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lavoro pubblicato mercoledì 11 aprile 2018
ultima lettura venerdì 19 ottobre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Mattatoio n° 24 (parte 11)

di RobertaBasile. Letto 156 volte. Dallo scaffale Generico

Gli ultimi se ne andarono alle sei di quel pomeriggio, troppo intontiti anche solo per reggersi in piedi. Quando i coinquilini furono soli, seduti a...


Gli ultimi se ne andarono alle sei di quel pomeriggio, troppo intontiti anche solo per reggersi in piedi. Quando i coinquilini furono soli, seduti ai rispettivi posti in soggiorno, Debora capì essere giunto il momento di parlare.

-Ragazzi, mi sono dimenticata di dirvi una cosa.

-Sei lesbica anche tu?- fece Diego, più lucido degli altri perché abituato a feste decisamente peggiori. Andrea gli tirò uno scappellotto.

-Sapete che volevo fare biologia, no? Ecco, sono venuta a sapere che ci sarebbe un’università che ha la facoltà di biotecnologie, a un paio d’ore di treno da qui. I miei mi hanno detto di non rinunciarci, rimanere sarebbe un’inutile privazione. Quindi… dovrò trasferirmi.

-Come?!

-Ma i corsi di biologia non ci sono anche qua?- esclamò Angelo.

-Sì, ma non biotecnologie. All’inizio dell’anno non mi ero ancora ben informata, l’ho scoperto da poco. Scusate, davvero.

Ci fu un attimo di silenzio. Questa volta, però, il silenzio non era piacevole, anzi, pareva pressare sulle tempie ancora doloranti di tutti quanti.

-E quando dovresti andartene?

-A fine luglio. L’ho saputo ieri, me ne sono completamente scordata.

-Quindi tra dieci giorni?

-All’incirca. Alla casa dello studente si è liberato un posto per miracolo.

Era tutto vero? Debora se ne sarebbe andata? L’intero gruppo si era affezionato talmente tanto a lei che adesso pareva impossibile che quell’equilibrio venisse spezzato. Paola se n’era andata senza avvisare, di colpo, ma la sua mancanza non si era certo sentita come sicuramente sarebbe capitato con Debbie.

Zeno fissava il pavimento.

Aveva la testa completamente vuota, non pensava a nulla, era come in trance. Gli altri parlavano, chiarivano gli ultimi dettagli, Jenny scoppiò a piangere e infine si abbracciarono. Ma lui non si mosse.

A poco a poco, ognuno salì nelle rispettive camere o trovò altro da fare. Ma lui rimase lì.

Debora gli si sedette accanto.

-Cosa c’è?

Zeno sollevò gli occhi, piano, poi la guardò. -Ti voglio bene, piccolo genio.

Lei sorrise, una lacrima le scese lungo la guancia. -Ti voglio bene anche io, grande saggio.

Quei dieci giorni furono un via vai di scatoloni, scotch e carta da imballaggio. Il giorno prima del trasferimento arrivò il furgone che avrebbe portato via tutto, dato che in macchina ci sarebbe entrato poco o niente. Debora si sentiva strana: per lei si chiudeva un capitolo, ma non era sicura che il futuro ne sarebbe stato all’altezza. La casa dello studente sarebbe stata in grado competere con il mattatoio? No, nessun gruppo sarebbe stato meglio di quello, nessuna casa avrebbe potuto trasmetterle tanta accoglienza e calore come quella.

L’ultima sera si decise di non passarla in balia della tristezza, ma divertendosi nel solito modo del mattatoio: Twister.

Quando arrivò il momento di andare a letto, la maggior parte faticò ad alzarsi dal divano. Debora chiuse gli occhi, sperando che le sue preghiere venissero esaudite.

Il giorno dopo si svegliarono tutti di buon’ora, dato che il treno sarebbe partito alle 10. Si vestirono con calma e, verso le 9, si ritrovarono in salotto.

-Perché avete messo i giubbotti?- chiese Debora.

-Veniamo con te, che domande.

-Non voglio addii, ragazzi. Sarebbe come dimenticarvi e…

Non riuscì a proseguire, le faceva troppo male. Li abbracciò tutti, questa volta anche Zeno, poi si diresse verso la porta d’entrata. Si voltò, osservò l’intero gruppo, che tratteneva le lacrime, in piedi in mezzo al soggiorno: sorrise, si rigirò e uscì. Quando la porta si chiuse, si sentì adulta, ma la cosa non le piacque per niente: sarebbe voluta rimanere lì per sempre e se diventare maggiorenne voleva dire andarsene, tanto valeva continuare ad avere diciassette anni per tutta la vita. Ma ormai era troppo tardi.

Sospirò e si avviò verso la stazione. Quel giorno faceva insolitamente freddo, nonostante fosse quasi agosto, e la strada era deserta. Proseguiva a passo spedito, ma non poté non notare una ragazza con una maglietta rossa dall’altro lato della strada. Scarpe e pantaloni neri, capelli chiari. E una valigia. Teneva ben stretto in mano il cellulare, che continuava a consultare. Forse stava cercando una casa. Non c’era nessuno sulla via, quindi non poté fare altro che fissarla mentre cercava disperatamente quell’indirizzo. A un tratto si girò, la vide. Lei puntò di scatto gli occhi sul marciapiede davanti a sé, ma era stata vista. Iniziò a sbracciarsi, ma era troppo imbarazzata per girarsi. Quando però si mise a chiamarla dovette voltarsi per forza.

-Ehy! Ehy, tu! Scusa!

Aveva guance e naso in fiamme per il caldo: probabilmente vagava con un’introvabile meta da un po’.

-Sai dov’è il numero 24 di via Callegari?

Debora sorrise.



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