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lavoro pubblicato martedì 24 aprile 2018
ultima lettura sabato 25 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Trilogy

di Full. Letto 205 volte. Dallo scaffale Generico

Un uomo si trova faccia a faccia con una rappresentazione del male riaffiorata dalla sua infanzia. Un figlio si riconcilia con sua madre nello sfondo di un paesaggio di mare. Una sottile tortura tecnologica capace di alienare gli esseri umani.....

Tre


Tra le foglie e il mare



Quanto tempo e' passato da quell' ultima estate, i ricordi si sono persi come schiuma tra le onde.

Nel frattempo mi sono laureato sono diventato un educatore sociale e mi appresto a ritornare nella località della mia infanzia.

La spiaggia di Vitigno mare e' separata dalle villette a schiera e i chioschi del lungomare da una folta trincea di siepi. Per questo la sera i turisti sono cullati dal rumore delle onde e da una brezza gradevole e aromatizzata dei profumi delle bacche e dei fiori.

Il treno mi ridesta ricordi frammentari e sconclusionati. Il radicale taglio di capelli che mio padre mi impose quando avevo cinque anni, il mio pianto dal barbiere, la sensazione eterea del mare nel quale mi perdevo in mille fantasticherie. Fu solo giunto alla stazione di Vitigno che riaffiorò quel ricordo particolare.

Inizialmente sembrava un sogno, o meglio, il ricordo di un sogno. L'uomo dai bermuda marroni che spiavamo da dietro i cespugli. Si appartava con donne durante la pausa di mezzogiorno, ma solo per pochi minuti. Un pomeriggio eravamo in quattro nascosti dietro la nostra barriera verde in attesa dello strano tipo. Lo sporcaccione, lo chiamavamo. Vedemmo spuntare il coltello tra le foglie

e sentimmo un grido soffocato.

L'indomani trovarono il corpo, seminudo ed esanime, era una commessa di uno dei tanti negozi del lungomare. Gli avevano tagliato lo gola senza troppi complimenti. Da quel giorno l'uomo con i bermuda marroni divenne per me il simbolo del male.

Il sole mi faceva sudare, e quel ricordo imprevisto mi aveva messo di malumore. Mi addormentai nonostante tutto e mi risvegliai a destinazione.


Trascinandomi il trolley attraversai la via centrale parallela al budello dello shopping, imboccai una via stretta e salii per qualche decina di metri fino alla pensione Gigliola e suonai il campanello. La signora Enrica era invecchiata ma mi riconobbe subito. Dopo i soliti convenevoli mi diede la chiave della stanza che era al secondo piano. Mentre mi facevo la doccia pregustavo la mattina che avrei passato sotto l'ombrellone con una birra ghiacciata ed un buon libro.


Al risveglio mi rinfrescai, presi il necessario e scesi per fare colazione con caffè e bombolone. Poi mi avviai verso il mare.

La signora Enrica aveva provveduto anche all'ombrellone. Non mi restava che sdraiarmi e godermi la bellissima giornata. Fu allora che vidi i bermuda marroni.

L'uomo stava passando con i giornali tra i vacanzieri. Aveva una voce roca e piuttosto bassa e indossava dei bermuda marroni. Naturalmente di calzoni del genere ce ne sono dappertutto. Ma era la foto scattata dalla mia mente ad averli immortalati in uno specifico momento e in una precisa postura.

L'assassino non era mai stato arrestato. Tutti sostenevano che fosse uno straniero. Ma la moda di stigmatizzare i turisti era tipica di ogni piccola comunità. Sembrava impossibile che il vicino di casa fosse capace di azioni così efferate. Doveva per forza essere un forestiero.

Decisi di seguirlo abbandonando giornale e bibita sulla sdraio. Portava degli occhiali da sole scuri con la montatura nera che impedivano qualsiasi riconoscimento. Presi il suo stesso sentiero lastricato e giunsi in una piazzola deserta nella quale spuntava come un fungo una edicola. Era un chiosco logorato dalla salsedine, scarno e con poche riviste. Non so per quale ragione mi venne in mente una sorta di postazione militare. L'uomo entrò e si sedette al suo posto. Mi decisi ad uscire dalle fronde e fu allora che mi vide. Ci guardammo immersi nel silenzio di quella zona franca. Io, che trascinavo con fatica il bagliore di quella giornata soleggiata. Lui, il buio, l'antico male mai sopito, tra le foglie e il mare in quella terra di confine dove ancora la battaglia era aperta. E sarebbe stato per sempre così nell'attesa irrimediabile di una rivelazione che sarebbe giunta sempre troppo tardi.

Fine


Ascesi


Si era lasciato alle spalle la spiaggia, il rumore quieto delle onde e l'odore salmastro che si propagava dal ritmico movimento del mare. Non vedeva sua madre da molti anni, ed ora era lì ad arrampicarsi come un bambino sulle rocce.

Ogni tanto si voltava per guardare il mare, poi riprendeva la sua scalata tenendosi saldo alla parete rocciosa fino a graffiarsi le mani insanguinate.

Cosa sperava di trovare sulla cima di quel promontorio? Una visione diversa delle cose, una rivelazione inaspettata?

Gli aveva voltato le spalle e se n'era andato per la sua strada. Voleva recitare ma non voleva studiare; tanto meno diventare un medico come avrebbe desiderato lei.

Anche adesso stava recitando, improvvisando una scalata, una specie di ascesi verso l'ignoto.

Mancavano gli spettatori, anzi c'erano. Le mute conchiglie, i gruppi di gabbiani intenti a cibarsi di resti;le impronte di calzari nella sabbia. Per un istante le sue mani cedettero, lasciarono la presa colte alla sprovvista dal dolore lancinante di un crampo. Il respiro gli si fece affannoso ma oramai era a metà strada e non poteva rinunciare. Trascinando come un peso morto la gamba indolenzita avanzò ancora aggrappandosi con ferocia ad una protuberanza nella roccia. Voltandosi indietro vide che il mare era cambiato; una immensa distesa bianca, persino ingombrante.

Quando aveva letto sui quotidiani della malattia che l'aveva colpita era rimasto attonito. Gli sembrava impossibile che una donna così forte potesse ammalarsi. Eppure non era tornato indietro, era andato avanti nella sua recita, studiato copioni e partecipato a qualche telefilm commerciale.

Un monolocale vicino agli studi, dei finti amici con i quali uscire a cena o al cinema, con i quali perdersi in lunghe e inutili chiacchierate.

Sentì caldo nelle mani, si era aperta una ferita profonda; nella nuda roccia l'impronta della sua mano spiccava scura. Ancora un balzo ed era arrivato in cima. Resistette al dolore.

Si alzò scrollandosi il terriccio di dosso, poi si girò in direzione del panorama.

Intenso l'azzurro lo avvolse. Una distesa immensa e accogliente dove piccole isole appena accennate davano un senso di approdo sicuro. Il mare era “altro”, tutto ciò che mutava pur rimanendo stabile; quella superficie che non avrebbe mai percorso interamente; divina in sé.

Ora la vedeva in tutta la sua magnificenza.

Avrebbe lasciato i suoi panni d'attore, la sua indifferenza.

La città lo aspettava.

Sua madre lo aspettava.


fine




Limbotomy



Mi sveglio. La stanza e' immersa in una luce bianca quasi lattea.

Dove sono ?

Forse sto sognando, oppure...

Pian piano i miei occhi si abituano e comincio a distinguere i dettagli dello strano luogo.

Ho freddo, mi accorgo di essere nudo. Mi abbraccio cercando di farmi caldo, un corridoio si delinea davanti a me. Lo imbocco. Le pareti sono lisce e bianche senza alcuna imperfezione. Aumento il passo, corro. Raggiungo un incrocio, mi fermo, ma ogni via e' uguale all'altra. Cos'è questo luogo indistinto? Ho perso la percezione del tempo e la stanchezza mi prende. Mi addormento.

Mi sveglio, le mie palpebre tremano leggermente, forse stavo sognando e aprendo gli occhi tutto questo avrà fine. Devo farmi coraggio, ora conto...uno, due e, tre...

L'indistinto si palesa nuovamente ai miei occhi. C'è meno luce e riesco a vedere meglio. In fondo al corridoio che si dipana davanti a me, c'è qualcosa, come un'ombra.

Avanzo lungo il corridoio in direzione dell'ombra.

L'ombra non sembra arretrare, anzi, avanza verso di me poi svanisce. Era lì fino a poco fa, una forma quasi umana svanita nel nulla.

Mi rannicchio stringendomi a me stesso e cerco di immaginare. Un bosco meraviglioso, il rumore di un ruscello che scende a valle. Devo semplicemente tenere chiusi gli occhi e sprofondare nella mia creazione. Ma dietro alle palpebre quel nulla mi chiama. Sogno ancora un po'.

Ad ogni passo lungo i corridoi lascio fiorire giardini, alberi, fiumi. Ho imparato. Ora non chiudo più gli occhi per sognare. Sogno ad occhi aperti. L'ombra non si e' più rivista.


Si sta svegliando?”


Chi ha parlato? Sono certo di aver sentito qualcuno parlare.


Sollevagli il lenzuolo in modo che si svegli”


Sento sulla pelle un brivido, un tessuto grezzo che mi sfiora e poi gradualmente si separa dalla mia epidermide; Aria fredda provenire da una finestra spalancata.

Apro gli occhi...

Comincio a gridare, a gridare. Non la smetto più.


fine















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