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lavoro pubblicato venerdì 13 aprile 2018
ultima lettura sabato 16 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Can mürt

di milarot. Letto 318 volte. Dallo scaffale Generico

 1E’ la storia di una terra che vista dal satellite, o più semplicemente su un atlante, ha la forma di testa di cane.Una terra di cui si sa molto poco, eppure ha avuto la sua storia, i suoi problemi, i suoi momenti di gloria, ma nonos...

1
E’ la storia di una terra che vista dal satellite, o più semplicemente su un atlante, ha la forma di testa di cane.
Una terra di cui si sa molto poco, eppure ha avuto la sua storia, i suoi problemi, i suoi momenti di gloria, ma nonostante tutto è ancora ignota.
I suoi confini sono poco conosciuti, si pensa che sia una terra abitata da pastori, da uomini di terra, invece il mare la bagna su due sponde.
Acque che sanno di ellenismo, acque che hanno visto sangue e hanno assaporato il sapore di vendetta, acque per vivere, acque per scappare, acque fonte di vita.
E’ la storia di un uomo, che da quando si è affacciato su questa terra, ne è rimasto sempre affascinato.
Affascinato dalla sua strana forma a testa di cane ed è strano, molto strano che nel suo paese, il suo soprannome, come quello di tutta la sua famiglia, da generazioni, fosse “can murt”, cane morto appunto.
Si dice che il soprannome fosse stato dato a suo padre.
Era noto in tutto il paese, ma lui era così diverso dagli altri.
La gente pensava solo a mangiare, a bere, a far tardi la sera, a scopare, a giocare, mentre lui passava giornate intere chiuso in casa.
Si era sposato una prima volta con una donna conosciuta per il suo carattere arrogante e presuntuoso che gli aveva prosciugato la personalità, riducendolo ad una larva, un vegetale, insomma un perdente.
Quando nacque il primo figlio, trascorsero altri tre anni, poi i due si separarano e il bambino venne preso in affidamento dalla madre e dai nonni materni che fecero togliere al padre la patria potestà. L’uomo sprofondò in una crisi da cui non si riprese mai, non servì neanche il nuovo matrimonio e neanche la nascita di lui.
Il vecchio “can murt” morì dimenticato da tutti, nella sua casa isolata da tutto.
Il figlio crebbe con la madre nel silenzio e nella solitudine e quando si vedeva in giro veniva deriso. “Eeeehhh, vir vir, can murt”
E lui sempre in silenzio.
Non reagiva.
Non rispondeva.
Non meritavano considerazione.
Non erano persone.
Erano essere inutili.
Esseri più simili a vermi che a persone.
Non meritavano di essere considerati.
Non meritavano di essere vivi.
No! La vita non poteva fargli questo regalo.
2

Dicono che follia è il continuare a ripetere e a dire la stessa azione e la stessa frase, pensando che prima o poi si arrivi ad un risultato diverso.
Se fosse così, se fosse accertato che questo corrisponda a verità, allora io sarei folle, ma non credo assolutamente che molti altri siano diversi da me.
Le feste di paese sono come le piogge di stagioni, arrivano più o meno sempre nello stesso periodo e seguono degli schemi ben precisi che si ripetono uguali tutti gli anni.
Le luci.
La gente.
Gli odori.
Le urla.
Il concerto.
Lo spettacolo pirotecnico che conclude la festa.
Quest’anno mi immaginerò lo spettacolo di luci da questa stanza putrida di un metro per due che ormai da un anno è casa mia, e stando da solo l’ho dovuta abbellire a modo mio che poi vuol dire aver fatto poco e niente.
Non sono come tutte quelle persone che hanno bisogno della casa grande, della macchina lucidata, delle sicurezze pre-confezionate.
No assolutamente.
Io basto a me.
Io vivo di me.
E lo spettacolo di luci me lo gusterò ancora.
Primo colpo: una scia di luce verde illumina il cielo e nel cielo d’agosto si espande un bagliore smeraldo che fa urlare la gente di felicità...sentili!!!
Secondo colpo, blu, i suoi occhi.
Terzo colpo, arancione, il suo golfino.
Quarto colpo, rosso, il suo sangue.
Quinto colpo, viola, il suo nome.
Abitava non molto distante da casa mia, in cima vicino all’orologio della Costa, io stavo spesso sul balcone quando non lavoravo e la vedevo passare sempre con il suo splendido sorriso, mi salutava, mentre io mi limitavo a ricambiare con un cenno della mia mano.
Passavano i giorni e con il tempo, il nostro aveva preso le sembianze di un appuntamento.
Gli orari erano diventati degli appuntamenti non detti.
Poi un giorno, presi coraggio e scesi in strada in attesa che passasse.
Sentii il rombo del suo motorino truccato, mi sedetti sullo scalone che dava sulla mia porta di casa e aspettai.
Quando arrivò di fronte a me, mi sorprese.
Si fermò. Come anche se anche lei sentisse che era arrivato il momento di parlarci, di dirci almeno il nostro nome.
Si fermò e mi sorrise.
Abbiamo camminato per le strade non asfaltate, abbandonate alla loro ancestralità, ma non uscivano parole, uscivano silenzi che emanavano chiarezza.
Le parole non servivano.
Abbiamo camminato tanto, ci siamo sorrisi più volte e alla fine siamo finiti in un capannone abbandonato e lì dentro seduti su una lastra di cemento ci siamo baciati, toccati, sfiorati e poi una voce dentro di me, continuava ripetermi: tu si nu’ can murt, nun si nint manc p’ lei.
Perché anche lei, mi considerava poco meno di niente?
Perché anche lei doveva confondersi e omologarsi al pensiero comune che avevano di me?
Tu pensi che io sia un cane morto?
Bene!
Allora in questo momento che siamo soli e che tu sei mia, ti annuserò per scovare i tuoi intimi segreti, ti annuserò per marcare il mio territorio, ti annuserò e al momento giusto ti morderò le guance per strappartele di dosso e ingoiandole una parte di te sarà per sempre mia.
Il mio respiro affannato si ergeva sul suo corpo che non poteva urlare...non aveva più la bocca.
In lontananza passava una macchina con l’autoradio a palla su una canzone squallida, ma in fondo in questo paese non hanno mai avuto gusti musicali degni di nota.
Lei era ancora a terra, ormai in una pozza di sangue, rosso vivido come l’Aglianico di queste terre. Resta a terra e rimani lì.
Che tu sia maledetta, maledetta la tua vita, i tuoi occhi e il tuo sorriso.
Maledetta donna così simile a mia madre, una stupida donna, acida che non ha saputo tirar fuori le palle a mio padre.
Che sia maledetta anche tu.
E giaci lì!

Sono scappato via, mi sono messo a correre, come mai mi era capitato nella mia vita.
Ho percorso tutto il paese, fino a raggiungere la strada che mi avesse portato via, il più lontano possibile e ho corso e ho continuato a correre.
Ho raggiunto la superstrada e ho continuato a camminare spedito, senza guardarmi indietro, senza rimorso.
Le auto mi sfrecciavano accanto e sembravano non far caso ad un uomo che cammina su una strada vietata ai pedoni.
Le persone di queste zone non vedono oppure non vogliono far caso.
Forse per paura.
Forse per omertà.
Sono finiti i tempi di Carmine Crocco, quando guidava una banda di uomini d’onore e senza paura. Ho continuato a camminare e sono arrivato a Melfi, le gambe, ormai, non mi reggevano più, ma ho cercato di non pensare alla stanchezza e ho continuato fino alla collinetta dove si erge il castello federiciano e giunto lì, mi sono fermato e mi sono accasciato.
Il cielo era di color vaniglia, un’altra giornata si stava per concludere.
L’indomani avrei dovuto fare delle scelte importanti, avrei dovuto decidere cosa fare, nulla sarebbe stato come prima. C’era un nuovo “can murt” in giro e ora la gente avrebbe avuto paura e forse avrebbe capito che nessun posto è sicuro, nessuno può stare tranquillo, nessuno può dormire sonni sereni.
Io l’avevo già capito, io già lo sapevo ed era giusto che anche gli altri prendessero coscienza.
Io avevo la mia ed era quella giusta.
3
Non sono mai riuscito a dormire serenamente!
Intendiamoci, chiudo gli occhi e riesco a riposare, ma ogni rumore, anche il minimo, mi fa svegliare e il tutto diventa così difficile, una fatica riprendere il sonno.
Nel paese dove vivo, la gente non ha mai avuto rispetto della mia necessità di dormire, riposare. Cominciano la mattina presto a muovere i loro furgoncini, a vendere qualunque cosa ad alta voce, come se fossero in quei mercati che personalmente ho sempre odiato, troppo caos, troppo macello. Che cazzo urli?
C'è proprio bisogno di far sentire la tua presenza, il tuo passaggio?
Cos'è, hai paura che nessuno ti compri nulla e torni a casa a mani vuote?
Le tue mani sono ormai sporche di avidità, ormai ti sei donato al dio denaro e questo ti ha marchiato per sempre, non basterà una doccia per lavarti di questo peccato, non basterà il tuo profumo perché la tua ingordigia ormai fa puzzare l'aria.
"pesche, pesche, pesche fresche, albicocche, albicocche accatatevil..."
Niente da fare questo insulso personaggio col suo urlare ha deciso di farmi smettere di riposare. Apro gli occhi!
Dove sono?
Sopra di me un cielo azzurro e uno spruzzo di nuvole mi fa da coperta.
Dove mi trovo?
Alle mie spalle il castello federiciano mi veglia e mi fa paura, sembra voglia cadere sopra di me. Ora ricordo, ora faccio mente locale.
È successo veramente, ho fatto fuori quella ragazza, ma "fare fuori" non è la parola adatta, non

rende giustizia a quello che ho fatto, io l'ho uccisa, l"ho ammazzata senza troppi complimenti e con una freddezza che farebbe invidia a qualunque serial killer.
E allora sono anch'io un serial killer, un assassino.
Cosa mi potrà succedere, mi scopriranno?
"pesche, pesche, pesche fresche, albicocche, albicocche accatatevil..."
Il fruttivendolo passa con il suo camioncino, lo guardo e penso che il mondo si è svegliato uguale a ieri, non è cambiato nulla, nessuno si è accorto di cosa è realmente successo e poi in fondo io sono "nu can mürt" e la gente non ha mai saputo di me e forse è per questo che nessuno potrà mai pensare a me.
Un po' mi dispiace in fondo.
Ho vissuto sempre in questo modo, invisibile a tutti,nel mondo io c'ero, ma mai nessuno si è accorto di me, o meglio se ne accorgevano, ma preferivano passarmi davanti, considerandomi come un fantasma che uno può attraversare e non sentire alcuna sensazione.
Sarà un bene o sarà un male, a me non me ne frega niente, almeno questo mi permette il lusso di fare ciò che voglio e non sentire alcun peso delle mie azioni.
Mi sono alzato da terra e ho notato con una certa soddisfazione che la gente continuava a vivere non curante di quello che era successo. Pareva che la notizia non fosse trapelata in alcun modo e la cosa che mi stupiva di più era che nessuno pareva fare caso a me, come se fosse una cosa del tutto normale che una persona stia stesa per terra ai piedi del castello.
Mi sono diretto verso il centro del paese e fuori da un edicola c'erano i giornali appena usciti. Niente!
Nessuna notizia!
E se me lo fossi sognato?
Se tutto quello che è successo fosse solo il frutto della mia mente?
Non era possibile, se avvicinavo le mani al mio volto potevo ancora sentire l'odore del sangue di quella ragazza, un profumo di buono, un profumo di vita terminata, di bellezza appassita, di vita che ormai non si poteva più chiamare tale...un po' come la mia.
Mi avvicinai verso la superstrada che mi avrebbe riportato a Rionero e fermai uno di quei contadini che girano ancora con un vecchissimo ApeCar, gli chiesi un passaggio e lui senza alcun problema accettò.
La cosa curiosa della gente di queste parti, è che se non ti hanno mai visto o ti conoscono per la prima volta, iniziano a domandarti in che anno sei nato e a quale famiglia appartieni, domande che mi hanno sempre dato un po' di fastidio.
Punto primo, che razza di domanda è: in che anno è nato lei?
Che importanza può avere essere nato nel 50, nel 60 o nel 70 e così via dicendo, che differenza può fare?
Come se l'anno di nascita condizionasse il tuo essere, la tua personalità.
Punto secondo, perché si da così importanza alla famiglia di origine, di appartenenza, senza tenere conto che le famiglie qui non si chiamano mai per cognome, ma solo per soprannome: i biondin, i tanganid, i pecoraie, ecc...
Ho un nome e un cognome, ho la mia età, ma io sono mio, appartengo a me e niente e nessuno può condizionare il mio vivere e il mio agire.
Quell'uomo mi faceva irritare, ma in fondo sono fatti così, risposi e feci finta di nulla.
Mi lasció alla stazione ferroviaria.
In stazione c'è ancora un bar, è da quando ho memoria che l'ho visto sempre lì.
Certo sarà cambiato all'interno, saranno cambiati i dipendenti, ma il tempo non ha mai cambiato la sua locazione.
Al di fuori ci sono i tavolini dove i villeggianti, ma anche gli stessi rioneresi, trascorrono il loro tempo libero sorseggiando, fumando e chiacchierando.
Quel giorno seduti ad un tavolino c'erano due ragazzi, un ragazzo e una ragazza.
Avranno avuto venti, massimo venticinque anni, e sorseggiando la loro coca cola, parlavano e si guardavano negli occhi, occhi da innamorati, occhi che non possono mentire, occhi che si desiderano, occhi che non fanno trasparire nessuno imbarazzo.
Occhi pieni di ipocrisia.
Occhi pieni di bugie.
Quei due ragazzi, avevano vissuto per anni senza mai muoversi dal loro paese e ora si ritrovavano ad un bar, seduti vicini a raccontarsi dei loro desideri, delle loro voglie e forse anche a fare progetti sul futuro.
Le loro ombre restavano allungate distese sul terreno come se fosse una zavorra appesa al loro corpo.
È nell'ombra che si muove la verità.
È nell'ombra che opera la giustizia.
Ma quei due continuavano a chiacchierare senza curarsi di nulla, erano visibilmente guidati da una follia, da un impulso irrefrenabile che li allontanava dalla ragione.
Poveri mentecatti che pensano di avere solo risposte e neanche una domanda, vivono nella loro convinzione di essere unici e di bastarsi, convinti che se loro esistono, esistono anche per gli altri. Si sbagliano.
Attorno a loro è un continuo passare di gente che va a lavoro, donne che vanno a fare la spesa per i loro uomini, bambini che giocano appesi alla statua del generale Pennella all'interno della villetta

della stazione.
E loro continuano nella loro vita, fatta di musica, di corpi che si avvinghieranno dentro a un letto caldo. Di "no" che vogliono dire dei "si", di gemiti, di lacrime, di fotografie invecchiate, di bocche da neonato da sfamare, di certezze che possono crollare.
Facendo così, vivendo la loro vita in questo pacchetto preconfezionato, dimenticheranno le loro persone, si dimenticheranno di loro stessi, si annulleranno e la loro esistenza sarà vuota e inutile. Eppure, in qualche modo, mi fanno tenerezza.
Lei è snella ha un viso misto di dolcezza e malinconia. I suoi capelli sono castani con venature di rame, ha gli occhi verdi come le campagne che circondano il paese.
Lui è un essere insignificante, ma che cerca di darsi un tono per nascondere quello che è veramente, lo si capisce perché lei ride alle sue battute e gli fa capire che ci potrebbe anche stare se solo glielo chiedesse.
Lo si capisce perché quando lui parla, lei cerca di nascondere il suo sorriso, ma poi crolla inesorabile in una risata che le fa gettare il viso in avanti, nascondendo con i capelli l'incavo dei suoi seni.
Ad un certo punto, sembrano notarmi, ma celano il loro disagio, continuando a parlare tra di loro. Tutto sembra tornare come prima.
Decido di avvicinarmi a loro, ma solo per parlare, solo per conoscerli, solo per offrirgli anche casa mia per la loro prima volta.
La loro ingenuità, il loro candore, la loro bellezza, la loro felicità, li porteranno a fidarsi di me.
Non sanno che quello è stato l'ultimo momento insieme.

4
È buio pesto, non so per quale motivo ho deciso di rimettere in moto una vecchia Fiat 127, abbandonata da mio padre in garage.
Mi ricordo ancora quando ero piccolo, ero così affascinato da questa vettura, che quando mio padre, con la chiave, la metteva in moto, mi sembrava come se lui stesse facendo un gioco di prestigio.
Mi sembrava così incredibile che con una semplicissima chiave lui riuscisse a dare vita a questa scatola di ferro e muoverla.
Ricordo le estati trascorse in giro.
I viaggi verso Atella solo per andare a bere un po' d'acqua ad una fontana dove si diceva che sgorgasse un acqua eccezionale.
Ricordo, erano giorni che non scorderò più.
I due ragazzi ormai giacevano avvolti in due grosse coperte.
Cos'era successo?
A quel punto non aveva alcuna importanza.
Certe cose accadono, ma non sempre sei tu che le vuoi, sono loro che ti vengono a cercare e una volta che ti hanno trovato, non puoi fare altro che assecondarle procedere con il restante del piano, anche se non l'hai previsto, anche se non l'hai voluto, anche se non l'hai cercato.
Non nego che tutto quello che stava succedendo, da un certo punto di vista, mi spaventava, ma ero un uomo e dovevo esserlo fino in fondo.
Potevo scappare, fuggire, andare via, forse l'avrei fatta franca per tutta la vita, invece ho scelto di affrontare la cosa, nel bene e nel male e andare avanti.
Può darsi anche che la cosa ti roderà le budella fino allo sfinimento, ti torcerà lo stomaco come uno straccio da strizzare bene. Può darsi anche che la cosa ti renda a pezzi e sarà in quel momenti che raccoglierò i cocci, li rimetterò insieme e continuerò a vivere come se nulla fosse mai accaduto.
Ho caricato i corpi nel baule della Fiat 127, sono salito a bordo, ho acceso l'auto e sono partito, diretto verso Monticchio.
In quei giorni si festeggiava la festa della Madonna del Carmelo, per cui tutti erano riversi in piazza, nei bar, nelle bancarelle, nei giardini, sulle giostre, quando dico tutti, intendo dire veramente tutti.
In strada verso i laghi non c'era nessuno.
I laghi di Monticchio sono le due antiche bocche del Vulture, quando ancora era un vulcano attivo, ora sono solo una meta turistica dove si portano le giovani coppie di sposi a fare le foto, dove i vacanzieri vanno a visitare l'antica abbazia che erge sulla sommità dei laghi.
Era li che avevo deciso che quei due giovani dovevano celebrare la loro unione per sempre.
Giunto li, ho cercato un posto appartato e dopo essermi assicurato che nessuno mi vedesse, ho aperto il baule, ho preso il corpo della ragazza e l'ho gettato con dolcezza nel lago, mentre il corpo di lui l'ho gettato con disprezzo, odio e repulsione.
Ho visto i due corpi affondare nelle acque e scomparire inghiottii dai vortici che solo i laghi sanno nascondere.
Qualche bolla e poi giù nel fondo, pronti per la decomposizione.
Sono rimasto fermo per qualche minuto, mi pareva ancora di sentire le suppliche della ragazza mentre la finivo e riuscivo ancora a vedere lo sguardo pietrificato di lui, che, impotente, non poteva fare nulla.
Sono risalito in macchina, ma prima ho notato un foglio di giornale gettato in terra, l'ho afferrato per buttarlo nel cestino e non ho potuto fare a meno di leggere:
SERIAL KILLER SI AGGIRA NEL RIONERESE.
Ce l'avevo fatta, la gente parlava di me.

5

Non si era mai vista una cosa del genere.
Anche qui in questa terra succedono cose strane, si ha sempre avuto la sensazione di vivere in un posto sicuro.
Ci sono state storie di mafia, di spaccio, riciclaggio di denaro sporco, omicidi, suicidi, ma tre morti, in maniera misteriosa, neanche uno straccio di indizio, colpevole o altro, no, non si era mai visto. Però questa volta, qualcosa era andata storta.
I due ragazzi non erano passati inosservati al bar della stazione e in effetti, pensandoci, non avevo tenuto conto che qui tutti si conoscono, tutti sanno di tutti e nulla può essere tenuto nascosto.
Li avevano visti salire su un'auto e allontanarsi.
La cosa non avrebbe destato nessuna preoccupazione se non fosse che qualche giorno prima avevo massacrato quella ragazza all'orologio della Costa.
In questo modo si era scatenato il panico in paese.
Erano stati fatti intervenire corpi speciali per le indagini, carabinieri e polizia erano inutili in questa situazione.
Si era cominciato a scandagliere il paese centimetro per centimetro.
Io me ne stavo in casa con le tapparelle abbassate e seduto sulla mia poltrona mi pareva di sentire gli stati d'animo delle persone, le loro angosce, le loro paure, il timore che ci fosse qualcuno in paese che si divertiva a uccidere le persone a caso, senza nessun motivo.
Se chiudevo gli occhi sentivo ancora le urla soffocate delle mie vittime e le mie mani avevano ancora il sapore dell'eccitazione.
Non avevo voglia di fermarmi, stavo ottenendo quello che volevo e cioè che la gente parlasse di me, che mi temesse.
Basta!
Avevo trascorso tempo nell'anonimato ed ero veramente stanco.
Le indagini si era spinte anche verso i laghi di Monticchio.
Avevano coinvolto anche le squadre subacquee per scandagliare il fondo dei laghi.
La gente è curiosa e dove vede indagini si avvicina per osservare, ficcare il naso nelle cose laddove non si deve mai mettere.
Poveri stupidi, non hanno capito che possono essere in pericolo, che tutto può accadere in pochi secondi, anche sotto il loro naso.
Io sono molto più furbo, sono migliore di loro, mi sento Dio, mi sto sostituendo a lui e decido sulla vita e sulla morte.
Appena le immersioni cominciarono, decisi di andare anch'io a vedere, volevo confondermi con gli altri, mischiarmi con la loro banalità bagnata di ipocrisia curiosa.
Giunto ai laghi, usando il pullman per non destare sospetti sulla mia macchina, notai che avevano fatto le cose in grande: macchine della polizia ovunque, carabinieri che osservano se succedevano cose strane, sommozzatori che indossavamo le loro tute e che continuavano a immergersi e salire in superficie e ogni volta scuotevano le teste, come dire "niente".
Non c'è che dire avevo fatto un buon lavoro.
E poi chissà cosa ne era stato dei corpi?
Erano finiti sul fondo del lago grande e si erano liquefatti, decomposti?
Esisteva un mostro che viveva sul fondo e se li era mangiati?
Guardavo quegli uomini che erano così presuntuosi da potermi battere, solo perché avevano i loro dannati erogatori da cinque litri, pinne super moderne e tutte le altre attrezzature inutili.
Poveri stupidi!
Le ricerche proseguirono per tutto il giorno, ma non giunsero a nulla e su questo non avevo nessun dubbio.
Alla sera mi ritrovavo ancora li, il mio sguardo rimaneva incantato dalla luce del tramonto che si specchiava sul lago. Il colore rosso del sole che stava per morire dava all'acqua venature di sangue e fu in quel momento che notai in lontananza un uomo.
Chi era?
Cosa stava facendo?
Se ne stava ai bordi del lago e armeggiava con la sua borsa.
Cercai di non farmi notare e mi avvicinai.
Riconobbi sulla borsa il distintivo della polizia.
Perché era li? Se ne erano andati tutti, ma lui era rimasto. Era strano. Non capivo.
Ormai la sera era scesa e il buio si stava sostituendo alla luce.
L'uomo indossò la tuta da sub, estrasse la torcia subacquea e con molta calma entrò in acqua, ma non senza aver sistemato una corda attorno ad un albero che gli avrebbe permesso di risalire senza nessun problema.
Stupido.
Sono rimasto a guardare e questo continuava ad immergersi e ad emergere.
All'ennesima immersione, mi avvicinai all'albero dove era legata la sua corda e rimasi li ad
aspettare il suo ritorno dall'acqua.
L'uomo riemerse e appena mi vide, con mio enorme sorpresa, non fece nulla, non reagì. Si limitò a guardarmi e non nego che la cosa mi gelò il sangue.
L'uomo mostrò il suo sorriso migliore, acuminato come uno squalo.
Povero, povero stupido!
Non ha capito che tutta la sua vita non è servita a nulla, dato che non riesce a capire il suo futuro, non riesce ad immaginare cosa gli potrà accadere.
"Chi è lei?"
"Fa caldo in paese, qui si sta più freschi e facevo una passeggiata...non riesco a prendere sonno" "Ma qui non si può stare, non ha saputo?"
"Sì ho saputo, ma ho visto che non c'era nessuno e..."
"e invece ci sono io"
"è della polizia?"
"non sono cose che la riguardano, quindi se ne vada che in giro c'è uno stronzo che si diverte ad ammazzare le persone!"
Stronzo a chi?
Lui non lo sapeva, ma parlava di me.
Come si permetteva, non sapeva niente della mia vita, di quello che ho passato, di quello che ho visto, di quello che ho provato.
Lui non sa niente e non si deve permettere di giudicare senza conoscere.
Brutto stronzetto, arrogante e presuntuoso.
Lo vidi immergersi, senza neanche degnarmi di uno sguardo.
Rimasi a guardare la scena senza controbattere, senza rispondere alle sue insulse provocazioni e vidi la figura di quell'uomo avvolta nella sua muta immergersi e divincolarsi nell'acqua come se fosse un predatore in cerca della sua vittima da uccidere per poi nutrirsi di orgoglio e presunzione. Peccato che le cose non vanno sempre come si vuole.
Che non sempre i primi sono sempre i primi.
Che le cose possono invertirsi e mutare.
Lo vedevo scendere lentamente verso il fondo del lago e ogni tanto con un energico colpo di reni lo vedevo voltarsi come se volesse accertarsi che non ci fosse nessuno...che io non ci fossi.
Peccato.
Il cielo era sereno, la luna era piena e illuminava il lago donandogli dei colori che in nessun posto ho visto.
Afferrai la corda che teneva legato il sub, lui se ne accorse e cominciò a risalire velocemente. Appena arrivato in superficie, si tolse il boccale del respiratore.
"ancora qua? che cazzo sta combinando!"
Mi hanno sempre dato fastidio i presuntuosi.
L'uomo non fece in tempo di continuare a parlare che si trovo con un calcio in pieno volto che lo fece cadere in acqua di schiena.
Lo afferrai e vidi che era ancora vivo e cosciente.
Poveretto.
Lo trascinai con tutta la forza che avevo in corpo in riva, ormai non ci vedevo più...troppo...troppo... aveva esagerato.
Cominciai a calciarlo ovunque:faccia, stomaco, schiena, braccia, gambe, inguine...ovunque, ogni parte del suo corpo era un bersaglio per i mie calci.
L'uomo non moriva, era ormai una maschera di sangue e ansimava dal dolore.
Gli saltaii addosso e gli tolsi la cintura.
No, no,no, continuava a rantolare. Cosa pensava che lo volessi violentare???
Arrotolai la cintura sulla mia mano e con una violenza disumana cominciai a tumefargli il volto. Poi mi alzai in piedi e la cintura divenne una frusta.
"non ti lamentare pezzo di merda anche Gesù Cristo e stato frustato e non ha detto una parola"
Dai suo occhi cominciarono ad uscire lacrime miste a sangue.
Io continuavo a frustarlo cercando di estirpargli ogni minimo segnale che mi facesse capire che respirava, che era ancora vivo.
Volevo togliergli la vita che stava vivendo, regalandogli una nuova esistenza, ma all'inferno. L'uomo, all'ennesima frustata, girò il volto e cadde tra le braccia della morte.
Quando si muore, il corpo si rilassa, perché l'anima capisce che qualcosa sta cambiando, qualcosa sta succedendo, che la vita di prima non è più tale e si entra in una nuova dimensione.
Brutta, bella?
Peggiore, migliore?
Che importanza ha? Tutto quello che c'era prima ora non c'è più.
Quindi ringraziami piccolo bastardo, ti ho donato una nuova esistenza, una nuova entità, magari è davvero migliore di quella di prima e tu mi devi ringraziare per il dono che ti ho fatto.
Sono rimasto a guardare quel corpo esamine, come un fotografo guarda la fotografia svilupparsi negli acidi e sentivo addosso la stessa ansia di quando si aspetta qualcosa con ardore...volevo vedere, imprimermi istanti di una vita che non era più vita, di un corpo vuoto.
Poi all'improvviso ho cominciato ad immaginare che forse quell'uomo potesse essere sposato, fidanzato, avere dei figli, magari genitori anziani da accudire.
Forse la moglie lo aspettava a casa e svegliandosi di soprassalto ha allungato una gamba e ha
sentito l'assenza del suo uomo.
Forse avvertirà qualcuno e quel qualcuno avvertirà altri e quegli altri verrano a cercarlo e cercandolo troveranno me.
Ma non è ancora il momento, anche perché non mi troveranno mai.
Loro non mi conoscono, loro non sanno chi sono, non l'hanno mai saputo, io per loro non esisto e lori non esistono per me.
E fu in quel momento che si sentì una voce.
"Giovanni, Giovanni..."
Chi cazzo era, da dove spuntava questo individuo, cosa mi rappresentava in quella situazione?
Un poliziotto, un collega?
Un uomo vestito con l'uniforme si avvicinò al corpo ormai cadavere e si mise ad urlare, il suo urlo coprì il rumore delle foglie che spostavo mentre mi avvicinavo a lui.
Lo aggredii alle spalle stringendogli al collo le mie mani che chiedevano vendetta per avermi disturbato.
Senti la mancanza del suo collega?
E allora muori con lui, raggiungilo all'inferno, sparisci da questo mondo brutto, squallido e falso. Non durò molto, morì in pochi secondi! Cadde inerme sul corpo dell'amico.
Non so perché ma sentivo che avevo creato il mio capolavoro, quel lago, i colori che circondavano la zona erano la mia tavolozza e quei due corpi i miei disegni.
Rimanevo li in piedi a guardare quei due corpi senza vita.
Cercavo di respirare molto piano, quasi a voler ascoltare il mio alito.
Nel frattempo i primi uccelli cominciavano a svegliarsi e innalzare il loro canto al sole che sarebbe sorto da li a poco.
Forse mi stavano dedicando il loro canto.
Chiusi gli occhi e cercai di concentrarmi sul loro suono.
La musica mi stava inebriando il cuore, l'anima e tutto il corpo.
La musica stava per scrivere la fine alla mia storia!
6
Una sirena aveva ingannato Ulisse mentre stava tornando a Itaca.
Il tempo aveva ingannato me.
Troppo tempo avevo trascorso vicino a quei due corpi e quel tempo aveva fatto arrivare una sirena di una camionetta della polizia che alla vista di me e di quei due non potè fare altro che arrestarmi e portarmi via.
Caso chiuso!
Mentre percorrevo quella strada che mi avrebbe portato chissà dove (anche se non aveva importanza) guardavo fuori dal finestrino e osservavo tutto quello che mi circondava.
Attorno a me il paesaggio sembrava non mutare, sempre lo stesso cielo che schiacciava ogni cosa, il vento che pareva accarezzare le strade e spazzare l'ombra della camionetta riflessa sull'asfalto. Tutto quello che mi stava attorno sembrava fermo, congelato nella frescura delle prime ore del mattino.
Lungo la strada, infiniti cespugli di more.
Quanti ricordi.
Mio padre mi portava a raccoglierle e tornavamo a casa con le mani sporche di quel rosso tipico ed è paradossale, anche in quella situazione le mie mani erano sporche di rosso.
A pensarci mi veniva da sorridere.
Il tempo che impiega la camionetta a portarmi alla centrale perde di colpo d'importanza.
Tutto quello che contava fino ad allora perde d'interesse, ogni cosa sembra tornare al suo posto: il mattino è sempre lo stesso mattino, il senso di sete che avevo avuto in tutta la mia vita ritorna, come prima, incessante in quello stesso momento e le gambe che mi hanno sorretto in tutti questi anni sono sempre le stesse.
Sono tornato ad essere io.
Basta con l'essere un assassino, in fondo non lo sono mai stato.
Basta con la voglia di uccidere, in fondo non l'avevo mai avuta.
Basta con il bisogno di essere, di esistere, di essere conosciuto, in fondo, in qualche modo, in qualche maniera, tutto questo l'avevo ottenuto.
Quei poliziotti, nell'arrestarmi, nel fare qualcosa che per loro era la cosa più naturale di questo mondo, mi avevano fatto un regalo.
Mi avevano fatto tornare alla vita.
Mi hanno fatto esistere.
Non più uno sconosciuto.
Non più uno che se passa per strada viene urtato, ma a cui non viene chiesto scusa, perché prima non esistevo.
Ma ora sì.
Nel giro di mezz'ora siamo giunti a Rionero.
Le luce di questa città ha un vago sapore di nostalgia, un sentimento che s’incolla ad ogni angolo di strada, ad ogni facciata dei palazzi, ad ogni lampione, ad ogni oggetto vivente e non, anche ai cani randagi che girano soli nelle ore più assolate del pomeriggio.
Nelle strade ci sono ancora le sedie lasciate dagli anziani la sera precedente, perché dopo una giornata calda non c'è niente di meglio che prendere la propria sedia di casa, metterla fuori e godere della frescura della sera dell'odore di gelsomino e di stoppa bruciata.
Poche persone sono già in piedi.
Un uomo che porta il cane a fare i suoi bisogni.
Un altro che dopo colazione, si rolla una sigaretta sul proprio balcone.
Il giornalaio che apre la sua attività .
Il cameriere di un bar che prende le prime ordinazioni della giornata.
Un uomo seduto su una panchina, intento scrivere qualcosa sulla propria agendina.
Chiudo gli occhi e un raggio di sole investe il mio volto.
Ore otto, il rintocco di una campana avverte della prima messa della giornata.
Tutto ha un senso di quiete, di calma, di pace che pervade il mio corpo.
Tutto quello che sta attorno assume un importanza che prima non aveva mai avuto, o che per lo meno non ci avevo mai dato peso.
Imparare che la vita, ad un certo punto, diventa importante, sacra e fondamentale, nonostante quello che se ne può scrivere, nonostante quello che si può fare per negarla a tutti i costi, è una cosa che non mi era mai riuscito di fare. Un grande esercizio di umiltà. E io umile, fino ad allora, non lo ero mai stato.
Indolente, sfacciato, menefreghista, questo sì, ma umile mai.
Rionero, però, non era la meta finale.
Siamo usciti e abbiamo preso la superstrada.
Non davo importanza ai poliziotti che mi tenevano ammanettato e sotto rigido controllo, come se in quella situazione potessi fare chissà cosa.
Continuavo a guardare fuori dal finestrino e mille pensieri mi attraversavano la mente.
Lunghi e sterminati campi, colori che che mi entravano dentro gli occhi.
Un fila di pale eoliche che rovina il paesaggio.
Inorridito, chiudo velocemente le palpebre per non vederle.
Non voglio vedere quel paesaggio deturpato dalla modernità del nostro tempo.
Li riapro e all'improvviso non ci sono più.
Mi convinco che me le ero immaginate.
Ancora il vento attraversa la mia faccia e con essa piega le distese di grano, le pannocchie si avvicinano al terreno come se volessero addormentarsi, come se stessero facendo una danza elegante, sinuosa e perfetta.
Un movimento così aggraziato che sembra non essere disturbato da nulla, nonostante il cambio di direzione delle folate.
Un balletto.
Un gioco.
Una danza.
Ma la camionetta non rallenta la sua corsa, in questi momenti bisognerebbe rallentare e godere di quest'incanto, ma purtroppo questo non accade.
È sfortuna.
Attraversiamo vari paesi, in un giro quasi inutile, troppo lungo, troppo dispersivo, forse l'autista non conosce bene la strada e il suo passeggero accanto, ogni tanto lo sento inveire contro, mi fanno sorridere.
In un paese, mi metto a osservare un anziano signore seduto fuori da un bar intento a sorseggiare una bevanda fredda, forse gazzosa, che lo aiuta a sopportare meglio il calore del sole che iniziava a "picchiare" forte.
Gli noto le scarpe e mi ricordano quelle indossate dai delegati della Prima internazionale comunista, in una foto che avevo visto tanti anni fa in un libro che avevo trovato in casa, da non so chi e chissà per quale motivo.
Sì, sì erano proprio quelle, identiche: alte poco sopra la caviglia, taglio troppo elegante per essere scarpe da lavoro e fatte di cuoio, un cuoio troppo robusto per essere scarpe da sera.
Gli anziani sono la nostra memoria storica che nel passato qualcosa di buono c'era.
I lineamenti dei loro volti sono segnati da rughe che li fanno apparire duri, arcigni, malefici, ma che in fondo sono schegge non prive di dolcezza e amore.
I ragazzi di oggi, invece sono un tripudio di tagli all'ultima moda, facce grasse e viscide a causa dei gel, delle creme dell'era moderna, tutti con guance sporche e doppi menti.
Che schifo.
Eppure, non che io sia vecchio, anzi, anche io appartengo all'ultima categoria.
Anche io sono privo di morale, privo di forze per lottare contro tutto e tutti, per urlare i miei bisogni, le mie necessità, i miei desideri.
Gli anziani lo hanno fatto, la loro forza, il loro coraggio, la loro voglia di fare, di esserci, li hanno rafforzati e quando aprono le loro camicie, si possono notare le loro costole e i loro sterni e se ci fate caso sono terribilmente assomiglianti a lame affilate, pronte per battersi per la propria dignità. Dignità.
Dignità, è proprio questo che manca al nostro mondo.
Ne noto un altro, ma questo è completamente diverso, pare uscito da una scena di Giù le testa di Sergio Leone.
Occhi appena aperti, come se fosse pronto per un duello, naso cotto dal calore del sole, baffi ottocenteschi e bianchi come i capelli, una carnagione olivastra e una sigaretta che pende dalle labbra appena accesa.
Forse mi ha notato, mi sorride e mi fa un cenno con il capo.
I pub, invece sono tutti chiusi, loro vivono di notte, è l'oscurità che gli dona vita.
All'ingresso di uno di questi, c'è una lavagnetta dove riesco a leggere benissimo: TUTTE LE SERE MUSICA DAL VIVO.
Mi ritorna alla mente quando mia madre si era impuntata che dovevo imparare a suonare uno strumento.
Non che per me sognasse un futuro da rockstar, ma per farmi fare qualcosa che avrebbe potuto appassionarmi, in fondo lo sport non lo praticavo e non lo guardavo alla televisione, le ragazze mi piacevano, ma la cosa moriva li e allora la musica poteva essere una cosa utile.
Mi mandò da un maestro di chitarra che dopo qualche lezione basilare, mi introdusse ad una musica, a suo dire, più giusta. Mi fece ascoltare di tutto: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Nel Young, Bob Dylan, Bruce Springsteen....
La vista di quel locale fece riaffiorare i ricordi legati alla musica e ad un canzone in particolare: One step up di bruce Springsteen, cominciai a canticchiarla:
"Un'altra battaglia nella nostra sporca piccola guerra
quando mi guardo dentro non vedo
l’uomo che avevo sognato di essere
da qualche parte lungo la strada ho sbagliato percorso
mentre ero preso a muovere un passo avanti e due indietro"
Proseguimmo nel nostro viaggio, quando ad un certo punto, ai miei occhi si aprì un paesaggio di sassi, era Matera, la destinazione finale.
7
Mi hanno detto che sono pazzo, che la mia vita l'ho vissuta sempre sulla fune della follia .
Mi hanno detto che ho perso il controllo della mia mente, che non riesco più a distinguere la ragione e la fantasia.
Mi hanno detto che per me non c'è più niente da fare, che il futuro sarà fatto di solitudine e di violenza.
Mi hanno detto che il mio tempo è finito, che tutto quell'equilibrio che mi ero costruito, è crollato come un castello di carte, si è sciolto come neve al sole.
Mi hanno detto.
Mi hanno detto.
Ma non hanno capito.
Il mio equilibrio è ancora vivo e vegeto e vola in alto tra le nuvole, come i sogni, perché la mia vita è stata sempre in cerca dei sogni.
Non avrei potuto accettare di vivere come gli altri che hanno una sola convinzione: che la terra che li sostiene non potrà mai crollare.
Si sbagliano, ma non lo sanno.

8
Ho fatto errori quasi imperdonabili e ho perso e dimenticato persone che hanno contato molto nella mia vita.
La passione, l’impulso e la delusione, mi hanno portato a deludere persone che a loro volta hanno deluso me.
Le mie braccia hanno stretto persone per amore e per protezione, fino a quando è stato necessario. Ho amato e sono stato riamato.
Ho respinto e sono stato respinto.
Anch’io ho pianto per gioia, ma anche per amore.
Promettere l’eternità mi ha mandato il cuore in fiamme.
Eppure sono ancora capace di provare amore, di affascinarmi per una voce, un sorriso e alla fine ho perso tutto, tranne me che sopravvivo e sopravvivere non mi stanca, mi rende più forte.
E voi che mi avete conosciuto, che mi avete incontrato, che avete incrociato il mio sguardo per strada, invece, avete perso, anche se non credete che sia così.
Dite che sono stato io a perdere?
Forse, ma almeno l’ho fatto con classe, privandovi delle vostre cose più care.
Loro non torneranno mai e io sopravvivrò a loro, perché la vita appartiene a chi ha aria nei polmoni e un cuore che continua a battere, nonostante tutto.
RICORDATEVELO!

9
Le indagini, i processi sono tutti uguali!
È inutile che sto qui a raccontarvi per filo e per segno cosa accadde in seguito al mio arresto.
È sempre la solita procedura: manette, prima tappa la questura, la gogna della gente in strada che vuole vedere l'assassino che in questi periodi ha seminato solo orrore, i primi interrogatori, il carcere in attesa di giudizio e infine la pena da scontare.
Che vi dicevo? Niente di nuovo, cose che si possono vedere anche in televisione.
Adesso attorno a me tutto è di colore grigio.
Nella mia vita, tutto è stato o bianco o nero, nessuna sfumatura, nessuna alternativa,ma ora tutto è diverso, tutto è cambiato.
Grigio.
Me ne resto li seduto per terra, tenendomi strette le gambe al petto.
Seduto a terra con la casacca che mi hanno consegnato e obbligato ad indossare.
Una casacca grigia.
Grigia anch'essa.
Lo dicevo io, attorno a me c'è solo il grigio.
Grigia la stanza, grigia la casacca, grigie le lenzuola, grigio il letto, grigio il cesso, grigio il pavimento, grigio, grigio, grigio tutto.
Anche la mia vita e il mio futuro.
Ogni tanto mi giro e volgo il mio sguardo all'unica finestra presente, ma purtroppo il cielo non si vede mai bene, ma non importa. Mentre quello che mi da più fastidio sono il vociare delle persone al di fuori.
Sono chiari segnali che il mondo continua ancora a vivere, continua a girare, anche senza di me, anche senza la mia presenza e nonostante quello che ho fatto.
Le guardie mi trattano con sospetto e forse mi temono anche.
Non aprono mai per darmi da mangiare, fanno scivolare una ciotola da un buco ai piedi della porta, come se fossi un topo, un appestato, un qualcuno da evitare.
Non danno forchette, coltelli, cucchiai, neanche di plastica, obbligandomi a mangiare con le mani e nonostante le dita sporche, non mi vengono dati asciugamani puliti e sono costretto a farlo con le lenzuola del mio letto che ormai sa di sugo andato a male, di brodo scaduto e tante altre schifezze che ho dovuto mangiare a forza se almeno volevo sopravvivere.
Ogni tanto m'infilano la camicia di forza e lo fanno con disprezzo, cercando di evitare il mio sguardo e in seguito giù botte, schiaffi, cintate e altri mille sopprusi, come se quello che ho fatto, dovessi riaverlo indietro, ma cento volte di più!
Mille volte ho cercato di far capire le mie ragioni.
Mille volte ho detto che la mia non era follia.
Mille volte ho detto che avevo bisogno solo di comprensione, che avevo bisogno di esistere, che non ero solo un cane morto.
E loro, nulla, giù ancora botte.
"è vero non sei un cane morto, ma te lo facciamo diventare noi" così mi dicevano. Poi con loro c'era sempre un uomo vestito con un camice bianco, che non partecipava al pestaggio, ma restava fermo impassibile ad osservare la scena.
Quante volte l'ho pregato di ascoltarmi, almeno lui.
Non c'è stato niente da fare, il giudizio è più facile del perdono.
A volte rimango a fissare il vuoto e mi ritornano in mente i volti, le parole, i gemiti, le contorsioni del corpo di tutte quelle persone a cui ho tolto la vita, ma poi mi rendo conto che col tempo sono diventati colori sbiaditi, miseri e rauchi suoni che appartengono al passato e anche se i miei carcerieri cercano tutti i giorni di convincermi che ho sbagliato, questo sbaglio non riesco a vederlo. Lo ripeto e lo ripeterò sempre, avevo bisogno solo di un po' di considerazione.
È chiedere tanto?
Dite che è sbagliato questo?
Credete davvero che esageri?
Ma vi rendete conto che ho ucciso cinque persone in pochissimo tempo e hanno fatto fatica a trovarmi?
Se non avessi commesso l'errore di restare li immobile a guardare quei due corpi, avrei potuto proseguire la mia strada e il mio progetto all'infinito.
Sono stato una persona così sola che la gente si era dimenticata di me e io mi ero solo stancato e ho dovuto fare quello che ho fatto perché adesso quelle cinque persone sono mie amiche, sono la mia compagnia e da quando ci sono loro, nella mia testa, nel mio corpo, nel mio cuore, io non sono più solo e la solitudine di questa prigione, non l'avverto proprio.
Per cui fatemi quello che volete: odiatemi, picchiatemi, seviziatemi, ma non mi spezzerete, quello che volevo ora posso affermarlo con certezza l'ho ottenuto.
Considerazione e amici.
Ogni tanto appoggio la testa sul muro grigio di questa cella, chiudo gli occhi e ogni tanto una voce fa capolinea nella mia testa.
"lo sai can mürt che anche i poliziotti possono essere tuoi amici? Non ti senti ancora un po' solo?" In quel momento la porta della mia cella si apre ed entrano i mie nuovi futuri amici.

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