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lavoro pubblicato mercoledì 11 aprile 2018
ultima lettura lunedì 10 settembre 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Mattatoio n° 24 (parte 10)

di RobertaBasile. Letto 126 volte. Dallo scaffale Generico

E finalmente arrivò l’estate. Finalmente perché tutti erano più rilassati, ma in realtà i ritmi quotidiani rimaser...

E finalmente arrivò l’estate. Finalmente perché tutti erano più rilassati, ma in realtà i ritmi quotidiani rimasero pressoché identici, in alcuni casi si fecero addirittura frenetici. Neanche Debora, l’unica che attendeva veramente quella stagione come un arrivo, l’inizio di una nuova vita, ebbe il tempo per respirare: la maturità era arrivata. La si vedeva vagare per casa come un demone, ogni tavolo e persino i pavimenti erano stracolmi di libri, c’erano appunti di fisica anche in bagno e Zeno si trovò schemi di letteratura in una felpa. Ognuno cercava di supportarla come poteva, ma starle dietro era impossibile, anche perché nessuno aveva granché voglia di rivivere quel periodo delle loro vite, l’unico che veramente li accomunasse. Era estate, l’ansia doveva sciogliersi insieme alla neve.

E fu così che il giorno 14 luglio la seconda classe nel primo corridoio a destra del liceo scientifico A. Volta venne assediata da un gruppetto di rivoluzionari: Diego in pantaloncini corti, Angelo in infradito e Jenny, appena tornata dal parrucchiere, con le sue famosissime treccine tinte di un viola festaiolo. Il diploma andava celebrato a dovere. Inutile dire che l’esaminatore non ci pensò due volte e lasciò in corridoio i due ragazzi, mentre lanciò un’occhiata torva alla donzella.

-Prof, non potrebbe farli entrare? Sono un supporto- fece Debora rivolgendosi all’insegnante di biologia.

-Sì, prof!- esclamò Diego dal corridoio. -In nome dei vecchi tempi.

Si venne così a sapere che il ginnasta aveva frequentato un liceo, anche se il semplice fatto che fosse andato a scuola stupì la metà dei suoi coinquilini.

-Manenti, vedo che è rimasto sempre uguale.

-Me l’ha detto lei che una testa come la mia è difficile da cambiare.

Il professore lanciò un’occhiata alla ragazza, ancora in piedi e con le ginocchia tremanti, poi si voltò verso i due e sospirò: -Lascio la porta aperta. Però dovete restare fuori- poi, girandosi verso la maturanda. -Prego, inizi pure con la presentazione.

Debora si rilassò, sorrise orgogliosa per il lavoro che stava per illustrare e inserì la chiavetta nel computer. Quello che la lavagna multimediale mostrò sconcertò abbastanza i professori presenti: dato che la ragazza aveva passato l’anno a progettare esperimenti, aveva pensato bene di fotografarli, essendo troppi per poterli portare tutti alla commissione, e di inserirne le immagini nella presentazione. Peccato però che gli ingegnosissimi modellini ricreati con tanta passione fossero evidentemente casalinghi: movimenti di intere placche tettoniche costruiti in salotto, con Diego che passava accanto al tavolo in mutande; esperimenti elettrostatici testatici allestiti in giardino con l’intera crew che reagiva con espressioni sbalordite; plastici di cellule e eliche di DNA dai colori ammalianti scortati da Angelo e Zeno che, con gli occhiali da sole e le facce da duri, fingevano di proteggere segretissimi macchinari della NASA.

Risultato? 99.

-Abilità di esposizione eccellenti e elevatissime competenze in qualsiasi campo, ha dimostrato di sapersi destreggiare benissimo in tutte le materie e ottimi esiti anche nello scritto, Gigli. Ma quella presentazione…

-Pensavo le sarebbe piaciuta. Dice sempre di volere qualcosa di originale.

-Infatti, ma non dipende tutto da me. Se avessi dovuto decidere io ti avrei fatta uscire con la lode sin dalla terza- disse il prof di biologia abbassando un po’ la voce, il giorno degli esiti.

Tornando a casa, il gruppo non si sprecò di commenti.

-Bè, è andata bene, Donnie- fece Diego a Debora.

-Donnie?

-Donnarumma! 99.

Si fermarono tutti sul marciapiede a fissarlo.

-Che giorno è oggi?- chiese Debora a Zeno.

-Hai appena finito la maturità e non sai che giorno è? 17 luglio, comunque. Tra poco arriva una ragazza nuova, a proposito.

-Uuh, è il mio compleanno!

Il gruppo si fermò di nuovo.

-Come è il tuo compleanno?! E non te lo ricordavi?

-Sono stata troppo presa dagli esami, mi è proprio passato di mente.

-Diego?

-Ci penso io, ci penso io- fece il ginnasta inforcando gli occhiali da sole.

Fu davvero inaspettato, ma a quanto pare Diego era bravo in qualcosa oltre allo sport: organizzare feste.

La fortuna di avere un dj in casa faceva risparmiare un bel po’ in fatto di musica e Fida se la sapeva cavare anche con gli impianti stereo, quindi da quel punto di vista era tutto praticamente pronto. Zeno, Angelo, Cris e Gioele andarono al supermercato a riempirono il carrello di birre, panini, patatine e schifezze varie, mentre le girls aiutavano la povera festeggiata a trovare un vestito e Diego chiamava tutti i compagni di classe di Debora per avvertirli della festa last minute che si sarebbe tenuta quella sera in via Callegari, n° 24. Sandro, in tutto quel trambusto, era misteriosamente scomparso ma nessuno se ne accorse.

Alle 20:00 fuori dalla porta di casa c’erano già le prime persone. Diego si affacciò dalla finestra di camera sua e urlò: -Manca qualcuno?

-Più di mezza classe- fece uno con una collana di fiori hawaiiana. -Ci hai avvisati troppo tardi.

Diego corse giù e li fece entrare. Erano in sei. -Sembravate di più visti dall’altro. Vai Fida, metti qualcosa.

I tavoli per il buffet erano stati sistemati ma mancava il cibo: dove erano finiti i quattro?

La porta si aprì e Debora entrò in casa, gli occhi coperti dalle mani, correndo diretta verso camera sua. Vedere la festa prima del vero inizio era un sacrilegio.

Poco dopo entrarono anche i quattro compañeros, pieni di borse, alcune anche rotte: i tavoli vennero riempiti di bottiglie e aperitivi in meno di dieci minuti. Zeno, Gioele, Angelo e Cris corsero in camera a cambiarsi e, sempre dieci minuti dopo, tornarono giù in camicia e jeans, Cris con i capelli tirati indietro e Angelo con quella meravigliosa chioma ancora più lucente del solito.

Si iniziarono a sentire le prime risate, arrivarono anche un paio di ritardatari, ma dalla camera di Debora non trapelava nulla, anzi, gli ospiti si erano anche dimenticati perché fossero lì.

Verso le nove si sentì lo schiocco della chiave girare nella toppa. Uno dei compagni di classe di Debbie, che era appoggiato alla ringhiera delle scale, si voltò e urlò: -Gente! È arrivata la festeggiata!

Quando arrivò in cima ai gradini ci fu un generale -Ooohh- e persino Fida si tolse le cuffie per guardarla: tubino nero, semplice ed elegantissimo, scarpe nere e smalto rosso, i capelli raccolti in uno chignon morbido che le facevano risaltare i semplici orecchini di ‘verissimo diamante’ prestati da Andrea, qualche ciuffo castano che le ricadeva sul viso, il trucco sfumato sugli occhi e il rossetto intonato alle unghie. In una parola: bellissima. Prese a braccetto Tony, il suo ormai ex compagno di classe, e scese le scale cercando di non cadere dai tacchi: camminava piano per evitare di rompersi una caviglia e questo la faceva risaltare ancora di più.

Salutò tutti e abbracciò i suoi meravigliosi coinquilini, poi si diresse, nel modo più discreto possibile, verso il buffet, perché il suo affamato stomaco da adolescente non toccava cibo da quella mattina.

Inutile dire che Diego risultò essere un animale da festa e si appropriò di un microfono messo a disposizione da Fida per animarla un po’.

-Ma siamo in quattro gatti, serve davvero che faccia tutta questa scena?- chiese Angelo a Zeno.

-Lascialo divertire, fidati, è meglio così.

Cris, in compenso, si era innamorato a prima vista di un’amica della festeggiata e passò la maggior parte del tempo a fissarla appoggiato alla finestra.

-Non ti sembra un po’ piccola?- gli domandò Giogiò notando il suo interesse.

-Parli tu che hai fatto mettere Debbie con Jo? Davvero? E poi abbiamo sei anni di differenza, non sono poi così tanti.

-Tanto le coetanee abbiamo capito che non ti vogliono.

Cris gli lanciò un’occhiataccia tale che Giogiò scoppiò a ridere all’istante. -E dai! Sto scherzando! Valle a parlare, almeno.

-Ma è così bella…

-Appunto.

-E io così io…

-Doppio appunto: se non le parli non si accorgerà mai di te.

In quel momento la ragazza si voltò e vide Cris. Smise di ballare per un attimo e gli sorrise. Per lui fu come la realizzazione di un sogno.

-Questo si chiama culo- fece Giogiò. -Ora vai, tigre.

Quando Fida mise un lento, Debora sentì qualcosa di strano. Era una sensazione mai provata e non le piaceva per niente: per la prima volta dopo tutti quei mesi stava ripensando a Jo. Era stata troppo occupata con gli esami per dare retta alla propria vita sentimentale, ma ora che ascoltava quella canzone capiva che ci sarebbe voluto ancora un bel po’ prima di smaltire la storia.

-Ti va di ballare?

Si voltò: era lui, Jo.

-Cosa ci fai qui?!- esclamò lei. Quel viso le fece crescere dentro una rabbia profonda.

-Mi hanno invitato. Mi sembrava un po’ strano, in effetti, però pensavo fosse da amici, sai.

-Chi è stato?

-Non lo so, ho ricevuto una mail dall’indirizzo di Zeno, ma quell’account lo usano in tre, quindi…

La ragazza si girò, cercò l’amico tra le luci colorate che pulsavano dal soffitto, ma non lo trovò.

-Sei bellissima, comunque.

Debora si sentì rabbrividire. Se l’era sentito dire così tante volte da quella stessa voce che ormai era diventata una cosa familiare e, si sa, riprendere le vecchie abitudini può solo portare a due risultati: la tranquillità o la crisi.

La ragazza scoppiò a ridere. E poi se ne andò.

Zeno e Andrea ballavano abbracciati quel lento che gli ricordava tanto qualche anno prima, quando si erano conosciuti durante una vacanza in Scozia: la si sentiva tutte le sere al bar in cui si ritrovavano per la rituale birra e aveva sempre trasmesso loro una dolce tranquillità. Entrambi innamorati del mondo anglosassone, si erano ritrovati nello stesso gruppo durante la visita guidata al castello di Edimburgo e lei, piazzandosi di fronte all’entrata con bocca spalancata, aveva acceso la curiosità di quel ragazzo che aveva già visto per i corridoi dell’ostello in cui alloggiava. Lui, che pareva tanto misterioso, si rivelò essere semplicemente molto inglese pur essendo di Alessandria e quella sua raffinata riservatezza l’aveva sempre affascinata. Lei, così esuberante e intraprendente, continuava a proporgli tour in giro per la regione e a dirgli che non aveva mai conosciuto nessuno con cui si sentisse così a proprio agio. E poi avevano deciso di mettere in piedi il mattatoio: ora erano come una vecchia coppia sposata che, sentendo la propria canzone preferita, ripensa ai vecchi tempi, che nel loro caso non erano poi così vecchi, e si dondolavano cullati dalle melodiose note di I just called to say I love you.

Arrivò Debora a disturbare il loro idillio. -Perché l’hai invitato?

-Chi?

-Jo.

-C’è Jo? Dov’è il bastardo?

Ora Debbie era davvero arrabbiata. Si voltò di scatto verso Diego, che era in piedi su una sedia con il microfono in mano, e lo strattonò a sé afferrandolo per il colletto della camicia. -Sei stato tu?

-A fare cosa?

-Hai scritto tu la mail a Jo?

-Ho mandato delle mail, sì. A dire la verità ho preso dei contatti a caso, non sono stato a guardare…

La ragazza emise una sorta di urlo trattenuto. -Io e te chiariamo dopo.

Fida si tolse le cuffie per qualche secondo, avrebbe rischiato di diventare sordo, altrimenti. Fare il dj gli piaceva, soprattutto perché faceva divertire la gente. Ma lui come si sarebbe divertito? Aveva la sua musica, ma ogni tanto c’è bisogno di qualcosa di diverso che la propria vocazione, un momento di svago e di distrazione dalla solita routine. Aveva offerto a quella misera festa dei brani di ottima qualità, mixati con abilità stupefacenti, ma se avesse abbassato leggermente il livello non se ne sarebbe accorto nessuno, no? Scelse una playlist abbastanza lunga dal suo computer e la fece partire. Ci fu qualche attimo di silenzio, tutti lo guardarono. Diego si appoggiò alla scrivania su cui era allestita l’apparecchiatura di Fida e si sporse verso di lui.

-Che fai? Non metti più musica?

-E’ che vi divertite tutti. Volevo, insomma… vabbè, torno alle basi, ho capito.

-No, aspetta. Basta spiegare, ragazzone, avevo frainteso.

-Quindi posso lasciare la playlist automatica?

-Ovvio. Vatti a rimorchiare qualcuna, va.

Fida appoggiò le cuffie alla scrivania e si avvicinò al tavolo del buffet. Non si era ancora ambientato del tutto e certe volte si sentiva aggredito. Lui, d'altronde, preferiva stare solo, anche se la folla non gli dispiaceva: osservava gli altri sperando di poter essere senza pensieri come loro, di riuscire a ridere così. Era difficile che si lasciasse andare, lui, e finiva per passare le serate in un angolo, irrigidito per il dibattito interno tra la sua timidezza e la voglia di vivere.

Stava bevendo da una bottiglia di birra, quando il suo sguardo captò qualcosa di insolito. Una ragazza con un vestito giallo era in piedi, accanto all’altro capo del tavolo, con una bottiglia in mano. Aveva una pelle chiarissima, quasi bianca, e i capelli, neri, raccolti. Lei si voltò e si accorse di essere fissata: lo guardò dritto negli occhi, poi distolse lo sguardo. Fida era rimasto folgorato. Lui alto, scuro e intimidito; lei piccola, ma sicura e splendente. Cosa ci faceva lì da sola, allora?

Fida si fece forza, strisciò accanto al buffet sino ad arrivare a quella mistica visione. Vedeva il motivo a intrecci sulle spalle del vestito giallo. Vedeva le forcine scure che le tenevano in piedi l’acconciatura. Vedeva le unghie smaltate di nero che giocherellavano sulla bottiglia emettendo un cadenzato ticchettio. E poi vedeva quella pelle bianchissima, ipnotica, come un mare in cui era dolce perdersi.

I suoi occhi lo guardarono. Due giganteschi occhi verdi. Lui sorrise.

Debora non si era mai immaginata la festa perfetta per il suo diciottesimo, eppure sapeva che non si sarebbe potuto descrivere diversamente quella sorta di party organizzato in un pomeriggio: c’era la casalinghità dell’allestimento che la rendevano ancora più piacevole, gli amici più stretti, pochi ma fidatissimi, e un’atmosfera di assoluto disinteresse per qualsiasi sorta di problema, che fosse personale o meno. Erano tutti a loro agio, tutti si erano divertiti e questo era quello che le importava. Così, quando si svegliò, per la seconda volta da quando era al mattatoio, sul divano, capì all’istante che avrebbe trovati sparsi per casa i copri addormentati e pieni di alcol degli invitati. E infatti, le bastò sollevare un po’ la testa dolorante per scorgere due sue compagne, schiacciate l’una contro l’altra e circondate di addobbi, tra cui un boa piumato fucsia. Erano tutti beatamente addormentati, qualcuno sui gradini, la maggior parte sul tappeto: Cris era ancora seduto al tavolo del buffet, la testa appoggiata e le braccia a penzoloni. Debora rimase a guardarli sorridendo tra sé e rendendosi a mano a mano conto che farli uscire sarebbe stato un’impresa. Poi si accorse di Jo, davanti alla porta di entrata: aveva la faccia completamente ricoperta di disegni fatti a pennarello, di cui la maggior parte di ispirazione fallica. La ragazza non poté non scoppiare a ridere, ma in quell’istante le venne in mente di aver trascurato un particolare, in tutto quel trambusto.



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