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lavoro pubblicato giovedì 12 aprile 2018
ultima lettura sabato 20 ottobre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

In scrittura automatica

di Poetto. Letto 147 volte. Dallo scaffale Generico

Mi avvicinai a questa esperienza, per caso, quasi per gioco. Avevo naturalmente sentito parlare di fenomeni paranormali ma, per quanto mi riguardava, non avevo mai sperimentato nulla di persona, non avevo mai avuto esperienze “strane” o ch.................

Mi avvicinai a questa esperienza, per caso, quasi per gioco.

Avevo naturalmente sentito parlare di fenomeni paranormali ma, per quanto mi riguardava, non avevo mai sperimentato nulla di persona, non avevo mai avuto esperienze “strane” o che potessero avere delle motivazioni “misteriose”.

Ricordo che un collega mi disse che un giorno, per gioco, per curiosità, aveva preso un pendolino, aveva fatto un cartellone e con un pennarello indelebile aveva scritto numeri e lettere, era solo in casa e aveva fatto delle domande sperando che uno “spirito” fosse disponibile a rispondergli.

Inizialmente uscivano delle frasi e dei numeri senza nessuna logica, poi chiese una data significativa per lui, uscì il 23 settembre.

Ritenendo fallimentare l'esperienza lasciò perdere pendolino, domande e cartellone ma il 23 settembre, che era il mese dopo l'esperienza, dei ladri gli rubarono l'auto.

Insieme al fratello andarono a cercarla nelle campagne limitrofe, non solo non la trovarono ma ebbero anche un incidente che lo lasciò per mesi allettato e gli procurò tanti problemi di salute.

Ecco, questo era l'unico episodio con il paranormale, almeno ritenuto tale dal mio amico, di cui ero a conoscenza nella stretta cerchia di persone in cui potevo riporre la mia fiducia.

Un giorno ero sovrappensiero, avevo la penna in mano e la “lasciai andare”.

Inizialmente non accadde nulla, solo scarabocchi poi, pian piano, si formarono delle parole, prima senza logica poi sempre più con una “costruzione”, con una logica.

Era come se una forza a me estranea prendesse possesso della mia mano per scrivere un qualcosa.

La prima cosa che pensai fu che quelle parole venivano del mio inconscio e che non c'era nessuna forza misteriosa che mi “costringeva” a scrivere.

Ripetei quell'esperienza e provai mentalmente a fare domande.

Notai con enorme sorpresa che quelle domande avevano subito una risposta scritta.

Ancora convinto di essere, seppur inconsciamente, io l'autore delle risposte mi riproposi di fare delle domande di cui certamente non sapevo la risposta ma mi parve di sentire come se una voce mi chiamasse, cambiai il mio programma.

Chiesi mentalmente: Chi sei?

La mano automaticamente rispose Dario.

  • - Cosa vuoi da me? - chiesi mentalmente.

  • - Vorrei mandare un messaggio ai miei – rispose sul foglio.

  • - Che messaggio?

  • - Devi dire ai miei di non piangere.

  • - Perché non dovrebbero piangere?

A questo punto la mano smise di scrivere da sola.

Davanti a questa prima esperienza ritenni che l'unica spiegazione logica fosse che tutto era opera del mio inconscio, della mia fantasia.

Passarono i giorni, riprovai l'esperienza.

Penna, foglio, silenzio.

Dopo qualche minuto la penna riprese a scrivere.

  • - Ciao – scrisse.

  • - Ciao – risposi mentalmente

  • - Voglio darti un indirizzo - apparve scritto.

  • - Che indirizzo?

  • - Quello dei miei.

  • - Chi sei?

  • - Sono Dario.

  • - Che vuoi da me?

  • - Lo sai già. Mandagli questo, loro capiranno – all'improvviso mi misi a disegnare un volto sorridente, da tener conto che non sono mai stato capace a disegnare. Quello che venne fuori fu un ritratto che mi lasciò di stucco e che non riuscivo a spiegarmi.

Lasciai la penna con molta fatica, ero in una specie di trance da cui non riuscivo a liberarmi.

L'episodio mi lasciò sorpreso e confuso.

Non ero mai stato capace a disegnare e, inspiegabilmente, grazie ad una vera e propria trance, ero riuscito a fare un ritratto realistico di uno sconosciuto che sorrideva.

La cosa incominciava ad infastidirmi e allarmarmi.

Per giorni non presi una penna in mano e quando la presi fu solo per firmare alcune pratiche.

Un mese esatto dall'episodio del ritratto ero davanti al computer di casa, sovrappensiero, con la mani sulla tastiera, all'improvviso mi ritrovai a scrivere: Dario, sono Dario... ho bisogno di te.

La cosa mi allarmò parecchio.

Mollai subito il computer, mi cambiai e uscii di casa, giusto per prendere un po' d'aria.

Non dissi nulla di quella esperienza, ritenni ancora che fosse, in qualche modo, “opera mia”, o meglio del mio inconscio, anche se non riuscivo a capire come.

Sono single, abito al quarto piano di un palazzo degli anni 60.

Dopo svariati giorni dall'episodio del computer avvertii come una presenza in casa, una sensazione strana, come se qualcuno mi stesse osservando, come se qualcuno dividesse con me i miei spazi.

Non passò molto tempo che la sensazione si trasformò di apprensione.

Una notte stavo leggendo in camera da letto quando un rumore di pentole proveniente dalla cucina attirò la mia attenzione.

Inizialmente pensai a qualche pentola messa male, solo che i rumori continuarono.

Mi alzai e vidi una pentola a terra e sopra di lei un bicchiere.

Rimasi a bocca aperta.

Come era possibile una cosa del genere?

Rimisi il tutto apposto e tornai a letto.

Il giorno dopo trovai un foglio e una penna sopra la tastiera del computer.

Un chiaro invito allo scrivere qualcosa.

Presi la penna e mi ritrovai a scrivere un indirizzo: Via Londra 90 Cagliari.

Cercai di lasciare la penna ma una forza mi costrinse a scrivere ancora.

Scrissi: Mandala a questo indirizzo.

Poi la penna cadde da sola.

La storia, nata così, senza un perché, iniziò ad allarmarmi e spaventarmi.

Non dissi nulla a parenti e amici di quello che mi stava capitando, convinto che, dopotutto, potevo cavarmela da solo.

Per giorni non feci nulla, non spedii nulla.

Poi iniziarono a sentirsi dei colpetti sotto il mio letto, pensai alla vicina ma lei era via per motivi di lavoro, la casa era chiusa da alcuni giorni e per un'altra settimana sarebbe rimasta vuota.

Le porte presero ad aprirsi e chiudersi da sole, senza motivo.

Due giorni dopo l'inizio dei rumori ritrovai nuovamente un foglio e una penna sopra la tastiera.

Presi la penna e subito la mia mano scrisse: Non me ne andrò finché non spedirai la lettera.

Mentalmente dissi che non sapevo il cognome e subito mi ritrovai a scrivere Gatti.

Mentalmente dissi che avrei spedito la lettera però volevo la promessa che sarei poi stato lasciato in pace, con la mano scrissi ok dopodiché la penna cadde a terra.

Il giorno dopo presi la decisione di inviare una lettera, con il disegno allegato, a quell'indirizzo.

D'incanto tutti i rumori, i fastidi, sparirono.

Prima di inviare la lettera cercai in internet se esisteva una famiglia Gatti in quell'indirizzo a Cagliari e, con mi grande sorpresa, scoprii che c'era una famiglia con quel cognome.

Devo dire che sono di Firenze e che non sono mai stato in Sardegna e tanto meno a Cagliari.

A distanza di qualche settimana ricevetti una lettera, il timbro indicava che proveniva da Cagliari.

Dentro vi era una foto che cadde come aprii la lettera.

Era la foto di un giovane, era lo stesso viso del disegno che avevo fatto io.

Nella lettera apparivano due scritture diverse, guardai alla fine di questa e vidi scritto Marco Gatti e Ornella Fanti.

Diceva che tre anni prima il loro unico figlio gli era stato strappato via da un incidente in moto.

Avevano pregato tanto per poter avere un contato, un messaggio che potesse rasserenare i loro animi e questa lettera sembrava essere la risposta alle loro preghiere.

Mi chiesero di poter avere un contatto telefonico per parlare del loro Dario.

Rimasi per non so quanto tempo con quella lettera in mano.

Non riuscivo a darmi una spiegazione logica, o meglio, una spiegazione c'era: Dario, in qualunque forma esso fosse, si era “appoggiato”a me per poter comunicare con i suoi, in pratica avevo fatto da “collettore”.

Pensai il da farsi. Come reagire alla lettera? Dovevo dare il mio numero di telefono oppure no?

Una cosa mi era chiara: non poteva essere frutto della mia immaginazione la storia di Dario.

Rimasi per giorni incerto sul da farsi poi decisi di rispondere ai genitori di Dario e mandai una lettera con il mio numero di telefono.

Nella lettera che ricevetti c'era il numero di telefono dei Gatti ma non mi sentii di chiamarli.

Dopo una settimana circa ricevetti la telefonata, all'altro capo era la signora Gatti.

Raccontai come erano andate le cose e lei mi raccontò di Dario, delle sue passioni, delle sue speranze, dell'incidente.

Mi disse che dopo la scomparsa del loro unico figlio avevano passato momenti molto difficili, che vedevano tutto nero.

La mia lettera sembrava la risposta alle loro preghiere.

Le dissi che ero contento che in qualche modo questo aveva potuto alleviare un po' dell'enorme dolore.

Passai altri giorni indeciso poi, ripassando in rassegna gli ultimi avvenimenti che avevo vissuto, decisi che per me tutta quella vicenda era stata un enorme fonte di stress.

In più, il non sapere come tutto quello che mi era accaduto si spiegava era un qualcosa che il mio io conscio trovava molto “sconvolgente”.

Ero cresciuto nella consapevolezza, almeno dal mio punto di vista, che i fenomeni paranormali erano molte volte delle truffe, altre volte delle errate interpretazioni di fenomeni fisici.

Quello che era accaduto a me non aveva nessuna spiegazione scientifica, o meglio aveva come spiegazione che una entità si era rivolta a me per comunicare e questo per me era troppo sconvolgente e difficile da accettare.

Lasciai perdere la scrittura automatica, quello dei Gatti rimase un episodio isolato.



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