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lavoro pubblicato lunedì 16 aprile 2018
ultima lettura venerdì 20 aprile 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

RICORDI ROVENTI, 180 GIORNI - 37 -

di VeronicaPetinardi. Letto 91 volte. Dallo scaffale Amicizia

"Ti ricordi quando ti ho raccontato della mia esperienza da barista, tutti i discorsi che ho sentito? Di quanto ad un certo punto sia diventato tutto così banale, misero e deprimente?".

Marta gira la testa da una parte all’altra fissando lo sguardo sulle scatole rimaste per terra: “È per questo che stai vendendo la tua roba?”. Poggia la sua borsa sul divano e passa le mani tra i capelli.

Ignoro di percepire un sottile tono sarcastico infilato nella parola ‘roba’ e continuo nel mio discorso.
“Quando ho conosciuto Lorenzo e ho potuto smettere di ascoltare le stronzate su come si rallegri la vita certa gente.”. Posso restare tranquilla se continuo coi discorsi già fatti. “Da un giorno all’altro ho potuto avere una conversazione di un certo livello e non preoccuparmi più di tutte le spese. Non sapevo, non pensavo di dover pagare con la solitudine. Ho atrofizzato qualsiasi fosse il mio personale progredire.

Ora, prima che diventi troppo tardi.”.

Spostandomi a parlare di adesso noto che Marta sta separando i capelli in ciocche e so cosa significa ma non posso fermarmi: “Marta, devo fare qualche passo indietro e lontano da Lorenzo.”.
“E da me …” Marta si butta sul divano, e fa un cenno affermativo su e giù come se fosse un piccolo Buddha, continua a far rotolare la stessa ciocca.
“Sì, ho deciso di staccare.”.

Non è da me, di solito arrivo alle questioni importanti ancora più da lontano. Anche se mi sono preparata, raccogliendo le mie motivazioni e facendo il punto della situazione, sento che non è servito. Già diventa difficile mantenere qualsiasi rapporto con continui spostamenti, uno così lontano… Lei è la mia migliore amica, l’unica, per forza.
Adesso tra di noi si è steso un insolito silenzio. Mi fa male, mi sento in torto ma dannazione non potevo continuare la mia vita così. Da una parte rimuginavo i ricordi dall’altra parte non riuscivo e concludere nulla nel presente.

Si dice sempre “rimaniamo in contatto”.

Poi ci si limita a qualche telefonata e l’incontrarsi diventa sempre più sporadico. Eppure, nonostante la mia situazione stramba e la sua che sembrava classica della donna di famiglia, la nostra amicizia è continuata. Marta è la mia migliore amica, l’unica, per forza.

Altri rapporti non sono riuscita a costruirli. Bisogna essere dentro qualcosa e io non ci sono stata. Vivevo solo per Lorenzo e lui spariva per infilarsi la sua tonaca della quale non sapevo l’esistenza, neanche quando tornava. L’unica su cui potevo contare era sempre stata Marta. Ora, dopo tutti i chilometri che ci siamo fatte, ci dovremo separare. Non è un addio ma è la mia soluzione ai miei problemi. La lascio qui con i suoi, sola, Marta che è la mia migliore amica, l’unica.

“Ti ricordi?”.

Non è strano che Marta legga il mio pensiero: “Invece tu ti ricordi quando avevi bisogno tu di me?” e si rialza dal divano e mi guarda dritta negli occhi. “Quando mi hai chiamata nel bel mezzo della notte, lo ricordi? Quando io appena potevo, cioè praticamente subito, prendevo la macchina e venivo da te? Ora, che ho bisogno io, tu che devi staccare, verrai?”

“Hai Soleia.”.
“Ho sempre Soleia. Prima la lasciavo con suo padre per venire da te, ora è dalla nonna che chissà cosa le racconta.”.

“Tanto tu risolvi sempre tutto, con me ti serve solo sfogarti poi sai sempre come fare.” Ho il tono della colpevole anche se questa è pure una verità, stride parecchio e ormai il mio terreno mi fa scivolare lasciando sopra tutte le brave intenzioni. Quando però la sostanza non sa di buono… per forza.
“Ci sentiremo sempre, no? Poi c’è la video-chiamata.” Provo a salvare almeno un momento. Marta non mostra una reazione ma almeno smette di puntarmi lo sguardo addosso. E io, che ho un’unica amica in tutto il mondo, so che le devo dire quella maledetta precisazione.

“E poi,

non vado via per sempre, è solo un altro 180, solo che stavolta è più lontano.”. Il mio tono vorrebbe diventare presuntuosamente amichevole ma è fasullo perché niente di quello che dico è un ‘solo’.
“Dove?”.
“Alle Canarie.”.
“Cosa?! Alle Canarie! E che dice Lorenzo?”.
“Non lo sa, non glielo dirò.”.
“Ah, ecco, stai scappando…”.
“Sì. Non so risolverla diversamente.”.
“Boh, è una delle soluzioni.”.
“L’unica, Marta.”.

“La tua, Anna!”.
“Cosa dovrei fare secondo te?”.
“Parlare prima di decidere! Cosa pensi di fare con le tue cose, venderle tutte?”.
Chissà perché si ha paura di dire le cose sbagliate e poi quando succede ce ne vanno dietro delle altre, forse ancora più sbagliate con il modo di dirle altrettanto fuori luogo, però se si sta affogando si afferra anche un rametto sperando in capacità impossibili.
“Per esempio, pensavo di darti i miei fiori, volevo chiederti se intanto mi tenevi le scarpe.”.
“Certo, questo sì che è un problema. Anna hai pensato cosa scatenerai se te ne andrai senza dire nulla? Lasciandole qui comunque siano le cose tue e al di là del loro valore, qualcuno se ne dovrà occupare, ci hai pensato?”

“Sì, certo…”
“Ho capito, sempre io, sono venuta per questo, no?”
“Veramente lascio la lettera a Lorenzo, però pensavo che potresti avvisarlo tu, magari per le chiavi… “
Appena l’ho detto, mi sono resa conto della stronzata che ho pronunciato ma ormai tutte le mie preparazioni e preoccupazioni sono andate a farsi fottere, l’unica cosa che sentivo era il bisogno di sviscerare tutto, come un dovere di non lasciare più niente in sospeso. Anche se davo per scontato che Lorenzo sarebbe passato e avesse pure le chiavi o glielo avrei detto quando mi avrebbe chiamata, prima o poi, e ormai sarei stata lontana, non potevo esserne certa.

Il compito delle urla

La reazione di Marta, con il tono ormai parecchio alzato e le parole che mi versava e riversava quasi senza logica, fuori dal suo modo pacato e sempre uniforme, dal suo abituale essere, non poteva sorprendere. Il suo silenzio di prima mi aiutava a poter dire l’essenziale ma sapendo ancora una volta che ci tiene a me, questo era il compito delle sue urla.

Sentirla in tutte le gradazioni fino a quelle roventi riscaldava il mio cuore al punto di sorridere.
“Ora me lo dici cosa c’è di divertente, porca miseria?”
Sì, solo Marta è capace di usare le parole al momento giusto. “Sei tu, una donna fantastica con la quale io comunicherò il più possibile, costruiremo nuovi ricordi. Lo giuro, voglio sentirle ancora le tue parolacce.”.

veronicapetinardi.com


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