi e spararmi in mezzo agli occhi.
Sempre sudando freddo controllo meglio il pacco, c'è un piccolo foglietto con un numero di telefono. Chi può essere tanto sicuro di se a lasciare un numero di telefono a pochi centimetri da un contenuto del genere.
Mi viene un dubbio, giro la scatola. Infatti, non è passata dalle mani della posta o di un corriere standard, Sight deve aver preso il pacco e basta, magari con una piccola mancia per non fare storie.
Ora rimane solo un dubbio: che cazzo devo farci con tutta questa roba?



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