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lavoro pubblicato sabato 7 aprile 2018
ultima lettura venerdì 20 aprile 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Magico Libro

di Ilmagicolibro. Letto 374 volte. Dallo scaffale Fantasia

Prologo Era la fine di febbraio e gli ultimi temporali invernali, infuriavano più che mai.Una pioggia insistente si abbatteva sulle strade da diversi giorni, allagando soprattutto i quartieri più umili della città. ........


Prologo

Era la fine di febbraio e gli ultimi temporali invernali, infuriavano più che mai.

Una pioggia insistente si abbatteva sulle strade da diversi giorni, allagando soprattutto i quartieri più umili della città. Dalla finestra della mia camera da letto, osservavo annoiato le persone nella strada, che si accalcavano sotto i porticati per ripararsi dalla pioggia: spruzzi d’acqua li bagnavano da tutte le parti ; il cielo, ricoperto da nubi tempestose, incupiva ogni angolo, rendendo la città, ancora più squallida e malsana. Tuttavia, lasciarsi rapire dal rumore assordante dei tuoni e dallo scroscio insistente della pioggia, mi dava, la possibilità di sognare, proprio come un bimbo, che all’incalzare della tempesta si lascia impaurire dagli spettri immaginari della sua giovane mente.

Purtroppo proprio mentre cercavo di ritrovare il bimbo che c’era in me, qualcuno bussò alla porta. Mi avvicinai con riluttanza ma alla fine mi decisi ad aprire.

<< Un telegramma per lei signor Leandro. >> Disse il postino porgendo la missiva.

<< Porti sempre buone notizie Alfredo vero? >>

<< Cosa posso farci se nessuno le scrive una lettera d’amore! >>

Chiusi la porta e mi incamminai verso il salotto, dove mi attendeva la mia cara e soffice poltrona blu. Non avevo idea di chi potesse essere il mittente, dato che di parenti me ne erano rimasti ben pochi, e gli amici avrebbero certamente utilizzato il telefono.

Lessi quelle poche righe con un’insolita curiosità, ma alla fine mi sentivo più confuso di prima.

<< Chi è questo zio Metodio ? E perché ha scelto proprio me come suo erede? >>

Questi e altri interrogativi si susseguivano nella mia mente e non riuscendo a dare loro alcuna risposta, pensai di rivolgermi all’indirizzo riportato sul telegramma.

Piazza Garibaldi N° 25, notaio Giacinto Arcamone.

Salii le scale del vecchio palazzo, dove al terzo piano trovai lo studio.

Le mura, tristi e spoglie, erano rivestite da una carta da parati vecchia e scolorita e fortunatamente nessun cliente attendeva nel salottino, infatti fui ricevuto quasi subito, da una classica segretaria occhialuta e dai modi altezzosi, che mi annunciò al suo principale.

Lo studio del professionista era arredato in stile classico e molti dei mobili, tra cui la scrivania, avevano certamente un gran valore. Per il resto regnava lo squallore più totale.

<< La prego si accomodi .>> Mi disse con non curanza.

<< Sono venuto qui, perché ieri ho ricevuto un telegramma, che è stato spedito dal vostro studio. >> Risposi porgendo la missiva.

<< Certo >> dichiarò il notaio << lo abbiamo inviato noi!>>

<< Bene, allora c’è stato un errore, perché io non ho mai sentito parlare di questo presunto parente. >>

Il signor Giacinto tolse lo sguardo dalla pila di documenti che aveva dinanzi e con tono flemmatico, mi spiegò che in effetti, il suo cliente non era un mio diretto parente, bensì uno zio di secondo grado, che aveva deciso di lasciare tutto ciò che possedeva, al suo unico nipote, cioè me.

Dopo un’attenta analisi e avendo ricevuto un giusto chiarimento, convenni di chiedere:

<< A quanto ammanta l’eredità ? >>

<< Non è espressa in soldi, bensì in proprietà! >>

<< Fa lo stesso.>>

Risposi fermamente. anche se tutto cominciava ad incuriosirmi.

<< La stima dei beni non è stata ancora fatta, ma le posso assicurare, che si tratta di diecimila ettari di terra, con al centro uno dei castelli più antichi ancora esistenti. >>

Il giorno dopo feci i bagagli e partii per entrare in possesso della mia eredità.

Sceso dalla nave trovai un fattore che mi accompagnò con un carrettino, fino alla Valle degli Aranci, dove c’era il castello e in cui giungemmo due ore dopo. Quando aprii il portale in ferro, mi ritrovai in un’ampia distesa di terra : irti rovi si inerpicavano sulle mura come schiere di soldati a guardia del castello ; erba incolta spuntava ovunque, devastando le antiche cinta ormai al tracollo ; fusti secolari si innalzavano in quella che sembrava essere una foresta, ma che in realtà era una vallata triste e abbandonata.

Dopo aver superato una serie di pericoli, causati da ratti, rettili e insetti vari, giunsi finalmente dinanzi a quella che sarebbe stata la mia nuova dimora.

<< Non c’è che dire! >> Esclamai << il notaio aveva proprio ragione a chiamarlo “uno dei castelli più antichi ancora esistenti, anche il Colosseo a confronto sembra nato ieri. >> Ero profondamente deluso al punto che, decisi di ritornarmene in città e di vendere tutto, ancor prima di aver visitato quel’insieme di roccia pericolante.

Cosa avrei fatto di quel cumulo di macerie ? Tutto era in rovina ed io non avevo certo le capacità economiche per poterlo trasformare in qualcosa di buono. Avrei di certo optato per la prima soluzione se non avessi visto un tizio piuttosto anziano, venirmi incontro di corsa dai recessi del castello.

<< Benarrivato padrone! Erano giorni che vi attendevo. >>

<< Ci conosciamo per caso? >>

<< Non restate sull’uscio padrone!>> Insisteva il buon uomo << Entrate nella vostra nuova casa. >> Continuava imperterrito senza badare alla mia perplessità.

Mi strappò i bagagli dalle mani senza darmi neanche il tempo di replicare, e mi condusse nel castello.

Capii che doveva trattarsi dell’ultimo superstite della zona, rimasto lì forse per pigrizia, forse per affetto verso quei luoghi; il suo aspetto era molto trascurato : aveva gli zigomi sporgenti e la pelle attaccata alle ossa, gli occhi solcati da profonde rughe e i capelli di un bianco grigiastro, che gli infondevano un’aria ancor più trascurata.

<< Come ti chiami ? >> Chiesi cercando di instaurare un rapporto più confidenziale.

<< Giacomo padrone. >> Mi rispose chinando la testa.

<< Perché continui a chiamarmi padrone? Chiamami Leandro. >> Lo esortai esasperato.

<< Sono desolato, ma la mia educazione non mi consente di chiamarvi per nome. >>

<< D’accordo fa come vuoi, però adesso vorrei tanto riposarmi un po’; ho viaggiato per molte ore e mi sento molto stanco.>> << C’è una stanza dove non corro il pericolo di ritrovarmi il soffitto addosso? >> Chiesi guardandomi intorno con evidente smarrimento.

Giacomo scoppiò a ridere mostrando i pochi denti ancora attaccati alle gengive, non aveva capito che io parlavo sul serio.

Salimmo al secondo piano, dove con mia grande meraviglia, mi portò in una stanza enorme, provvista di : salottino personale e camino scoppiettante ; al centro di essa vi era un grande letto a baldacchino e qualche mobile usurato che dall’aspetto sembravano un armadio e una cassettiera.

<< Tra un’ora la cena sarà servita. >> Bofonchiò Giacomo mentre posava i bagagli per disfarli.

<< Dove ceniamo? >> Domandai sbadigliando .

<< Vi condurrò io nella sala dove un tempo veniva servita la cena. >> Dopodiché lasciò la mia camera.

Dopo un’ora esatta, mi ritrovai dinanzi ad una gradevole cenetta e solo allora mi resi conto, di avere una gran fame.

A seguito di una lunga discussione, riuscii a far sedere anche Giacomo alla mensa, il quale dopo aver mangiato a sazietà, mi raccontò in linee generali, cosa era accaduto alla valle.

Parlò di una grave siccità, che anni addietro, aveva colpito la regione, distruggendo i raccolti e lasciando in povertà gli abitanti della valle i quali furono costretti ad emigrare in altre regioni.

Mentre ascoltavo il racconto, il mio sguardo fu rapito da un quadro appeso alla parete alla mia destra. Mi avvicinai per guardarlo meglio e restai esterrefatto nell’accorgermi della grandissima somiglianza che accomunava me e l’uomo ritratto.

Spostai lo sguardo in basso, in cerca di un nome e lessi sempre più meravigliato, che si trattava di un principe di nome Leandro. La tela era molto antica e il ritratto aveva urgente bisogno di una restaurata, tuttavia gli abiti medievali ripresi in maniera minuziosa, e il viso, giovane ma deciso del principe, erano ancora indenni dall’usura del tempo.

<< Giacomo hai mai sentito parlare di questo principe? >>

<< Non molto, quel quadro risale a molti secoli fa. >>

Sempre più incuriosito, decisi di staccarlo dalla parete, per cercare una data che mi svelasse l’epoca in cui era vissuto quel mio avo. Non riuscii a trovare quello che cercavo, tuttavia rigirando il quadro, vidi attaccata alla tela una pergamena.

La sfilai dalla cornice con cautela e quando ebbi la certezza di averla tolta completamente, la aprii.

C’erano diversi disegni fatti a mano e collegati tra loro da frecce; al centro della pergamena c’era disegnato un castello, quindi, pensai che si trattasse di una mappa della valle.

Forse si trattava di un tesoro. Anzi sicuramente era un tesoro ! Anche perché in un lato della pergamena c’era una grande x che riuniva tutte le frecce. La feci vedere a Giacomo che parve più stupito di me e infine decisi:

<< Domani svegliami presto, abbiamo un tesoro da riportare al castello. >> Ero talmente eccitato, che tutto il malumore delle ore precedenti, scomparve all’istante.

All’alba del giorno seguente io e Giacomo cominciammo la caccia al tesoro.

<< Dunque, la mappa dice di fare cento passi in direzione del frutteto.>> Alzai lo sguardo per cercare di individuarlo. << Ma tu vedi qualche frutteto?>>

<< Purtroppo non esiste più, la carestia ha distrutto tutto. Tuttavia so con certezza che si trovava a sud. >> Giacomo lo ricordava benissimo. Il frutteto era maestoso con i suoi alberi secolari e gli uccellini che cinguettavano tra le foglie allietando tutta la valle con il loro canto soave ; era un vero peccato che il nuovo padrone non potesse ammirare i frutti grandi e gustosi che quegli alberi riuscivano a produrre, per non parlare dei bambini che vi trascorrevano lunghe ore a nascondersi e a giocare.

Contammo i cento passi insieme, per ritrovarci in un vasto prato verde, nuovamente disorientati.

<< Cosa facciamo adesso ? >> Chiese Giacomo.

<< Vediamo un po’..., da questo punto sono altri duecentocinquanta passi, in direzione dei confini della valle. >>

Riposi nuovamente la pergamena e continuammo la ricerca tra le erbacce e i rovi, fino a giungere sul punto indicato dalla mappa.

Presi la vanga, che Giacomo aveva portato con se e cominciai a spalare; dopo un buon metro di terra, la parte in ferro della vanga si arrestò provocando un suono acuto.

Avevo trovato il tesoro pensai.

Finii di spazzare la terra e mi accorsi invece di aver trovato una botola.

<< E ora che si fa ? >> Disse Giacomo con le mani appoggiate sui fianchi.

<< Semplice dobbiamo sollevarla. >>

Quindi presi un tronchetto d’albero e facendo leva, riuscimmo ad aprirla.

<< E questo sarebbe un tesoro! >> Esclamai irritato.

<< Forse il tesoro è custodito in questo pozzo. >>

<< Ho capito, torna al castello e portami una fune e una torcia .>>

Giacomo ritornò in un baleno, benché non fosse più tanto giovane, mi apparve tutt’altro che stanco.

Mi calai nel pozzo con una certa riluttanza, spronato soltanto dalla curiosità, e quando dopo molti metri toccai il fondo, lo illuminai con la torcia.

C’era un qualcosa di rettangolare che inizialmente non riuscivo ad identificare; poi quando la luce mi mostrò chiaramente la sua forma e i suoi colori, capii che si trattava dello scrigno con il tesoro. Quando ritornai in superficie ero curioso come un bimbo.

Non impiegai molto a forzare il chiavistello e finalmente, quando riuscii ad aprire lo scrigno, sbiancai per la sorpresa.

Né oro, né monete, né gemme preziose, lo scrigno era completamente pieno, di semi rinsecchiti.

Mi inginocchiai per terra, e con un groppo alla gola urlai:

<< Dovevo immaginarlo che si trattava di un altro raggiro.>>

<< Ma no padrone ! Ascoltatemi, questi sono semi di arance e per la valle sono il tesoro più grande, che potevamo trovare. >>

<< Lo dici solo per rincuorarmi, oppure ci credi sul serio ?>>

<< Certamente! Potremmo riavere il bellissimo frutteto di arance, che solo questa valle poteva vantare. >>

<< Ed io che me ne faccio di un frutteto di arance? Poi non saprei neppure come piantare una piantina di pomodori !>>

<< Ma allora non siete a conoscenza del grande dono di quelle arance? >>

<< Di cosa parli, della vitamina C? >> Risposi ironicamente.

<< Ma no ! Questi semi daranno vita a delle arance, che oltre ad avere proprietà curative, hanno anche il dono della longevità. >>

<< Ho capito, ti stai prendendo gioco di me. >>

<< Assolutamente no. >> Rispose come se le mie parole lo avessero ferito. Ciononostante mi riservai una certa incredulità, così immersi le mani nel forziere, come a voler trovare conferma dai semi stessi.

Il caso volle che in profondità, ci fosse qualcos’altro di più solido e compatto. Cosa poteva essere ? Forse un altro scrigno più piccolo che conteneva qualche cosa di veramente prezioso ? Nient’affatto. Era un manoscritto rilegato a mano e doveva essere molto antico, dato che le pagine avevano assunto un colore paglierino e l’inchiostro era molto sbiadito.

Portammo il forziere al castello con tutto il suo contenuto e per il resto della giornata, non ebbi voglia di pensare a nulla di costruttivo.

Visitai le innumerevoli stanze del castello, tralasciando quelle meno agibili; poi Giacomo mi portò nelle cantine, dove gustai ben volentieri un vino d’annata prodotto dai vigneti della valle.

L’ala ovest del castello era la più calda, così dopo aver pranzato, mi rintanai nella biblioteca .

Gli scaffali alti fino al soffitto, erano carichi di libri di ogni epoca. In un angolo della immensa stanza c’era una vecchia scrivania di quercia con un cumulo di libri sparsi qua e là. Presi a sfogliarne alcuni sbadatamente, interessato più alle illustrazioni che non ai testi; non riuscivo a trovare nulla che richiamasse la mia attenzione, se non lo stile arcaico di quella stanza che sembrava rievocare gli spiriti del passato.

Nel tardo pomeriggio dopo aver cenato, mi sedetti davanti al camino, nella stessa stanza dove la sera prima avevo trovato la mappa. Pensavo e ripensavo a come era cambiata la mia vita in poche ore, ma non avevo idea di quello che mi sarebbe accaduto in seguito.

Istintivamente mi diressi verso lo scrigno, che avevamo riposto su una panca. Presi il manoscritto e cominciai a leggere.

CAPITOLO 1

LA VALLE DEGLI ARANCI

Anno 1301, vivevamo in un epoca in cui ogni cosa era posseduta dalle forze del male e in cui solo un luogo in tutto il creato, riusciva ancora a conservare la sua naturale purezza, questi era la Valle degli Aranci.
A nord era circondata da fiere montagne, i cui ghiacciai davano vita ad un fiume dalle acque dorate. Esso scivolava dai monti e attraversava tutta la valle, per poi gettarsi in cascata e creare con i suoi spruzzi un perenne arcobaleno.
A sud della valle c'era un frutteto di arance, il più grande che fosse mai esistito e i cui frutti erano magici.
Mentre al centro, splendente come un diamante collocato tra ori e gemme, si ergeva il castello di re Policarpo.
Un castello a quattro torri, costruite con argento purissimo, che quando il sole con i suoi raggi lucenti le colpiva, riflettevano una tale luminosità da far splendere tutta la valle. Ed è qui, in questo mondo onirico, che re Policarpo, con i suoi tre figli, regnava sereno.
Un giorno però, il guardiano del frutteto, si presentò dal re, ansioso di essere ricevuto. Portava brutte notizie. Infatti il prezioso frutteto di arance era stato saccheggiato.
Il re, uomo solitamente calmo, nel ricevere quella notizia si irrigidì.
Seguì un lungo silenzio, interrotto solo dal tamburellare cadenzato delle sue dita sul bracciolo del trono. Di scatto si alzò, in tutta la sua maestosa presenza, facendo indietreggiare il guardiano intimorito e chiamò un servo.
<< Ordinate sire. >>
<< Carotino, cerca i miei figli e conducili immediatamente da me. >>
Il giovane servo si inchinò e lasciò la stanza; poi corse per tutto il castello in cerca dei principi.
Cirillo, come suo solito, era al roseto intento a creare una rosa dai colori più svariati.
Metodio si allenava nel cortile con la spada e Leandro, appassionato di cavalli, si trovava nelle stalle a strigliare il suo puledro preferito.
Carotino, dopo averli rintracciati, li pregò di recarsi al più presto dal re.
Giunti a cospetto del padre, Cirillo il figlio maggiore, prese la parola per chiedere il motivo di tanta agitazione.
Policarpo riferì ciò che il guardiano aveva scoperto al frutteto, e dopo aver discusso a lungo sul da farsi, Cirillo si impegnò a fare la guardia al frutteto, appena i frutti fossero ricresciuti.
Pur non avendo grande passione per la guerra Cirillo, quale figlio maggiore, dovette assumersi la responsabilità di predare un nemico sconosciuto. Era compito suo proteggere il regno da ogni minaccia, eppure egli preferiva rifugiarsi nei suoi pensieri, nei suoi sogni dolci e ricchi di trame amorose, o più semplicemente tranquilli e senza alcun compito pericoloso che mettesse in pericolo la sua persona.
Trascorse un anno da quel giorno, e le arance ormai mature, erano pronte da cogliere.
La notte scese sul reame e Cirillo, giunto nel frutteto, si acquattò dietro un cespuglio cercando di mimetizzarsi.
Grosse nubi coprirono il cielo e una nebbia fitta, in pochi attimi si impadronì del frutteto. Era scoccata la mezzanotte e il principe come per magia si addormentò.
Gli alberi di arancio si piegavano, così come un servo si genuflette a cospetto del suo padrone e il frutteto in men che non si dica fu depredato nuovamente.
All'alba del mattino seguente, le foglie degli alberi pregne di rugiada, bagnavano il viso di Cirillo, che bruscamente si risvegliò.

Da principio, non si rese conto di quanto era accaduto, ma successivamente, osservando le piante e vedendole spoglie, capì di non essere stato all'altezza del compito che gli era stato affidato.
Povero Cirillo! Era in preda allo sconforto, ma non era stata colpa sua! Continuava a ripetersi, eppure si era addormentato non sapeva come, ma era successo.

CAPITOLO 2

IL RISCATTO DI METODIO

Era la volta di Metodio.
Il secondo figlio del re era per indole duro e arrogante ; era molto robusto, grazie anche alle molte ore dedicate ad allenarsi per i tornei, che si disputavano due volte l'anno con altri reami, e di cui lui era quasi sempre vincitore.
I mesi trascorsero lenti e al castello la vita non era più la stessa.
Il falegname con l'oste, passava gran parte del tempo libero, a fare pronostici sul prossimo furto. Chi dava già per vinto Metodio, chi il misterioso ladro.
Metodio aveva preparato una trappola, a detta di lui infallibile, che aveva già installato nel frutteto da diversi giorni. Il trabocchetto consisteva in una serie di funi, disposte ad intreccio tra gli alberi, con dei campanelli legati ad esse.
Il giorno tanto atteso giunse, e Metodio armato fino ai denti, attendeva impaziente nel frutteto.
Allo scoccare della mezzanotte, accadde l'inevitabile.
La nebbia, serva delle tenebre, si abbatté sul frutteto, beffandosi della trappola studiata tanto accuratamente. Metodio cadde in un sonno profondo e il furto si ripetette uguale a quello precedente.
Il giorno seguente, il principe tornò al palazzo, con la coda fra le gambe, come un cane bastonato.
Il re non avrebbe mai pensato che anche il suo valoroso Metodio avesse fatto il gioco del ladro, pur tuttavia dovette farsene una ragione e accettare l'ennesima perdita delle sue preziose arance.
Toccava ora a Leandro.
Egli era molto diverso dai fratelli, sia nell'aspetto, sia negli interessi. I suoi capelli lunghi e folti, brillavano di color oro, come le messe biondeggiano al sole.
I suoi occhi, simili al cielo più limpido e azzurro, erano zaffiri radiosi. Ma ciò che lo distingueva maggiormente era l'amore per gli studi e le arti. Infatti dopo aver analizzato il problema, Leandro si rese conto di non poter combattere contro un fenomeno sovrumano.
Non c'era altro rimedio, per prevalere sull'invisibile nemico, doveva ricorrere alle armi di una maga e subito il pensiero volò a Pollina, la strega buona, che di certo non gli avrebbe rifiutato il suo aiuto.
Già anni addietro il regno aveva corso un grave pericolo ed anche allora a salvarlo era stata Pollina.
A quel tempo la minaccia era venuta dal Mago del Nulla, il quale introdottosi nel castello vestito da mendicante, aveva operato il suo maleficio e dinanzi a lui, tutti gli abitanti erano caduti in un sonno eterno. L'unico che riuscì a salvarsi fu il re, il quale impegnato in una battuta di caccia, tornò al castello quando il male era già stato perpetrato.
A quel punto, poiché non poteva risolvere il problema da solo, Policarpo chiese aiuto a Pollina, che con le sue doti magiche, riuscì a riportare gli abitanti del castello alla normalità.
Il re dopo quanto era successo, emanò una legge, che confinava tutti i maghi e le streghe, compresa Pollina, al di là della Montagna degli Spiriti, punendo con il rogo i trasgressori.
Il Mago del Nulla, per vendicarsi dell'affronto subito, rapì le tre figlie del re del sud, dopodiché distrusse il suo regno svanendo per sempre.
Leandro conosceva la storia fin da bambino, così senza indugiare oltre, decise di partire alla ricerca della strega.
Il re sapute le sue intenzioni, si oppose con tutte le forze:

<< Leandro tu non sai quello che fai! Il tragitto per arrivare al palazzo della strega, è lungo e pieno d'insidie. Ti ordino di non andare. >>
<< Non angustiatevi padre, ce la farò a giungere dalla strega, ho a disposizione un anno per andare e ritornare. >> Poi nel vedere il volto del re, sempre più cupo disse << se poi non dovessi farcela, vi prometto che rinuncerei all'impresa, per ritornare qui da voi sano e salvo.>>

CAPITOLO 3

LA MONTAGNA DEGLI SPIRITI

Due giorni dopo Leandro partì in cerca di Pollina, accompagnato dal suo fedele servo Carotino, detto così per la sua chioma color carota.
Oltrepassata la valle, i due si ritrovarono ad attraversare la Foresta Magica ai piedi della montagna.
Il sentiero non era dei migliori, sia per procedere a cavallo, che per andare a piedi. Gli alberi che costeggiavano il sentiero, osteggiavano i raggi del sole con le loro folti chiome, creando in tal modo strane ombre.
Un vento gelido ululava indispettito, alla presenza dei due profani e Carotino conoscendo le storie di fantasmi che si raccontavano sulla foresta, batteva i denti per la paura.
Leandro invece avanzava spedito, con gli occhi fissi avanti e le gambe tese a spronare il cavallo. Quando ad un tratto, una strana figura uscì da un cespuglio; Carotino nel vedere l'ombra mostruosa avvicinarsi di corsa, emise un urlo disumano.
I cavalli s'impennarono, nitrendo e scalpitando; Leandro con un balzo saltò a terra e sguainò la spada.
Intanto il servo ripresosi dallo spavento, si accorse che il motivo di tanto panico, era un leprotto uscito in cerca di cibo.
<< Principe perdonatemi, ma questa foresta nasconde le tenebre e la paura ha creato nella mia mente, figure mostruose tali, da apparirmi reali. >>
Leandro abbassò la spada e con tono di rimprovero replicò:
<< La prossima volta che ti salta in mente di fare una cosa simile senza motivo, infilzerò te con la mia spada. >>
Oltrepassata la foresta magica, si presentò l'ostacolo più
imponente: La Montagna degli Spiriti.
Avevano percorso pochi metri, quando si aprì un eccellente sentiero, che si inerpicava intorno ad un'alta rupe. Il sentiero era abbastanza scorrevole ed ampio e proseguiva verso l'alto, più o meno nella direzione sperata.
Alla loro destra la rupe cadeva a strapiombo su di un burrone non troppo profondo. Seguirono quel sentiero per diversi metri, quando una curva ad angolo acuto sulla sinistra, li condusse davanti all'imboccatura di una caverna. L'apertura era alta all'incirca due metri e larga altrettanto e poiché si approssimava la notte, Leandro decise di accamparvisi per riposare.
Carotino esausto, smontò da cavallo e si diresse verso la caverna, mentre il principe era seduto su una roccia a meditare. Dopo aver preso le sue cose, strisciò all'interno della grotta per esplorarla. Si ritrovò in un'ampia spelonca, alta una decina di metri; il fondo era talmente oscuro, da non consentirgli di distinguere alcuna presenza.
Mentre proseguiva l'ispezione, cominciò ad avvertire un piacevole torpore, che si impadroniva delle sue membra stanche.
Decise allora di prepararsi il giaciglio per la notte, quando dai recessi della spelonca udì uno strano squittio. Si alzò in piedi di scatto, preso dal panico aveva le braccia e le gambe irrigidite.
Fortunatamente l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio sulla paura e Carotino riuscì ad impugnare la spada, ma servì ben poco. All'improvviso uno stormo di pipistrelli vampiro uscì dalle tenebre, per riversarsi sul mal capitato.
Carotino si dimenava, speranzoso di liberarsi dalla presa dei pericolosi volatili, ma ogni suo sforzo era inutile.
I vampiri lo accerchiarono mordendolo in ogni parte del corpo e, poiché non riusciva più a resistere a quegli attac-

chi, raccolse le poche forze superstiti ed emise un urlo che echeggiò nella caverna, fino a raggiungere Leandro.
Il principe che conosceva l'indole "coraggiosa" del compagno, si incamminò con tutta calma certo che non ci fossero pericoli.
Intanto i pipistrelli ormai sazi, avevano preso il volo, e Carotino usciva dalla spelonca gonfio e a tratti sanguinante.
Leandro nel vederlo arrivare ridotto a brandelli, non riuscì a trattenersi e scoppio a ridere, coinvolgendo anche lo stremato Carotino.
Medicate le ferite, i due si accucciarono vicini, addormentandosi all'aria frizzante della montagna.
Quando si risvegliarono il cielo era ancora costellato di stelle, che ai primi tocchi di luce andavano scemando e l'erba era pregna di un fitto strato di rugiada.
Non potevano trattenersi oltre così ripresero il cammino.
Il precipizio alla loro destra offriva un meraviglioso panorama di gole rocciose e pianori ricoperti da fiori bianchi come la neve, che coprivano le cime e alla lieve brezza mattutina si agitavano come donzelle danzanti.
D'un tratto il sentiero deviò il suo corso usuale, per insinuarsi nel ventre della montagna e arrestarsi in uno scenario insolito.
Un misterioso palazzo ricavato dalla roccia e ricoperto di ghiaccio, ostruiva il passaggio in ogni direzione. Leandro smontò da cavallo, curioso di conoscere il padrone di casa.
Nel momento in cui varcarono lo steccato ghiacciato, che circondava il palazzo, una porta di pietra si aprì, mostrando la figura di un uomo molto anziano, dai lunghi capelli canuti, che si confondevano con le vesti bianche. L'anziano ghiacciolo osservò i due stranieri per brevi attimi, poi chiese:
<< Cosa vi porta su queste vette, che non recano nulla buono ai curiosi? >>
<< Io sono il principe Leandro, figlio di Policarpo, re della Valle degli Aranci e questi è il mio servo.>> Rispose il principe indicando Carotino, che tremava inorridito. <>
<< Sono lo spirito della montagna, il mio compito è quello di impedire il passaggio a chiunque osi profanare queste vette; e a chi decidesse di proseguire, predico sventura.>>
<< Allora spirito! Annunciaci ciò che per te è una sventura, perché noi non desisteremo dal continuare. >>
<< Vi avviso principe, le prove che vi accingete ad affrontare, non sono mai state superate. >>
<< Non temere per le nostre vite. Parla piuttosto. >>

Intanto alla valle, il re si angustiava per la sorte del figlio. Tutti pregavano il fato affinché fosse propizio al principe Leandro.
Solo Metodio e Cirillo sembravano incuranti del destino del fratello, la loro sconfitta li conduceva verso la strada dell'odio.

Leandro ascoltò senza ribattere, ciò che lo spirito spiegava circa le prove che avrebbe dovuto affrontare. Solo una cosa non gli era ben chiara:
<< Come faremo a continuare, se questa strada è senza via d'uscita? >>
<< Alle vostre spalle c'è una parete rocciosa, osservando con attenzione troverete una pietra dalle venature rossastre. Basta spingerla verso il basso ed essa vi aprirà la strada verso le prove che dovrete affrontare.>> Detto ciò lo spirito scomparve.
<< Principe, so che mi direte di tacere! >> Cominciò Carotino

querulo come suo solito. << Ma vi prego torniamo indietro, ora che siamo ancora in tempo.>>
<< Ascolta bene Carotino, chi si ferma ad ogni ostacolo, grande o piccolo che dir si voglia, non riuscirà mai a trovare la soluzione ai suoi problemi e vivrà sempre un'esistenza da mediocre. Quindi smettiamola con le ciance e cerchiamo la roccia. >>
Spostarono la pietra seguendo le indicazioni dello spirito e dalla parete rocciosa comparve una porta che si aprì sul nuovo percorso.
Il sentiero era affiancato da rocce arrotondate per le continue intemperie e ricoperte da muschi profumati.
Il sole si apprestava a tramontare, per lasciare il posto alla luna, chiara e lucente, e alle stelle, che giocavano a nascondino con le nubi loro complici.
Quella notte fu terribile per Carotino. Nel sogno ombre tenebrose e figure malefiche gli si affollavano intorno, spaventandolo a morte. Ma poi finalmente arrivò l'alba a spazzar via quegli incubi con la potenza della luce.
Il sole già saliva a destare con i suoi raggi, la montagna ancora addormentata; era giunta l'ora di cimentarsi nella grande avventura.
Giunti ai piedi di un'altura smontarono dai cavalli, per cercare un posto in cui lasciarli; poco distante scorsero un pineto e Carotino, con le briglie in mano, si avviò.
D'un tratto da un cespuglio udì uno strano lamento; lasciò i cavalli liberi a brucare e con cautela scostò i ramoscelli. L'uccello emise un gracchio straziante, poi vedendo un volto umano sbraitò:
<< Aiuto! Soccorso ! Vorrei riuscire ad avere nelle piume, quell'oca di un'aquila che non rispetta le precedenze aeree.>>
Carotino chiaramente costernato replicò:
<< Ma di cosa stai parlando, brutto corvaccio nero? E poi perché parli ? >>
<< Io sarò pure un corvaccio nero e me ne vanto, ma tu che specie di carota sei? Non ne ho mai vista una così grande!>>
Offeso il servo fece per andarsene, ma il corvo cominciò ad implorare:
<< Non mi lasciare solo, salvami ed io farò tutto quello che vuoi. >>
<< Se vuoi che ti salvi, devi spiegarmi come fa un uccello come te a saper parlare? >>
<< Noi abitanti della montagna sappiamo parlare; e poi cosa credi di essere l'unico al mondo ad avere la disgrazia della parola? Muoviti , aiutami, chiama il pronto soccorso della montagna per gli infortuni sul lavoro. >>
<< Io questo proprio non lo capisco! >> Disse fra se e se il povero Carotino.
<< Veniamo a noi; la vedi quest'ala? Si questa che pende.>> Indicò il corvo. << Me l'ha spezzata quell'aquila spennata che vive sulla vetta più alta della montagna. Io stavo svolazzando con il mio stormo come al solito, e lei mi ha colpito.>>
Nel frattempo Leandro, non vedendo più tornare il servo, si era incamminato nella sua direzione e nel vederlo intento a parlare col cespuglio disse ridendo:
<< Carotino! Cosa fai? Parli con le piante adesso! >>
<< Principe, principe ! Venite qui. Ho trovato un corvo parlante ferito ad un'ala. Dice che a ferirlo è stata l'Aquila Reale. >>
Leandro vide il corvo nel cespuglio, ma non era certo del fatto che parlasse, così non si sbilanciò; a dare prova di quello che sapeva fare, fu il corvo stesso.
<< Reale ! >> Esclamò il corvo inalberandosi. << Ma se quella di Reale non ha neanche una penna. Comunque se ci tieni anche tu a saperlo, è stata proprio lei. Cosa ne diresti di aggiustarmi l'ala? Poi potremmo anche organizzare una partita a carte. >>
<< D'accordo, però tu dovrai aiutarci. >> Disse Leandro.
<< Qui la penna principe, ma sbrigati prima che l'ala mi si stacchi del tutto. >>
Il corvo fu medicato e avvolto nelle bende come una mummia.
L'Aquila Reale, la prima prova da superare. Era protetta da uno strato di resina, che la rendeva invulnerabile; ed essi dovevano affrontarla poiché nel suo nido vi era custodita la chiave d'oro, che avrebbe aperto la porta alla seconda prova.
Gaspar, il corvo, per dimostrare la sua gratitudine, svelò al principe ciò che sapeva circa "quell'ammasso di piume" come lui la chiamava.
<< Benissimo! Dunque è tutto più semplice. >> Esclamò Carotino.
Ma Gaspar smorzò il suo entusiasmo:
<< Ascolta bene carota, ohm pardon Carotino, guardami bene negli occhi, neppure io che sono il più furbo, agile e intelligente dei corvi, potrei mai anche solo avvicinarla. Con la forza di un'ala può decapitare un cervo e con i suoi artigli aguzzi, riesce a catturare una tigre, per non parlare del becco, lungo e affilato, allenato a squartare chiunque si avvicini al suo nido. >> In effetti c'era poco da rallegrarsi, uccidere quel gigantesco volatile non era cosa facile, ma Leandro non si arrese.
Trascorsero sei giorni durante i quali, il corvo poté guarire e partire in cerca del suo stormo. Mentre, Leandro e Carotino , si cimentarono nella lunga scalata della vetta.
Il percorso fu meno pericoloso di quanto si aspettassero.
Le rocce sporgevano dall'altura come a formare dei gradini, e le piante di ginestra cresciute nelle rientranze, furono un ottimo aggancio per le mani.

La cima era vicina e il principe stando ben attento a non farsi notare, con il capo di una fune fece un lazzo, dopo di che si avvicinò ulteriormente e vide l'aquila acquattata nel suo nido. Era un esemplare realmente impressionante, con enormi ali nere e il becco molto aguzzo; subito prima del becco c'era una strana pietra che sporgeva dalla fronte, ed era proprio questa che interessava al principe.
Il rapace dormiva profondamente e Leandro, approfittando del momento propizio, fece roteare la fune, che lanciò con destrezza nella sua direzione.
L'aquila col cappio alla gola si svegliò immediatamente e in men che non si dica si avventò sul suo assalitore. Il suo becco già era sul capo di Leandro, che sconvolto si lasciò cadere nel vuoto.
Se non fosse stato per la fune che aveva legato alla vita, certamente sarebbe morto, invece volava attaccato al rapace.
Il predatore indomito, accortosi del passeggero indesiderato, prese a volare a bassa quota, con il subdolo intento di lasciar sfracellare Leandro sulla roccia acuminata. Ma questi si arrampicò alla fune con destrezza e raggiunse le sue ali.
Il becco dell'aquila cercava vendetta, ma il principe col coltello, le infisse un colpo alla tempia, che per brevi attimi la tramortì, dando il tempo a lui di salirle sul dorso. L'aquila cominciò a piroettare su se stessa ad una velocità tale, che il principe dovette chiudere gli occhi e aggrapparsi con forza per non cadere. Poi riprese a volare normalmente e Leandro guardando in direzione della montagna, intravide uno stormo di corvi capeggiati da Gaspar.
Il momento propizio era arrivato; il principe si avventò sul capo aquilino, per impadronirsi della gemma dell'eterna vita e dopo diversi colpi di coltello riuscì ad estrarla dalla fronte del rapace.
L'aquila ebbe coscienza dell'approssimarsi della morte ed emettendo un ultimo e breve stridio, si lasciò precipitare nel vuoto.
Leandro si aggrappò alla meglio al corpo esanime del grifagno mentre attendeva aiuto, che non mancò di arrivare. Gaspar e gli altri corvi infatti, si avvicinarono al principe e afferrandolo saldamente all'unisono con i becchi, lo trassero in salvo.
Intanto Carotino aveva recuperato la chiave d'oro dal nido e nel vedere anche il principe sano e salvo, esultò di gioia. Era stata dura ! Ma alla fine ce l'avevano fatta la prima prova era stata superata.

CAPITOLO 4

VULCATRAL

Il giorno seguente, prima di lasciare il pineto, Leandro liberò i cavalli per proseguire a piedi.
Lo spirito aveva preannunciato che dopo la prima prova, avrebbero dovuto abbandonare i cavalli, poiché il sentiero si sarebbe ristretto notevolmente. E così fu.
L'aria era sempre più rarefatta e Leandro pensò di stipare un po' di neve nelle borracce ormai vuote, ma i suoi pensieri erano ben oltre quelle cime innevate, e ben lungi dall'essere tranquilli, come cercava di dare a vedere.
Improvvisamente la strada si arrestò, dando vita ad un enorme scudo montuoso, che si buttava a strapiombo in un burrone.
Fortunatamente un ponte di funi collegava l'altura con un rilievo frontale e quando Carotino si affacciò dal burrone per constatarne la profondità, una nube tossica lo avvolse togliendogli il respiro.
<< Cosa succede adesso ? >> Chiese Leandro vedendo l'amico contorcersi a terra.
<< Non so, il burrone...>> Rispose l'altro tossendo insistentemente.
<< Questo si che è un problema! >> Esclamò Leandro, che sportosi a sua volta, aveva visto un fiume di lava rovente, che divorava la roccia per spianarsi la strada.
<< Direi una catastrofe. >> Puntualizzò il servo. << Se quel ponte fradicio dovesse cedere ... >>
<< Ci arrostiremmo come polli. >>
L'ironia di Leandro a volte era pungente, ma di certo non si poteva dire che fosse un tipo che si arrendeva facilmente ; la sua forza di volontà e il suo ingegno riuscivano sempre a


tirarlo fuori dai guai.
Prese una fune dal suo sacco e la legò con i capi estremi in vita ad entrambi, quindi procedette per primo.
Il ponte era molto instabile e le assi di legno, di scarso spessore, che sorreggevano il principe, scricchiolavano ad ogni suo passo.
Il fiume di magma incandescente, irritava con i suoi vapori, le gole già arse dei due che attraversavano il ponte. D'un tratto la tavola di legno, che sosteneva il principe, cedette sotto il suo peso, facendolo precipitare nel vuoto.
Era la fine pensò Carotino, non sarebbe mai riuscito a far ritorno nella Valle degli Aranci senza Leandro. E poi come avrebbe fatto a raccontare al re di quella tremenda disgrazia ! Le lacrime cominciarono ad invadergli occhi già arrossati ; ma quando ormai la disperazione stava prevalendo sul suo buon senso, udì un'eco che lo riportò alla realtà.
<< Carotino presto tirami su, prima che la fune si spezzi.>>
Urlò Leandro che fortunatamente si era salvato grazie alla fune che lo teneva legato al suo amico.
Carotino si asciugò le lacrime, e reagì, forse per la prima volta in vita sua, come un vero valoroso. Afferrò la fune con le mani e per quanto gli fu possibile, cominciò a tirare su il principe, che giunto in prossimità del ponte, si aggrappò a ciò che di esso restava, risalendo adagio.
<< Grazie amico mi hai salvato la vita. >> Sospirò il principe, asciugandosi la fronte imperlata di sudore.
<< E' stata una sciocchezza. >> Rispose baldanzoso. << Ma io ora come faccio a passare? >>
<< Fai un passo molto lungo e non guardare in basso. >>
Carotino seguì il consiglio e in tal modo finirono di attraversare il ponte.
Quest'esperienza aveva certamente rafforzato la loro amicizia e la loro voglia di portare a termine quel compito il più presto possibile.
Giunti nuovamente a terra, si ritrovarono su di un viottolo, che per un breve tratto deviava a sinistra, inerpicandosi attraverso un basso rilievo. Era strano vedere come la natura riuscisse a fare il suo usuale corso, anche nelle più piccole cavità della roccia. Tuttavia non riuscirono a godersi per molto quello scenario così rilassante. La caverna dei lupi guardiani li aspettava.
<< Dove ci condurrà questo sentiero? >> Chiese Carotino ancora stordito per la fatica precedente.
<< Alla seconda prova, l'hai già dimenticata? >>
<< Non l'ho dimenticata, solo speravo non giungesse così presto ! >> Esclamò con rassegnazione, come se quel pensiero lo avesse privato di ogni energia, ma che purtroppo sapeva di dover affrontare.
Camminarono per un lungo tratto aggrappandosi alla meglio alle rocce, quando finalmente raggiunsero un luogo apparentemente ospitale. L'altura presentava una rientranza pianeggiante lì dove il sentiero andava a terminare, e dal punto in cui erano loro, stanchi ed affannati, appariva come una grande conca color smeraldo.
<< Siamo giunti. La caverna dei lupi dev'essere qui. >> Disse con convinzione Leandro.
<< Ma dov'è l'entrata della caverna? >>
<< Dovremo trovarla noi, grazie alla chiave d'oro; ma ormai è tardi la cercheremo domani. >>
Il sole non era ancora tramontato, e le cime alte e innevate, riflettevano colori magici che si intersecavano fra loro creandone sempre di nuovi.
Leandro non avrebbe voluto aspettare fino al giorno seguente per affrontare le perfide belve, ciononostante si rendeva conto che combattere senza l'aiuto della luce sarebbe stato più pericoloso, quindi perché affrettarsi.

D'altro canto anche Carotino era stanco ; inoltre la terribile esperienza del ponte lo aveva molto provato al punto che si addormentò stremato.
Il mattino seguente, dopo aver fatto un'abbondante colazione a base di frutta secca e sciroppo di mirtilli, i due valorosi si misero in opera.
La roccia che rivestiva tutta la rientranza, era completamente similare e trovare la porta non fu cosa facile. Tuttavia quando ormai le speranze si assottigliavano, Carotino trovò il buco della serratura.
Nell'istante in cui girò la chiave, si udì un ululato dall'interno, che lo fece sbiancare e non avendo più il coraggio di proseguire disse:
<< Io non entro lì dentro principe; ho troppa paura ! >>
<< Non cominciare! >> Lo esortò come sempre Leandro>> <>
<< Si semplici lupi vestiti d'acciaio. >>
<< Basta! O vestiti d'acciaio o di ferro, noi dobbiamo sconfiggerli se vogliamo sapere qual' è la terza prova. >>
La porta scricchiolante per il lungo disuso, si aprì lentamente e allorché la luce del sole penetrò nella spelonca, i lupi si ridestarono dal sonno secolare.
Leandro impugnò la spada con ambo le mani e si addentrò nella caverna a piccoli passi.
I lupi soggiornavano in un incavo sito all'interno; molto più basso rispetto all'imboccatura, ma abbastanza spazioso. Al centro vi era un piedistallo dorato, che sorreggeva il più grande rubino del mondo: L'Occhio di Ciclone.
La luce intensa del sole, in contrasto con la penombra, celava i volti animaleschi al principe. Ritti sulle zampe, i lupi attendevano la preda, con le fauci spalancate, e ringhiando inferociti, mostravano le enormi zanne aguzze. Leandro notò con sollievo, che le belve erano legate da spesse catene al piedistallo, quindi attaccarle sarebbe stato più facile.
Ormai spazientiti, i lupi gli si avventarono contro, ma il principe, più veloce nei movimenti, guizzò alle spalle di quello di sinistra. Questi intuita la beffa, roteò su se stesso e avventandosi sulla preda, la costrinse a terra. Leandro prese la spada ai bordi della lama e la conficcò tra le zanne del lupo; spinse con tutta la forza che aveva in corpo, riuscendo a scaraventarlo lontano da se ; poi lo anticipò cogliendolo alle spalle e in men che non si dica, gli saltò in groppa.
Il lupo si dimenava, adoperandosi in ogni modo per far cadere il suo assalitore, ma Leandro teneva duro, riuscendo a schivare i morsi e a mantenersi sempre col giusto equilibrio per non cadere; finché notando un'insolita cavità all'altezza del collo e, siccome non era riuscito minimamente a scalfirlo sul corpo a causa all'armatura, decise allora di provare in quel punto.
Impugnò la spada e puntandola nella parte prescelta, la conficcò speranzoso di non fallire. La belva era stata colpita mortalmente e abbandonandosi al dolore cadde al suolo esanime, ciononostante Leandro, che non aveva fatto in tempo a ritirare la spada, fu colpito da una scarica di saette, che lo spinsero contro una parete, lasciandolo privo di sensi.
Intanto l'altro lupo, nel vedere il compagno morto, perse il controllo e cercò di raggiungere il principe per dar sfogo a tutta la sua collera.
Frattanto Carotino, che era rimasto fuori della caverna, udendo gli ululati del lupo, si fece coraggio ed accorse in aiuto al principe che fortunatamente aveva riacquistato i sensi, ma quando si accorse che il lupo pur di raggiungerlo trascinava con se il piedistallo ripensò con angoscia alle parole dello spirito:
<< Ricorda! >> Aveva detto con aria minacciosa << Il rubino dovrà restare sempre sul piedistallo; in caso contrario, la montagna verrebbe spazzata via da un ciclone inarrestabile e i suoi abitanti con essa. >>
Non c'era tempo da perdere, molte vite erano in grave pericolo, così intravisto il suo fedele servo gli ordinò:
<< Colpiscilo sul dorso. >>
<< Perché proprio lì? >>
<< Quello è il suo punto debole, ma sbrigati! >>
Allorché il lupo non riuscì a raggiungere il suo odiato rivale, decise di rivolgere le sue attenzione al servo, che stranamente fu colto da un lampo di genio; prese un pezzo di carne essiccata che aveva nel suo sacco e lo lanciò alle spalle della belva.
Leandro pensò alla gemma che era in bilico, mentre il giovane servo avanzando con gli occhi semi chiusi e la spada nelle mani tremolanti riuscì ad infilzare il lupo, che colto di sorpresa non poté che soccombere.

Anche questa prova era stata superata ma entrambi sapevano che ciò che li attendeva sarebbe stato ancor più pericoloso, ma allo stesso tempo indispensabile per il prosieguo del loro cammino.
L'Occhio di Ciclone era salvo e al tocco gentile della mano possente del principe, la gemma vibrò. I suoi raggi di sole al tramonto, si trasformarono in raggi di luna, illuminando il volto provato di chi l'ammirava. Ad un tratto però la luce svanì e al suo posto apparve una donna. Sembrava un angelo vestito di fuoco con lunghi capelli ramati che le scendevano sulla schiena fluttuanti come le vesti color cremisi. Raccolti alle tempie da due rubini tempestati di perle, racchiudevano un volto evanescente, ma allo stesso tempo etereo.
Le sue labbra rosse e carnose, si dischiusero appena per parlare:
<< Sventurati voi che in questo regno delle tenebre siete giunti! >>
<< Chi sei ? >> Chiese Leandro.
<< Il mio nome è Occhio di Ciclone e sono l'anima della montagna. >>
<< Dunque sei tu che devi svelarci la terza prova? >>
<< Si principe >> Rispose sospirando, come se quello che doveva dire, le arrecasse un grave dolore. Poi continuò. << Il suo nome è Vulcatral, il mostro di lava, egli dimora nei meandri più profondi e tenebrosi, il suo corpo è orripilante e nelle sue vene al posto del sangue scorre lava infuocata; solo se riuscirete ad ucciderlo, vi sarà concesso di uscire vivi dalla montagna. Ma non posso che rattristarmi per la nefasta sorte che vi attende. Altro non posso dirvi. Ma ricordate ! Egli non è mai stato sconfitto da nessuno. >> Detto ciò la fanciulla svanì, lasciandoli immersi a riflettere su questo nuovo enigma.
I due sventurati attesero immobili dinanzi al piedistallo incerti sul da farsi, quando all'improvviso, una botola sotto di loro si aprì, lasciandoli sprofondare nelle viscere della terra. Scivolavano a grande velocità, come attratti da una calamita e, mentre la corsa verso l'ignoto continuava inarrestabile, Leandro ripensò ai suoi cari.
L'immagine del re distrutto dal dolore lo accompagnava come ad annunciargli una disavventura.
Quella fu la prima volta che ripensò con nostalgia al suo regno, forse perché inconsciamente temeva di non farvi più ritorno.
La lunga discesa terminò, lasciandoli atterrare su un manto di terra rovente, e quando si ridestarono dalla brutta caduta, scoprirono la nuova destinazione.
Era il regno di Vulcatral, la Galleria del Magma. Larga all'incirca quindici metri e alta più di dieci, era attraversa-

ta, in tutta la sua indefinibile lunghezza, da un fiume di lava. La calura emanata dal magma era quasi soffocante; inoltre la costante oscurità, rendeva quel luogo ancor più insidioso.
Il principe frugò nel suo sacco, dal quale tirò fuori una torcia, che sagacemente aveva portato con se. La immerse nel magma riuscendo così ad illuminarsi la strada.
Intanto Carotino raccolti i viveri e le borracce, non accennò ad alcuna lamentela, bensì cercò di mantenere la calma per non irritare ulteriormente il principe.
Il corso della lava proseguiva verso sud, ma loro si diressero a nord intenti di trovare la fonte.
Trascorsero diversi mesi e l'autunno già bussava alle porte, tuttavia Leandro e Carotino erano ancora intrappolati nella perfida montagna. Il giorno si confondeva alla notte e la notte presupponeva il giorno.
Quel labirinto infuocato li imprigionava senza via di scampo e le provviste ormai agli sgoccioli, lasciavano ben poche speranze di sopravvivenza. Avanzavano sospinti solo dalla forza della disperazione, quando un giorno l'eco di un lamento giunse inaspettato.
I due sventurati scarni e sudici, si accasciarono a terra ormai certi del loro destino. Dalle pareti rocciose sgorgavano goccioline d'acqua limpida e fresca, con le quali si rinfrescarono i volti accaldati e le membra stanche.
Era arrivato il momento di affrontare il temibile nemico.
Vulcatral dimorava in un tunnel adiacente e continuando senza sosta, vi giunsero in breve tempo. La creatura repellente non notò nessuna presenza e continuò indisturbata a produrre lava.
I piedi animaleschi erano ricoperti da chiazze scure e putride, che si estendevano a tutto il corpo.
Le gambe apparentemente umane, si piegavano all'altezza della rotula e il busto, stretto in vita, si allargava a mano a mano che lo sguardo saliva.
Le braccia, molto più corte rispetto al busto, avevano al posto delle mani, tre falangi di uguale lunghezza. Tuttavia quel corpo orripilante, alto almeno due metri, era solo il piedistallo di ciò che di più mostruoso si può solo immaginare. Due enormi teste, separate dai rispettivi colli, si contorcevano per aria, come serpenti velenosi. All'altezza del capo, due corna ricurve coprivano il cranio e le lunghe orecchie appuntite, nascondevano ciò che restava della nuca, scura e pelata.
L'iride degli occhi, rosso come il fuoco che lo pervadeva, era totalmente immobile, come del resto, la pupilla bianca e il naso, pressoché inesistente, era rappresentato solo da due cavità ossee, come nei teschi.
La testa di destra era impegnata in un moto affannoso di divorare roccia; mentre quella di sinistra, con le fauci spalancate a dismisura eruttava lava incandescente.
Osservarono il mostro per circa due giorni, poi all'alba del terzo giorno, un evento fortuito, ridiede loro speranza.
La testa che trangugiava roccia, involontariamente aveva aperto un varco e Vulcatral, cieco come una talpa, non vide la luce del sole entrare nel tunnel.
Leandro afferrò il servo per un braccio e in un baleno lo aiutò ad arrampicarsi fino al varco, approfittando anche del fatto che Vulcatral aveva cambiato direzione. Sfortunatamente però il passaggio era molto stretto e, Carotino vi rimase incastrato dentro.
Il principe accorse in suo aiuto, ma la fuga si fece pericolosa, perché gli altri sensi del mostro entrarono in azione permettendogli di captare la loro presenza. Dovevano far presto ad uscire dal tunnel se non volevano soccombere, ma Carotino proprio non riusciva a divincolarsi. Leandro visto il mostro dirigersi verso loro, cercò di mantenerlo a bada, anche se era molto difficile vista la capacità di movimento delle teste, che volteggiavano per aria e scagliavano lava infuocata in ogni direzione. Però un colpo di spada più preciso degli altri, permise a Leandro di lacerargli un collo; frattanto il servo era finalmente riuscito ad allargare l'apertura e a mettersi in salvo, cosa che cercò di fare Leandro a sua volta; tuttavia proprio mentre il corpo era quasi in salvo, uno spruzzo di lava colpì la gamba del principe. Il dolore improvviso gli fece perdere le forze e solo grazie a Carotino, riuscì a salvarsi dalle grinfie di Vulcatral.
Quando riaprì gli occhi Leandro si accorse di essere immerso nella neve e che la luce del sole, dopo tanti mesi di oscurità, era talmente aggressiva da accecarlo. Ma il profumo dell'aria fresca e la neve soffice, sulla quale era atterrato, gli fecero dimenticare ogni sofferenza.
Erano usciti dalla montagna e potevano finalmente riassaporare la libertà, però il pericolo non era ancora del tutto scampato.
Vulcatral agognante di vendetta, si aprì un varco nella roccia che lui stesso aveva già forato e, a bloccare la loro fuga, trovarono il vastissimo Mare di Ghiaccio.
Le zampe viscide del mostro percorrendo quel luogo vergine, lasciavano enormi impronti nella neve, che, ad ogni suo passo, si scioglieva come burro al sole.
Poiché non sapeva che fare, Carotino decise allora di trascinare il principe sino ad un dirupo ghiacciato, dal quale scivolarono giù, per poi nascondersi in una rientranza creata dai ghiacci.
La cecità di Vulcatral lo conduceva verso l'ignoto; ed egli, persosi in quel luogo a lui sconosciuto, precipitò inesorabilmente dalla rupe sfracellandosi al suolo. Le grida di dolore echeggiarono come un tuono a ciel sereno e il suo corpo lacerato e rovente, al contatto col ghiaccio si sciolse lentamente, fino a svanire del tutto.

Quel terribile incubo era finalmente finito. Il mostro di lava, temuto da tutti per la sua malvagità e il suo aspetto repellente, era stato sconfitto dalla sua stessa intolleranza, che lo aveva condotto in un mondo mortale alla sua natura; ciononostante la sorte continuava ad ostacolare il cammino di Leandro.



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